PERCEVAL: PER UN’E(STE)TICA DEL POETICO. Tra immaginario, strutture linguistiche e azioni.

MAURIZIO VIRDIS

PERCEVAL: PER UN’E(STE)TICA DEL POETICO

Fra immaginario, strutture linguistiche e azioni

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S’Àlvure Editrice Oristano 1988

S’Àlvure ORISTANO

Stampato sotto gli auspici della Regione Autonoma della Sardegna

 

Alla memoria del mio maestro Alberto Limentani

1) Tra madrelingua e lingua del padre.

Ricerca del padre e ricerca della parola può dirsi l’oggetto della quête di Perceval, come acquisizione di un luogo dimen­sionato in un “giusto” rapporto con la realtà: che significa eminentemente, più che un pervenire ad una qualsiasi oggetti­vità, immettersi nel gioco calibrato della domanda e della ri­sposta con l’alterità. E la giusta distanziazione che l’eroe, per il tramite del simbolo, deve acquisire per la prima volta; e in que­sto percorso egli si pone, nella fiction narrativa, come paradig­ma di ogni crescita umana, anche, se, come vedremo, attraver­sando un percorso straniato, alla ricerca di un “senso”, che non è proiettato su nessuna dimensione escatologica o mistica, ma, come osserva J. Frappier(l), è un senso del tutto ovvio: quello verso cui tutti procedono nella parabola di una vita che sembra già predeterminata dagli altri, dall’esterno, nel suo pro­cesso e nei suoi valori. Ed è un percorso che trova come neces­sari punti di svolta il gesto e l’atto mancato, l’esperienza dello scacco e del nulla, nello specchio della castrazione e dell’impo­tenza non riconosciuta: un nulla che sostanzialmente consiste nel non saperlo vedere, in una situazione in cui il sapere e il lin­guaggio fino a quel punto acquisiti non servono e non giovano, fino a che esso non trascenda la sua dimensione di codice, per arrivare a quella di tramite. Il peccato di Perceval è infatti un peccato di silenzio, una domanda non posta; ma è proprio nel vuoto della domanda, nel suo detto, che il dire acquista i suoi significati e assume il suo valore.

1) Cfr. J. Frappier, Chrétien de Troyes et le Mythe du Craal, Paris, S.E.D.E.S., 1972, p. 156: “11 n’y a rien de bien nouveau dan ces [dell’Eremita] conseils: en dehors du respect dû au prêtre, l’eremite répète ce qu’avaient déjà dit la mère de Perceval et Gornemant de Goort. C’est l’indice que Chrétien n’envisageait pas pour son héros une fin ascétique et mystique: la règle morale et religeuse qui est recommandée à Perceval est simplement celle d’une chevalerie très pieuse vivant dans le siècle”.

In ogni caso, è nella situazione e nella condizione particolare dell’esistenza di Perceval che il suo percorso va visto nella sua istanza significativa, nel ruolo sociale e morale che egli è chiama­to ad assumere. Anche se la figura del nostro eroe è, o può esse­re considerata, paradigmatica, si tratta però, paradossalmente, di una paradigmaticità che potremmo dire angolata; con C. Lévi-Strauss’2‘ potremmo definirlo infatti un Edipo a rovescio alla ricerca del padre, o della sua istanza, anziché alla ricerca della sua eliminazione. E ciò in quanto a lui manca una sovrade-terminazione che lo significhi, un codice che lo renda soggetto d’azione. Ma l’essere paradigmatico del protagonista viene ad assumere tutto il suo significato, qualora si voglia vedere nella parabola narrativa di Perceval un intento propositivo mediato dall’Autore attraverso la messa a fuoco (appunto angolata) di una parabola di vita e delle sue peculiari condizioni di esistenza e di sviluppo. Il romanzo raffigura in un tempo che è relativamen­te breve dal punto di vista referenziale, ma che è lungo dal punto di vista del discorso narrativo, le condizioni esemplari in cui è possibile che si sviluppino al massimo grado le potenzialità, eti­camente e socialmente positive di ogni essere che, sia pure in po­tenza e non ancora in atto, sia destinato, per indole propria e per l’eredità di un patrimonio morale e sociale di classe, ad occupare un ruolo di primo piano nel contesto socio-culturale che gli è proprio, ma che per altro aspira a trascendere, ponendosi ap­punto proprio quale esempio ideale’3‘.

In ciò Perceval si distingue dagli altri protagonisti chrestie-niani in quanto in lui è descritta una intera parabola di vita, dalle scaturigini infantili alla conquista della maturità, attra­verso le tappe necessarie e imprescindibili che lo portano al punto d’arrivo (se mai ce ne sia uno in questo romanzo). Lad­dove i protagonisti degli altri romanzi assumono la loro dimen­sione esemplare in una aventure circoscritta nel tempo (la cui esemplarità pur tuttavia si proietta al di fuori e al di là del tem­po), in Perceval invece Vaventure coincide con tutta la sua pa­rabola vitale; e mentre ancora gli altri protagonisti agiscono per un atto di volontà imperscrutabile che li rende soggetti, ma di cui noi vediamo solo gli effetti, mentre ce ne sfugge la dina­mica generatrice che dobbiamo ricostruire più nella mente dell’Autore che nella loro, in Perceval assistiamo invece pro­prio al generarsi progressivo di una volontà, al precipitare di una serie di eventi in una soggettualità, attraverso tutte le sue tappe e le sue contraddizioni, attraverso percorsi che sono cer­tamente non lineari, ma anzi tortuosi.

La paradigmaticità consiste insomma, come meglio si vedrà fra breve, nella narrazione di una parabola le cui tappe sono ob­bligate e necessaristicamente collegate l’una all’altra, e nella pro­posizione di questa parabola (che da narrazione diventa storia) come esemplare; proposizione che si invera sia nel retorico con­trapporsi di storie e di protagonisti (Perceval e Gauvain) all’in­terno del testo, sia nel gioco dell’intestualità che il discorso nar­rativo instaura; paradigmaticità dunque nei due sensi che ogni dizionario attribuisce alla parola: quello grammaticale e quello, che pur da quest’ultimo deriva, etico-pragmatico.

La necessarietà e l’esemplarità risultano, come si diceva, angolate, fin dalle prime battute della nostra storia, anzi, si può dire che proprio in queste consiste lo straniamento, l’ango­lazione, di racconto e di storia, su cui si impernia il discorso narrativo. La parabola di vita del nostro eroe comincia infatti alle soglie dell’età adulta dopo un’infanzia “innaturalmente”” dilatata e prolungata nel tempo, vissuta sotto l’esclusivo segno del materno e nell’assenza del padre; cosicché nel primo ap­proccio con la cavalleria (nell’incontro con i cavalieri e nell’in­segnamento di Gornemant de Goort) egli vede non il codice, né la legge del Super-io che lo determinerebbe nel luogo signifi­cante che egli dovrebbe assumere su di sé occupandolo: egli ve­de soltanto un’immagine, riflesso-di-sé, che lo cattura col pote­re di fascinazione, specchio nel quale egli cerca di afferrarsi; come metaforicamente — ma anche realisticamente — espresso nell’episodio del bacio rubato alla Damigella della tenda e nell’episodio del Cavaliere Vermiglio: messa in pratica alla let­tera dei consigli e degli insegnamenti ricevuti i quali agiscono
su di lui nella dimensione immaginaria e non ancora in quella simbolica; egli scambia con la realtà le immagini che lo rifletto­no, senza saper vedere lo schermo specchiante su di cui esse so­no proiettate: Perceval fa ancora tutt’uno con l’oggetto della sua cattura; ma, così come per il Guigemar di Marie de France, le armi scagliate in avanti contro la preda si ritorcono contro di lui, rimbalzando sulla superficie dello specchio che scherma la realtà. Gli insegnamenti che via via acquisisce, il sapere che via via assume su di sé vengono recepiti non come codice e legge, ma nella presunta trasparenza che immetterebbe direttamente nella realtà, obliterando lo specchio. Egli vede se stesso negli oggetti che fungono da immagine di lui(4); e anche se le sue esperienze sono man mano sempre più raffinate e impegnative, esse vengono sostanzialmente vissute sempre nello stesso mo­do: il codice resta trasparente in quanto manca in lui la legge del Super-io, la legge paterna che legifera tramite il codice.

Ma in questa deficienza risiede proprio tutta la virtualità che Perceval è chiamato ad assumersi sulle spalle: egli è chia­mato infatti non solo ad assumere la legge del codice e il codice come legge, ma anche ad avere coscienza del fondarsi della leg­ge sul codice che, pur nel nulla dell’arbitrarietà su di cui esso si fonda, è pur sempre necessario, qualora se ne assuma anche la coscienza dell’arbitrarietà, a costituire il soggetto in quanto ta­le, che è, a sua volta elemento fondamentale della società e del suo mantenimento.

E affinché tale processo si compia, Perceval deve necessaria­mente passare attraverso l’esperienza della mancanza e dello scacco, del mancato riconoscimento della mancanza: dell’impo­tenza. L’atteggiamento che egli tiene difronte al Graal è il nodo di tutta l’esperienza esistenziale di Perceval e di tutte le sue con­traddizioni, a metà fra passato e futuro; l’oscillare tra il deside­rio di porre la domanda e l’imperativo di tacere è una via di mez­zo fra un codice assunto ma non interiorizzato (il codice impo­stogli da Gornemant de Goort che lo ha messo in guardia dal troppo parlare’5‘, che gli ha imposto in pratica di non credere di potersi affermare e oggettivare direttamente nel linguaggio) e l’impulso ad afferrare e a mordere la realtà — duplicato della madre così come tutte le altre prede. La vittoria del codice sul desiderio segna lo scacco di quest’ultimo nello stesso momento in cui esso è stato chiamato in causa e messo in moto; ma lo scacco questa volta non significa obliterazione: perché lo stesso codice che lo ha messo in iscacco ne perpetua l’esistenza, anzi ne è la condizione. È che il desiderio e il codice rimangono ancora due termini separati e senza mediazione, non trapassano l’uno nell’altro, anche se già stanno in rapporto di presupposizione (il codice ha reso desiderio un impulso aggressivo). Se dunque il co-

sì Si vedano i versi 1648-1656:

Ne ne parlez trop volentiers: Nus ne ne puet estre trop parliers Qui sovent tei chose ne die Qui torné li est affolie, Car li sages dit et retrait: ‘Qui trop parole, il se mesfail’. Por che, biax amis, vos chastoi De trop parler.

Queste parole suonano a Perceval non solo come imposizione generalizzata, ma scalzano in lui, come si sa e ancora si vedrà, il codice immaginario trasmessogli diretta­mente dalla madre, senza per altro riuscirvi. Quesinsostituzione è espressa chiaramen­te dallo stesso Gornemant, in forma di consiglio a Perceval:

“Or ne dites jamais, biax frere, fail li preudom, que vostre mere vos ait apris rien, se je non.

(vv. 1675-1677)

perché altrimenti “a folie le tenroit l’eri”. E l’operazione di sostituzione, che si attua in questo episodio, è sottolineata dall’abbandono, da parte di Perceval, degli abiti ma­terni primitivi con i più raffinati panni offertigli da Gornemant, operazione che non avviene, per Perceval, a cuor leggero.

6) Cfr. J. Lacan, Ecrits, Paris, Seuil, 1966; tr. it. Scrìtti, Torino, Einaudi, 1974.

dice ha fondato il desiderio, esso non è però ancora capace di esprimerlo, di dirlo; la mancata domanda è un respingere ciò che non è a tutto tondo, è ancora un rifiutarsi difronte a ciò che non sia reale e oggettivo; è un negarsi difronte alla malattia e all’im­potenza del Re Pescatore: Re malato nella sua virilità e nella sua regalità, ciò che rende malata e impotente anche la società su cui egli regna, e che avrebbe bisogno di essere riconosciuto nella sua miseria da un altro soggetto non malato perché possa essere isti­tuito come soggetto. Perceval insomma non riesce a vedere la propria immagine riflessa in quella, misera e impotente, del Re Pescatore, in lui non riesce a vedere il proprio duplicato, l’altra faccia di sé; la faccia dialetticamente negativa che darebbe senso positivo alla sua azione. Ciò facendo egli renderebbe senso an­che alla società arturiana (qualora si voglia vedere nella gaste terre la faccia dialetticamente e complementarmente negativa del mondo arturiano). È questo mancato riconoscimento che gli impedisce di porre la domanda sul Graal: egli è da un lato abba­gliato dall’aspetto esteriore di ciò che gli sta di fronte e continua a catturarlo e a stimolare in lui lo slancio di cattura appropriati-va, dall’altro vi è il codice che il lui è vissuto solo come tale e non è ancora — fortunatamente, si direbbe — assurto a legge inte­riore, cosicché se anche blocca l’istinto di “curiosità” accapar-ratrice, tuttavia non lo cancella, e se pone l’interdetto a un com­portamento determinato dall’immaginario materno, non ne re­prime la forza che lo porta alla coscienza. Come poc’anzi abbia­mo detto, siamo qui in presenza della nascita del desiderio nell’eroe; ma ciò che manca è l’espressione di esso, il farsi sog­getto attraverso il desiderio, se è vero che “il desiderio dell’uo­mo trova il suo senso nel desiderio dell’altro, non tanto perché l’altro detenga le chiavi dell’oggetto desiderato, quanto perché il suo primo oggetto è di essere riconosciuto dall’altro “(6); il man­cato scambio dialogico sul Graal (1′”oggetto”) con il Re Pesca­tore, ha significato il mancato riconoscimento di quest’ultimo da parte di Perceval, il quale d’altra parte non ha compreso di essere stato riconosciuto dal suo altro : il codice non s’è fatto lin­guaggio, scambio dialogico dell’oggetto simbolico, assunzione del sé positivo attraverso il sé negativo, il soggetto rimane per­tanto ipostatico(7).

Come sappiamo, Perceval ha taciuto in quanto porta la col­pa di aver fatto morire la madre e per avere applicato il codice, paterno, di Gornemant de Goort; possiamo in ciò leggere che Perceval si e precluso, con l’abbandono della madre, la via d’ac­cesso al linguaggio di quei significati pre-logici e pre-linguistici che sono appannaggio del rapporto madre-figlio, che sono vei­colati dalla madre al figlio per via diretta, senza la mediazione del codice’8‘; ma il codice, proprio in quanto non interiorizzato come legge, proprio in quanto concepito nella sua applicazione letterale, se anche non sa, ovviamente, esprimere quei significa­ti, non ha per altro la capacità di ricacciarli indietro nella co­scienza di Perceval: essi permangono con tutta la loro forza atti­va a determinare l’azione futura. E c’è se mai da chiedersi se il nostro protagonista avrebbe mai avuto accesso a questi signifi­cati in maniera attivamente significativa senza il distacco dalla madre. I suoi pre-sentimenti acquisteranno valore solo nel mon­do che è al di là del materno, essi dovranno essere proiettati su di un mondo oggettivo logico e linguistico, quello dell’istanza pa­terna, affinché acquistino valore simbolico.

Ma il simbolo è dato solo nell’assenza: ecco perché la ma­dre, in origine presente, “deve” essere costantemente rigettata
nell’assenza, così come il suo linguaggio a-linguistico, mentre il padre, originariamente assente, deve essere prefigurato nella presenza senza essere mai raggiunto, rappresentando questi l’istanza linguistica che permetterebbe la proiezione, la via d’accesso al linguaggio ai significati pre-sentiti, di cui peraltro non determina mai il senso.

Madre onnipresente ma da subito e costantemente rigettata e negata, padre sempre assente, ma continuamente cercato: ec­co la dialettica, il pendolo che costituisce l’aventure di Perce­val, il pendolo dell’assenza-presenza (il suo fort-da); si tratta ora per lui di imparare a padroneggiare questo pendolo, di sa­per vedere la presenza nell’assenza, di saper presentificare l’as­sente attraverso il linguaggio e solo attraverso esso. Ed è in ciò che, almeno primariamente, il nostro eroe fallisce, mentre il riuscirvi costituisce l’oggetto della sua quête-aventure.

La madre respinta dal codice linguistico, ritorna a-linguisticamente, il padre è assente come codice-legge e si pre-sentifica soltanto come codice-lettera al di qua del simbolico.

Il Castello del Graal è il luogo (forse il non-luogo) dove si scontrano queste istanze e modalità contradditorie, il luogo do­ve l’eroe potrebbe giungere (senza che per altro vi riesca) a dar la parola al pre-sentire materno e a rendere presente il padre; tutto ciò attraverso la domanda che il pre-sentire gli porge; con essa egli risanerebbe il Re Pescatore, suo doppio negativo, ma anche immagine ipostatica del padre mancante (mancante sia in quan­to assente, sia in quanto manca di qualcosa: della sua virilità, del Fallo’9‘)- Nel riconoscimento della sua assenza egli verrebbe chiamato ad essere, verrebbe cioè finalmente postulato nella sua essenza simbolica e vera: e nella co-incidenza con il Re Pescatore che è suo cugino-fratello (sia referenzialmente sia in quanto suo doppio negativo) ma che è anche suo padre, in quanto istanza ipostatica del Fallo, Perceval si istituirebbe come soggetto.

Il passaggio del pre-sentito, del pre-linguistico nel linguaggio, o, ciò che è lo stesso, la presentificazione dell’assente costituisce, come si diceva, l’oggetto della quête di Perceval. Ciò avviene, così ce lo presenta la narrazione, per tappe: attraverso la cognizione della colpa (e la congiunzione delle due colpe: uccisione della ma­dre che è causa del non porre la domanda sul Graal), attraverso l’imputazione, e attraverso la confessione e il conseguente perdo­no. Nei tre episodi dell’incontro con la cugina, della dama orren­da e dell’eremita, che corrispondono alle tre tappe suddette, sem­brerebbe che Chrétien moduli sempre uno stesso tema, ma in que­sta modulazione si cela uno svolgimento, si ha una progressione che si manifesta attraverso una ripetizione sfasata. È che l’atteg­giamento delle parti in causa è, di volta in volta, diverso: nel pri­mo dei tre episodi Perceval apprende della morte della madre, che è stata da lui causata, apprende che la mancata domanda sul Graal è una colpa che ha delle conseguenze gravissime e apprende infine che le due colpe sono connesse, in rapporto di causa-effetto, l’una con l’altra, ma Perceval, pur prendendo coscienza, tende a rimuovere il peso dell’accusa; nel secondo episodio, Per­ceval è pubblicamente accusato delle conseguenze che la mancata domanda ha provocato, ma non è data nessuna connessione fra questa colpa e la provocata morte della madre; questa volta Per­ceval non potrà più rimuovere l’accusa in quanto l’imputazione, a causa della pubblicità in cui è fatta, ferisce il suo narcisismo pro­prio nel momento in cui egli si è pienamente integrato nella socie­tà arturiana; nel terzo episodio è nuovamente messa in correlazio­ne la causa della morte della madre con quella della mancata do­manda, ma gli effetti di questa doppia colpa si riflettono, secondo l’eremita, non sul Re Pescatore e sul suo regno, come già avevano detto la cugina di Perceval e la Dama Orrenda, ma su Perceval stesso:

Por le pechié que tu en as T’avient que rien n’en demandas De lance ne del graal, Si t’en sont avenu maint mal

(vv. 6399 – 6402)

Perceval conosce finalmente la risposta alle mancate domande, e, in seguito alla confessione della colpa umilmente riconosciu­ta, ottiene il perdono cristiano per il tramite dell’eremita; lad­dove invece, dopo l’imputazione pubblica da parte della Dama Orrenda che feriva il suo narcisismo, il suo ideale-dell’-io, il nostro eroe aveva reagito con la presunzione cavalleresca, im­pedendo alla sua baldanza e alla sua fierezza di risolvere gli enigmi: operazione nella quale egli, come si sa, fallisce, perden­dosi in un seguito di avventure senza senso.

Come si vede, un medesimo contenuto ci viene presentato in maniera a volte anche sottilmente diversa. Possiamo, come meglio vedremo in seguito, leggere in questa diversità il costi­tuirsi progressivo dell’azione fenomenologicamente intensa co­me dato globale di motivazione, intenzionalità, responsabilità, desiderio linguisticamente espresso; azione, o, qui, meglio agentività, che la narrazione ci presenta nella sua genesi, nel suo venire ad essere strutturale attraverso uno svolgimento temporale e una diversificazione posizionale. Ma la storia, nel suo differenziare, lascia in sospeso parecchio, lascia al discorso narrativo, al dialogo autore-lettore forse, la ricostruzione del corpo articolato in una totalità organica: se arriva a svelare a Perceval, e a noi, le risposte alle mancate domande, non arriva a chiarirci il contenuto semantico, il “senso” della connessione causale delle due colpe del protagonista, né il senso della con­nessione fra queste due colpe e la rovina del Re Pescatore e del­la sua terra. Sarà solo attraverso una riconsiderazione del rap­porto storia-discorso, testo-autore, attraverso una scomposi­zione del contenuto e della sua tematica con i mezzi più diversi, e che non potranno essere esclusivamente quelli dell’analisi te­stuale, sarà dunque attraverso ciò, che potremo proporci di ri­spondere ai nostri interrogativi: ma sarà una risposta che non sarà semplicemente in termini di “contenuto” o di “messag­gio”, ma sarà anche in termini testuali, di creazione e di moda­lità di rappresentazione, quali dati interpretativi e da interpre­tare, in un movimento pendolare fra testo e fuori-testo.

È ancora da questo punto di vista che la nostra narrazione può dirsi, in entrambi i sensi già visti, paradigmatica; anche nel senso che è solo a lettura ultimata che questo suo valore si sco­pre, e non solo nel senso narrativo-strutturale, ma anche come dato di interpretazione.

2) A mo’ di paradigma

Ma è della paradigmaticità in senso strettamente testuale che sarà necessario primariamente occuparsi.

Da un punto di vista strettamente narratologico sembrereb­be che il romanzo ponga come fine della quête di Perceval un oggetto costantemente spostato, decentrato e quindi sempre impreciso, si starebbe per dire significato da un continuo rime­scolamento degli attori nei ruoli attanziali: ciò che genera, di volta in volta, schemi diversi, nessuno dei quali sostituisce o abroga gli altri, ma si pone accanto agli altri senza destituirli.

La madre di Perceval è, di volta in volta, Antisoggetto (o Oppositore), Oggetto, Aiutante forse anche Destinatore: ella infatti è colei che depriva il figlio della propria libertà e che po­ne ostacoli al realizzarsi del di lui destino di cavaliere che la sua eredità gli impone; ma è anche, come si sa, l’oggetto costante della ricerca di Perceval, fin dai suoi primi barlumi di coscien­za; è inoltre aiutante come le parole dell’eremita dimostrano:

Ne n’eusses pas tant duré, S’ele ne t’eùst comande A Demedieu, ce saches tu. Mais sa parole ot tel vertu Que Diex por li t’a regardé

(vv. 6403-6408)

ed è forse anche, almeno parzialmente, Destinatore, in quanto sono anche certe istanze materne che dovranno determinare l’etica cavalleresca.

Gornemant de Goort è Aiutante e Oppositore: egli infatti dà a Perceval i più che necessari insegnamenti affinché egli pos­sa “normalmente” inserirsi nel mondo cavalleresco ed ivi sa­persi comportare, ma la rimozione del pre-linguistico materno, da lui operata nel codice linguistico dell’eroe, porta questi allo scacco che sappiamo. La cavalleria è invece Oggetto di Perce­val, come è del tutto ovvio; ma è anche il Destinatore e il Desti­natario dell’azione di lui; ed inoltre è Aiutante in quanto costi­tuisce la liberazione del protagonista dalla soggezione del ma­terno, ma anche Oppositore, data l’insufficienza dei suoi codi­ci etico-linguistici.

Rimangono nella loro fissità il Graal come Oggetto e Perce­val come Soggetto, anche se questo ruolo andrà meglio chiarito in seguito. Quanto al Re Pescatore, si può dire che egli, in quanto figura riflessa di Perceval, suo doppio negativo e ipo­statico, può accogliere in sé tutti i ruoli attanziali canonici: Og­getto potenziale del riconoscimento di Perceval, Soggetto che riconosce Perceval, e che aspetta il riconoscimento di questi per essere anche soggetto d’azione, Destinatore e Destinatario, tra­mite il graal-abbondanza, dell’immagine piena che andrebbe riconosciuta nel momento in cui riconosce, immagine che gene­rerebbe il positivo nel momento in cui è riconosciuta come ne­gativa, mancante, castrata; inciampo sulla strada di Perceval, ma rilancio verso la strada più vera: Aiutante ed Oppositore quindi.

Ci troviamo così dentro il kristeviano schema non disgiunti­vo proprio del romanzo, caratterizzato dall’ambiguità struttu­rale degli attori che coprono simultaneamente più ruoli attan­ziali anche opposti, significanti di un senso ipostatico, da ricer­care dentro la sostanziale ambiguità del mondo. Ciò che è però peculiare del nostro romanzo è che la somma dei ruoli attanzia­li non si manifesta in maniera immediata e continua; il testo produce, di epidosio in episodio, degli schemi diversi, ciascuno dei quali ha una ben definita, e non ambigua distribuzione de­gli attori nei ruoli attanziali; ma gli schemi che via via si susse­guono non spostano i singoli attori dai ruoli attanziali che pre­cedentemente, e fino a quel momento avevano occupato; gli at­tori assommano invece, nel loro progredire, tale diversità e am­biguità di ruoli: la loro contraddittorietà; che, per esempio, la madre dell’eroe si scopra essere Aiutante, non cancella il fatto che ella, non solo sia stata, ma continui tuttavia ad essere an­che Oppositore.

È qua che si scopre veramente l’essenza paradigmatica della testualità del nostro romanzo. Infatti ogni configurazione schematico-attanziale si dà come possibilità di rapporti attua-lizzabili, ma ogni successiva configurazione, non oblitera la precedente, ma assommandovisi, vi si agglutina e si concrezio-na con essa, dando luogo ad una stratificazione, cosicché si può dire che il senso della nostra storia non è altro che il suo percorso temporale che stratifica i suoi vari stadi in una visione atemporale; ma questa sorta di visione è propria forse più dell’autore-lettore che, leggendo la struttura narrativa la proietta in un discorso, fluente lungo la dimensione del tempo (referenziale e di lettura), e la riversa sul protagonista.

Quel che occorre ancora una volta sottolineare è la già detta necessarietà con cui ogni tappa, ogni configurazione distributi­va dei ruoli attanziali, procede dalla precedente assommando­la: cosa che dà l’immagine tipica e più volte messa in rilievo dalla critica, di un Perceval quale personaggio in evoluzione (e quindi non solo in mutamento e in movimento) continua. Ve­diamo dunque partitamente questa connessione necessaristica, ricapitolando e ampliando quanto già detto sopra.

La separazione dalla madre-tiranno-0/?/?(M7to/-e rigenera questa come Oggetto nel momento in cui Perceval apprende un codice che la istituisce come assente e quindi come desiderio; il codice, liberando l’eroe dal bisogno immediato di lei e ponen­do l’assunzione degli obiettivi in maniera non più immediata, ma mediata00‘ da una norma simbolica e di comportamento, scalza la madre così come ogni preda duplicato-di-lei,in quanto oggetto reale, in quanto bisogno, in quanto introiezione del piacere che da lei deriva e che la respinge nell’odio in quanto oggetto-oggettivo0“; il codice la istituisce come rapporto inte­riorizzato, come memoria e come immagine di una comunione, di una immediatezza e di un’innocenza perdute. Ma Perceval è
come realtà che ancora la ricerca, mentre dovrebbe trovarla co­me simbolo; il codice, ponendola appunto come desiderio e co­me assenza, la tiene lontana e inattingibile: un fossato si è sca­vato fra Perceval e la madre, rappresentato, nel testo, da quel fiume inattraversabile, un ève rade et par/onde, al di là del quale, l’eroe ne è sicuro, troverebbe la madre”2‘, ma che, rima­nendone al di qua, gli presenta il Re Pescatore, il suo duplicato immaginario, il nodo del sé:

“ha! Sire toz puissans,

Se ceste ève passer pooie, Dela ma mere troveroie, Mien esctent, se eie est vive”.

(vv. 2990-2993)

cosi si esprime Perceval, ma il Re Pescatore, che sta in mezzo all’acqua, a metà fra l’al-di-qua e Pal-di-là del fiume, a metà fra la presenza e l’assenza della madre, è poco dopo pronto a levare a Perceval ogni speranza di passare il fiume:

Cil qui ne set que faire puisse Ne en quel liu passage truisse, Les salue et demande lor: “Ensaigniez moi, fait il seignor, S’en ceste ève a neTs un pont.” Et cil qui pesche li respont: “Nenil, frere, en la moie foi, N’il n’i a nef, si com je croi, Plus grant de chesti ou nos somes, Qui ne porteroit pas cine homes. Vint liues amont et aval N’i puet on passer a cheval, Qu’il n’i a bac ne pont ne guè”.

(vv. 3011-3023)

La madre dunque, d’ora in avanti può essere attinta solo co­me immagine, come ricordo, come simbolo, come (com)presenza interiorizzata: come realtà ella è ormai morta! dato che Perceval apprenderà dalla cugina nel successivo episodio. Ma lo stesso co­dice che l’ha generata come desiderio ha rimosso da sé il linguag­gio di lei, il suo pre-linguaggio i valori di cui ella è portatrice; per­tanto il desiderio inespresso, non detto, porta alla sua irrealizza­zione, al suo fluttuare nella sfera dell’immaginario, senza che per altro, poiché il codice è, si diceva, letterale e non legale, sia impe­dito a tale potenza immaginativa l’accesso alla coscienza.

Tutto ciò porta necessariamente Perceval a reprimere sulla lingua stessa quella domanda che cosi prepotentemente sta per sgorgargli sulle labbra. Ma porta anche necessariamente al di­sconoscimento del Re Pescatore e del suo essere impotente — nel fisico, nella sua capacità procreativa, nella sua interiorità e nella sua regalità — al disconoscimento della sua castrazione. Il codice, assunto come lettera e non come legge, è usato dal nostro eroe alla stessa stregua dei suoi giavellotti, come stru­mento per la cattura delle sue prede (dove la preda, al momen­to presente della progressione narrativa è l’adeguamento ad un comportamento sociale cui “immediatamente” Perceval vor­rebbe sottomettersi): nell’afferrare le prede, Perceval crede di afferrarsi e di costituirsi: ciò che naturalmente non lo porta a vedere nell’altro il proprio simile, la propria immagine, a sco­prirsi manchevole, a scoprire nella manchevolezza la radice della soggettualità. Certo un codice-legge, su Super-io forte non sarebbe forse stato più utile all’occorrenza, avrebbe anzi, probabilmente, peggiorato le cose, avrebbe forse rafforzato l’immaginario, ma ne avrebbe certo anche rafforzato la censu­ra dando luogo a quel tipo di cavalleria, orgogliosa, accaparra-trice e assassina, che Chrétien ha sempre rifiutato.

Ben si vede dunque come il codice e Gornemant, che di esso è il mediatore, sia allo stesso tempo Aiutante, in quanto apre in ogni caso la via d’accesso alla vita sociale cavalleresca e pone la madre come oggetto del desiderio, ma è anche Oppositore, in quanto impedisce l’attingimento di quest’oggetto e quindi il senso “vero” della cavalleria.

Per quanto riguarda la società cavalleresca, si potrebbe dire che essa e Perceval sono contemporaneamente in rapporto re-

ciproco di Soggetto e Oggetto : perché se questi la ricerca come luogo sodale-ideale in cui inserirsi, quella a sua volta ricerca lui come elemento di cui ha saputo intuire e capire le sue potenziali­tà; ma la limitatezza con cui essa attua i suoi valori (limitatezza che significa, in un’ultima analisi mancanza di quella coscienza piena che Perceval saprà acquisire dopo la sua particolare aven­ture, ma che sarà negata ali’aventure di Gauvain, rappresentan­te “tipo” della società arturiana), tale limitatezza dunque costi­tuisce una sorta di contrapposizione all’azione cui Perceval do­vrebbe essere destinato, e di cui nulla sappiamo, data la non fini­tezza del romanzo, ma che possiamo vedre in maniera indiretta attraverso il confronto con la quête-aventure di Gauvain. La so­cietà cortese-arturiana assume dunque anche il ruolo di Opposi­tore (o ài Antisoggetto), senza peraltro cessare di essere Destina­tore e Destinatario dell’azione di Perceval; questi infatti fino all’episodio dell’imputazione, agisce in nome dei valori cortesi che lo ispirano (almeno a partire dal momento in cui egli è ad­dobbato cavaliere da Gornemant de Goort, dal momento in cui cioè assume il codice), e combatte per la salvezza di essa contro ciò che la insidia e la mina. Ma si può presumere che dopo l’im­putazione, il nostro eroe combatterà per la società cortese con­tro essa stessa, per attuarne pienamente quei valori che i suoi membri non sono capaci di incarnare. Non vi è nulla, nel nostro romanzo, che si ponga in aperta opposizione contro la società cortese-arturiana e i suoi valori, ma si deve soltanto vedere un discorso critico sulla sua limitatezza, la sua insufficienza, la prassi quotidiana con cui cerca di inverarsi: niente di nuovo, da questo punto di vista, rispetto a tutti gli altri romanzi di Chré­tien: anche in essi infatti, come ha dimostrato lo studio di E. Kòhler(13), la società arturiana è minata fin nel suo stesso interno ed attende l’avvento di un cavaliere eletto che possa risolvere, tramite l’aventure, le sue contraddizioni; la novità del nostro ro­manzo consiste semmai nella particolarità dell’aventure del pro­tagonista: ciò di cui andiamo parlando e di cui meglio vedremo in seguito quando confronteremo questa aventure con quella di messa in parallelo che costituisce un supporto narrativo prima­rio per il discorso di Chrétien.

Dopo questa digressione che dobbiamo comunque portare lungo il filo del nostro discorso, torniamo alla progressione ne-cessaristica degli episodi narrativi, e più precisamente a quell’episodio nodale che è quello di Perceval al castello del Re Pescatore e del Graal. Si è già ormai più volte detto del manca­lo riconoscimento della di lui mancanza da parte del nostro eroe, e si è anche cercato di spiegarne le cause. Ciò che ci si de­ve chiedere ora con particolare urgenza è perché questo ricono­scimento debba essere effettuato attraverso le domande sul Graal e sulla lancia che sanguina; perché il dialogo — che sem­pre genera i soggetti in quanto scambio dell’uno e dell’altro, ri­flesso dell’uno nell’altro, desiderio dell’uno per l’altro — deb­ba vertere sul Graal e sulla lancia che sanguina: forse perché nel Graal è veicolato un contenuto femminile e materno e nella lancia è da vedere l’arma che ha “colpito” il Re Pescatore? perché entrambi gli oggetti hanno quindi un contenuto erotico (ed è nell’eros che il soggetto si attua pienamente, che la castra­zione immaginaria e latente di ciascuno si elide sotto lo sguardo vivificante e desiderante dell’o//ro (-a/))? È il mancato passag­gio del femminile nel linguaggio (bloccato dal codice-lettera che non sa farsi, fortunatamente, codice-legge, legge del Super-io), che manca di istituire Perceval come soggetto? È il disco­noscimento dell’impotenza che ancora infantilmente si appaga di introiettare le prede (duplicato della madre a-linguistica) con qualunque arma di cattura (fosse pure il codice e la lettera): è questa la colpa di Perceval? quella insomma di negare la madre perché ancora, in certa misura schiavo di lei, della sua realtà, mentre dovrebbe far passare la sua immagine (desiderio) nel simbolico? sta la colpa nel non sapersi porre come “oggetto a del desiderio, come ciò che egli è stato per l’Altro nella sua ere­zione di vivente, come il wanted o l’unwanted della sua venuta al mondo” per cui egli sarebbe “chiamato a rinascere per sape­re se vuole quello che desidera”04‘; nel non sapersi porre come

Fallo per la madre? Accontentiamoci, per il momento, di dare una risposta provvisoriamente affermativa a questi interrogati­vi, ma non dimentichiamo che Perceval è appena reduce dalla dimora e dalla aventure con Blanchefleur alla quale ha opposto non già un rifiuto — che anzi è stato proprio lui a richiedere la sua druerie, ma una insufficienza, una dilazione che è difesa a tale insufficienza, per la quale se egli è entrato nella dialettica dello sguardo e del desiderio, non è ancora in grado di padro­neggiarla in quanto mancante del significante simbolico, di cui è ancora depositaria la madre: Perceval hason corage aillors, a lui d’autre ore plus lisovient (vv. 2916-17): il desiderio è ancora (?!) sotto il segno del materno, ed egli risponde con l’assenza (da Blanchefleur) all’assenza (della madre).

A mal eut tu te teusses,Que se tu demandé l’eusses, Li riches rois, qui or s’esmaie, Fust ja toz garis de sa plaie Et si lenist sa terre en pais, Dont il ne tendra point jamais. Et ses tu qu’il en avendra Del roi qui terre ne tendra Ne n’iert de ses plaies garis? Dames en perdront lor maris, Terres en seront escillies Et puceles desconseillies. Qui orfenines remandront, Et maint chevalier en morront; Tôt cist mal esteront par toi. (vv. 4669-4683)

Una questione si potrebbe porre a questo punto: perché ve­dere nel Re Pescatore il doppio di Perceval, quando un’attenta messa in parallelo di tre passi del testo potrebbe meglio indurci a vedere in lui il doppio del padre di Perceval? Si confrontino i seguenti tre passi, il primo dei quali è tratto dal discorso che la madre di Perceval tiene al figlio, al momento della sua parten­za, intorno al padre di lui, il secondo è tratto dal discorso accu­satore della Dama Orrenda riguardo alle conseguenze che il peccato di Perceval produrrà sul Re Pescatore e sulla sua terra; il terzo è tratto dal discorso della cugina di Perceval che infor­ma quest’ultimo sul Re Pescatore:

Rois est il, bien le vos puis dire; Mais il fu en une bataille Navrez et mehaigniez sanz faille, Si que puis aidier ne se pot, Qu’il fu férus d’un gavelot Parmi les quisses ambesdeus, S’en est encor si angoisseus Qu’il ne puet sor cheval monter, (vv. 3508-3515)

Vostre pères, si nel savez Fu parmi la jambe navrez Si que il mehaigna ciel cors. Sa grant terre, ses grans trésors, Que ¡1 avoit corne preudom, Ala tôt a perdition, Si chaî en grant poverté. Apovri et deshireté Et escillié furent a tort Li gentil home après la mort Uterpandragon qui rois fu Et pères le bon rois Artù. Les terres furent escillies Et les povres gens avillies, Si s’en fut qui fuîr pot. (vv. 435-449)

dere nel Re Pescatore il doppio di Perceval e non quello di suo padre? È che il doppio di cui parliamo, è un doppio ipostatico e non effettivo: è in questa immagine che il nostro eroe dovrebbe specchiarsi, assumendola, per recuperare in positivo l’eredità di suo padre, addossando su di sé la colpa di questi05‘; è dalla co­gnizione di ciò che (gli) manca per essere ciò che gli altri (la ma­dre) lo vogliono (ciò che pone la legge del desiderio come deside­rio dell’Altro) che potrà riempire tale mancanza, dopo averla as­sunta come propria: è cosi che potrà “volere ciò che desidera”.

Dopo l’episodio che si è svolto al castello del Re Pescatore, ¡1 legame necessario che tiene la narrazione sembrerebbe inter­rompersi, ma una lettura più stringente del testo può forse di­mostrarne il contrario.

L’episodio successivo è quello dell’incontro di Perceval con la cugina dalla quale egli riceve la cognizione della sua colpa: o meglio delle sue colpe, della loro connessione e dei loro effetti; ella si trova infatti su quelle che egli crede le tracce dei valletti del Re Pescatore dai quali vorrebbe sapere le risposte su quella lancia che sanguina e su quel Graal riguardo ai quali si è aste­nuto di porre la domanda:

Et il vers la forest s’aquelt, Si entre en un sentier et trove Qu’il i ot trache tote nueve De chevax qui ale estoient. “Ichi, fait il, quit que il soient Ale cil que je querant vois”. Lors s’eslaisse parmi le bois Tant com cele trache li dure, Tant que il voit par aventure Une pucele soz un chaisne, Qui pleure et crie et se desraisne Come chaitive dolerouse.

(vv. 3422-3433)

La ferita castratrice del padre di Perceval è la stessa del Re Pescatore, la condizione cui sarà ridotta la terra di quest’ulti­mo in seguito al peccato di Perceval, è la stessa in cui fu ridotta la terra del padre di lui in seguito alla ferita; perché dunque ve-

Per quanto l’incontro capiti par aventure, esso è pur sem­pre al termine di un percorso che seguita tant com cele trache lì dure: non è forse questo il senso più vero della “avventura ca­valleresca”, in linea con tutta l’etica, il cronotopo, chrestienia-no? l’avventura non capita a chi la cerca, a chi si mette sulle sue “tracce”? a chi, cavaliere d’elezione, è alla ricerca del senso del suo esistere?

E la cugina di Perceval è sorella del Re Pescatore, ed è colei che svela, non solo all’eroe, ma anche a noi, l’ubicazione nel non-luogo in cui è situato il castello del Graal: “… l’enporroit, se Diex me gart, / Chevalchier, ce tesmoigne l’en / Quarante liues en cest sen / Tot droit, einsi com vos venez, / C’uns ho-steus n’i seroit trovez / Qui Just bons ne leaus ne sains… (vv. 3468-3473), afferma ella dapprima, ma al ribattere di Perceval che egli è stato riccamente ospitato nel migliore degli hostel, non di lì lontano, ella “comprende” che egli è stato ospitato “Chiez le riche Roi Pescheor”.

Se l’episodio del Graal è nodale perché in esso convergono, e da esso sono irraggiati tutti i punti della circonferenza narra­tiva della nostra storia, l’episodio dell’incontro con la cugina segna un punto di svolta per questa storia: infatti il legame che da qui in poi tiene la sua articolazione è diverso da quello che fin qui abbiamo visto. Permane certamente la struttura per ac­crescimento e stratificazione degli stadi; ma è dell’azione, dell’azione fondata che da qui in poi si tratterà: riguardo a que­sta, tutto ciò che precede è stato solo una premessa e la genesi; se l’azione, come meglio diremo più in là, significa in prima istanza far passare il desiderio nel linguaggio, ciò che dalla nar­razione è stato fin qui messo a fuoco (e nella maniera “angola­ta” che abbiamo visto) è la genesi del desiderio e la necessità per cui esso debba trovare espressione: d’ora in poi si tratterà della effettiva “espressione” di esso, affinché si possa passare all’azione valutata e finalizzata, pur proiettata sullo schermo della sua genesi.

Non siamo infatti del tutto convinti di quanto afferma J. Frappier, sia pure con un’affermazione attenuata e sfumata, che l’evoluzione di Perceval, nel momento in cui egli raccoglie la sfida di Clamadeu, “correspond à un affermissement de sa volonté propre et de sa liberté”; e che qui il nostro eroe

“n’obéit qu’à l’instinct de sa prouesse ou déjà, peut-être, àia conscience d’un devoir strictement chevaleresque et personnel”0®; crediamo invece che Perceval sia ancora vittima dei suoi automatismi che Chrétien non manca di sottolineare, mentre è forse proprio Blanchefleur che evolve in questa espe-rienza; costei infatti, con abile e fine astuzia femminile, aveva suscitato in Perceval quella volontà che pure ella biasima, pun-lando sul suo orgoglio maschile ancora niche esot:

… vostre cors ne vostre eages

N’iest teus, ce sachiez asseiir,

Que vos a chevalier si dur

Ne a si fors ne a si grant

Come est cil qui la hors atant,

Vos peùssiez contretenir

N’estor ne bataille soffrir

(vv. 2118-2124)

e subito dopo Chrétien commenta, con una certa misoginia malcelata sotto la maschera del pronome impersonale:

Tel plait li a cele basti

Qu ‘eie le blasme et si le veli;

Mais sovent avient que l’en selt

Escondire sa volente,

Quant on voit home entalentè

De faire trestot son talent

Por che que mix l’en entaient.

Einsi fait eie come sage,

Qu’ele li a mis en corage

Ce qu’ele li blasme molt fort.

(vv. 2128-2137)

Perceval cade dunque nella trappola del linguaggio, attraverso la presunta trasparenza del codice, ed egli crede, ancora una volta, di potersi affermare attraverso la cattura di una preda; duplice questa volta: il nemico vinto e la drùerie della damigella.

16) Cfr. .1. Frappier, Chrétien de Troyes et le Mythe du Graal, cil. p. 104.

Ma quando ella, questa volta con più sincero amore, vorrà distoglierlo da un pericolo e da un ardire ormai superfluo, il nostro eroe la difenderà suo malgrado, perché vittima della lo-senge di lei; per quanto ella lo preghi dolante et correchie che egli n 7 alast mie7A la bataille

… tot che ne valoit noient, Et s’est oit or merveille est range, Car il avoit en sa losenge Grant douçor qu’ele li faisoit, Car a chascun mot le basoit Si doucement et si soèf Que eie li metoit la clef D’amors en la serre del cuer.

(vv. 2630-2637)

A chi si applica la parola losenge! A Blanchefleur? no, perché ora lei, dolante et correchie, è sincera; a Perceval, allora? nep­pure, perché egli è colui che la subisce: la parola è dell’imperso­nalità commentatrice del narratore che rimarca come Perceval sia due volte vittima della “parola”, senza aver, in nessuno dei due casi, capito le intenzioni che vi si celano dietro; e se, come il successivo episodio del Graal porterà in maniera del tutto ne­cessaria, è sulla “parola” che l’amore si fonda, questa dovrà essere scevra di losenge. Se siamo d’accordo col Frappier che il nostro eroe segue, in questa circostanza, “l’instinct de sa prouesse” non siamo d’accordo sul fatto che egli agisca in ma­niera libera rispetto ai legami della druërie; se siamo d’accordo che “l’égocentrisme de Perceval reparaît […] ici”, non siamo d’accordo sul fatto che egli sia “animé d’une générosité qui empêche de le confondre avec son égoîsme puéril de naguère”07‘: Perceval è ancora fanciullo egocentrico! schiavo degli automatismi di un linguaggio che agisce sulla sua sempli­cità. Ed egli ancora non vuole ciò che desidera, la sua prova di coraggio è stata rivolta solo a sé stesso e non alla sua amie; che egli infatti abbandona, almeno momentaneamente, per rag­giungere la radice del suo desiderio, per colmare l’assenza e la mancanza: per raggiungere la madre!

L’episodio segna comunque una tappa importante per Per­ceval e per il paradigma angolato della sua storia: egli ha fatto l’esperienza del gioco dell’innamoramento (ma non ancora dell’amore), basato sul gioco della parola: fatto essenziale; ma egli deve imparare a padroneggiare questo gioco. E pertanto egli dovrà caricare su di sé quell’immagine in cui si riflette e che lo cattura, immagine che dovrà esser non già quella piena, ma quella mancante: quella che è giust’appunto pronta a presen-larglisi al castello del Re Pescatore; lo scacco che ivi subisce può essere interpretato come la necessaria conseguenza, il dop­pio dello scacco che, contro ogni apparenza ha subito a Biaure-paire, dove gli è stato mise en corage, ciò che altri // blasme, dove ha voluto ciò che non desiderava: egli dovrà allora far proprio il proprio riflesso, ma proprio quel riflesso negativo che, in quanto tale, non potrà catturarlo, quel riflesso che, ne­gativo nell’immaginario, ipostatizza il positivo nel simbolico. Perché “il passaggio dal (-r} (phi minuscola) dell’immagine fal­lica dall’uno all’altro lato dell’equazione fra immaginario e simbolico, lo positivizza comunque, anche se va a riempire una mancanza. In qualsiasi modo faccia da supporto al (-1), vi di­viene sempre ? (phi maiuscola), fallo simbolico che è impossibi­le negativizzare, significante del godimento”‘181; perché è il de­siderio che istituisce la Legge e non il contrario, la Legge che deve arginare il capriccio dell’Altro onnipotente: la Madre, og­getto del desiderio d’amore “in cui il soggetto si installa”; per­ché il “desiderio si abbozza nel margine in cui la domanda si strappa dal bisogno”; perché “la vera funzione del Padre […] fondamentalmente è quella di unire (e non di opporre) un desi­derio con la Legge”; perché questa congiunzione impone il sa­crificio della castrazione09‘: per tutto questo la vera elezione di Perceval, la esemplarità di lui che è partito da un desiderio che si “strappa” – e quanto prepotentemente – dal bisogno, sta ap­punto nel fondare la Legge sul desiderio (e non viceversa, come gli altri cavalieri, come Gauvain, suo termine contradditorio);

18)
J. Lacan, Scrini, cil., pp. 826-827

19)  J. Lacan, Scrini, cil., p. 828

sta nel partire da un’assenza di Legge, di padre (di Padre) e nel trovarlo, negativizzato, sotto le spoglie del Re Pescatore che è anche il suo doppio. Egli ritrova il padre nella sua “vera” fun­zione e non nella sua idealità, nell’ipostasi di esso, non come Legislatore, ma come Legge del desiderio che esige la castrazio­ne: ecco perché il Re Pescatore è colui che può essere conside­rato il doppio del padre, ma anche di Perceval.

Come non leggere allora il paradigma della nostra storia sulla falsariga del paradigma lacaniano? come non vedere in Perceval un soggetto che si attua a partire dal suo sovvertimen­to? che parte sovvertito, che parte – ed è questa Vango/azione del nostro paradigma – da una legge di già sovvertita?

Ma Chrétien apporta forse una “novità” {?!), una differen­za non piccola: lo “strappo dal bisogno” deve essere sentito come una colpa affinché il desiderio si fondi come assoluto (di­staccato: Assoluto) dalla Madre e affinché la Legge di questo poggi sul perdono cristiano.

Ora siamo in grado forse di vedere come la nostra storia ci si ponga sotto l’aspetto di un paradigma, anche, esso, nella sua valenza grammaticale: valenza complessa perché questa para­digmatiche si fa sintagmatica. Ogni tappa, che, come abbiamo visto contiene in sé una performanza attanziale, una particola­re distribuzione degli attori nei ruoli attanziali della grammati­ca narrativa; ogni tappa, che possiamo vedere, insieme con J. Frappier[1], come una tappa tipica di ogni esistenza umana: ogni tappa è, dunque, come il concretarsi di una delle relazioni grammaticali possibili che, in absentia, richiama tutte le altre, le necessita e ne necessita (cosi come un caso grammaticale pre­suppone tutta la declinazione); ogni tappa (e tra queste ponia­mo anche l’intera aventure di Gauvain) è l’affermarsi di una possibile situazione d’esistenza (il succube della madre, l’infan­te ingenuo e crudele, il niche-sot che crede di afferrarsi affer­rando, l’uomo che maldestramente ha appreso un codice di comportamento, l’innocente e prematuro innamorato, l’uomo difronte all’interrogativo che svuota l’esistenza, ecc., ecc.). Ma proprio perché ogni tappa presuppone le altre, qui, in un testo, queste ci vengono dette: narrate; cosicché noi possiamo leggere nel testo il manifestarsi di un paradigma, il suo farsi: il suo es­serci raccontato. Ed è così che il paradigmatico si sposta nel sintagmatico: e in tal modo, come sopra si accennava, ogni tappa si assomma alle precedenti e dà luogo a una concrezione stratificata e le linearità della narrazione si trascende in un cir­colo: dalla Madre si parte, e alla Madre si ritorna; ma questa voglia di ritorno, costantemente frustrata da un inciampo, da una aventure che si frappone lungo la via, sposta il senso dell’oggetto e ne altera la valenza, e la linearità del procedere -sia in avanti che all’indietro – si trasforma in una circolarità.

Ma come ogni grammatica dei casi che non voglia esaurirsi in una semplice formalizzazione strutturale deve cercare fuori di sé la cifra che tiene in piedi la declinazione, e, così facendo, sconfina nella pragmatica e nella fenomenologia dell’essere parlante*[2]», co­sì, allo stesso modo, si dovrà cercare la cifra che tiene il paradig­ma della nostra storia nell’azione e nel suo costituirsi: nella legge del desiderio che, passando nel linguaggio, determina l’agire dell’uomo coma soggetto. E come ogni grammatica dei casi pre­suppone una concezione dell’umana prassi sullo schermo fluente dello spazio-tempo, presupposizione che trasforma il continuum dello stare al mondo in una sintagmatica del fare e dell’agire, allo stesso modo la considerazione paradigmatica sotto cui abbiamo posto la nostra storia si fa sintagmatica se vi presupponiamo una
21) “l’objet syntaxique est bimodal par ce qu’il existe deux genres bien définis de relations syntaxiques, Il y a d’une part les relations purement syntaxiques que sont les relations grammaticales et d’autre part les relations souvent dites “sémantiques” que sont les telations actantielles (ou casuelles) prenant en charge les rôles sémantiques […] Les relations grammaticales s’inscrivent dans l’horizon des automatismes du langage. […] Les relations actantielles supportant les rôles sémantiques s’inscrivent en revanche dans l’horizon des rapports entre langue et pensée”. (J. Petitot-Cocorda, Morphoge­nèse du Sens I, Paris, Presses Universitaires de France, 1985, p. 122-123).

concezione (una problematica?) dell’agire e del suo farsi: cosic­ché il significato del paradigma trascenda la sua valenza di gram­maticalità per assumere quella di una eticità, o, meglio, quella del suo fondarsi, per diventare esemplare: exemplum al di là del modello logocentrico, e della “differenza” su cui si fonda.

3) Intermezzo mitico-tematico

Un problema che intriga — e, recentemente, sempre di più — l’analisi del testo è quello del tema, dei temi e della struttura tematica e del rapporto di questi con la struttura “forte”, gramma-narratologica del récit. Secondo Greimas[3], l’insieme delle configurazioni semiche del discorso sono sottoposte ad una selezione da parte degli elementi propri della struttura nar­rativa, dai ruoli attanziali; selezione che avviene ai fini della co-genza testuale e della manifestazione del senso di esso. Ciò pro­voca una tensione fra il narrativo e il discorsivo (fra i ruoli at­tanziali che selezionano dei semi pertinenti da una parte, e dall’altra la ridondanza dei semi del discorso). Ma “un di­scours abstrait est ‘thematisé’, c’est-à-dire qu’ il traite de no­tions, d’origine cognitive (la liberté, la joie, etc.). Il se figurati-vise si […] il a recours à […] des lexèmes qui évoquent des cho­ses, des personnes, des décors du monde sensible. […] La figu­rati visation peut se convertir en ‘iconisation’, étape ultime du parcours génératif visant à produire l’effet de sens ‘ressem­blance avec la vie’.”‘23».

In questa prospettiva gerarchizzante, “si l’on accorde une di­mension lexématique aux configurations discursives, on appellera alors thèmes l’équivalent des sémèmes”*24»; ma in prospettiva di analisi del testo letterario, questa gerarchizzazione fa problema, costituisce una difficoltà. Difficoltà che è già stata sollevata da J. Petitot-Cocorda: “étant donné que les thèmes discursifs actuali­sent des sèmes figuratifs exclus par définition de la sémantique fondamentale, ils ne peuvent, comme nous l’avons plusieurs fois noté, prendre en charge les valeurs produites par celle-ci que par le biais de leurs classèmes ‘liés’. Mais alors on ne voit plus com­ment la narrativité peut faire monter en surface les racines pul­sionnelles de l’imaginaire, comment elle peut être ce jeu inces­sant et infini de simulacres sémiotiques permettant de représen­ter par leurs parcours des tenants-lieu de ces ‘indicibles’ irrepré-sentables que sont le ‘sens’ de la vie et de la mort, de la nature et de la culture, de la différence sexuelle, etc.”(25).

Il Petitot-Cocorda risolve la questione proponendo una classificazione gerarchica all’interno dei temi medesimi, distin­guendo fra prégnances thymiques (o classemi liberi) e temi di­scorsivi (o classemi legati, quelli che stabiliscono l’isotopia del discorso), per cui la semantica fondamentale della narratività deve essere “repensée sous la forme d’une articulation de pré­gnances thymiques (et pas simplement de substance du conte-nu)”(26) infatti “un des grands intérêts de la théorie des struc­tures sémio-narratives est de faire de la narrativité l’élément privilégié où se manifestent les structures profondes de l’imagi­naire. C’est dire qu’elle postule (plus ou moins explicitement) qu’il existe à la base du ‘sens de la vie’ un défaut constitutif de représentation (un ‘trou noir’) et que ce défaut se voit suppléé, médiatisé, par des opérations narratives trouvant dans cette fonction leur sens anthropologique. Lorsqu’elle pose alors que les structures narratives sont contrôlées et finalisées dans leur dimension syntagmatique par des classèmes délocalisés sélec­tionnants et ‘libres’, axiologisés et thymiquement investis, elle postule en fait (toujours plus ou moins explicitement) que ceux-ci sont ‘profonds’ (vie/mort, homme/femme, nature/culture, etc.) et bien que lexicalisables par plongement de la métalangue dans la langue objet, d’une tout autre nature que les sémantèmes et classèmes des figures lexicales. […] C’est pourquoi ils sont peu nombreux et pratiquement universels, et

22)

Cfr. A.J. Greimas, La struttura degli ottanti del racconto in Del Senso Milano Bompiani, 1970.

23)  Cfr. Anne Hénault, Narratologie, Sémiotique générale. Les enjeux de la sé-miotique: 2, Paris, Presses Universitaires de France, 1983, pp. 136-137.

24)  Cfr. J. Petitot-Cocorda, Mophogenèse du Sens /, cit.; p. 255.

— bien que élémentairement articulés — peuvent régir néan­moins de vastes séquences syntagmatiques”(27).

Ma, ci domandiamo ancora, è sufficiente una gerarchizza-zione, anche cosi rifondata dal Petitot-Cocorda, a darci conto di un discorso e di un discorso letterario? È veramente riducibi­le un testo letterario, nella sua essenzialità, a questeprégnances tymiquesl Possiamo essere d’accordo che il senso “forte” di un tale testo possa essere ricondotto a tali pregnanze, ma il sen­so “forte” è anche il senso “vero”? Il senso di un discorso non è anche quello della sua interrelazione fra pertinente e ridon­dante, non è anche quello della messa in discorso e della messa in questione delle pregnanze, del loro essere portate da una prassi quotidiana quanto mai sfumata e variegata? D’altronde se è vero ciò che dice lo stesso Petito-Cocorda, e cioè che “une grande partie de la métapsychologie freudienne (conçue com­me une éthologie anthropologique) peut s’interpréter dans ce cadre comme une théorie de la façon dont le symbolique relaye la prégnance et, ainsi chargé, ‘d’inconscient’, interfère avec le cognitif” e che “l’apprentissage du langage est solidaire d’une ‘catastrophe généralisée’ de la prégnance biologique et que les sources de prégnance sont ‘inconscientes’ en quelque sorte des ‘trous noirs’ de la représentation, des pulsions”<28); se si accet­tano dunque queste considerazioni lo stesso ‘senso della vita’ e dell’uomo non è dato in una interrelazione fra pregnante e di­scorsivo : e la letteratura, allora, non è forse il luogo della mes­sa in scena di questa catastrophe généralisée! non è forse il dire (e il dirsi?) del percorso secondo il quale le pulsioni si riaggan­ciano al simbolico che, in tal modo, rimane “chargé ‘d’incon­scient'” e interferisce col cognitivo? In questo groviglio non c’è già tanta letteratura, buona o cattiva che sia?

27)  ibidem, p. 22028)  ibidem, p. 219

Assumiamo — ma, per ora, in maniera del tutto provviso­ria ed empirica — questa interrelazione come costitutiva del te­sto letterario: è da qui che partiremo, non per appianare le dif­ficoltà, ma per porne delle nuove; ciò pur senza negare l’alto valore teoretico dell’ipotesi di J. Petitot-Cocorda, e i riflessi che può avere sulla pratica filologico-interpretativa (anzi a quest’ipotesi faremo subito ricorso). E d’altra parte il ricono­scimento di una (di più) isotopia discorsiva può essere inteso come una cooperazione fra emittente e ricevente.

Ma se cosi stanno le cose, il riconoscimento di una struttura (ematica del testo presuppone già, in certa misura, l’interpreta­zione di questo, o comunque va almeno di pari passo con l’in­terpretazione medesima, pertanto tale riconoscimento è legato anche ad altri fattori testuali come la sua struttura grammatica­le narratologica, la sua costituzione fenomenologica (in quanto portatore d’azione), l’incidenza che il testo ha con gli inelimi­nabili “interessi” del fruitore, il quale vi porta il proprio mon­do semantico (nel senso più largo del termine: concettuale, ideale, ideologico, etico, pulsionale, ecc.) e riceve, di ritorno, gli stimoli che il testo propone in interazione con lui.

Quanti temi non si possono allora trovare nel nostro Conte du Graall il silenzio e la parola, il disagio sociale, il rapporto madre-figlio, l’acquisizione di un’esperienza, il formarsi della personalità, l’innamoramento, l’amore, la prodezza, l’ingenui­tà, la saggezza, l’accusa, il perdono, lo stato di natura, la civil­tà, e quanti altri mai! La stessa analisi che siamo venuti qui so­pra conducendo presuppone un reperimento di temi basato su interessi, anche nostri particolari, che si pongono su una linea di interpretazione. Il tema andrebbe concepito come un seme­ma: come l’applicazione a un nucleo semantico-grammaticale (attante, predicato, ecc.) di una serie di classemi (talvolta lega­ti, talvolta liberi, o liberi e legati insieme), la selezione dei quali è operata da una cooperazione fra stimoli del testo e “interessi” del fruitore.

Posto quindi, sia pure con tutte le limitazioni suddette, il criterio dell’interrelazione di temi forti o pregnanti e di temi più propriamente discorsivi (e data una, sia pur approssimati­va, definizione di tema), proveremo a vedere, concretamente nel nostro testo, anche se in via necessariamente ipotetica e co­munque provvisoria, l’inverarsi della interrelazione suddetta.

Partiremo dall’ipotesi “forte” e pregnante del mito di Par­sifal proposta da C. Lévi-Strauss. Secondo quest’ipotesi, il mi­to che sta alla base del nostro romanzo può essere considerato come il rovescio del mito di Edipo: a un eroe che risolve gli enigmi rispondendo alle domande è contrapposto infatti un eroe che deve porre dei quesiti; a un eroe che pratica un abuso di sessualità (incesto) è contrapposto un eroe ancora inesperto di essa; ma entrambi i miti che pur divergono in quello che gre-masianamente si chiamerebbe il contenuto invertito, collimano nel contenuto posto che sarebbe l’istituzione della fertilità vita­le contro la sterilità, fatto che si pone in relazione al giusto ed equilibrato uso della parola e della sessualità: non dovendo es­sere, né l’una né l’altra, né in eccesso (Edipo), né in difetto (Parsifal). Ben si può vedere, anche in base a ciò che è stato detto sopra, come i temi qui sopra esposti siano centrali, pre­gnanti, per l’interpretazione del nostro romanzo; ma quanto di esso, del suo “senso” non resta fuori se ci si limita ad essi sol­tanto e alla loro semplice articolazione dicotomica? Si potreb­be anche pensare che il testo, adattandosi alla cultura in cui è immerso e da cui è creato (la cultura cortese della nobiltà feu­dale del medioevo francese), proponga o riproponga un nuovo mito adattato alla contingenza storica. Ma siamo dell’idea che, se anche ci troviamo difronte a una riproposizione mitica, que­sta non sia né pacifica, né totale.

Abbiamo infatti visto, nei paragrafi precedenti, per quale tor­tuosa via narrativa Perceval giunga ad istituire la Cultura contro la Natura; e come vada inteso che la Natura non debba essere eli­minata in opposizione categoricamente dicotomica col suo termi­ne correlativo. Abbiamo anzi visto come la storia faccia un circo­lare ritorno indietro e raggiunga, alla fine, il punto di partenza: la Madre-Natura, luogo a cui, d’altronde si arriverà non già real­mente ma simbolicamente per la mediazione del desiderio.

Ci si può allora domandare se questo percorso tortuosa­mente circolare non sia necessitato, piuttosto che dal fatto di dover-voler fondare o riproporre il mito della cavalleria proiet­tandolo sulle pregnanze timiche di un mito arcaico e inconscio, non sia necessitato invece dall’esigenza di rifondare la cavalle­ria! non si tratterebbe quindi di opporre la Cultura-Cavalleria alla Stato selvaggio-Natura: la cavalleria è già infatti un dato di fatto, ma la sua “cultura” è insufficiente proprio per la sua drastica opposizione alla “natura”.

Si potrebbe allora dire che la posizione del mito-poeta, di

Chrétien, sta sopra un’opposizione paradigmatica già costitui­ta e da lì parassitariamente agisce la sua conversione e la sua sovversione. Ed è da questa specola che parte la fluttuazione tematica, la quale, solo dopo che il circolo sarà concluso, potrà trovare stabilità strutturale e renderci conto di certe ambiguità tematiche (come la sterilità del gastepaìs, della madre di Perce­val e del Re Pescatore, dove però il nostro eroe è più che ben nutrito) o di temi apparentemente estranei come quello della colpa e del perdono.

E che questo mito di rifondazione non porrà più una catego­rica opposizione dicotomica, ma riassorbirà quest’opposizione per la via del simbolico; e semmai la nuova opposizione sarà: opposizione/eliminazione (o riassorbimento) dell’opposizione; più che la proposizione o la rifondazione di un mito, Chrétien sembra proporci il superamento della logica mitica: infatti nes­suna nuova sostanza di contenuto ci viene data (si tenga conto del fatto che gli insegnamenti che Perceval, alla fine della vicen­da, riceve dall’eremita sono sostanzialmente quelli che aveva avuto dalla madre: nessuna inversione di contenutola).

Il ‘senso’ del romanzo sarebbe allora quello della necessità di un rifondarsi universalizzato: ed è così che il testo può proporre, e noi d’altro canto comprendere, dei temi come quello dell’orgo­glio – tanto quello prepotente dell’Orgueilleus de la Lande o dell’Orgueilleuse de Nogres, suo riflesso speculare, tanto quello più “raffinato” di Gauvain; oppure tenui come quello del sel­vaggio e dell’ingenuo, che solo apparentemente sono un unico tema: Perceval è spesso visto come un selvaggio allo stato di na­tura, ma v’è chi vi sa scorgere tutte le sue potenzialità e l’umana simpatia che da lui promana proprio grazie al suo essere allo sta­to di natura, che allora non sarà più uno stato selvaggio, ma sarà invece ingenuità: proprio quella virtù che lo fa grande.

29) Cfr. la noia (1)

Tutti i cavalieri devono allora rifondarsi, e innanzitutto co­me singoli, riassumendo lo stato di natura materna per supe­rarlo senza obliterarlo, per avere coscienza che ogni cultura è tale proprio in quanto si oppone alla natura che resta pertanto

ineliminabile e il cui oblio causa la catastrofe, sia come dato di fatto, sia come dato etico.

E al di là della contingente problematica della cavalleria, Chrétien ci ricorda che se la Cultura, cosi come ogni linguaggio e ogni codice, si basa sull’opposizione di dati diversi, sulla “differenza”, questa “differenza” non andrà certo abolita, pena il non funzionamento della Cultura, ma andrà considera­ta come tale: nell’insieme dei suoi termini opposti riassorbiti nella totalità che li pone.

Un meta-mito, allora, quello di Perceval-Chrétien? forse, visto che propone una dicotomia che ha come uno dei suoi ter­mini, il superamento della dicotomia. Ma preferiamo vederci la proposizione del poetico, specie se prendiamo in considerazio­ne dei temi come quello del codice, della sua necessità, della sua limitatezza, della necessità di superarlo senza cancellarlo; il tema della necessità di reintroiettare l’oggetto dopo averlo ap­punto “oggettivato”, di superare insomma la pur necessaria “differenza” del logocentrismo.

Ma i temi della colpa, dell’imputazione e del perdono (in­sieme con l’interrogativo, che il lettore si pone, sul loro perché e sulla loro connessione narrativa; i temi dello stato selvaggio e della ingenuità – temi questi ultimi che assai spesso hanno costi­tuito problemi interpretativi nodali e centrali della critica chre-stieniana) non possono, questi temi non agganciarsi al proble­ma della responsabilità dell’azione, dei suoi motivi e della sua intenzione: a quei termini cioè che costituiscono quella che P. Ricoeur chiama “la rete concettuale dell’azione”‘30‘.

4) L’azione di Perceval.

Così stando le cose, il testo allora non può non essere visto dalla parte del ricevente, dal punto di vista di una “estetica del­la ricezione”; nel senso, anche, che la genesi del testo in quanto tale parte da un insieme di dati che il fruitore percepisce in ma­niera complessa, forse caotica, ma che tendono a disporsi in ordine. Se è vero che un certo percorso di lettura (più profon­do, ma, proprio per questo, più ingenuo) tende a selezionare quegli elementi di senso che possano più facilmente inserirsi den­tro lo schema logico-semantico greimasiano, attraverso l’investi­mento semantico degli attori-attanti e della topologia entro cui l’azione si svolge, pur tuttavia una certa parte di materiale che è necessaria alla mimesi si mostra “eccedente”, “ridondante”, ri­spetto all’investimento di tale logica del senso. La percezione de­ve allora compiere il lavoro dipertinentizzare ciò che è “necessa­rio’, ma è proprio questo lavoro che assume significato estetico, ed è in questo lavoro che il racconto si pone come testo. Ciò che “resta” viene valorizzato dal lavoro di percezione come lo scot­to da pagare per il raggiungimento di un senso.

Perché è in questo resto scottante, in questa “histoire que nous entendons être dans un rapport de priorité et de causalité au récit”‘30 che il racconto, il récit si pone come un ordine, come il senso “forte” di cui sopra si parlava (e che, per il nostro romanzo consisterebbe nell’affermazione della Cultura sulla Natura: nella disalienazine dalla “tirannia” materna; e inoltre nella fondazione di una “nuova” cavalleria). Ma se il senso forte non può fare a meno di chiamare in causa Vhistoire, nella quale esso deve fare or­dine, il “vero” di questo senso sta anche in questa chiamata in causa, nella rivisitazione di quel materiale di storia in cui va posto ordine: il senso forte viene allora alterato – nello stesso tempo in cui viene determinato – dal percorrimento medesimo di questo materiale, dalla sua presa in considerazione.

Ciò che è però proprio del nostro romanzo è che a questo ripercorrimento è chiamato il protagonista prima ancora che il lettore. È al protagonista che deve essere chiaro non solo il sen­so, ma anche la genesi di quell’azione che lo porta a essere un “nuovo” eroe mitico, e l’instauratore di un senso forte: pro­prio del suo essere primariamente, agente d’azione. Tuttavia il discorso narrativo dell’Autore lascerà che questa genesi sia ri­costruita e posta dal lettore il quale deve ricostruire, per com­prendere il testo, ciò che Perceval medesimo deve sapere; e il

quale deve percorrere al posto di/per Perceval la genesi di un senso all’/dell’azione che si suppone Perceval intuisca, ma che l’Autore (il suo discorso narrativo) non esplicita. Ciò che costi­tuisce una sorta di trasfert in cui il lettore si sovrappone all’eroe e vi si identifica come processo (di lettura). Sarà cioè il lettore che dovrà ricostruire (al posto di Perceval) il significato della relazione per cui l’aver causato Perceval la morte della madre sia a sua volta causa del suo tacere dinnanzi al Graal, e come questo fatto sia, ancora, causa delle disgrazie che avver­ranno al Re Pescatore e/alla sua gente. E sarà il lettore che do­vrà dire che cosa significhi imputare al nostro eroe tutta questa sequela consequenziale di misfatti, a lui che non si è mai reso conto, nella sua “ingenua innocenza”, di niente. E quando di­ciamo che il lettore deve trovare un significato per tutto ciò, in­tendiamo, qui, dire non il significato della e per la interiorità dell’eroe, ma un significato per il récit (il primo significato ab­biamo tentato di darlo nei paragrafi che precedono).

Questo senso forte risulta quindi instaurato da un processo che legge la storia a ritroso fino alle sue scaturigini e ne trae una legge, una semantica dell’azione che determina l’eroe in­nanzi tutto come agente d’azione rendendogli conto di questa determinazione stessa, dalla quale e per la quale il senso forte resta stabilito. L’essergli un fatto imputato come colpa rende l’eroe, per ciò stesso, responsabile (e quindi agente d’azione!), mentre la connessione causale delle colpe gli chiarisce le moti­vazioni (sia come causa che come fine – e si ricordi che la di­sgrazia cui andrà incontro il reame del Re Pescatore in seguito alla colpa del protagonista, è la stessa situazione di disgrazia cui già soggiaceva la madre di questi al principio della storia!): chiarificazione che determina il fare pulsionale di Perceval co­me un agire (in quanto) mosso dal desiderio, e rende il soggetto di esso, ancora, un agente d’azione, responsabile.

Ed ecco perché Perceval instaura questo senso e questo mi­to malgré lui, senza “rendersene conto”, senza averne inten­zione, al contrario degli altri eroi chrestieniani che paiono agire per un fine e con una motivazione già dati, che se anche non ci vengono esplicitati dal discorso narrativo, sono comunque “presenti” agli eroi che si mettono in cammino con un atto di volontà perfettamente (pre)determinato nei confronti di quella che, alla fine, sarà la situazione, la posizione di senso da loro stessi costruita. Perceval apprende a posteriori le motivazioni che lo muovono, e in questo apprendimento egli (il lettore) dà ad esse un senso, o, meglio, la base da cui esso può prendere le mosse. Pertanto “la vérité du récit, c’est donc ce qui résulte de la forme et de la force du discours narratif en tant que ‘corrigé’ de l’histoire, cette version des événements qui nous amène à di­re: ‘les choses ont dû se passer ainsi’, où notre ‘ainsi’ contient implicitement un jugement en ce qui concerne la forme et la force rhétoriques créés par la liaison des événements, des cau­ses et des effets”02».

32) ibidem

Ma quanto abbiamo poco sopra detto riguardo alla pro­gressione del protagonista – il suo fare pulsionale che diviene un agire mosso dal desiderio, e pertanto azione responsabile – non richiama in causa le modalità d’azione (del potere, del volere e del dovere) elaborate dalla narratologia strutturale di ascendenza greimasiana? Se così è, e se la problematica del no­stro romanzo consiste nella progressione del protagonista in quanto egli acquisisce man mano queste modalità, attraverso però il processo che porta alla coscienza di tale acquisizione (in modo quindi diverso dall’eroe mitico, per il quale detta acqui­sizione costituisce un dato di fatto, un semplice evento), allora il nostro romanzo è la messa in scena del costituirsi di uno sche­ma semantico nel quale e per il quale il fare prende il significato di agire, e di un agire che genera senso. Per il nostro romanzo, in altre parole, le categorie suddette non sono termini a priori, ma dati problematici che incidono sulla coscienza, gradini di un percorso che non è pacifico o che comunque non è determi­nato all’eroe dall’esterno, ma che deve essere da lui (ripercor­so interiormente, nel loro significato primariamente linguisti­co: cioè in relazione con il vissuto, prima ancora che nel loro si­gnificato metalinguistico-grammaticale. Il nostro romanzo si pone allora come indagine sul senso dell’agire mitico, come scrittura che ne postula la necessità prima ancora di affermare un senso, un senso “forte”.

Poiché dunque è sull’azione come tale che il nostro roman­zo si incentra, è di questa che ora ci occuperemo, della sua “se­mantica”, della sua “grammatica” (e della loro interrelazione), del fondarsi di questa su quella.

Tutta la prima parte del romanzo, fino all’episodio del ca­stello del Graal, ci appar dominata da un Perceval ancora allo stato selvaggio, ancora preda delle sue stesse pulsioni e del pro­prio “immaginario”, già dotato di un potere, ma non ancora pienamente di un volere, dominato, potremmo forse dire, da quello che P. Ricoeur chiama il “corpo proprio” ossia “il cam­po della motivazione per eccellenza. Ciò che, nella nozione di motivo, non si lascia ridurre a una ‘ragione di…’ (fare questo o quello), […] ciò che, nel motivo spinge o attira”, ciò che “è im­plicato nello strato dell’involontario assoluto”, in quanto nell’azione il corpo (il “proprio” corpo, il “mio” corpo) è ciò che “non solo sfugge alle mie intenzioni, ma anche che mi prece­de nell’azione”, “anteriorità disposizionale” che “si rivela in un certo numero di esperienze-limite” che stanno “sotto il segno dell’involontario assoluto:  esperienza di  essere già nato

–  esperienza di avere o di essere un carattere non scelto – espe­rienza di essere ‘portato’ da un fondo pulsionale largamente in­conscio, che è come la terra sconosciuta della sfera psichica”‘331.

Tutto ciò non significa che nell’azione di Perceval manchi una volontà: certamente egli vuole diventare cavaliere, vuole baciare la damigella della tenda, vuole le armi del Cavaliere Vermiglio e pertanto vuole anche ucciderlo. Ma questa volontà si rivolge a degli oggetti cha ancora non sono stati filtrati dal linguaggio, che sono, per lui, ancora prelinguistici (non sono ancora oggetto di desiderio, ma solo, appunto, di volontà), so­no ancora “immagini” delle sue pulsioni. E ci si deve inoltre chiedere – interrogativo, ben evidentemente, non secondario

33) P. Ricoeur La sémantique de l’action. 1ère panie: Le discours de l’action, Pa­ris, Editions du CNRS; 1977; tr.it. La semantica dell’azione. Milano, Jaca Book, 1986, p. 170.

–  Perceval vuole anche provocare la morte della madre? vuole anche provocare l’immeritata punizione che la damigella dovrà lubire dall’Orgueilleus de la Lande? vuole anche, uccidendo il ( ;ivaliere Vermiglio, rendere giustizia dell’offesa che questi ha perpetrato nei confronti di Artù? Ben evidentemente no! sono tutte conseguenze, queste che sfuggono alle sue intenzioni; il volere di Perceval è finora un involontario assoluto, il soddi­sfacimento di una intenzione vuota: ciò che rende la sua inge­nuità simpatica e, allo stesso tempo, temibile. Ciò che manca a Perceval è il dominio del “proprio corpo”, non certo la sua eli­minazione: non solo perché esso è ineliminabile, ma anche per­ché, come dice lo stesso Chrétien, le sue qualità naturali sono positive, egli sa bene apprendere l’arte della cavalleria “Car il i venoit de nature/Et quant nature li aprent/Et li cuers del tot i entent, ne li puet estre rien grevaine/La ou nature et cuers se paine”. (vv. 1480-1484)

Il dominio del corpo proprio viene dall’eroe raggiunto me­diante gli insegnamenti del suo maestro Gorneamant de Goort, dal quale apprende un codice di comportamento che gli per­metterà di imbrigliare le pulsioni, di dare maggiore spessore al suo volere; tanto che l’impresa compiuta per la salvezza e per amore di Blanchefleur, si potrebbe configurare come azione pienamente volontaria e libera – ma fino a qual punto possa es­sere considerata come tale, già lo abbiamo visto in precedenza.

Perceval insomma non può, fino a questo punto, ancora dir­si pienamente agente d’azione, in quanto il codice che ha imbri­gliato le pulsioni, il corpo proprio, e ha reso “più libera” {?!) la sua volontà, ha sì fatto sorgere impetuosamente il desiderio, co­me precedentemente abbiamo detto, ma non ha saputo (né pote­va sapere) congiungere il desiderio e la volontà: non ha saputo far passare nel linguaggio il desiderio; anzi, sappiamo, ha sbar­rato la strada a questo processo {“Or ne dites jamáis, biax frere,/Fait li preudom, que vostre mere/Vos ait apris rien, seje non (vv. 1675-1677), così Gornemant ammonisce Perceval, can­cellando la madre, la radice del desiderio, dal codice linguistico). E Perceval sarà così preso da due e fra due forze: il desiderio, che lo riporta e lo sospinge, di ritorno verso la madre da una parte, mentre dall’altra egli è spinto dal volere che un evento nuovo, un nuovo inciampo, gli presenta reiteratamente.

Se ora l’azione del nostro eroe non sfugge più alle sue inten­zioni, a lui non sono però ancora chiariti i motivi, ad essa non è

data significazione, essa non è sottoposta al desiderio che anco­ra agisce in maniera indipendente e slegata dall’azione: esso agisce “come semplice impressione affettiva” mentre dovrebbe essere esattamente il contrario; la sua azione dovrebbe essere informata dal “carattere di desiderabilità” “criterio” questo che “esclude che il desiderare (wanting) si riduca ad una sem­plice impressione affettiva che si potrebbe ritenere ineffabile. La nozione di carattere di desiderabilità ha come proprio di rendere manifesta l’appartenenza del desiderio all’ordine del linguaggio. Il desiderabile infatti esprime l’entrata dell’energia pulsionale nella sfera della significazione”‘34‘. Mentre il codice di Gornemant ha impedito proprio quest’entrata; ed il deside­rio rimane per l’appunto impressione affettiva. Perceval, a questo punto, può anche essere soggetto di un’azione gramma­ticalmente intesa, può anche essere l’eroe, il soggetto mitico che instaura la Cultura contro la Natura; ma non è ancora agente d’azione: in quanto di questa non gli sono chiari i moti­vi con i quali si mira “più a dare una significazione che non a dare una spiegazione”, a renderla intellegibile a sé stessi e agli altri’35‘, e fra i motivi dell’azione quel “carattere di desiderabi­lità” del suo fine è il principale; proprio del motivo è “con­giungere una certa idea di forza con una certa idea di senso”(36); ma il “confine fra il naturale e il culturale, tra la forza e il senso è costituito dal desiderio”‘37‘. L’azione motiva­ta è dunque quella che si fonda sul desiderio detto, sul dirsi del desiderio, che, stando al confine fra il naturale e il culturale, non oppone Cultura a Natura, come invece Perceval fino a questo momento sta facendo. Essere agente d’azione significa dunque stare ad di là di quest’opposizione.

34)  ibidem p. 7235)  ibidem p. 6836)  ibidem p. 7737)  ibidem p. 80

Ed ecco quindi la necessità del simbolico come espressione linguistica del desiderio; il simbolo, infatti, ha per significante un dato oggettivo e reale, concreto, dato che però slitta su un altro piano, quello del significato, tramite la contiguità, la so­miglianza dei dati concreti del significante e del significato.

Il simbolo sta così a mezza strada fra la forza (del concreto, del dato, reale o immaginario, ma comunque prelinguistico) e il senso che si produce attraverso lo slittamento della somi­glianza. Il simbolo sta dunque nello stesso luogo del desiderio, tra Natura (realtà, Madre, bisogno) e Cultura (codice, Gornemant-Padre, oggettualità).

L’occasione di cogliere il simbolico, al di là del codice, Per­ceval l’avrebbe al castello del Re Pescatore: qui egli potrebbe percepire il Graal nel suo valore di simbolo. Ponendo la do­manda, le “immagini perinatali” che lo captano con forzam, la presentita contiguità col materno che si manifesta nella lu­centezza del Graal e nel suo essere – come ogni Madre – il vaso dell’abbondanza sarebbero passate, mantenendo tutta la loro concretezza di realtà e di immaginario, nel senso del significa­to. Ed è proprio sotto la forma di una domanda che questo passaggio, questo slittamento dovrebbe avvenire: perché è nel­la domanda, con la sua illocutività, che si pone ITO e il TU; è nella domanda che il linguaggio si pone non come codice, ma come riconoscimento (desiderio) dell’altro (dell’Altro): “de che et d’eì/Avriiez vos mestier”(v\. 3026-2027) dice, alquanto sibillinamente, il Re Pescatore a Perceval che gli domanda ospitalità: “di questo e d’altro (di altro, dell’altro: dell’Altro?) avreste bisogno!”

Il desiderio, passato nel linguaggio, avrebbe allora in comu­ne con “tutti i motivi – sia che ‘guardino indietro’ o che ‘guar­dino in avanti’ sia che interpretino l’azione o che l’articolino in una catena di mezzi e di fini – che la cosa da fare sia posta ad una certa distanza dall’azione immediata. Questa distanza non è soltanto una distanza nello spazio o nel tempo”, essa è una

nella sua fantasia di onnipotenza che è, nella realtà, impotenza (riflesso speculare dell’impotenza, anche e soprattutto sessuale, del Re Pescatore). Parlare avrebbe allora significato per Perceval assumere su di sé la propria relatività; “perché dire significa riconoscere un altro da sé prima nel mondo esterno, poi nel mondo interno cui indiriz­zare la comunicazione sottesa alle parole: ‘io non sono tutto’, ci sei anche ‘tu'”, (A. Schòn, Il silenzio nel mito, cit., pp. 24-25). È questa l’insufficienza – la colpa! – di Per­ceval: la madre, viva nell’intima simbiosi che non ha bisogno di parole, è morta al lin­guaggio dell’oggettivazione che vorrebbe negarla e obliterarla; e Perceval, che si crede onnipotente, dovrebbe invece relativizzarsi nell’ammettere l’altro: l’Altro, il “tu”, e così veramente (ri)nascere, co-nascere con la madre, che sarebbe fatta (ri)vivere – esi­stere – attraverso l’ammissione della relatività e dell’insufficienza di chi è chiamato a parlare e a costituirsi come Sé, a trovare quella “parola” che “est coextensive à l’être”; a superare quella “asymétrie constante entre interpellation et réponse”, la quale “finit par creuser un abîme, celui de la perplexité et de l’aphasie, du silence en-deça du discours”; pertanto “la longue errance du héros dans sa quête du Graal aura pour tâche de couvrir cette béance dans le déploiement de la parole”. (M. Stanesco.Le chemin le plus long: de la parole inlempeslive à l’economie du dire dans le Conte du Graal, in “An Arthurian Tapestry. Essays in memory of Lewis Thorpe”, edited by K. Varty, Glasgow, The French Department of the University, 1981, pp. 287-299).

“distanza fenomenologica” che distingue il desiderio da una semplice impressione e “gli dà… la dimensione intenzionale che fa da supporto al linguaggio. Per questo carattere il deside­rio è un ‘mirare’…”(39).

Facendo accedere il desiderio al linguaggio, Perceval sareb­be diventato veramente agente d’azione e la modalità del volere sarebbe stata pienamente istituita non solo grammaticalmente, ma anche secondo la semantica dell’azione rendendo cosi l’eroe veramente Soggetto (del fare e dell’agire).

Tuttavia questa azione mancata porta ugualmente Perceval ad istituirsi come agente: infatti la domanda non posta ha co­stituito comunque un dato, un atto che produce degli effetti, delle conseguenze che possono essere imputate all’eroe il quale, per ciò stesso diviene agente d’azione. Infatti “noi diciamo che qualcuno ‘ha fatto’ una cosa: a) se è una causa rilevante (in particolare nel caso delle azioni complesse [e il tacere di Perce­val è una azione di questo tipo]; b) se l’autore è identificabile (nell’eco’ semplice o complessa); c) se l’azione gli può essere imputata (se è essa è virtualmente meritevole di biasimo o di lo-de)”(40). È dunque per la responsabilità dei suoi atti che Perce­val diventa agente.

39)  P. Ricoeur, La semantica dell’azione, cit., p. 7340)  ibidem, p. 94

Questo fondarsi dell’agenti vita su di un dato negativo, su una non-azione è certamente un dato retorico che, nel discorso narrativo, assume un grado e un valore di notevole fecondità e si pone come molla che rilancia la narrazione e il senso di essa. E questa retoricità dà un altro dato retorico: laddove si dovreb­be dire che qualcuno è agente per il fatto che un suo atto gli è attribuibile anche, fra l’altro in quanto questo qualcuno è un soggetto identificabile, qui abbiamo invece che, tutt’al rove­scio, Perceval “trova” la sua identità, “Devine et dist que il avoit/Perchevax li Galois a non (vv. 3574-3575); un ritrova­mento al di là della propria consapevolezza però: il Narratore sottolinea infatti che l’eroe che si è ritrovato “ne set s’il dist voirou non. /Mais il dist voir et si nelsot” (vv. 3576-3577). Co-

me dire che è la chiamata alla responsabilità, in sé stessa, e pri­ma ancora della esplicitazione dei dati e delle ragioni che la de­terminano, a rendere un attore (un semplice portatore di atti) un agente, un individuo munito di identità.

Va sottolineato inoltre che, se Perceval raggiunge la cogni­zione della sua colpa, anzi delle sue colpe e del nesso di casuali­tà che le lega (provocata morte della madre in seguito all’ab­bandono -3> mancata domanda sul Graal -» disgrazia per il Re Pescatore e il suo reame), a lui non sono esplicitate le ragioni di questa connessione causale ‘.perché mai il peccato nei confronti della madre/a tacere sul Graal? e perché mai questo tacere pro­duce disgrazia al Re Pescatore? Né queste ragioni sono rese esplicite a noi, i lettori, che dobbiamo invece ricavarle dalla let­tura del testo in quanto testo, in quanto narrazione e discorso, in quanto processo. E d’altra parte né il protagonista – né il Narratore – sembrano preoccuparsi di ricercare queste ragioni: ciò che preoccupa Perceval è l’essere responsabile in quanto ta­le, la sua imputazione, il fardello del peccato che gli grava sulla coscienza; dopo l’imputazione della Dama Orrenda, Perceval si impone di compiere qualunque cosa finché “// del graal savra/Cui l’en en sert, et qu’il avrà/La lance qui saine trovee/Et que la veritez provee/Li ert dite por qu’ele saine;/Ja nel lairapor nulepaine” (vv. 4735-4740): a lui interessa lo scac­co – di cui è imputato – in se stesso, non la sua dinamica, il suo profondo, quello che deve portarlo al pentimento: Perceval an­cora non è giunto al culmine della sua parabola perché ancora non ha compreso che il suo peccato consiste non già nell’igno-rare le risposte alle mancate domande, ma proprio nell’aver mancato alla domanda; e sarà solo nella sua contrizione di pe­nitente che avrà le risposte ai quesiti: all’eremita confesserà il suo aver taciuto, non il suo ignorare.

E a questo punto va certamente detto che il nostro eroe è chiamato alla propria responsabilità due volte; la prima volta, subito dopo lo scacco, dalla cugina, la seconda dalla presenza della corte arturiana, dalla Dama Orrenda, dopo che egli si è pienamente integrato nella società cortese-cavalleresca. La pri­ma chiamata assume un valore privato ed etico, la colpa è pre­sentata come peccato; la seconda assume un valore giuridico e pubblico di vera e propria imputazione (di incriminazione si starebbe per dire). Ma se alla responsabilità morale Perceval cerca di sfuggire (“Et des que eie [la madre] est mise en terre,/Que iroie jou avant querre?” (vv. 3621-3622), cosi Per­ceval cercherà di mettersi in pace con la propria coscienza: del resto “Les mors as mors, les vis as vis” (v. 3630)!) immergen­dosi nella ricerca di nuove e diverse avventure, alla responsabi­lità giuridicamente posta, all’imputazione vera e propria, Per­ceval non sa sfuggire e ne ha uno choc. L’eroe intende la pro­pria responsabilità solo in quanto essa si ponga in una dimen­sione “pubblica”, che, proprio perché tale, mina queWideale-deli’-io che costituisce la base in cui ogni soggettualità si affer­ma; mentre il privato, proprio perché tale, non costituisce uno specchio narcisistico.

In ogni caso la prima chiamata alla responsabilità, quella che avviene nel privato, ha come conseguenza, per il nostro eroe, l’ac­quisizione di quella capacità che difronte al Graal ancora non aveva – di accedere alla significazione per la via del simbolo: di lì a poco Perceval andrà infatti incontro all'”aventure” delle tre goc­ce di sangue sulla neve. Quest’avventura saggerà le sue capacità per le quali un dato reale, una ”jante [che], navreeelcol […] sain-na trois goutes de sane” può far sì che a lui “sambla naturai co­lor” (w. 4186-4189); un dato reale può diventare seg«o (ed è da notare che se l’edizione da cui noi citiamo hasainna “sanguinò”, altri manoscritti riportano seigna “sanguinare”, ma anche “se­gnare”: il sanguinare è immediatamente un segnare una traccia, un segno sul foglio bianco della neve!); segno però “naturale” (“sambla naturai color”), che arriva al significato per via di un naturale sembrare, per via della contiguità concreta fra il dato reale-materiale del significante e il dato immaginario del significa­to. E nel prodursi di questa significazione, per la quale “lisainz et la nois ensamble/La fresche color li resamble/Qui ert en la face s’amie,/Si pense tant que il s’oblie” (vv. 4199-4202); in questa si­tuazione Perceval rimane pensoso e dimentico di sé, si elide come soggetto “forte”, tetico, ma diventa soggetto nel gioco del rifles­so e dello sguardo: “en l’esgarder que ilfaisoit,/Li ert avis [a-vis], tant liplaisoit,/Qu’il veist la color novele [di vedere il colorito fre­sco, novello, o di vedere “di nuovo” “la replica”]/De la face [del vis, del “viso”] s’amie bele” (w. 4207-4210).

Questa è la posizione che avrebbe dovuto avere davanti al
Graal: anche lì avrebbe dovuto elidersi come soggetto tetico, per “rivedersi” nel riflesso “debole” del Re Pescatore, attra­verso la trasfigurazione nel simbolico del Graal, e non solo quindi sotto la impressione immaginaria di esso. Ma è proprio soltanto a questo punto della sua storia che Perceval può acce­dere al simbolico: nel momento in cui egli ha cognizione che l’oggetto (gli oggetti?) del suo desiderio non esiste più nella realtà: la madre è morta e l’amie, non attinta, è lontana; è nel momento in cui si rende conto che l’oggetto è cancellato dalla realtà per la sua stessa responsabilità, che egli “deve” recupe­rarlo per altra via.

La chiamata alla responsabilità e l’imputazione pongono in tal modo la terza modalità dell’agire narrativo grammatical­mente inteso: la modalità del dovere. Perceval deve ora lottare con sé stesso (e non si dimentichi che la modalità del dovere po­ne, secondo C. Todorov, il conflitto grammatical-strutturale fra il Soggetto e l’Antisoggettom), per elidersi completamente come soggetto tetico e ritrovarsi nel simbolico (nel “vero” lin­guaggio in cui il desiderio deve passare per diventare motivo dell’azione), per ritrovarsi, come soggetto, nell’unione dell’im­magine archetipa del proprio desiderio congiunta con la realtà del suo essere pragmatico-sociale (del suo essere cavaliere di Re Artù); per ritrovarsi nella congiunzione dell’io-ideale con l’ideale-dell’io. Compito difficile, ben evidentemente! Si tratta di nient’altro che di un atto d’amore, che si attua nella contri­zione, nella rinuncia a sapere una risposta e nel rimorso di non aver posto una domanda; perché è solo il continuo domandarsi che è la molla in cui il senso non cessa di prodursi, di rigenerar­si; perché è solo nella perenne posizione di chi si sente sempre responsabilmente mancante, che il simbolico si produce come capacità di saturare la mancanza, come perdono della colpa di averla procurata a sé stessi: perdono che supera l’imputazione nell’amore: luogo in cui si riassorbono il corpo proprio delle pulsioni – il POTERE, il motivo all’agire innestato sul deside­rio – il VOLERE, l’imputazione che genera colpa – il DOVE­RE; luogo dove si deve arrivare a volere nient’altro che quello che si può e dove si può arrivare a volere ciò che si deve. Ecco perché il compito di Perceval in quanto cavaliere è sempre quello che fin dal principio la Madre gli ha raccomandato, che Gornemant gli ha ribadito e che l’eremita gli conferma.

Ma anche riconosciuto che la centralità del processo scrittura-lettura del nostro romanzo è costituita dal problema della genesi dell’azione, le categorie grammaticali-narrative di ascendenza greimasiana non vengono superate, sia perché, come si è appena visto, gli elementi della “rete concettuale dell’azione” possono coincidere con le categorie delle modalità dell’azione, sia perché anche l’azione fenomenologicamente in­tesa non disconosce i termini semici dell’azione grammaticale. Un’azione intenzionale e motivata introduce di per sé i termini di Soggetto e di Oggetto, e la catena di azioni, per giunta teleolo-gicamente determinate, non può non proiettarsi sui termini di Destinatore e di Destinatario; il Destinatore infatti è il deposita­rio delle chiavi del volere del Soggetto, colui che innesca in esso la volontà, il depositario di quei valori in nome dei quali il Sog­getto è istituito come volente agire, proiettando in essi le sue pul­sioni (il suo potere) che così diventano desiderio; il Destinatario è invece il termine teleologico dell’azione mirata, motivata attra­verso il carattere di desiderabilità dell’Oggetto, la cui acquisizio­ne è sempre/?*?/- qualcuno (sia pure, questo qualcuno, il Soggetto stesso); perché è proprio dell’azione determinata dal puro pote­re, senza che il volere vi intervenga, l’esaurirsi di essa nella pura acquisizione dell’Oggetto, che non viene pertanto “trasferito” neanche al Soggetto medesimo (il semplice gratificarsi dell’aver “preso”, senza che si sia posseduto).

Come poi VAntisoggetto sia implicato nel concetto dell’agentività che risulta dalla chiamata alla responsabilità e dall’imputazione, lo abbiamo visto: l’Antisoggetto è il termine posto dalla responsabilità medesima del Soggetto, in quanto la responsabilità è anche l’impegno contro tutto ciò, contro tutti quegli (tf«//)valori che possono frapporsi all’azione mirata, e compiuta in ragione dei valori che si sono assunti.

E ben ovvio – e la cosa va ben chiarita – che non tutte le nar-

razioni rendono conto della “rete concettuale dell’azione”, non tutte le narrazioni seguono il generarsi di questa rete nei suoi elementi semantici costitutivi; ma tutte le narrazioni la danno per scontata, anche le più semplici (?!); cosi come la dà per presupposta la grammatica narrativa.

Quest’ultima considera l’azione soprattutto nei suoi effetti e nei cambiamenti che produce; effetti che si risolvono poi so­stanzialmente in un trasferimento di oggetti istituiti come valo­re da parte e per conto di Atlanti valorizzati in un certo modo contro altri Attanti valorizzati in modo contrario. Per la gram­matica greimasiana, l’azione si risolve nel porre certi valori, contro (VERSUS) certi altri, nel “porre” la “differenza” come creatrice di significato.

La considerazione dell’azione da un punto di vista fenome­nologico, dal punto di vista della “rete concettuale” di essa (basata sull’analisi del linguaggio che ìadice) vede invece il sen­so dell’azione narrata non negli effetti che essa produce, ma nella genesi che la produce. Una considerazione grammaticali-sta si chiede: “che cosa produce il Soggetto (o in genere gli At­lanti)! Quali valori contro quali altri egli (essi) afferma(no)?”. La semantica fenomenologica dell’azione si chiede invece: “co­me e perché un Soggetto d’azione arriva a produrre certi effetti (qualunque essi siano), quali sono le determinazioni che lo por­tano a produrre un (qualunque) senso?”

Ma le due considerazioni dell’azione non possono fare a meno l’una dell’altra. La prima (quella grammaticalista-greimasiana) istituisce infatti gli Attanti sulla base delle moda­lità d’azione, e abbiamo visto come queste modalità trovino la loro stessa radice all’interno della “rete concettuale dell’azio­ne”; mentre la seconda considerazione (quella fenomenologi-ca-ricoeuriana) non può fare a meno di proiettare i termini del­la sua propria semantica su dei termini grammaticali, se vuole che questa sua semantica si manifesti narrativamente: dovrà pur postulare un Soggetto che perviene al fare, per certi motivi per conto di certi valori e contro altri valori. La rete concettual-fenomenologica dell’azione non può non proiettarsi su una re­te grammaticale del tipo”X/a Yper W, per conto di Z e contro T”. La semantica fenomenologica non può non manifestarsi sulla scena di quel piccolo-grande “dramma” che è non solo ogni narrazione, ma anche ogni frase linguistica. Lo stesso fon­damento dell’analisi semantica ricoeuriana basata sul linguag­gio, in modo da sfuggire all'”intuizione che un soggetto ha del proprio vissuto” e per fondarsi sulP”enunciato pubblico dell’azione “(42), non può non chiamare quell’elemento, quel dato, quella struttura che istituisce la pubblicità dell’enunciato: la grammatica, la forma in cui l’esperienza dell’uomo si orga­nizza linguisticamente.

42)  P. Ricoeur, La semantica dell’azione, cit., p. 3843)  ibidem, p. 7444)  ibidem, p. 7845)  Dice infatti P. Ricoeur, ibidem, p. 130 “Qui bisogna elaborare un concetto in­termedio di desiderio (wanting) che sia ad un tempo un motivo e una causa: un motivo in quanto il desiderio è legato al campo di motivazione per il suo “carattere di deside­rabilità”; una causa in quanto il desiderio è separato dalla sua relazione con il campo di motivazione nel quale i motivi possono essere confrontati e valutati gli uni in rela­zione con gli altri”, cioè detti.

Quando P. Ricoeur dice che “l’intenzione [uno degli ele­menti della rete concettuale dell’azione] risponde alla domanda ‘che cosa fate?’ domanda che serve perciò a identificare, a no­minare, a denotare l’azione (ciò che ordinariamente chiamere­mo il suo oggetto, il suo progetto”‘43» [l’ultimo corsivo è no­stro] non viene già ad istituire Yattante oggetto! Quando egli fonda la motivazione sul desiderio che dà significazione al fare attraverso l’argomentazione linguistica per la quale “le cose stesse non sono soltanto delle realtà da percepire, ma delle oc­casioni, dei cammini e degli ostacoli per l’azione”(44), non pone egli, con ciò stesso, il contratto fra il Destinatore (il depositario dei valori che si esprimono linguisticamente, attraverso il lin­guaggio in cui il desiderio deve passare per determinare l’azio­ne in quanto da esso motivata’45‘) e il Soggetto che qui, allora, si istituisce come volente! e non pone anche VAntisoggetto, l’ostacolo che l’azione deve superare? La stessa definizione te­leologica dell’azione, per cui l’acquisizione di un oggetto avvie­ne secondo un progetto, non chiama in causa il Destinatario, il fine della progettualità, il suo punto, il suo luogo terminale? e se “l’esperienza umana” attribuisce all’azione “un orienta­

mento cosciente da parte di un agente capace di riconoscersi come soggetto dei suoi atti” [corsivo nostro], non si pone con ciò il greimasiano Soggetto del farei E se questo soggetto è tale anche perché responsabile dei suoi atti, in quanto la sua “azio­ne gli può essere imputata ([perché] essa è virtualmente merite­vole di biasimo e di lode)”, esso, questo soggetto responsabile, non si istituisce di fronte a un giudizio operato da e in nome di quei valori di cui il Destinatore è depositario e sui quali s’è sti­pulato il contratto fra quest’ultimo ottante e Vattante sogget­to! E questo Destinatario che giudicherà, secondo il codice dei propri valori, non approverà la riuscita, o, per converso, non biasimerà la non riuscita del progetto? non giudicherà, cioè, ponendosi dalla parte del Destinatore! Questo giudizio sulla riuscita o non riuscita del progetto non verterà anche sul supe­ramento o non superamento degli ostacoli, cioè sull’esito del confronto con VAntisoggetto!

Se si risponde affermativamente a tutte queste domande, non si può non concludere che le due considerazioni dell’azione quella di ascendenza greimasiana e quella ricoeuriana, si proiettano l’una nell’altra postulandosi a vicenda. Certo le differenze -e sono grandi – permangono e hanno bisogno di essere esplicitate.

Certamente infatti il potere inteso dalla grammatica narra­tiva non è certo il “corpo proprio” della fenomenologia, né il volere è inteso come desiderio (tanto meno nella sua dimensio­ne psicanalitica), né il dovere cui è sottoposto il soggetto è inte­so nei termini della responsabilità.

Ma nella grammatica c’è un non detto che la fenomenologia viene a dire, un non dire che non significa dunque assenza, ma solo un non accesso alla analisi; e questo accesso la fenomenolo­gia può permetterlo. Se infatti il potere grammaticalmente inte­so non è il “corpo proprio”, che anzi è assai spesso “improprio”, acquisizione di un mezzo magico o strumento dell’agire, non possiamo vedere in questa “magia” la scoperta delle virtualità, non sempre esplicite, del corpo, del carattere, dell’animo? una serie di virtualità da valorizzare, magari con l’intermediazione di un Aiutante che sa interpretarle? e lo stru­mento non è un “prolungamento” del corpo? E il patto che lega il Soggetto al Destinatore, l’altro dal Soggetto, il depositario di un codice, di un linguaggio dei valori, non può essere inteso co­me “desiderio”, se il Soggetto pone il propriopotere a disposi­zione di questo “linguaggio” se, insomma, fa accedere al lin­guaggio il proprio potere, il “proprio corpo”, la propria virtua­lità prelinguistica? E la glorificazione del Soggetto come Eroe, o, eventualmente, la sanzione negativa che questi riceve, in caso di fallimento, non lo determinano nella sua responsabilità!

Ribadiamo quindi, con P. Ricoeur, la presupposizione reci­proca della doppia consideraizone cui può essere soggetta l’azio­ne: “C’est cette sémantique de l’action qui est en fait présupposée par la théorie de l’énoncé narratif”(46); e inoltre “cette phénomé­nologie implicite est-elle portée au jour dès lors qu’on peut inter­préter l’énoncé modal comme ‘le désir de réalisation’ d’un pro­gramme qui est présent sous forme d’énoncé descriptif et fait en même temps partie, en tant qu’objet de l’énoncé modal” per cui “il résulte de là que le rapport entre le plan sémiotique et le plan praxique est un rapport de préséance mutuelle “(47).

Ma vi è un altro problema, di portata ancora maggiore, solle­vato da P. Ricoeur a proposito della grammatica iniziale. “Mon doute initial […] -egli dice – est que, dés son tout premier stade, à so voir la construction du carré sémiotique, l’analyse est téléologi-quement guidée par l’anticipation du stade final, à savoir celui de la narration en tant que processus créateur de valeurs, où je vois l’équivalent, au plan de la rationalité sémiotique, de ce que notre culture narrative nous fait comprendre comme intrigue” [corsivo nostro]; allora bisogna che il quadrato greimasiano (che articola una categoria semica secondo je relazioni di contrarietà: s¡ vs s2, di contraddizione Sj / sj:, s2 / s2; e di implicazione: s2 — sb s, — s2) non sia soddisfatto nel suo rigore formale “dans le domain de la narrativité”: perché se lo fosse “toutes les opérations ultérieu­res devraient être aussi ‘prévisibles et calculables’ que l’auteur le déclare. Mais alors, il ne se passerait rien. Il n’y aurait pas d’évé­nement. Il n’y aurait pas de surprise. Il n’y aurait rien à raconter”(48). [corsivo del testo].

Il problema è dunque quello del passaggio del paradigmati­co nel sintagmatico, nella conversione dell’uno nell’altro.

Pensiamo che una soluzione del problema possa essere data dalla reciproca presupposizione della considerazione gramma­ticale dell’azione e della considerazione fenomenologica di es­sa; ciò di cui sopra s’è detto. È soprattutto il voler fare – inteso da P. Ricoeur come desiderio, come unione di forza e disenso, di pulsione che passa nel linguaggio; e inteso da A.J. Greimas come patto fra il Soggetto e il Destinatore-devoûiaxio dei valo­ri (che si esprimono linguisticamente) – che può dare una rispo­sta al problema; infatti il patto in questione è un aderire a dei valori che si strutturano linguisticamente, cioè in opposizione, contro (VERSUS) altri valori, in quanto e se è proprio del lin­guaggio l’essere articolato e strutturato in tal modo: per oppo­sizioni, per dicotomie, per presenza o assenza di certi semi, in una parola, per differenze.

Ma anche cosi, il problema è risolto solo in parte; e la solu­zione può stare forse nel porre la reciproca presupposizione dei saussuriani due assi secondo i quali funziona la lingua: l’asse paradigmatico e l’asse sintagmatico.

La sintagmatica narrativa pone infatti il patto fra Soggetto e Destinatore, l’acquisizione di un Oggetto valorizzato da parte del Soggetto, e il trasferimento dell’Oggetto nel “luogo”, nella “se­de” dei valori. Ma se i valori sono tali in quanto si oppongono ad altri valori, allora non può non costituirsi, paradigmáticamente, un altro “luogo” in cui hanno sede i valori opposti, non può non costituirsi un Anti-destinatore che stringe un patto con Y Antisog­getto. Pertanto l’Oggetto valorizzato (per opposizione) dai codice dei valori deve essere “trasferito” dal luogo dell’Anti-destinatore al luogo del Destinatore-Destinatario ad opera del Soggetto. Que­sta parola “trasferimento”, fa problema: “si tranférer, c’est pri­ver l’un et donner a l’autre, il y a plus dans priver et donner que dans disjoindre et conjoindre. La privation d’un objet-valeur su­bie par un sujet est une modification qui l’affect comme patient. Ce que la dernière étape de la constitution du modèle [la tappa del “trasferimento”] ajoute donc, c’est une phénoménologie du pâtir/agir, dans laquelle prennent sens des notions telles que pri­vation et donation. Tout le langage topologique de cette dernière phase est un mixte de conjonctions/disjonctions logiques et de modifications survenant dans le champ non seulment pratique, mais pathique.”(49) [corsivo del testo].

Certamente dunque privare e donare sono altra cosa che di­giungere e congiungere (“trasferire” cioè). Ma questa disgiun­zione-congiunzione, prima ancora che logica, non è già linguisti-cai Non sono gli stessi termini paradigmatici, che si istituiscono sull’asse della differenza, che necessitano di una congiunzione-disgiunzione? Si può pensare a una opposizione paradigmatica dei modi, dei tempi, delle persone verbali che non sia congiunta-disgiunta a un verbo! a un’opposizione paradigmatica dei casi declinazionali che non sia congiunta-disgiunta a una sostanza (a un sostantivo!)? E allora si può pensare a un’opposizione para­digmatica come amore Vs odio che non sia congiunta-disgiunta a un oggetto dell’amore e dell’odio? non è proprio di ogni predi­cato la sua intrinseca relazione con l’oggetto inteso secondo la teoria di C.J. Fillmore, per cui il caso dell’oggetto è “il caso più neutro semanticamente, il caso relativo a qualsiasi cosa che può essere rappresentata da un nome il cui ruolo nell’azione o nello stato espresso dal verbo è identificato dall’interpretazione se­mantica del verbo stesso'”? [corsivo nostro].

49) ibidem, p. 90.

Certo si potrà obiettare che intendere il linguaggio in questa maniera equivale a fissarlo sullo sfondo dell’azione e della pras­si; ma se l’analisi di quest’azione e di questa prassi avviene ana­lizzando proprio il linguaggio che la dice, non si cade allora in un circolo vizioso? Da esso si esce o facendo ricorso all’intuizio­ne sul vivere dell’uomo, o ammettendo che prassi e linguaggio si implicano a vicenda, ammettendo che l’uomo conosce la sua prassi in termini linguistici, termini che si articolano formalmen­te secondo una grammatica che è isomorfa alla prassi stessa, an­che se non consostanziale ad essa. E allora lo stesso doppio aspetto pratique-pathique può ben stare dentro la paradigmatica del linguaggio che oppone stato ad azione. Se tutto ciò è vero, allora la narrazione “narra” primariamente l’istituirsi di un sen­so; narra, per via sintagmatica, l’istituzione di un paradigma di significato/-i; ma questa stessa via sintagmatica (che deve ap­punto porre il paradigma, istituirlo non sarebbe mai possibile se già, primariamente e antecedentemente, il linguaggio non fun­zionasse per opposizioni paradigmatiche; se già ad ogni sintag­matica che deve istituire un paradigma di valori ‘dati’, non pre­cedesse la forma medesima del paradigma (ancora vuota dei ter­mini pratico-patici che vi si devono inserire).

In tal modo può forse anche essere superata la più grande delle difficoltà che P. Ricoeur pone: quella relativa al confron­to polemico che oppone il Soggetto air’Antisoggetto, che sa­rebbe pratica, prima ancora che logica; infatti “cette représen-tation polemique apporte avec elle de nouveaux traits qui, avant d’avoir une signification logique du type contradiction ou contraríete, ont une signification praxique autonome. La confrontation et la lutte sont des figures de l’orientation de l’action vers autrui”(50).

Se però partiamo, come abbiamo proposto, da una consi­derazione del linguaggio che non è puramente logica, ma anche pratica, da una considerazione secondo cui il linguaggio è iso­morfo, anche se non consostanziale alla prassi, allora, posto ciò, la lotta, il confronto polemico fra il Soggetto e VAntisog­getto può essere visto come il superamento (o l’eventuale non superamento) da parte del Soggetto delle resistenze che si frap­pongono e si oppongono a che il predicato virtuale, congiun­gendosi con YOggetto, diventi attuale, diventi cioè valore pie­namente esplicitato; superamento cioè di quelle resistenze che si oppongono a che si realizzi quella intuizione “a priori” che pone la congiunzione intrinseca del predicato e dell’oggetto.

so) ìbidem, p. 89.

Ma queste resistenze fanno parte, anch’esse, del linguag­gio? Se cerchiamo una risposta nell’isomorfismo della narra­zione con la frase non approderemo a nulla: perché se anche questo isomorfismo c’è, esso non è certo completo e totale. Si potrebbe allora dare una risposta che solo apparentemente è un escamotage: la narrazione, come funzione dell ‘uomo parlante, erige a paradigma ciò che è inizialmente un fatto pratico espe-rienziale; ma, una volta che il paradigma è istituito, esso si ri­propone come guida ad ogni comprensione dell’esperienza pra­tica medesima: allora, in altre parole, la lotta, il confronto po­lemico è, anch’esso, un’intuizione “a priori”?

A questa domanda daremo una risposta, che, peraltro, sarà solo ipotetica, partendo da una questione, questa volta solleva­ta da noi: se i predicati si istituiscono come valori nella loro congiunzione con un oggetto, perché il paradigma narrativo pone due predicati-valore opposti nella congiunzione-disgiunzione a un medesimo oggetto: ciò che, ovviamente, isti­tuisce la lotta, il confronto polemico? Perché, in altre parole, l’istituzione paradigmatica di un predicato-valore come, per esempio, Yamore, che si contrappone a un predicato-valore co­me Y odio, deve avvenire mediante un confronto polemico dell’amore e dell ‘odio convergenti su di un medesimo oggetto? Questa convergenza non è solo un caso particolare? E se è cosi, la narrazione verte solo su “casi particolari”? e perché? casi particolari che però essa erige a paradigma? O non è anche questa convergenza un’intuizione “a priori”?

Questa intuizione sarebbe allora il fissarsi nel linguaggio, che, qui, assume la forma di una narrazione, di una condizione dell’esistenza dell’uomo, di un suo “destino” per il quale non può non esserci confronto polemico, opposizione e resistenza al progetto; necessarietà questa, però, che si antepone prioritaria­mente ad ogni cognizione “linguistica” del destino umano. Per­tanto, in questa fissazione si dovrebbe vedere una sorta di retag­gio etologico e prelinguistico proprio dell’uomo; retaggio che si­gnifica che la preda non si acquisisce, non si conquista senza re­sistenze, fossero anche quelle che la preda stessa o le circostanze contingenti frappongono: la forma-linguaggio trasformerebbe allora questo frapporsi in un opporsi, queste resistenze in un agi­re contradditorio a quello del soggetto-predatore. La narrazione porterebbe allora, interiorizzato, il segno di questa esperienza-esistenza, la quale si esteriorizza mediante quella particolare for­ma linguistica che la narrazione stessa è; essa totalmente: un’in­tuizione “a priori” con la quale l’uomo esperisce il “destino” del proprio stare al mondo, dove nulla è conquistato senza supe­rare ciò che “frapponendosi” si “oppone”.

Non andremo oltre su questa strada e lasceremo al filosofo la conferma di questa ipotesi che però il filologo ha, se non al­tro, il compito di porre in problema; affinché la logia passi alla sofia senza che si perda quel “filo” di cui è tessuto il testo del conoscere che esse hanno in comune.

Quanto a noi concluderemo ribadendo la mutua e necessa­ria presupposizione dell’ordine sintagmatico e di quello para­digmatico. Il sintagma infatti viene ad essere dato ad essere dalla congiunzione di un elemento variabile (opponibile) intor­no alla fissità di un radicale; in modo tale che una volta che la congiunzione è attuata, essa contemporaneamente disgiunge tutto ciò che è congiungibile con quel radicale medesimo o con la classe in cui esso può inserirsi, e ciò che rimane virtualmente congiungibile, senza passare all’atto, si proietta su di uno sfon­do che altro non è se non il paradigma. In tal modo l’alterità oppositiva dell’/o e del tu si coglie solo rispetto alla fissità di un radicale verbale, ma l’io (o il tu) unito al radicale forma un sin­tagma; e allo stesso modo il sintagma che congiunge un predi­cato con un oggetto è dato dalla fissità di quest’ultimo intorno al quale ruota la variazione paradigmatica del primo: il crudo e il cotto ruotano paradigmáticamente intorno all’oggetto ali­mentazione, l’amore e l’odio ruotano intorno alla fissità di un oggetto (o di una classe di oggetti) passibili d’amore o di odio; e tanto più una classe di oggetti tende a ridursi di numero, fino ad arrivare tendenzialmente alla unità individuale, tanto più il paradigma sarà colto nella sua variabiltià oppositiva. Pertanto se è vero quanto dice P. Ricoeur , che un paradigma lo si coglie nel momento in cui ci imbattiamo nel sintagma, è pur vero che il sintagma sarebbe improponibile senza una forma paradigma­tica; se è vero che bisogna percorrere il sintagma-narrazione fi­no alla tappa dello scontro polemico per percepire un paradig­ma di valori, ciò è vero solo nella contingente concretezza di un testo: al momento dello scontro polemico si scoprirà che il te­sto dato oppone il crudo al cotto, l’amore all’odio, la libertà al­la schiavitù ecc. (e ciò salva l’esigenza ricoeuriana per cui ci de­ve essere qualcosa da raccontare, la sorpresa, la novità di qual­che avvenimento); ma ci potrebbe essere uno scontro, un con­fronto polemico senza un paradigma, senza un esperire che si dia sotto la forma del paradigma? Dire che l’esercito ha vinto la battaglia superando la resistenza del nemico non ha senso narrativo, non è un enunciato narrativo, mentre lo è l’enuncia­to che dice che l’esercito ha salvato la patria dall’oppressione del nemico; se quindi la libertà della patria la si scopre nel mo­mento in cui essa è minacciata dall’oppressione nemica, cioè nel momento in cui lo scontro per lo meno si profila, è pur vero che, se non vi fosse la antecedente possibilità di opporre in for­ma paradigmatca libertà a oppressione, non si avrebbe la nar­razione di un atto di eroismo, ma la descrizione di una routina-ria attività di alcuni impiegati che lavorano nell’esercito!

Ma per tornare dunque al nostro romanzo e al nostro eroe, vorremmo concludere dicendo che al di là della proposizione mitica (di un mito), o del suo superamento – ciò di cui abbiamo già precedentemente detto – Perceval deve egli stesso istituire la struttura attanziale, nel senso che deve imparare a riconoscere e ad investire le persone, gli attori (i personaggi con cui egli en­tra in contatto nella storia) come attanti, e non limitarsi ad es­sere un elemento della struttura; deve cioè farsi egli stesso letto­re della sua propria storia passata e saper prevedere quella fu­tura. Per lui la conquista della parola significherà essenzial­mente la comprensione di una posizione relazionale nei con­fronti degli altri, il ruolo che egli ha nei confronti degli altri e che gli altri hanno nei suoi confronti, ruolo che la sua stessa esperienza ha determinato e determinerà.

L’analisi e la previsione-programmazione di questa espe­rienza verterà sulla semantica dell’azione compiuta e da com­piere; ma al di là di essa, al di là della cognizione del proprio potere, al di là della determinazione delle intenzioni e delle mo­tivazioni, generata dalla presa in carica del desiderio, Perceval dovrà dare un senso “grammaticale” al suo fare, sapere qual’è il suo “posto”, e quale “spazio” ha percorso e dovrà percorre­re per raggiungerlo.

Questo dato metanarrativo che è la struttura attanziale di­venta, esso stesso nella sua interezza, un elemento della struttu­ra attanziale: l’Oggetto della quête del nostro eroe, demanda­togli dal “desiderio” e impeditogli dal “corpo proprio”.

E d’altra parte dobbiamo pur prendere atto che la conoscen­za della semantica della propria azione viene data a Perceval (e ai fruitori del testo) attraverso la proposizione dei luoghi-ruoli grammaticali, attraverso cioè la delucidazione del ruolo attan­ziale che gli attori fin qui incontrati hanno assunto. È nel mo­mento dell’accusa-imputazione che Perceval è reso edotto di essere stato un Soggetto mancato, di non aver posto le doman­de che avrebbero portato, come conseguenza, la salvezza (Og­getto) al Re Pescatore e alla sua terra, di non aver pertanto ri­conosciuto quest’ultimo come Destinatore-Destinatario; inol­tre, si sa, Perceval è accusato di non essere cosciente del pecca­to che sta alla base di questa mancanza, e che pertanto egli -forse insieme con tutta la Cavalleria – è l’Antisoggetto nei con­fronti di se stesso. E a partire dallo choc di questo apprendi­mento Perceval, o forse meglio noi lettori, possiamo ricostruire la semantica della sua azione, perché prima che l’azione possa essere indagata e compresa semanticamente, essa deve essere posta nei suoi termini grammaticali.

Certamente anche prima che Perceval sia accusato, il fruitore del testo ha percepito una struttura attanziale, si è reso conto che Perceval è Soggetto, magari suo malgrado e contro se stesso; ma, come già abbiamo visto, l’accusa viene, almeno in parte, a ristrut­turare l’attanzialità fin qui acquisita, pur senza obliterarla; e d’al­tra parte la presa d’atto della struttura attanziale (della grammati­ca dell’azione) è insufficiente alla comprensione del testo: l’accusa infatti non dice quale relazione vi sia fra le domande che Perceval dovrebbe porre al Re Pescatore e la salvezza di lui, quale relazione vi sia fra il peccato del protagonista e il suo tacere, il suo fallire come Soggetto (sia, prima, riguardo alle mancate domande, sia, poi, nella ricerca del Graal). Da questi interrogativi, da questo sa­pere a metà, nasce per noi, i fruitori, lo stimolo a ricostruire la se­mantica dell’azione. La soluzione abbiamo precedentemente ten­tato di darla attraverso un’indagine della struttura psicoanalitica del soggetto del desiderio, e della relazione che questa struttura intrattiene all’interno della rete concettuale dell’azione, nella ne­cessità, per l’eroe, di passare da una situazione di schiavitù nei confronti di un mero dato affettivo, all’assunzione, da compiersi tramite la parola, della volontà.

Ed è in questo senso allora che struttura grammaticale-attanziale e semantica dell’azione collaborano alla definizione di un senso per il romanzo, anche se questa collaborazione non è né piana né lineare.

Il castello del Graal è, pertanto, il luogo-non luogo dove dovrebbe costituirsi lo scambio interpersonale mediato e fon­dato dal linguaggio, dove un protagonista dovrebbe dire “io” e “tu” e farsi soggetto; ma Perceval tace, in questo luogo-non luogo, in questa utopia del desiderio non detto e della meravi­glia inesprimibile, e tacerà finché egli disconoscerà le posizioni della parola, della domanda che genera ITO e il TU.

Questa utopia si realizzerà nel momento in cui i suoi ele­menti saranno detti, nel momento in cui l’oggetto del deside­rio, diventa Oggetto attanziale, nel momento in cui il deside­rante diventa Soggetto – attanziale! – del fare, e il depositario del desiderio (immagine riflessa del soggetto mancante e man­cato) diventa Destinatore-Destinatario.

La congiunzione del desiderio e del linguaggio generano allora l’azione volontaria. Ma questa congiunzione avviene di fatto nel momento della accusa-imputazione che, come abbiamo visto, è uno degli elementi della rete concettuale (della semantica) dell’azione; l’accusa viene pertanto a congiungere grammatica e semantica, cosicché si viene a scoprire che la mancanza di Perce­val è una mancanza di collegamento fra desiderio e grammatica, fra semantica dell’azione e strutturazione attanziale.

Questa congiunzione che, lo si è appena detto, avviene tramite l’accusa non è però detta dall’accusatore, né dal Narratore, né da alcun attore: essa è detta dalla testualità narrativa: dalla triade Autore – Testo – Fruitore, e dalle ^ue regole grammaticali.

In questa interrelazione fra il detto nel testo e il dire del te­sto si pone il senso e/de la funzione estetica del romanzo. Inter­relazione che il testo stesso, almeno parzialmente, dice – come vedremo – attraverso la parola dell’Eremita che “doppia” la storia enunciata dalla narrazione; in questa interrelazione si at­tua la struttura del significato mitico e del suo superamento, di cui abbiamo parlato: in modo tale che il testo che propone un senso mitico attuato da un Soggetto, diviene anche il romanzo dell’azione “umanizzata”, “sensata” di questo Soggetto.

5) Al di là delle azioni

Al di là quindi dei dati meta-linguistici (grammaticali) e fe­nomenologici (la semantica dell’azione), il testo deve essere visto come percorso: un percorso di lettura attraverso il quale vanno scoperti quegli elementi che precipitano in una configurazione testuale e che ci fanno percepire un/il testo narrativo in quanto tale. C’è, in altre parole, da vedere il processo retorico attraver­so il quale ci viene dato il materiale che andrà a configurarsi co­me dato cognitivo-etico all’interno dello schema grammaticale che lo porta. Perché è qui che i “fatti” prendono il significato di “accadere”, queiraccadere che è la preoccupazione precipua di P. Ricoeur riguardo alla narrazione.

Infatti, se gli schemi grammaticali sono forme ‘a priori’ del­la percezione narrativa, e la rete concettule dell’azione (pur es­sa linguisticamente fondata sull’enunciato, pubblico, che la di­ce) costituisce il fondamento fenomenologico dei dati su cui la grammatica opera, l’accadimento è ciò che il testo ci fa perce­pire, immediatamente o mediatamente; tutto ciò che, insom­ma, attraverso un processo e un percorso, si può iscrivere den­tro un congruente schema grammaticale o fenomenologico, e che viene a costituire la “sorpresa” su cui fa perno l’intreccio e la manipolazione testuale.

Perceval è visto nella sua doppia forma di predestinato e di incapace; ne ammiriamo i progressi repentini che ci lasciano comunque meravigliati proprio nella e per la loro repentinità; ma ci stupisce anche la “capacità” dell’errore che, per lui, è sempre posta al di qua dell’intenzione, mentre il giudizio, l’ac­cusa che egli subisce (da parte della cugina, dell’Orgoglioso della landa, della Dama Orrenda, come abbiamo visto) gli è imposta come se l’intenzione di lui fosse realmente implicata nelle sue azioni (un come se che è tale per i fruitori del testo e per il narratore che lo enuncia, ma che il protagonista, o i pro­tagonisti, aboliscono cogliendo l’intenzione nella sua effettivi­tà oggettiva): ciò che pone l’arbitrarietà del gioco linguistico e, si starebbe per dire, il nulla che lo fonda. Ma la suggestione di questo nulla scompare quando si abbiano presenti le parole della Dama Orrenda, la quale nell’accusare Perceval, pone l’accento sul fatto che egli non abbia saputo sfruttare l’occasio­ne di agire come avrebbe dovuto:

“Ha! Perchevax, Fortune est cauve

Detriers et devant chavelue.

Et dehais ait qui te salue

Ne qui nul bien t’ore ne prie,

Que tu ne la recheus mie

Fortune quant tu l’encontras. Chiez le Roi Pescheor entras, Si veis la lance qui saine, Et si te fus si tres grant paine D’ovrir ta bouche et de parler Que tu ne pois demander Por coi cele goute de sane Saut par la pointe del fer blanc; Ne del graal que tu veis Ne demandas ne n’enqueìs

Quel preudone 1 ‘ en en servoit.       (vv. 4646-4661 )

L’aver mancato l’occasione costringe allora a guardare in­dietro , a riconsiderare i fatti e le azioni passate disponendole in una sequenza che si faccia storia, che si costituisca in un ‘senso’; che permetta di acquisire, per il futuro, unaprudentia per la quale si sia in grado di afferrare l’occasione, di saper ve­dere nell’evento un senso – ciò che è proprio dell’avventura ca­valleresca.

E i lettori-fruitori si trovano, questa volta, dalla stessa parte del protagonista: devono, insieme a lui, ripercorrere le tappe di questo percorso a ritroso (percorso, per gli uni e per l’altro, te­stuale) indentificandosi con lo smarrimento del protagonista: ma avendo, rispetto a lui, degli elementi (e quindi delle difficol­tà) in più da considerare: proprio perché essi sono in possesso di quel come se che a Perceval invece manca. Essi, i lettori, sanno che le colpe di Perceval sfuggono alle sue intenzioni, e possono quindi in qualche modo assolverlo, mentre lui, Perceval, assume l’accusa della colpa come un dato oggettivo che gli crea uno choc. Ma la sorpresa per lo stato di imputazione che colpisce il protagonista, è altrettanto grande per l’uno come per gli altri.

Non riproporremo ora una lettura a ritroso del testo, perché ciò abbiamo già tentato di farlo nelle pagine precedenti, ma vor­remmo appuntare la nostra attenzione sull’episodio che questo percorso maggiormente sollecita e in parte esso stesso compie: si tratta dell’episodio dell’Eremita. È in questo episodio infatti che – praticamente al culmine del romanzo – si genera, prima e più ancora che una determinazione del “senso”, l’esigenza di (ri)guadagnarlo attraverso una (ri)lettura all’indietro. Perché in esso l’Eremita argomenta la storia di Perceval e gli fornisce un appiglio mediante il quale egli può dare significato agli eventi in cui è occorso e ai fatti che ha compiuto. L’Eremita, se da un lato aggiunge – a Perceval così come ai lettori-fruitori – qualche nuovo apporto alla conoscenza (svela a chi venga servito il Graal e che cosa, mediante esso, venga servito; svela inoltre i legami di parentela che intercorrono fra lui stesso, Perceval, il Re Pescatore e il di lui padre, destinatore del cibo spirituale, dell’ostia portata dal Graal), dall’altro ribadisce ciò che già si sapeva: la colpa di Perceval consistente nel non aver posto la domanda sul Graal e sulla lancia che sanguina, la connessione di questa colpa con quella consistente nell’aver Perceval causa­to la morte della madre; ribadisce inoltre gli insegnamenti etici che già la madre aveva dato al figlio al momento di partire, ma aggiunge gli impronunciabili nomi di Dio.

Questa argomentazione è fatta però sotto il segno di un’eti­ca del perdono (cosa che non significa affatto deresponsabiliz­zazione!) che è l’opposto simmetrico dello stato di imputazione cui Perceval era stato sottoposto. Ed è proprio qui il punto: Perceval è ora penitente; come il Chevalier au barisel, ha fatto fino in fondo la prova dell’impotenza insita nella sua presun­zione di arrivare, con le sue sole forze, al fine proposto: cosa che può solo riuscire con un atto di contrizione che lo porti a conoscenza di sé; e l’Eremita è il mediatore di questa conoscen­za grazie alla sua argomentazione. L’esser penitente-impotente marca la differenza fra una conoscenza oggettiva – e infatti Perceval già ben sapeva della sua colpa, e della sua radice nel peccato contro la madre – e uno stato d’animo, forse ancora in­conscio, che è appunto quello del pentimento, della propria impotenza, del proprio fallimento. Il processo per il quale Per­ceval giunge alla conoscenza piena di sé è parallelo a quello me­diante il quale aveva fatto la conoscenza con il mondo extra­materno; come fa infatti osservare R. Dragonetti<51), i penitenti che mettono in moto in Perceval il desiderio di contrizione ri­cordano, figurativamente, quei cavalieri che il nostro eroe ave­va incontrato, al principio del romanzo nellagaste terre mater­na e che avevano in lui messo in moto il desiderio di cavalleria: la quale – cosi ci spinge a pensare la figuratività del romanzo – si realizza a pieno in un atto di umile penitenza che, sola, porta alla conoscenza di sé.

Così, l’Eremita “en rendant le héros à son passé, à la part oblitérée de lui même, […] le porte à l’être, crée à sa manière le personnage qu’il étoffe, qu’il dote d’une histoire doublante celle qui s’écrit. Il incarne la fonction démiurgique de l’écrivain ‘créant’ son personnage en l’inscrivant dans une parenté par­fois trouble et délétère.”(52) [corsivo nostro].

Se dunque l’Eremita rende a Perceval la sua storia, il lettore-fruitore si trova d’altro canto a condividere, nello stesso tempo, il posto di Perceval e dell’Eremita; come l’Eremita, egli sa, rispetto a Perceval, qualcosa in più riguardo a lui medesi­mo, ma, come questi, è alla ricerca di un senso di questo qual­cosa che deve essere sviscerato. Ed è la narrazione stessa che si pone come via che convoglia queste due diverse posizioni. Per­ché infatti la stessa argomentazione dell’eremita prende tutto il suo valore solo se si è a conoscenza dei fatti e degli eventi che la precedono, la necessitano e la determinano: l’argomentazione è appunto, si diceva, ciò che “doppia una storia”. Le parole con cui l’Eremita svela all’eroe che le preghiere della madre lo hanno più volte salvato dalla disgrazia metaforizzano il deside­rio, costante in Perceval, di ritornare verso la madre, desiderio che il lettore già ben conosce, che l’eroe ha, anche se non forse consciamente, interiorizzato e che l’Eremita può “pronuncia­re”, “nominare”, angolando dal suo punto di vista e conte­stualizzandolo nell’ambito dell’etica cristiana del perdono e della redenzione che sussegue la caduta.

Dunque l’appiglio al senso è un’argomentazione che è, a sua volta, un punto di vista che si appiglia agli avvenimenti e agli atti passati. L’Eremita congiunge atto e desiderio generan­do una motivazione (quindi più che un’intenzione) per gli atti

si) R. Dragonetti, La vie de la lettre au Moyen Age, Paris, Seuil, 1980, pp. 142-143.

di Perceval che, d’ora in poi, prenderanno pienamente il nome d’azione, anche retrospettivamente (sia pure sotto l’aspetto di azioni mancate); l’imputazione aveva dato a Perceval il nome d’agente, ma solo l’argomentazione-perdono può dare ai suoi atti il nome d’azione. Dove perdono significa remissione degli errori (ma non cancellazione) in seguito all’acquisizione di un sapere che mette a fuoco (a un fuoco) gli elementi sparsi del passato: Perceval è perdonato e solo da questo momento può dirsi agente d’azioni. E a questo punto, “sujet de son désir, et personnage à part entière, il lui faut alors quitter le roman (‘De Perceval plus longuement/Ne parole li contes chi’ vv. 6514-6515) pour n’y plus reparaître, cependant que le récit tourne vers Gauvain et rebrousse le chemin de la parole afin de mettre en lumière la manière dont elle meurt dans l’innomable bon­heur d’un retour au Château des Mères (cf. v. 8372-9234)”(53).

La narrazione si mantiene comunque a un livello trascen­dentale rispetto a tutti i personaggi, Eremita compreso, in quanto solo essa, e solo in essa, può operar(si) il cortocircuito temporale che proietta il prima nel poi e viceversa e senza il quale non sarebbe possibile nessuna argomentazione e passag­gio al senso. La narrazione è la compresenza costante dei me­desimi reiterati elementi (atto, errore-colpa, imputazione, desi­derio), anche se posti su livelli e percorsi di leggibilità di volta in volta diversi, svolti però via via e riavvolti poi in un fine: l’argomentazione senza narrazione sarebbe impossibile e im­proponibile in quanto sospensione del tempo. La narrazione svolge cioè ciò che la fenomenologia propone come discorso acronico, dispone nel tempo gli elementi che formano la rete concettuale dell’azione e del linguaggio che la definisce e la po­ne. Per cui anche l’argomentazione dell’Eremita, che può esse­re vista come metaforizzazione del punto di vista fenomenolo­gico, non è altro che uno degli episodi della narrazione.

53) ibidem

La posizione trascendentale, che è il discorso fenomenologico, viene riassorbita dentro il processo narrativo medesimo che la so­stiene e che, a sua volta, la trascende: il discorso dell ‘/sull’azione, lungi dall’essere un punto di partenza, è un punto d’arrivo dove l’acronia onniscente è una necessità per il protagonista e una ca­pacità per l’Eremita: il quale anche, però, dal canto suo, ha pre­sente l’intera storia, e solo a partire da essa può parlare e argo­mentare. L’acronia può esserci solo a partire dal tempo, ma il tempo prende senso solo da una posizione che lo riassume e lo ri­prende rovesciandolo, o comunque manipolandolo.

La storia dunque si pone e si fonda nel romanzo e la sua particolare angolazione ne fa scaturire il senso attraverso lo straniamento, attraverso la disposizione degli elementi nel tem­po (prematurazione del protagonista, imputazione-accusa non percepita, percezione dell’impotenza, argomentazione-remissione): ed ancora una volta la storia (questa storia) si pre­senta come paradigmatica rispetto ad ogni pervenire all’azione. E l’originalità – anche rispetto alle altre storie di Chrétien – ri­siede proprio nella scoperta del paradigma, dell’usuale, di mo­do che il lettore-fruitore si sente, anch’egli partecipe di quella stessa situazione di estaneità in cui si trova ad essere coinvolto il protagonista. Vogliamo cioè dire, ancora una volta, che ciò che generalmente nell’azione è ovvio e normale, o comunque in questi termini è presentato dalla narrazione, qui è dato come obliquo e straniato, così come è ogni momento di fondazione. E la storia, da specchio trasparente dell’azione si fa rappresen­tazione cronica dei suoi elementi genetici e della sua genesi me­desima; si fa insomma, attraverso il romanzo, autorappresen­tazione e messa in scena dei suoi stessi elementi costitutivi: per questo, come già abbiamo avuto modo di dire, questa storia si conclude, dove in genere le altre storie, anche quelle altre dello stesso Chrétien, cominciano; la storia si conclude infatti al mo­mento in cui il protagonista può realmente dirsi agente di azio­ni: e a questo punto, l’agente, finalmente e pienamente defini­to, può uscire di scena, per questo “il lui faut quitter le roman pour n’y plus reparaître”.

Ma il romanzo di quest’azione, di questa fondazione è an­che agganciato su degli elementi semantici portanti che costi­tuiscono la base della struttura tematica del testo. Ci si deve al­lora chiedere, dopo aver visto la storia lungo la quale il prota­gonista diventa agente d’azione, rispetto a che cosa questi sba­
glia ed è impotente, dove si deve appuntare la sua teleologia, che cosa in lui viene (pre)figurato.

È il problema delle figure e della figuratività del testo e del suo pervenire a rappresentazione, del suo polimorfismo e dei suoi itinerari di manifestazione. Cosa resa ancora più difficile dal fatto che la lettura, e quindi il riconoscimento della figurati­vità è reso subordinato alle categorie di rango superiore, che so­no le azioni, gli attanti e l’agentività, così come finora le abbia­mo indagate. E allora il valore del testo, andrebbe visto proprio in questa interrelazione, in questo procedere dalle figure verso le strutture, lungo un percorso che, come dice G. Mary, non è uni­voco ma è “mal frayé”(54) e non giunge a simmetrie prestabilite (fra figure e strutture), né ha una prestabilita linearità. E su que­sta mancata linearità e specularità di processo si fonda la perce­zione estetica di qneW accadere e di quella sorpresa attraverso cui la narrazione si dà e si media. Ovviamente l’esame della figurati­vità del testo è sottomesso alla soggettività di lettura e di perce­zione, dato il carattere polimorfo della figura (che potrebbe es­sere considerata come l’equivalente del lessema nella frase) tanto che la parte figurale può eccedere, nell’economia semantica la parte strutturale che la sorregge. Tenteremo ora di esaminare, in via del tutto provvisoria, l’interrelazione fra strutture e figure e la asimmetrica costituzione del testo.

La gaste terre, l’ingenuità visionaria, il fiume (l’acqua), la malattia-castrazione, la donna accusatrice (nei suoi vari aspetti e ricorrenze) sono tutte immagini che si impongono alla frui­zione del testo per la loro ricorrenza e che sono in qualche mo­do privilegiate dalla figuratività della narrazione; e la loro ri­correnza sottolinea, ci pare, una certa staticità del personaggio, al di là del dinamismo di lui che per essere più apparente, non è per ciò stesso comunque meno presente e determinante.

È di primaria importanza la visione che Perceval ha delle cose che da lui sono viste come straniate rispetto alla percezio­ne che “comunemente” se ne ha. Le cose si impongono a lui ora con meraviglia, ora in maniera allucinata, ora attraverso l’ipercodifica che egli ne fa. Al di là di là del valore che tutto ciò assume per quanto concerne il “punto di vista” o la dialet­tica dei “punti di vista” nel/del discorso narrativo, il fatto as­sume un valore intrinseco come forza trainante della narrazio­ne e come fatto individuante e caratterizzante del protagonista; al di là dell’acquisizione progressiva della coscienza da parte di Perceval e della sua conquista dell’autonomia d’azione, resta sempre il suo rimaner nuovo ed estraneo al mondo; il suo per­cepire e il suo conquistare rimangono sempre come qualcosa di prodigioso, di fuori dal comune, di acquisizione che non avvie­ne tanto attraverso un insegnamento meditato e lineare, ma an­zi grazie al tramite precipuo della visione che si fa motore di eventi i quali, a loro volta, precipitano nella costruzione della agentività: è la forza dell’immaginario che funge da porta aper­ta per l’azione. In questo Perceval rimane sempre uguale a se stesso, pur nel suo dinamismo evolutivo. Ciò significa che la forza dell’immaginario permane in ogni tappa della sua evolu­zione. Ed è in questo permanere che, pensiamo, si fonda l’eter­na pendolarità del protagonista (di cui s’è già precedentemente detto): permanere che fa sì che lo spazio e il tempo si racchiu­dano e si riassumano in un sol punto, in cui l’avanti e l’indie-tro, il prima e il poi del percorso e del processo narrativo diven­tano interscambiabili. Questo percorso si connota nella figura della visione straniata, e la stessa ipercodificazione (si pensi alla maniera eccessivamente “letterale” con cui Perceval mette in pratica gli insegnamenti della madre e di Gornemant), che do­vrebbe supplire l’eccesso di immaginosità, non è altro che una codificazione appunto iper, determinata da nient’altro che dal­la eccessiva immaginosità che non permette una valutazione critica della situazione difronte alla quale egli si trova; e che eli­mina dunque le distanze fra sé e il codice, il quale viene così a perdere quel tasso di arbitrarietà che, sia pure empiricamente, è in genere posseduto dal soggetto agente. Ma l’immaginosità sempre presente impedisce al codice di appiattirsi su di una ste­rile oggettività e instaura quella dialettica produttiva di azione che ormai ben conosciamo. Ma è proprio questa dialettica pro­duttiva che sempre rimane all’orizzonte del testo e che ne fa un testo lirico, al di là e/o a prescindere dalla sua forma e forza

narrativa. Talché la parola può esser data attraverso la medita­zione dell’immagine che si presenta straniata al protagonista e che si trasforma, per antitesi, nello straniamente dell’ipercodifi-ca. È come se questi due straniamenti giocassero entrambi una medesima immobile partita, dalla cui immobile dinamica si ge­nera l’azione, o meglio gli elementi che la costituiscono: è infatti da queste due grandi forze debordanti e sovrastanti – l’immagi­nario e il codice – che si genera una zona di turbolenza nella qua­le prende, pian piano, sede permanente il desiderio: risultato di questo conflitto di forze e sintesi di esso; e causa di quell’andari-vieni spazio-temporale di cui è intessuto il romanzo.

Ed in questa turbolenza le strutture e le figure si generano l’una dall’altra e si mordono l’una sull’altra. Infatti è dallo straniamento, che costituisce il comportamento di Perceval, che si generano le performanze di struttura attanziale proprie paradigmáticamente (nel doppio significato che abbiamo dato a questa parola) di ciascun episodio che via via si succede nel percorso narrativo; e da queste performanze attanziali prende corpo un nuovo comportamento straniato. Così, per esempio, la visione straniata dei cavalieri da parte dell’eroe genera il con­flitto, di natura attanziale, con la madre e il suo eteroclito sta­tuto di Antisoggetto e di Aiutante; ciò che a sua volta genera il comportamento straniato di Perceval nei confronti della Ra­gazza della tenda, a causa dell’ipercodifica degli insegnamenti materni; così ancora l’ipercodifica di ciò che l’eroe viene a sa­pere dai cavalieri genera il suo comportamento straniato di lui nei confronti del suo primo approccio con la corte arturiana, ciò che lo inserisce in una particolare performanza attanziale per la quale egli è contemporaneamente un Soggetto mancato e un Oggetto ricercato nei confronti della società arturiana; e non staremo a ripetere come l’ipercodifica degli insegnamenti di Gornemant generi il comportamento dell’eroe al castello del Graal, comportamento che lo inserisce in una performanza at­tanziale nella quale egli è Soggetto assente.

Questa stessa dinamica costanza con cui ricorre la figura del­lo straniamento, si riscontra anche per quanto concerne la figura dell’acqua, del fiume, come simbolo di un limite ormai travali­cato che Perceval vorrebbe reiteratamente ri-transitare senza per altro mai riuscirvi. Più volte s’è visto come Perceval vorrebbe costantemente ritornare dalla madre dalla quale si è separato; ma un nuovo ostacolo imprevisto o fortuito sempre vi si oppo­ne. Questa figurazione è in stretta connessione con la preceden­te, perché è infatti il non arrivare mai alla madre (all’attingimen­to del desiderio) che consente la costante presenza dell’immagi­nario e la dialettica con il codice che resta così /per-codificato. Il fiume che rappresenta pertanto, in quanto, acqua, l’immagine femminile*55», rappresenta qui primariamente il limite da non su­perare, affinché possa essere mantenuto e salvaguardato il desi­derio che deve generare, come s’è visto, l’azione. Il passare il fiume al di là del quale si trova la madre, il ritorno da lei dun­que, attuerebbe il desiderio solo in quanto bisogno, la cui soddi­sfazione non generebbe più azione e non generebbe quindi quel­la opposizione natura vs. cultura la quale, pur se deve essere su­perata, come s’è detto, genera il passaggio allo stadio pieno di agente umano cosciente. Il fiume rappresenta dunque la barra di questa opposizione, ponendo la Natura come nostalgia e la Cul­tura come conquista che esorcizza questa nostalgia, senza per al­tro cancellarla. E bisogna aggiungere che, come l’immaginosità cresce fino al culmine nell’episodio del Graal, così la figura dell’acqua, che già si era presentata al principio dell’episodio di Blachefleur sotto forma di mer et aive (et terre gaste) che separa­no il castello della fanciulla dal resto del mondo (e sarà un caso che la parola aive si trovi fra le parole mer (mere!) e tere gaste!) la figura dell’acqua, si diceva, raggiunge il culmine nel fiume che separa il castello del Re Pescatore dalla terra della madre. E do­ve la barra fra i due mondi è maggiore, più forte si fa la tensione dinamica fra i due straniamenti dell’immaginario e dell’ipercodi-fica. La figura dell’acqua ritornerà poi nella vicenda di Gauvain dove questi, passato il fiume, si ritrova prigioniero del castello delle madri, deprivato della capacità d’azione che pure sarebbe chiamato a compiere.

La dissimetria fra strutture e figure può sembrare riapparire nell’episodio della Dama orrenda: abbiamo detto che questo personaggio va visto nella sua referenzialità narrativa, e non come simbolo o metafora di uno stato d’animo di Perceval, in quanto è l’accusa, nella sua determinatezza, che genera il sog­getto come agente: pertanto questa deve essere oggettiva e co­me tale percepita; è l’accusa, e non quindi il rimorso o la catti­va coscienza a generare l’agentività. Pur tuttavia la visione del­la Dama orrenda appare con quei tratti di straniamento che so­no tipici della maniera di percepire del nostro protagonista; co­sicché si sarebbe indotti a pensare che, anche qui, è il nostro eroe che vede in forma straniata un evento “normale”. Ed è che egli si trova per la prima volta, e con sorpresa, di fronte a una situazione nuova: quella dell’imputazione pubblica. È vero che l’accusa sull’aver taciuto davanti al Graal e dell’aver causa­to la morte della madre gli era già stata rivolta dalla cugina, ma qui è la pubblicità dell’imputazione, proprio nel momento in cui l’eroe sembra aver finalmente raggiunto il suo fine di essere cavaliere di Artù e integrato nel suo mondo, che prende su di sé tutto il suo valore figurativo-narrativo: è di fronte ad una co­munità che si è imputati – e che quindi si agisce – e non nella propria solitudine, così come si è agenti quando si è riconosciu­ti come tali. Pertanto la Dama orrenda accusa con maggior forza di quanto non abbia fatto la cugina, ma tace sulla colpa che Perceval ha commesso nei confronti della madre, cioè sul lato interiore della colpa. Attraverso l’accusa di quest’ultima, Perceval ha preso atto della propria capacità agentiva a livello individuale: e infatti, ha in quella circostanza, il vero e proprio battesimo, egli, come abbiamo visto indovina il suo nome e di­venta persona, “predicato di base” dell’azione. Attraverso l’accusa mossagli dalla Dama orrenda, la sua azione si proietta sul lato etico della responsabilità più che sulle radici della col­pa; la dama orrenda tace infatti sul peccato di Perceval nei con­fronti della madre; tuttavia le conseguenze dell’errore (della mancata domanda sul Graal) commesso dal protagonista ri­chiamano ugualmente in scena la madre: infatti lo stato di di­sgrazia in cui cadrà la terra del Re Pescatore in seguito alla col­pa di Perceval è lo stesso stato di disgrazia in cui si trovava la terra (la gaste terre) della madre nel momento in cui Perceval se ne è allontanato. Le due figure dell’accusa – la cugina di Perce­val e la Dama orrenda – rimandano rispettivamente all’interio­rità individuale e al prima temporale l’una, alla socialità pub­blica e al poi l’altra. Sarà solo l’argomentazione dell’Eremita che unificherà i termini di questa opposizione: ma, al di là dell’accusa, in un’etica cristiana del perdono.

In ogni caso l’accusa “strania” e non può che far veder in maniera straniata in quanto cade inaspettata e proprio nel mo­mento in cui il destinatario è all’apice della sua soddisfazione, nel momento in cui si trova ad aver conseguito il suo fine di di­ventare, secondo i codici, cavaliere di Artù: ciò tinge di strano, di “brutto”, di “orrendo” chi dell’accusa si fa portatore, chi la pronuncia, chi provoca nel destinatario, il disagio interiore della disperazione. L’interiorità è così proiettata sull’esteriori­tà, l’immaginosità soggettiva sull’oggettività; e l’episodio assu­me così il doppio valore strutturale e figurale. Strutturalmente pone, in maniera definitiva e compiuta, Perceval come agente d’azione; figurativamente lo delinea come l’uomo di sempre, ancorato alla propria forza immaginativa e nella necessità di mediare questa con la realtà di fatto. La figuratività svela il meccanismo, la radice nascosta che muove e genera la struttu­ra. E per di più questa volta lo straniamento è presentato non soltanto come visione esclusiva di Perceval, dietro la quale c’è la visione “normale e consueta” degli altri personaggi e dei fruitori del testo; lo straniamento è presentato come referen-zialmente oggettivo, talché il fruitore deve, con sforzo, rimette­re le cose a posto, e lo strano passa dall’esser proprio del prota­gonista, all’essere un dato proprio di tutti.

La figuratività si costituisce anche questa volta per via reto­rica, come parte fondamentale della costruzione percettiva del testo, come mordente nei confronti del disvelamento della struttura narrativa: e ciò non come stimolo subordinato, ma come paritetica controparte.

Due figure dell’accusa che si rimandano l’un l’altra, e l’un l’altra si sommano fin quasi a confluire in una stessa identità: radici della colpa affermate, ma non tutte le conseguenze dette (l’accusa da parte della cugina): tutte le conseguenze dette, ra­dici della colpa taciute, ma riprese nelle conseguenze (l’imputa­zione da parte della Dama orrenda); il peccato di Perceval ge­

nera una situazione simile a quella da cui, inconsapevolmente, è partito, cosicché egli, producendo gasteté, uccide nuovamen­te la madre: e il tempo si avvita su se stesso.

In questo sdoppiamento di una situazione unitaria è vista la duplicità del tema dell’imputazione, che doppiamente costitui­sce l’azione e la sua topologia. Dopo la prima messa in stato di accusa, Perceval non vuole ancora rimediare alla sua mancan­za, al suo errore, ma acquista solo il suo potere pieno di individuo-cavaliere, in quanto soggetto passibile di errore: e ciò lo rende capace di poter partecipare alla corte arturiana (d’altronde la stessa riparazione all’errore commesso nei con­fronti della ragazza della tenda sarà un caso fortuito che san­zionerà, al di là del suo valore, l’acquisita capacità di cavaliere). Dopo l’imputazione pronunciata dalla Dama orren­da Perceval vorrà invece volontariamente rimediare al male commesso; ma il tentativo, come si sa fallisce, perché l’accusa, in quanto pubblica, ha mancato di enunciare, di esplicare le ra­dici della colpa e la loro ubicazione nel desiderio, cosicché Per­ceval si trova ad agire in uno stato che si direbbe di sdoppia­mento, di schizofrenia quasi, di scissione fra l’interiorità e l’esteriorità, fra il prima e il dopo; e da questo stato potrà venir fuori solo grazie alla sintetizzante parola (psico?) analitica dell’Eremita che si riempie di senso nel congiungere l’archeolo­gia e la teleologia del soggetto-Perceval, nel far accedere al lin­guaggio le celate radici del suo desiderio.

Ci troviamo così, dunque, di fronte ad una costruzione dis-simetrica in cui, ancora una volta, la percezione della struttura è mediata attraverso una figurazione sdoppiata, o meglio for­se, striplicata e scomposta; e le performanze attanziali che ven­gono a determinarsi vengono superate dal costituirsi della rete degli elementi propri di una qualunque azione, di un qualun­que agire, di un qualunque agente; di modo che la fondazione della base dell’azione etica avviene per il tramite dellapercezio-ne etica. Assistiamo cioè al fatto che gli elementi della topolo­gia narrativa (l’acquisizione, ciò che viene acquisito, il suo sog­getto, il dove e il contro chi o che cosa si acquisisce) fondano la loro struttura su un percorso in cui si intrecciano pulsioni ed eventi, impressioni e codici; assistiamo, grazie a questa alta densità figurale, al generarsi stesso della narrazione.

Ed anche la figurazione della gaste terre ci indica un percor­so di lettura che ci permette di stabilire e disegnare un percorso che giunge a definire la struttura semantica di base dell’azione e la topologia narrativa. La terra del Re Pescatore è, come si è appena visto, una terra del tutto simile a quella in cui vivevano Perceval e la madre; ma nell’una come nell’altra, il protagoni­sta vive senza angoscia e senza ambascia, senza minimamente accorgersi della gasteté, ma anzi ricavandone, per il suo biso­gno, una impressione – oggettiva – di abbondanza. Inoltre il quadro catastrofico e apocalittico che la Dama orrenda dà alle conseguenze della colpa di Perceval è del tutto-simile a quello che la madre prospetta al figlio all’atto della di lui partenza. Possiamo allora vedere, anche qui, nella Dama orrenda una fi­gura della madre sulla quale è gettata la proiezione del rimorso angosciato di Perceval? rimorso che non sa arrivare a dirsi e che si riveste di immagini?

Si potrebbe rispondere, allo stesso tempo, affermativamen­te e negativamente: in effetti il peccato di Perceval è, sostan­zialmente, un peccato di cavalleria, di quella cavalleria che con la sua cecità e avidità narcisistica ha causato la gasteté alla terra materna; e il peccato iniziale, originale della cavalleria si riper­cuote rigenerando continuamente gasteté. Perceval quindi è, in effetti, accusato fin dal principio, sia pure sotto la forma pre­murosa e dolcemente accorata, dalla madre; ma il figlio, sprov­visto ancora di ogni determinazione etica, non comprende l’ac­cusa, riuscendo tuttavia a interiorizzarla insieme con il deside­rio; accusa che, nella dama orrenda, arriva straniata dall’itine­rario che l’ha portato alla maturità, ma non scioglie il nodo ini­ziale che lega colpa e desiderio.

L’imputazione è però pubblica, come sappiamo, e la Dama orrenda, da tutti vista e sentita, assume un valore e una portata di oggettività, di modo che il peccato interiore di Perceval assu­me l’aspetto di una colpa di portata generale dai riflessi sociali e collettivi: se anche lo straniamento della visione dell’orrido può interpretarsi come una peculiare modalità percettiva di Perceval, la sostanza dell’accusa e l’accusa medesima rimangono un dato oggettivo, perché Perceval è accusato proprio di essere cavaliere, e, con lui, è tutta la cavalleria che viene accusata.

La particolare figuratività con cui il tema dell’accusa, con­

tinuamente riproposto e sfaccettato, congiunge l’interiorità psicologica con l’esteriorità sociale, fa si che i dati strutturali miranti a definire l’azione e la sua genesi si rimandino l’un l’al­tro si annodano in una unità costitutiva, retoricamente e ritmi­camente determinata. Cosicché l’azione risulta essere qualcosa di più, di eccedente rispetto ai dati primari linguistico-fenomenologici. La figura di fiction, mediata nel gioco retorico-compositivo del rimando fa assumere al testo il valore di una mimesi della genesi dell’azione e non una semplice rete concettuale-linguistica.

Non solo, ma Perceval si muove sempre dentro uno spazio di scarsità e di insufficienza (in questa situazione stanno infatti la madre, Blanchefleur, il Re Pescatore e lo stesso Artù); il no­stro eroe procede sempre all’interno di un mondo minacciato della propria scomparsa, a causa dell’indigenza a sua volta de­terminata dall’impotente incapacità della cavalleria. Come non vedere allora nel Re Pescatore un doppio, un Altro dello stesso Artù, come non vedere riflessa la situazione di Perceval alla corte di Artù nella situazione dello stesso Perceval al castello del Re Pescatore? In entrambe le situazioni egli sarebbe chia­mato ad agire da Soggetto, ma in entrambe fallisce per la sua tronfia sicurezza, per l’eccesso del “corpo proprio” che non riesce a determinare l’azione. Attraverso la figurazione della gaste terre il microcosmo di Perceval si proietta ancora una volta sul macrocosmo della società.

E il nostro eroe, nel suo moto pendolare fra il prima e il poi, fra l’avanti e l’indietro, nel suo essere il tramite attraverso cui si incrociano gli elementi di tutte queste opposizioni, viene a determinarsi come Vesempio paradigmatico su cui attuare la via d’uscita all’impasse in cui s’è cacciata la cavalleria.

Questo ripetersi, costante e ossessivo, delle stesse figure che si sfaccettano in aspetti diversi e si intrecciano l’un con l’altra dando forma al fitto tessuto narrativo che costituisce il roman­zo, dà a quest’ultimo l’andatura di uno statico movimento la cui meta è reiteramente prefigurata in un ritorno alle origini. La genesi dell’azione e della topologia narrativa si rivela in questa ossessività dei contenuti profondi che si ripresentano costantemente sotto forme via via modificate; il compito di

Perceval consisterà allora nel venir a capo di questa ripetizione ossessiva: nel saperla riconoscere, alla pari del lettore.

Ciò che fin qui abbiamo voluto tentare di dire è che la topo­logia narrativa si instaura a delle figurazioni dell’interiorità e dell’esteriorità, della psicologia e del sociale; l’ossessione ripe­titiva di Perceval (la costante immaginosità, il suo modo stra­niato di vedere, l’accusa a cui si sente sempre sottoposto) si ri­percuote nella ripetitività dei paesaggi che egli percorre (gaste terre, acqua-fiume) – e dove si compie il suo viaggio esistenzia­le, la sua quête. Due diversi tipi di figurazione quindi che en­trambe generano l’azione dell’eroe e l’eroe come agente: la pri­ma si riferisce al protagonista come soggetto posto in questione sulla via del proprio autofondarsi, la seconda funge da spia, per il lettore-fruitore, di una costanza di situazioni, di un ritro­vare il personaggio sempre in queste situazioni medesime; nelle quali, pur tuttavia, si esplica il suo dinamismo che è sì innesca­to dalle figure che via via gli si presentano, ma che è anche sor­retto dalle strutture grammaticali-strutturali che lo incanalano in un dissimetrico percorso di senso. In quel percorso paradig­matico dove le aggiunzioni successive si concrezionano in una costruzione, autocrescente e sintetica, fatta di elementi sempre uguali, ma sempre diversamente angolati.

Ciò significa che non è in un cambiamento di stato, in un alterità da sè, in un progresso travalicante che si diventa “agen­ti d’azione”, ma nel risolvere quei nodi che una situazione rei­terata costantemente pone. Se questa situazione immutata prende tuttavia aspetti e apparenze diverse, è che i nodi in que­stione sono via via parzialmente risolti dal protagonista, il qua­le diventa agente progressivamente, in itinere, o meglio nel compiere reiteratamente lo stesso cammino: progresso sì, ma dentro un quadro conchiuso, dentro una costante ripetizione e un costante ritorno.

Inoltre questa conquista della soggettività non è guadagna­ta e ottenuta attraverso un atto di volontà pura – come è per gli altri eroi di Chrétien: Perceval è attraversato percorso egli stes­so nel suo corpo, nel suo “corpo proprio”, dalla estraneità e dalla evenemenzialità che lo strania e lo lascia interdetto, ma di cui egli riesce a venire a capo, stando, come sta, nella situazio­ne mediana che, s’è detto più volte, lo pone, soggetto deside­

rante, fra l’immaginario e il codice.

A questo particolare significato datoci dalla figuralità che fin qui abbiamo presentato, fa riscontro un significato simme­tricamente contrapposto nella sezione del romanzo dedicato a Gauvain.

Si può dire che l’inizio e la fine di questi sono invertite ri­spetto all’inizio e alla fine del viaggio di Perceval, almeno per quanto ci è dato di sapere dalla incompiutezza del romanzo. Gauvain infatti incomincia il suo viaggio a partire da uno stato di imputazione e finisce col passare al di là di quel fiume che Perceval non ha mai trapassato, finendo per trovarsi nel regno delle madri, prigioniero della sua stessa quête che egli ha volon­tariamente intrapreso. Partire dall’imputazione, che se anche gli giunge inaspettata non lo turba, significa che egli si è già co­stituito come soggetto d’azione e che il rigettare l’accusa è per lui un fatto normale e codificato, proprio della prassi di ogni cavalleria. Ed è questa stessa, come “routine” che lo porta ad invischiarsi in una ragnatela di odi e di rancori dalla quale sem­bra potersi salvare solo cercando rifugio al di là del fiume al di là del quale si erge il castello delle dame.

È stata notata l’analogia di questo castello-gineceo con il castello del Re Pescatore, ma va aggiunto che si tratta, anche qui di una analogia peculiare: infatti esso si trova al di là del fiume e non al di qua; è governato, o meglio retto da donne che aspettano un uomo valido che sappia governarlo con e per il suo eroismo, ma soprattutto per la sua purezza. Esso è inoltre un castello fuori del tempo, posto nell’altro (oltre) mondo do­ve si trovano le madri già morte su questa terra. Ed è anche un mondo incantato e, nello stesso tempo, malinconico dove le si­gnore sono tutte vedove o nubili in attesa di un uomo che sap­pia risollevarle dal loro stato. Ma costui dovrà anche essere lo­ro prigioniero, da loro vigilato. Come non vedere qui la stessa situazione da cui era partito Perceval, sia pure in una analogia rovesciata e speculare? La gaste terre della madre di Perceval è comunque in grado di sostenerlo e di nutrirlo, qui invece l’ostentata abbonanza nasconde una mancanza di sicurezza e uno stato precario; in entrambe le situazioni, comunque, l’uo­mo è prigioniero; certamente ipercurato e iperprotetto, sempre in libertà vigilata; destinato forse a fare la fine di quel perso­naggio, appena accennato da Chrétien, la cui stranezza e il cui valore testuale è stato accuratamente evidenziato da J. Frap-pier. Si tratta del guardiano che sta alla porta del castello delle dame – il castello di Roche de Champguin – descritto come zop­po e dotato di una gamba di legno e che, nonostante il suo po­vero aspetto, gode di buone rendite­li Frappier(56) ha pensato di vedervi una immagine che noi potremmo dire inversa rispetto a quella del Re Pescatore. Co­me questi, egli è mehaignez, e la mancanza della gamba può ben richiamare la castrazione di quegli. Ma se il Re Pescatore può essere, tra l’altro, il doppio di Perceval, come non vedere in questo personaggio il doppio di Gauvain che sta per diventa­re un impotente, sia pure in uno stato di benessere e di libertà dal bisogno? E come non vedere dunque, da una parte la situa­zione da cui Perceval si è allontanato e quella in cui reiterata­mente rischia di ricacciarsi?

Se il Re Pescatore, e quindi Perceval, può salvarsi, sembra invece che qui Gauvain proprio non lo possa; per lui tutto sem­bra piombare nell’indeterminatezza, nell’assenza di significato e quindi di tempo. E se Perceval giunge a conoscere la sua linea di parentela, fatto di codice quant’altri mai, Gauvain corre il rischio di ritrovarsi in una situazione incestuosa che lo lascia al di qua del desiderio, schiavo della soddisfazione del bisogno, frutto del suo narcisismo primario.

56) Cfr. J. Frapper, Chrétien de Troyes et le Mythe du Graat, cit. p. 242 n. 97

In questa prospettiva narcisistica Gauvain si è sempre mos­so e neppure la male pucele (doppio speculare della Dama or­renda? inverso di tutte le dame galanti della letteratura cortese?) non riesce a ritrarlo dal sentiero inclinato nel quale egli progressivamente scivola, andando verso la regressione, verso il ritorno alla dimora uterina. L’immaginario di Gauvain che lo porta a inseguire le avventure galanti il cui buon esito è solo apparente, finisce per invischiarlo nella rete senza scampo che conosciamo: la schiavitù nei confronti del femminile. Ma il romanzo pone proprio in questa (provvisoria?) con-

clusione – quella che a noi di fatto è data – un gioco di specchi che provoca la vertigine dove l’immagine si riflette all’infinito, dove le figurazioni si rimandano l’un l’altra e generano, essen­done generate, la struttura narrativa.

E in questa, così costituita, l’autore, il poeta creatore di simboli, può, insieme con il suo personaggio protagonista, compiere l’unione dell’immaginario e del linguistico; non limi­tandosi a proporre dei contenuti etici qualsivoglia (senza per questo essere a-/im-morale) o a porsi nella posizione di estatico voyeur (senza per questo essere cieco), ma rendendosi fattore di quella parola che sta al di sopra – ma senza orgoglio e pre­sunzione – dell’etica e della conoscenza, di quella parola in cui “l’attività poetica non si perde nell’oggetto” e che “deve sen­tirsi continuamente come unitaria, indipendentemente dall’unità oggettuale e semantica del suo contenuto”[1]. Di una parola che, prendendo le mosse dall’etica, diventa estetica senza corre il rischio di diventare estatica.

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[1]Cfr. M. Bachtin, Estetica e romanzo, Torino, Einaudi, 1979, p. 59.


[1]Cfr. J. Frappier, Chrétien de Troyes et le Mythe du Graal, cit., p. 159 “des ta­

bleaux successifs, reliés par un léger fil narratif, découpent dans la vie du héros les éta­

pes capitales, les tournants décisifs de son ascension, de sorte que chacun de ces épiso­

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