INTRECCIO STRUTTURE NARRAZIONE E DISCORSO NEL ROMANZO: IL CASO DI CHRÉTIEN DE TROYES. (Analisi dell’Erec et Enide e derll’Yvain). Cagliari 1980.

MAURIZIO VIRDIS

INTRECCIO, STRUTTURE, NARRAZIONE E DISCORSO

NEL ROMANZO:

IL CASO DI CHRÉTIEN DE TROYES

(Analisi dell’Erec et Enide e dell’Yvain)

Pubblicazioni dell’Istituto di Filologia moderna della Facoltà di Lettere e Filosofìa dell’Università degli Studi di Cagliari

CAGLIARI 1980 

Scarica pdf 

INDICE

CAPITOLO I pag. 7

Autore e Narratore pag. 9

La struttura delle azioni pag. 34

  • La funzione pag. 34
  • / nuclei semantici narrativi pag. 41
  • Una nuova proposta di

grammatica narrativa pag. 48
La macro-struttura semantica
pag. 69

CAPITOLO II : L’Erec et Enide pag. 80

L’entrelacement pag. 80

Le strutture narrative pag. 91

CAPITOLO III: Yvain, le chevalier au lion pag. 122

L’entrelacement pag. 122

Le strutture narrative pag. 139

Bibliografia pag174

PREMESSA

E’ noto quanto sia attuale e dibattuta la problematica intorno all’opera e alla figura di Chrétien de Troyes, questo grande narratore del XII secolo, che tanta impor tanza assume per chiunque si interessi del medioevo let terario francese e non solo francese. Interesse e dibattito dovuti alla notevole complessità, al vario e vasto si gnificato umano e artistico proprio della sua opera. E va rie sono state le interpretazioni che la critica ha cer cato via via di proporre all’attenzione, sia perché ciò che concerne l’opera complessiva dell’Autore, sia per ciò che concerne i singoli romanzi che, come si sa, trattano argomenti e toccano problematiche diverse quand’anche in quadrate entro un comune spazio contenutistico, tematico e ideologico; sia infine per quanto concerne singoli pro blemi, singoli casi, dei quali il significato sembra più difficilmente potersi afferrare, o che vengono ritenuti risolutivi per una comprensione globale.

Ora noi non vorremmo definire certo un’interpretazione dell’opera di Chrétien che si ponga come conclusiva; si verrebbe a disconoscere una delle caratteristiche del l’opera letteraria, e più generalmente dell’opera artisti ca: la sua ambiguità. “Tra la comprensione e la non com prensione del testo artistico c’è una larghissima fascia intermedia. La differenza nell’interpretazione delle ope re d’arte è un fenomeno quotidiano e, contrariamente a un parere assai diffuso, non deriva da cause esterne e facilmente eliminabili, ma è una proprietà organica dell’arte” (J.M. Lotman: La struttura del testo poetico, Milano, Mursia, 1972-76, p. 32).

Cercheremo pertanto solo di vedere come siano fatti i romanzi di Chrétien de Troyes, come egli proceda nel narrare, quali schemi narrativi, sintattici e semantici, egli usi. Da ciò si partirà per una ipotesi di interpretazione che non disconoscerà per altro apporti critici di diversa provenienza. Quest’ipotesi interpretativa non mire rà quindi ad eliminare alcuna ambiguità, ma cercherà di far luce sugli schemi formali che costituiscono 1’intelaia tura dell’opera e ne determinano la struttura (ideo)logica.

Le pagine seguenti non saranno dedicate comunque al l’intera opera di Chrétien, ma si limiteranno ad una pro posta metodologica, ad un approccio al discorso narrativo dell’Autore, e, infine, ad un esame più dettagliato del l‘Erec et Enide e dell‘Yvain. Due romanzi questi che sono sempre stati considerati strutturalmente affini, ma che ad un’indagine più attenta, condotta in base a criteri formali più rigorosi, rivelano una grande diversità soprat tutto per quanto riguarda la definizione e la composizio ne degli elementi ideologici; diversità che va ricercata nel mutato atteggiamento col quale l’Autore si pone di fronte alla realtà sociale e umana di cui si fa inter prete.

Ringrazio vivamente gli amici professori Alberto Limentani, Andrea Fassò e Ruggero Campagnoli per i consigli e il contributo scientifico prestato, mi nella realizzazione di questo la voro.

Capitolo I

Nell’affrontare lo studio dell’opera di Chrétien de Troyes, come del resto quella di qualunque altro autore, ci proponiamo di arrivare all’interpretazione del testo prendendo in considerazione come questo “sia fatto”, come si organizzi, su quale logica-interna si fondi, rimanendo sempre ben consci che un’analisi di questo genere non po trà esaurire la problematica che il testo stesso (qualun que testo) propone.

E* chiaro che ogni opera letteraria ha una sua gene si storica, si riallaccia a precedenti tradizioni (ed è ben nota la questione circa la relazione dell’opera di Chrétien de Troyes con la tradizione brettone e con la storia di Goffredo di Monmouth), influisce sulla lettera tura che viene dopo, apre a sua volta una nuova tradizio ne e pone infine un’imprecisata serie di problemi sul trattamento della lingua sua propria, sui temi in essa ricor renti e sui vari registri stilistici. Problemi questi che, per essere esauriti, richiederebbero analisi dettagliate, le quali, singolarmente considerate, non condurrebbero in nessun caso alla risoluzione del problema globale dell’opera. Così nel nostro caso certe indagini sulla nascita e sul carattere storico-ideologico-sociale dell’epica corte se sono ben lontane dall’indicarci un chiarimento sulla

singolarità e sull’individualità dell’opera di Chrétien in generale e dei singoli romanzi in particolare. Così le ricerche tradizionali sui rapporti fra l’opera del nostro Autore e le fonti da cui egli trae alimento, se contribuiscono a gettar luce sul problema del significato dell’opera, non arrivano pero all’intrinsecità compositiva, narrativa e semantica dei romanzi in questione. Non v’è dubbio che un’analisi comparata e delle fonti e della tradizione letteraria che precede Chrétien da una parte e della intera sua opera dall’altra, potrebbe risultare utilissima in quanto condurrebbe ad una definizione più comprensiva del valore pluridimensionale dei testi, ma il nostro proposi to vuole essere più modesto.

Questa nostra analisi condotta secondo categorie che via via definiremo, vuol essere poi solo un tentativo di interpretazione del testo che tenga conto di ciò che spesso viene tralasciato: la forma intrinseca di esso.

Certo, così facendo non arriveremo al senso ultimo, che del resto non può in ogni caso essere afferrato e pos seduto, ma solo descritto; e poiché ogni descrizione è una limitazione imposta dalla/alla nostra mente, il nostro lavoro si fermerà alla descrizione-delimitazione di que sto “senso ultimo” secondo concetti operativi che ci ac cingiamo ad enunciare e a definire.

AUTORE E NARRATORE

1) Considerazioni sull’impostazione narrativa.

Una prima delimitazione che vorremmo imporre è quel la riguardante il modo in cui Chrétien imposta la sua narrazione, in quanto riteniamo che da ciò, anche prescindei! do dalla descrizione delle strutture narrative più propria_ mente dette, possa scaturire qualche considerazione sul significato dell’opera.

Per quanto riguarda il rapporto che Chrétien instaura fra sé in quanto emittente del messaggio e la narrazione, si terrà conto di alcuni fatti: e cioè in primo luo go che l’emittente è in pratica sempre l1Autore, ossia la coscienza che sta al di là della narrazione, e Narratore, cioè colui che attua la narrazione e in essa si concreta risultandovi sempre presente, sia pure talvolta, quasi paradossalmente, in absentia; in secondo luogo che è l,Auto_ re a decidere quale narratore egli stesso deve e/o vuole essere; e infine anche che il Narratore non è altro che l’attuazione di questa volontà-dovere. Conseguentemente a quanto ci siamo proposti analizzeremo il racconto proprio in quanto discorso narrativo, nel quale si possono scorge_ re diversi aspetti tipici che corrispondono ai rapporti fra l’Autore e la narrazione.

T. Todorov esamina questi “aspetti” che definisce visione dal “di dentro”3 visione “con”} visione dal “di fuori” e li formalizza rispettivamente nella seguente manie ra: Narratore > Personaggio, Narratore = Personaggio, Narratore < Personaggio.1

Il primo di questi rapporti si ha quando il Narrato re sta nella posizione di onniscienza rispetto alla narra zione e sa già tutto in partenza: ogni atto, ogni pensie ro, ogni desiderio dei “suoi” personaggi. Il secondo caso si ha quando il Narratore ne sa quanto i personaggi presi uno alla volta, non sa anticipare nulla, ma segue gli at ti, i pensieri e i desideri di essi nello svolgersi della vicenda. Il terzo caso si ha infine quando il Narratore ne sa meno dei suoi personaggi e, come dice Todorov, “può de scrivere unicamente ciò che vede, sente, ecc., ma non ha alcun accesso alla coscienza di alcuno”.

E’ anche possibile che, in uno stesso romanzo, si intreccino due o più dei diversi “aspetti” ora presi in esame, a seconda del momento o del particolare che si sta narrando. Potremmo infine aggiungere il caso di narrazioni in prima persona in cui il narratore coincide con uno dei personaggi, ed allora l’onniscienza sarà limitata a questo stesso personaggio; ma si può dare anche il,caso di narra zioni in prima persona in cui il Narratore è allo stesso tempo un personaggio che sta però al di fuori della vicenda.2

2) L'”aspetto” più evidente della narrativa di Chrétien de Troyes

A prima vista, potrebbe sembrare che Chrétien faccia uso soltanto della visione dal “di dentro”. Infatti considerando l’intera opera narrativa del nostro Autore si ve de subito come, nel prologo di ciascuno dei suoi romanzi, si percepisca che il narratore (e non quindi l’autore) si accinge a raccontare una storia che già esiste, ossia dei fatti che egli già conosce e che vengono tutt’al più ri­presi dal narratore e ristrutturati a suo modo. Tra i prologhi il più esemplare a questo proposito ci pare quello dell‘Erec et Enide di cui ci basterà ricordare due versi:

(Chrétien)- “tret d’un conte d’avanture une molt bele conjointure”

(vv. 13-14)

Ora è ben chiaro che il fatto che la storia sia esi stita davvero o no ha scarsa importanza; ciò che conta veramente è invece che nel prologo venga enunciata a chiare lettere la posizione del narratore. Una posizione, questa,

che potremmo senz’altro definire di prescienza rispetto al la narrazione, in linea di massima coincidente con quel l’aspetto del racconto già definito appunto visione dal “di dentro”, in cui si ha: Narratore > Personaggi.

Vorremmo ora esemplificare l’uso narrativo che Chrétien fa di questo aspetto, mediante dei brani tratti dai vari suoi romanzi:

vis fust qu’il l’eussent traï

(Erec et Enide w 2822-26)

k) Or la fera Amors dolante,

et molt se cuide bien vangier del grant orguel et del dangier qu’eleli a toz jorz mené.

(Cligés w. U50-53)

l) Après les siust a esperon uns chevaliers, Erec a non; de la Table Reonde estoit; an la cort molt grant los avoit;

5) Mes il seüst le soreplus, ancor l’amast il assez plus, car an eschange n’an preist tot le monde, qui li meist

(Cliges w. 1183-86)

Sor un destrier estoit montez, afublez d’un mantel hermin; galopant vient tôt le chemin s’ot cote d’un dïapre noble qui fu fez an Costantinoble

(Erec et Enide w. 81-98)

2) Tant fu blasmez de totes genz,
de chevaliers et de sergenz,
qu’Enyde l’oï antre dire

que recréant aloit se sire d’armes et de chevalerie: molt avoit changiee sa vie. De ceste chose li pesa; mes sanblant fere n’an osa, que ses sire an mal nel preïst asez tost, s’ele le deîst.

(Erec et Enide w. 2^58-68)

3) Adonc estoit costume et us
que dui chevalier a. un poindre
ne dévoient a un seul poindre,
et, s’il l’eussent anvaî

6) De tot ice rien ne savoient lor genz, qui estoient defors, mes lor escuz antre les cors orent trovez, ecc., ecc.

(Cligés w. 2036-39)

7) Mes d’un agait rien ne savoient
dom il ja ne s’aparcevront

tant que grant perte i recevront

(Cligés vv. 3576-78)

8) Mes Cligés n’a cure de plet
ne de sa parole escouter

(Cligés w. 3686-87)

9) A tant s’an va chascuns par lui; et cil de la charrete panse con cil qui force ne deffanse n’a vers Amors qui le justise et ses pansers est de tel guise

que lui meismes en oblie

(Le Chevalier de la Charrete w. 710-15)

10) Iluec fu uns hom anciens

qui molt estoit boens crestiens; el monde plus leal n’avoit et de plaies garis savoit plus que tuit cil de Montpellier

(Le Chevalier de la Charrete vv. 3^81-85)

11) La dameisele estoit si bien de sa dame, que nule rien a dire ne li redotast a que que la chose montast

(Le Chevalier au Lion w. 1593-96)

12) La dameisele a tan s’an part; s’est venue a son oste arrière mes ne mostra mie a sa chiere la joie que ses cuers avoit

(Le Chevalier au Lion w. 1906-09)

13) Mais il ne savoit nule rien D’Amor ne de nule autre rien, Si s’endormi auques par tens, Qu’il n’estoit de rien empens

(Le Roman de Perceval vv. 19kl-kk)

14) Et cil qui son non ne savoit Devine et dist que il avoit Percevax li Galois a non, Ne ne set s’il dist voir ou non; Mais il dist voir et si nel sot. Et quant la dameisele l’ot Si s’est encontre lui drechie, Si li dist come correchie

(Le Roman de Perceval vv. 3573-80)

In questi brani è chiaramente delineata la posizione di superiorità del Narratore che qui agisce come una sor ta di coscienza totale che sa tutto; conosce i pensieri dei personaggi, come dimostrano i brani nn. 2, 8, 9, 12; mette in rilievo come i personaggi siano all’oscuro di una situazione avvenuta o che sta avvenendo (come nei brani nn. 5, 6, 7), mette al corrente i lettori-ascoltatori di ciò che essi ancora non sanno e che devono sapere se vogliono comprendere ciò che viene narrato (brani 3, 10); dimostra una maggior conoscenza nei riguardi dei suoi personaggi (brani nn. 13, 14); anticipa addirittura ciò che sarà nar rato (brano n. 4).

Per di più questa posizione è sottolineata da certe particelle sintattiche (ensi e tovs per la maggior parte) che hanno la funzione di connettere il piano della tempo ralità con quello della causalità in maniera tale che questa connessione risulti, nell’esposizione, essere effet tuata dal Narratore stesso.

Due esempi chiariranno:

Ensi est la chace atornee a l’andemain, a l’aujornee. L’andemain, lues que il ajorne, li rois se lieve et si s’atorne

(Erec et Enide w. 67-70)

Non viene detto “la chace est atornee”, o più semplicemen te “atornent la chace” ma “ensi la chace est atornee” lensi collega in maniera evidente anche a livello referenzia

le ciò che è stato detto con ciò che si dirà.

Lors li vont son cheval fors treire et totes ses armes li taillent

(Les Chevalier au Lion vv. ^+152-53)

Anche qui non viene detto “après li vont son cheval fors treire”, ma “lors li von son cheval fors treire”; l’avverbio anche qui unisce i due piani di cui si parlava: esso significa sia dopo sia in conseguenza di’, e il fatto che esso sia usato in luogo di un avverbio riferito ad uno so lo dei due piani, significa che il narratore li ha voluti evidentemente congiungere mostrando ancora una volta qua le sia la sua posizione.

3) La visione “con”: Chrétien narratore problematico

a) La funzione conativa

L’impostazione narrativa però non è sempre così sem plice e lineare come a prima vista potrebbe sembrare, poi che la posizione che abbiamo or ora definito non viene costantemente mantenuta. Come spiegarsi infatti, per esem pio, queste espressioni od altre in qualche modo ad esse simili?

Erec de ce rien ne savoit

qu’il deûssent sa mort pleidier,

mes Dex li porra bien aidier

et je cuit que si fera il

(Erec et Enide vv. 3418-21 )

Ja, ce cuit l’ore ne savrà qu’espérance trai l’avrà; car s’il un tot seul jor trespasse del terme qu’il ont mis a masse, molt a enviz troverà mes en sa dame trives ne pes. Et je cuit qu’il le passera, que départir ne le leira mes sire Gauvains d’avoec lui.

(Le Chevalier au Lion vv. 2663-71′)

Mes ainz qu’a salveté la teigne criem que granz ancombriers li veigne

(Cligés vv. 3333-34)

Et li vallés les vit passer, Ne n’osa mie demander Del graal cui l’en en servoit Que toz jors en son cuer avoit La parole au prendome sage. Si criem que il n’i ait damage, Por che que j’ai oï retraire Qu’ausi se puet on bien trop taire Corn trop parler a la foie(e)

(Le Roman de Perceval vv. 3243-51)

A queste naturalmente si potrebbero aggiungere le va rie espressioni assai frequentemente usate dal nostro Au tore, come per esempio “ce come je cuit”, “ce m’est avis” e simili.

Tutti questi casi ci mostrano un Narratore che sta al polo opposto della prescienza, e cioè nella posizione di chi non sa che cosa avverrà dopo. Ma, a ben considera re, questa è una posizione del tutto particolare che ten de a mettere in evidenza, mediante l’intervento diretto del Narratore, un’attesa (narrativa) nei riguardi di ciò che dovrà avvenire. E si noti che ciò che il Narratore crede è sempre ciò che sicuramente avverrà. Siamo dunque al la presenza di due tipi di enunciazione: uno puramente referenziale e. un’altro più propriamente letterario; nel pri mo il significato è proprio quello che il significante si_gnifica nel secondo si riscontra una certa discrepanza tra i due termini della significazione (Chrétien, come Auto re, sa ovviamente ciò che avverrà). In questo modo i lej: tori-ascoltatori sono in pratica indirizzati verso una si_ tuazione narrativa alla quale viene data una coloritura di incertezza.

Questi casi ci mostrano in pratica qualcosa di più, e cioè una sorta di gioco tra le due facce del Narratore: quella di chi sa già tutto e quella di chi ne sa quanto i personaggi; e tra il narratore e gli ascoltatori. Tale gioco ha la funzione eminentemente pratica di stabilire una sorta di familiarità fra il narratore e i suoi uditori e di co-simpatia (se ci è consentito il termine) nei riguardi del personaggio; simpatia da cui non è aliena una cer ta distaccata e bonaria ironia che sorge proprio dalla contrapposizione dei due “aspetti” narrativi. Così facendo inoltre Chrétien sottolinea il suo passare dalla usuale visione dal “di dentro” alla visione “con” e questa sottolineazione non fa che confermare il fatto che questo aspet to1, (la visione “con”) non è reale, ma solo fittizio, in certo modo retorico. Si viene insomma a creare un dialogo interno del narratore con sé stesso, dialogo che, proiet tato nella struttura comunicativa, si riflette sull’ascoltatore coinvolgendolo quasi in un gioco drammatico che rimane, comunque, sempre finto o per meglio dire simulato: un dramma retorico. Si potrebbe anche dire, sempre rima nendo nell’ambito di questi casi, che i passi di cui so­pra abbiamo dato solo un’esemplificazione, assolvono a quella “funzione conativa” di cui parla Jakobson3, essen do essi dei veri e propri imperativi (come a dire: ‘state attenti a ciò che si sta per narrare’). E’ ben chiaro pe rò che questa funzione conativa è parte della più ampia e comprensiva “funzione poetica”, visto che in fin dei con ti si tratta sempre di un’attenzione portata prevalente­mente sul messaggio (abbiamo infatti parlato di retorici tà) .

Talvolta poi l’imperativo verbale è chiaramente espresso :

Si vos dirai, or m’antandez, qui furent li conte et li roi

(Erec et Enide w. 1882-1883)

De “bas vespre a un chastel vindrent, et ce sachiez que li chastiax estoit molt riches et molt biax

(Le Chevalier de la Charrete w. 398-i+OO)

s’ele ot peor, ne l’en blasmez, qu’ele cuida qu’il fust pasmez

(Le Chevalier de la Charrete w. 1^31-32)

Oez que fist li lyons donques, con fist que preuz et deboneire

(Le Chevalier au Lion w. 3388-89)

Et sachiez que de grant manière Li sisi au flanc et miex el poing

(Le Roman de Perceval vv. 3176-77)

Talvolta la funzione conativa può essere espressa an che attraverso formule, quali “Or est …”, “Ez vos …”:

1) Or est Erec an grant peril
et si ne cuide avoir regart;

(Erec et Enide w. 3^22-23)

2) Or ot Erec que bien se prueve
vers lui sa fame léaumant

(Erec et Enide w. 3^80-81)

3) Or n’est pas Enyde a maleise,
quant ses sire 1’acole et beise

(Erec et Enide w. I+895-96)

k) Or est l’empereres gabez

(Cligés v. 3287)

5 ) Or a la dameisele fet

quan qu’ele voloit antreset

(Le Chevalier au Lion w. 2051-52)

6) Ore ont molt el chastel déduit,
Que nus nés assait ne guerroie

(Le Roman de Perceval w. 27^6-^7)

7) A tant ez vos poingnant le conte;
si corn l’estoire le reconte

(Erec et Enide w. 3579″8o)

8) La ou Kex seoit au mangier,
a tant ez vos un chevalier
qui vint a cort molt acesmez

(‘Le Chevalier de la Charrete w. ^3-^5)

9) Ez vos Lancelot trespansé,
se li respont molt belemant
a manière de fin amant

(Le Chevalier de la Charrete vv. 3960-6l)

10) Ez vos ja la dame changiee: de celi qu’ele ot leidangiee ne cuide ja mes a nul fuer que amer la doie an son euer

(Le Chevalier au Lion w. 1751-5*0

La funzione conativa, questo introdurre il lettore-iscoltatore

nella narrazione, ha un valore semantico: e non soltanto, come prima si diceva, perché stabilisce upa co-simpatia col personaggio, o perché sottolinea, alme/io in certi casi, situazioni narrative di gran peso nell’economia generale dei singoli romanzi (si vedano per esempio le citazioni che sono state contrassegnate coi nn. 2, 3, A, 5, 9, 10), ma anche e soprattutto perché essa garanti sce una sorta di unità narratore-ascoltatore. Quest’ulti mo viene così ad assumere la funzione di destinatario e al tempo stesso di destinatore del messaggio e in tal modo si stabilisce una comunanza di codice ideologico fra i termi ni di detta unità. Vogliamo in pratica dire che il letto re-ascoltatore cui è rivolto 1’imperativo-conativo viene chiaramente ad assumere il ruolo di destinatario del mes saggio; ma, data la comunanza di codice ideologico che, come abbiamo visto, si viene a stabilire con il Narratore, egli appare anche come colui che detta l’ideologia del romanzo: il lettore-ascoltatore viene cioè ad essere semeioticamente assunto come il destinatore dell’ideologia stessa.

Al di là del rapporto-unità sta però sempre Vautore, il quale ristabilisce le cose e fa venir meno questa uni tà mutando l’impostazione narrativa. E ciò perchè l’auto re vuole imporre un codice diverso e, in sostanza, una nuova ideologia, indicando come falso (o per lo meno ina deguato) il codice dapprima proposto: in tal modo al let tore-ascoltatore resta soltanto la funzione di “destinata rio” e perde quella di “destinatore”, funzione che viene assunta dall’autore “soggetto” dell’enunciazione narrativia.

Se così stanno dunque le cose, è abbastanza facile osservare come i romanzi di Chrétien de Tra trasformazione dell’epica di una data società nel romanzo di questa società. Il messaggio è insomma solo apparentemente epico, mentre è in realtà ‘romanzesco’, o per meglio dire, mostra in atto proprio questo processo di trasformazione.

Diremo perciò che si ha epica quando di prospettiva ideologica fra l’autore e ri e quando i personaggi permangono fissi e nel giudizio che di essi si ha e si dà; ha romanzo quando le prospettive dell’autore e del suo pubblico non coincidono più e i personaggi non restano fermi nei loro valori.

Questa operazione di trasformazione è compiuta da Chrétien con metodi diversi. Si confrontino per esempio i seguenti passi tratti rispettivamente dal Cligés e dal Chevalier de la Charrete:

Mes volantez an moi s’aline

Que je die reison aucune

Por coi c’avient a fins amanz

Que sens lor faut et hardemanz

A dire ce qu’il ont an pans,

Quant il ont eise, et leu et tans.

Vos qui d’Amors vos feites sage,

Et les costumes et l’usage,

De sa cort maintenez a foi,

N’onques ne faussastes sa loi,

Que qu’il vos an doie cheoir,

Dites se l’en puet nés veoir

Rien qui por Amor abelisse,

Que l’en n’an tressaille ou palisse

(Cligés vv. 3813-26)

Bien poez antendre et gloser

vos qui avez fet autretel,

que por la gent de son ostel

se fet las et se fet couchier;

mes n’ot mie son lit tant chier, ecc. ecc.

• (Le Chevalier de la Charrete vv. 1+550-51+)

Se è vero, come risulta da approcci di altro tipo4, che i romanzi sono giocati nella loro interezza su unto no almeno parzialmente ironico, non è chi non veda il gran de valore semantico dei passi citati. L’ironia imposta dai romanzi verrebbe in tal caso rivolta direttamente al pub blico che ne è fatto bersaglio: il pubblico sarebbe dun que coinvolto nell’ironia stessa ed i valori di cui esso è portatore e che si aspetterebbe di trovare attuati nei romanzi vengono ad essere dei controvalori, o almeno dei valori parziali.

b) Valore semiotico-ideologico della visione “con”

L’altro modo in cui Chrétien attua l’operazione di trasforma-

zione di cui si parla si scopre nei rimanenti romanzi dove egli non attua la contrapposizione tra narratore e pubblico da un lato e autore dall’altro, ma pone in antitesi i personaggi così come essi sono in un primo momento e quali essi, risultano essere alla fine della vicenda che porta loro un arricchimento morale. Chrétien fa cioè giusto l’opposto di quanto faceva per i personaggi del Cligés e del Chevalier de la Charrete che restano statica mente sempre uguali a sé stessi nei loro valori umani senza che alcun progresso interiore si compia in essi.

Questo porre in antitesi due diverse posizioni dei personaggi è espresso mediante un cambiamento di “aspet to” narrativo. Come sopra abbiamo detto, Chrétien fa qua si sempre uso della visione dal “di dentro”: egli però a un certo punto l’abbandona (e non soltanto in quei passi che abbiamo poco fa citato, e in quelli ad essi simili, al fine di instaurare un dialogo con gli ascoltatori, come già si diceva) quando si tratta di spiegare il comporta mento dei suoi personaggi, o certe loro risoluzioni, o certe spiegazioni di taluni fatti di grandissima importanza per la comprensione della vicenda narrata, per esempio quando non ci viene spiegata la ragione per cui Erec decide di partire ‘en aventure’ (in questo caso saremmo tenta ti di dire che Chrétien fa uso della visione dal 3di fuo ri3 : egli ne sa meno dei personaggi e li segue dall’esterno nelle loro azioni); o ancora quando, in un primo momento, non ci viene detto perché Maboagrain si trovi chiuso nel verziere e la spiegazione viene fatta dare dallo stesso Maboagrain in seguito: si ha quindi l’uso della visio ne “con”. Così pure si ha l’uso di questo “aspetto” narrativo per quanto riguarda la decisione di Yvain di intra prendere le sue avventure; il Narratore non sa (e l’auto re tiene quindi nascosto) perché Yvain voglia senza so sta e senza indugio, continuare le sue imprese; sarà lo stesso eroe a spiegarcelo. Parimenti non viene subito chiarito cosa sia il Graal, a cosa esso serva e soprattutto perché Perceval taccia di fronte ad esso, sebbene tale importantissimo episodio sia sottolineato attraverso l’uso della funzione conativa, mediante 1 già citati versi 3243-51.

Questa tecnica narrativa può avere la funzione stru mentale di creare un certo effetto di suspense, o quella di sottolineare l’evento narrato in qualche modo deformandolo. Ma il motivo principale di questo procedere, almeno nei punti di maggior peso per l’economia generale dei singoli romanzi, è dovuto crediamo al fatto che l’autore cerca forse di non rendere ovvio, di non banalizzare il si­gnificato di certi importanti avvenimenti facendo sì che sia il pubblico stesso a fornirsi dell'”interpretazione” mediante una sua ricostruzione indiretta; o facendo sì che il lettore arrivi per gradi alla conoscenza delle ve re ragioni che determinano l’agire dei personaggi, co me nel caso de Le Chevalier ccu Lion, dove veniamo a sape re, dopo un lungo periodo di lettura-ascolto del romanzo, e proprio per bocca del protagonista il perché egli in traprenda il compimento delle sue azioni (per riottenere cioè la pace e l’amore della sua dama) anche se non ci vie ne spiegato perché Yvain debba e voglia ottenere tale fi ne proprio in questa maniera (torneremmo in questo caso alla visione “dal di fuori”). E attraverso una gradualità ancor più accentuata, e mediante l’uso precipuo della vi sione “con”, veniamo posti sulla strada del sens del Per ceval. Dapprima infatti non sappiamo nulla circa la madre di Perceval che il Narratore ci ha mostrato cadere svenu ta per la partenza del figlio, né sappiamo le ragioni, quelle vere, per cui il protagonista tace di fronte al Graal; sapremo soltanto dopo che la madre di Perceval è morta per il dolore causato dalla partenza del figlio e che questi ha agito pessimamente tacendo di fronte al Graal; e ancor più in là cominceremo a sapere cosa sia il Graal e che Perceval ha taciuto perché oppresso dal peso del peccato, quello di aver provocato la morte della ma dre e di averle inflitto un grande dolore con la parten za. Il cerchio, progressivamente, si chiude.

Questo modo di procedere non è dovuto però soltanto alla volontà di non banalizzare, ma assume il significato ben più profondo, e forse nascosto, di costringere il lettore-ascoltatore ad una interpretazione indiretta. Signi fica cioè che l’autore, con questi diversi aspetti narra tivi, esprime due diverse strutture semantiche, l’una nar rata, o per meglio dire mostrata e posta in evidenza, me diante la visione dal “di dentro”, che chiameremo epica perché tanto il Narratore che i lettori-ascoltatori ne par tecipano; l’altra narrata mediante la visione “con” e la visione dal “di- fuori”, che definiremo romanzesca, acuì, a livello enunciativo, non partecipano né i lettori né il Narratore. La prima è una struttura semantica composta di valori -pre-determinati e chiaramente enunciati dal Narra tore, struttura che viene posta all’evidenza del lettore mediante l’intervento del Narratore stesso, il quale giu dica situazioni o personaggi o che definisce e qualifica questi ultimi, come più avanti si vedrà mediante l’esame di alcuni brani che esemplificheranno quanto andiamo di cendo. La seconda invece è una struttura i cui valori non sono pre-determinati né enunciati, ma vengono, per così di re, lasciati alla ricostruzione che i lettori-ascoltatori debbono farne attraverso la lettura delle azioni e/o parole (la parola) dei personaggi. In questo caso alogico che il Narratore si astiene dall’intervenire e dal formulare giudizi: la lettura si fa problematica, e il lettore è costretto a riflettere proprio su quei valori che sembrava no più saldi e sicuri’.

Queste due diverse strutture dividono i romanzi,o al meno l’Erec et Enide e le Chevalier au Lion} in due par ti, una iniziale, una finale, caratterizzate dal primo e dal secondo tipo di struttura semantica che abbiamo appe na definito. Certo anche nella seconda parte il Narratore interviene pur sempre, giudicando i suoi eroi, dicendo che essi si comportano coraggiosamente, o lealmente o cortesemente, e che i loro avversari sono villani, sleali, ecc.; ma fra le due parti di ciascun romanzo sta come una fascia, uno spa zio intermedio: quello della risoluzione, della decisione dell’eroe. Spazio nel quale il Narratore abolisce la sua presenza e si astiene totalmente dall’esprimere giudizi. Egli non sa perché i suoi personaggi prendano le loro de cisioni né dice se essi agiscano bene o male. D’altra par te gli eroi nel compiere le loro imprese, quelle che cor­rispondono ai valori della seconda struttura semantica, non dimenticano, né rifiutano quelli della prima, solo seri tono l’esigenza di superarli, ritenendoli inadeguati : e il fatto che siano ritenuti inadeguati non significa che es si debbano essere sostituiti con altri, bensì che devono essere integrati e perfezionati attraverso un diverso mo do di viverli.

Ancor più significativo è il caso de Le Roman de Pereval dove la narrazione procede, come si sa, portando il protagonista (e i lettori) davanti a sempre nuovi valori nessuno dei quali demolisce però quelli che Perceval ave va precedentemente conquistato, ma li arricchisce e li adegua confermandoli. E tutto ciò senza che il Narratore in tervenga col suo giudizio: il Narratore non dice che gli insegnamenti della madre di Perceval prima e quelli di Gor nemant de Goort poi sono inadeguati e che l’insegnamento dell’eremita completerà, almeno per quanto c’è dato di sa pere, le precedenti acquisizioni dell’eroe: sarà il lettore-ascoltatore ad apprenderle attraverso la narrazione.

c) Alcune esemplificazioni

Vorremmo riportare ora alcuni di quei passi di cui poco più sopra si parlava e che riteniamo come esempliticazione circa la posizione del Narratore in quanto giudcatore e qualificatore di situazioni e personaggi:

Folie n‘est pas vaselages

de ce fist molt Erec que sages:

rala s’an que plus n’i ot fet

(Eric et enide w. 231-33)

Or fera Erec trop que fos se tost conuistre ne se fet

(Erec et Enide w. U968-69)

mes tot passa la bele chiere que de toz mes est li plus dolz, la hele chiere et li biax volz

(Erec et Enide w. 55U0-U2)

La Reine la chose set,

Qui Alixandre pas ne het,

Einz l’aimme molt et loe et prise.

Feire li vialt un bel servise,

Molt est plus granz qu’ele ne cuide.

(Cligés w. 1139-^3)

Bien fet Amors d‘un sage fol Quant cil fet joie d’un chevol

(Cligés w. 1621-22)

Mes de néant li vient peors

Et por néant crient les escobles,

Car cist avoirs n’est mie mobles,

Einz est ausi corn edefiz

Qui ne puet estre desconfiz

(Cligés w. H352-56)

Del retorner a fet grant san

(Le Chevalier de la Charrete v, 1996)

Et fu sor son cheval montez,

qu’il deüst estre mescontez

n’antre les biax, n*antre les buens

(Le Chevalier de la Charrete w. 2663-65)

Ne fu pas mervoille s’il prindrent Lancelot, qui desarmez iere

(Le Chevalier de la Charrete w. 1*130-31)

Ensi se devroit atorner Amors qui est molt haute chose, car mervoille est cornant ele ose de honte an malvés leu descendre

(Le Chevalier au Lion w. 1398-11+01 )

mes del cors fist eie folie qu’il ne li estoit nus mestiers

(Le Chevalier au Lion w. 3002-03)

Mais plus se taist qu’il ne covient

(Le Roman de Perceval v. 3298)

A questi brani si potrebbero aggiungere le varie espressioni introdotte dalla congiunzione “come”: come cortoise come bien afeitiee, si com ti durent.

Esemplificheremo ora la presentazione nella narra-zione di quelli che abbiamo chiamato valori predeterminati’:

biax hom estoit, chenuz et blans

deboneres gentix et frans

(Erec et Enide w. 3TT~T8)

molt est li cuens de male part

(Erec et Enide v. 3424)

De celui savrai ge “bien dire qu’il estoit molt de cors petiz mes de grant cuer estoit hardiz

(Erec et Enide w. 3664-66)

Cliges li preuz li afeitiez Panse au comandemant son pere

(Cligés vv. 4170-71)

En la mer furent tuit noie Fors un felon un renoie Qui amoit Alis le menor Plus qu’Alixandre le graignor

(Cliges vv. 2365-68)

Ez vos Lancelot trespanse se li respont molt belemant a maniere de fin amant

(Le Chevalier de la Charrete vv. 3960-62)

La dameisele qui fu brete

fu de lui servir an espans

(Le Chevalier au Lion vv. 1584-85)

de son pain et de sa porrete

par charite prist li boens hom

(Le Chevalier au Lion vv. 2840-4l)

Quant ore fu, si l’en menèrent colchier en une chanbre clere et la dameisele et sa mere furent andeus a son colchier qu’eles l’avoient ja molt chier et cent mile tanz plus 1’eussent se la corteisie seùssent et la grant proesce de lui

(Le Chevalier au Lion vv. 4010-17)

Et li vallês, qui niches fu

(Le Roman de Perceval v. 68l)

Li preudom, qui molt fu cortois

(Le Roman de Perceval v. 1571)

Cele respont par grant cointise

(Le Roman de Perceval v. 2107)

Mais un viel vavasor avoit el chastel, molt doté et sage puissant de terre et de lignage

(Le Roman de Perceval vv. 4922-24)

L’analisi degli aspetti narrativi (o del “punto di vi sta”) ci rivela dunque, come crediamo di aver dimostrato, dei fatti oltremodo importanti per 1′”interpretazione” del messaggio narrativo di Chrétien de Troyes.

E in realtà saremmo del parere che una definizione minimalista della narratività non possa tener conto d’al tro che del “punto di vista” concependo il racconto essenzialmente in quanto atto di riferire eventi enunciativa mente strutturati. I vari modi (il come e il perché) tali eventi vengono narrati (riferiti) si fanno carico di di ventare altrettante concezioni della realtà e/o di presa di contatto con essa; diremmo quasi che diventano dei vettori ideologici.

LA STRUTTURA DELLE AZIONI

La funzione

Finora abbiamo preso in esame il messaggio narrativo esaminandolo nella sua funzione discorsiva e cioè nel mo do in cui esso viene comunicato. Ma già questo esame ci ha fatto sconfinare nel campo delle azioni, nel campo della vicenda narrativa vera e propria. Si tratterà ora di scomporre e segmentare la narrazione, secondo determinati criteri che ci apprestiamo a definire, in elementi minimi, in modo che se ne possa ricavare la forma e da essa cercare ulteriori apporti per l’interpretazione del messaggio narrativo.

Il termine usato per l’unità minima narrativa è, ne1la quasi totalità delle teorie della narrazione, quello di funzione; anche se non si è d’accordo sul significato specifico di questo termine, su che cosa o da che cosa esso sia definito. Sembra comunque che tutti siano concordi nell’attribuire alla funzione un significato che consiste nel fatto che essa abbia un valore e un senso in quanto ri manda in qualche modo ad altri elementi minimi fun zioni. E’ questo legame (questo rimandarsi delle funzioni l’un l’altra) che determina la narrazione in quanto ta le, altrimenti avremmo soltanto una serie di informazioni sull’agire dei personaggi senza che si possa scorgere in esso una logica entro i limiti della struttura narrativa che è tale proprio in quanto organizzazione di azioni cui sottostà un significato (per altro non è da escludere la possibilità di una aggregazione di elementi non legati o assai debolmente legati fra loro; in tal caso il ‘senso’ da comunicare sarebbe proprio la mancanza di logica nel mondo si potrebbe trattare di considerazioni o medita zioni; fatti questi che imporrebbero problemi di tipolo gia che per altro esulano dal nostro campo di interesse: qui ci atterremo a un concetto di narrazione “tradizionalmente” e “comunemente” inteso).

Secondo V. Propp, la funzione è “l’operato di un personaggio determinato dal punto di vista del suo significato per lo svolgimento della vicenda”. Egli riconosce nel la sua Morfologia della fiaba trentuno funzioni che si sue cedono, nelle fiabe da lui prese in esame, secondo un or dine logico immutabile, o quasi, per cui a una certa de terminata funzione ne deve seguire inevitabilmente un’al tra anch’essa ben determinata. Si deve dunque tener pre sente che l’analisi proppiana si riferisce ad un oggetto di studio limitato, le fiabe, anzi un gruppo di fiabe, tendendo a stabilirne una tipologia; il suo studio non mira quindi a estrapolare concetti validi per ogni tipo di nar_ razione. Quel che però è (e resta in ogni caso) di impor tanza fondamentale consiste nella segmentazione del testo in unità minime e nella loro organizzazione logico-funzionale.

R. Barthes attribuisce alla funzione un significato più ampio che meglio si adatta ad una analisi della narrazione che abbia prospettive più ampie di quella proppiana. Per Barthes dunque la funzione è uno dei tanti picco li segmenti in cui si può dividere il racconto: un’unità che ha però dalla sua un carattere funzionale e che ha inoltre la caratteristica di essere uno dei termini di una correlazione; “l’anima d’ogni funzione è, se così si può dire, il suo germe, ciò che le permette di fecondare il racconto con un elemento che maturerà più tardi sullo stesso livello o altrove su di un altro livello …” 5.

Se per esempio a un determinato punto di un certo racconto un personaggio promette qualcosa ad un altro perso naggio, si apre un processo che ha diverse possibilità di sviluppo in quanto questa promessa può essere o non esse re mantenuta; andando avanti nella lettura della narrazione verremo a sapere quale sarà la scelta del narratore e/o come si comporterà il personaggio; avremo dunque una cor relazione fra due funzioni: PROMESSA/MANTENIMENTO (0 NON MANTENIMENTO); se poi quel determinato personaggio, per poter mantenere la promessa fatta, è costretto a compiere de_ terminate imprese, la narrazione di esse costituirà a sua volta una funzione collegata alle altre due.

Queste funzioni sono chiamate da Barthes “distribu zionali” e vengono distinte da quelle che egli definisce “funzioni integrative”; sono queste degli elementi che non trovano più riscontro in altri elementi ad essi simili e correlati, ma che sono funzionali ad un altro livello: quello del senso, o, più generalmente del codice narrati vo. Per esempio narrare che un certo personaggio ha un de terminato carattere o che veste in un determinato modo, specificare che un luogo ha un aspetto sinistro, descrive re il modo di comportarsi di qualcuno in una determinata circostanza, sono tutti elementi che hanno il valore di “funzioni integrative” che servono a dare un certo senso al racconto, ma non hanno alcun altro elemento immediata mente correlato.

Per tornare ai nostri romanzi potremmo definire “funzioni integrative”, per esempio, l’episodio del torneo di Tenebroc affrontato da Erec, la descrizione del padre di Enide, le parole che i due sposi si scambiano durante l’aventure, o più in generale il loro comportamento nei ri guardi l’uno dell’altro; i monologhi di Alessandro e Soredamor o di Cligés e Fenice; e così pure il comportamento di Lancelot durante la quete: il suo essere trasognato, il suo estatico soffermarsi sui capelli di Guinievre , ecc. Tutti questi elementi non fanno che qualificare psicologica mente o socialmente un personaggio contribuendo a determinare semanticamente le sue azioni.

Se poi teniamo presente Le Roman de Perceval, non si può non vedere come le funzioni integrative giochino un ruolo di primaria importanza nella determinazione del sen so del romanzo: si pensi al comportamento tenuto dal pro tagonista con i cavalieri (al principio della narrazione), con la ragazza sola, con il cavaliere vermiglio o alla cor te di Artù, tutti comportamenti che ci mostrano la sua ingenuità, il suo essere niche. E si pensi pure al comporta mento tenuto con Blancheflor, e poi al castello del Re Pe scatore che manifesta un certo stadio della sua evoluzio ne. Si può certamente affermare che in questo romanzo le funzioni integrative hanno un ruolo di primo piano.

Riteniamo comunque che in una prospettiva teorica generativo-trasformazionale, la nozione di funzione integrativa introdotta da R. Barthes potrebbe venir meno; in ta le prospettiva sussisterebbero soltanto dei nuclei seman tici variamente interrelati fra loro e che si manifeste­rebbero a livello superficiale o come”funzioni distribu zionali” (o sequenze di esse) o come “funzioni integrati ve”. Il testo sarebbe allora prodotto mediante una gram matica capace di generare tali nuclei semantici che sono tenuti insieme dall’isotopia, dal ricorrere cioè in essi dei medesimi semi, o da relazioni logico-semantiche. Tali nuclei semantici altro non sarebbero che un rapporto fra ottanti cui si assommano dei tememi (sarebbero cioè dei rapporti logico-sintattici fra personaggi-attanti caratterizzati e circostanziati semanticamente secondo “immagini mentali di un’esperienza, di un vissuto”6). Funzioni di stribuzionali e funzioni integrative non sarebbero quindi nient’altro che due diversi modi (significanti) per dire la medesima cosa (significato); anche perché contrariamente a quanto potrebbe apparire, non si può dire che i rap porti fra ottanti e i tememi siano resi (riscritti) in su perfide rispettivamente dalle funzioni distribuzionali (o sequenze di esse) e dalle funzioni integrative. Infatti per tornare ai nostri romanzi, il comportamento di Erec e Enide durante Vaventure, che può rientrare nella catego ria delle funzioni integrative, è indizio del fatto che Erec (Soggetto) vuole riconquistare Enide (Oggetto);il contrasto interiore di Lancelot all’atto di salire sulla car retta è indizio del fatto che Amors è il Destinatore del la quète dell’eroe; così pure l’ingenuità di Perceval è indizio della deprivazione della personalità (Oggetto) operata dalla madre (Anti-soggetto) ai danni di lui (Sogget to) ; d’altra parte una o più sequenze di funzioni distri buzionali (pur con tutti i rapporti interattanziali che vi sono implicati) possono essere manifestazioni superfi ciali di tememi’. così la vittoria di Erec su Yder (che è una funzione correlativa ad altre tre funzioni che hanno aperto altrettanti processi narrativi: il torto perpetra to da Yder a Guenievre prima, e a Erec stesso poi, la vo lontà dell’eroe di conquistare lo sparviero a Enide contendendolo a Yder) è manifestazione dei temerai,, cortesia, villania, individualità, socialità, personalità come ve dremo meglio poi; e la sequenza “Guenievre respinge Lancelot – Lancelot accetta umilmente la ripulsa” è manifesta zione del temema Vassallaggio amoroso. Altre funzioni si presentano in maniera ambigua: per esempio, la follia di Yvain e sì una funzione distribuzionale in quanto rimanda alla funzione “Yvain riacquista la ragione”, ma è anche indizio del fatto che, come si percepirà andando avanti nel_ la lettura del romanzo, Yvain è stato deprivato del suo bene più caro, Laudine, a causa della propria colpa: si tratta dunque di un rapporto interattanziale, ma ciò è a sua volta una funzione distribuzionale in quanto rimanda alla riconquista di Laudine da parte di Yvain dopo che questi ha espiato la sua colpa7.

nuclei semantici narrativi

Si tratta ora di vedere come si possono individuare, sul piano della decodificazione del testo, i nuclei semantici narrativi cui si accennava nel precedente paragrafo. Per questa operazione prenderemo come base la teoria ela borata da Teun A. van Dijk8. Si tratterebbe in pratica di ridurre un insieme di frasi superficiali ad un solo predicato profondo con relativi argomenti: a tale riduzione si arriverebbe estraendo ed isolando, dalle frasi superficiali, i semi in esse ricorrenti9 .

Ciascuno dei predicati (con i suoi argomenti) così individuati prende il nome di proposizione narrativa (sorta di”frase narrativa elementare”). Le regole con cui si può riuscire a riscrivere il testo sarebbero pertanto le seguenti10:

  1. T R/Ql, Q2, . . . Qm
  2. Qi “SN” “SV” “SN” “CIRC”

“laddove ” ” sta ad indicare che si tratta di sintagmi categoriali complessi, narrativi, che vanno interpretati semanticamente. In antitesi alla notazione “sintattica” ci si potrebbe servire anche di una notazione logico se mantica di n argomenti (agente, paziente, oggetto, ecc. e di un predicato). E’ evidente che una simile “frase narrativa elementare” che denomineremo proposizione narrativa, rispecchia la struttura ‘sintattica’ delle sequenze astra_t te che sottendono una frase superficiale’ “11.

Non ci occupiamo qui del problema della riscrittura dei vari Qi nelle rispettive frasi superficiali; problema affrontato, fra gli altri dallo stesso Teun A. van Dijk e, sia pure in una diversa prospettiva, da Jànos S. Petofi12.

Potremmo tentare, per esempio, di ridurre nella maniera seguente la parte del Romanzo Erec et Enide che va dall’affronto di Yder alla conquista dello sparviero da parte di Erec:

T R / Q1,Q2,Q3,Q4,Q5,Q6,Q7,Q8,Q9

Ql “SN” “SV” “SN”

“SN” Yder, “SV” offende, “SN” Guenievre

Q2 “SN” “SV” “SN” “SN” “SN”

“SN” → Guenievre, “SV” → demanda, “SN” la riparazione dell’offesa, “SN” a Erec, “SN” contro Yder

Q3 “SN” “SV” “SN”

“SN” Yder, “SV” offende, “SN”Erec

Q4 “SN” “SV” “SN” “SN”

“SN” → Erec, “SV” vuole, “SN” la riparazione dell’of fesa, “SN” contro Yder

Q5 “SN” “SV” “SN” “SN”

“SN” → Erec, “SV” vuole, “SN” Enide, “SN” contro Yder

Q6 “SN” “SV” “SN”

“SN” Yder, “SV” → contrasta, “SN” → Erec

Q7 “SN” “SV” “SN”

“SN” → Erec, “SV” affronta, “SN” → Yder

Q8 → “SN” “SV” “SN”

“SN” → Erec, “SV” vince, “SN” Yder

Q9 “SN” “SV” “SN”

“SN” Erec, “SV” conquista, “SN” → Enide

Abbiamo abolito, anche a costo di aver agito arbitrariamente, il sintagma categoriale “CIRC”in quanto non sarà preso in considerazione nell’analisi che ci proponiamo di condurre; ce ne siamo tuttavia indirettamente serviti, almeno parzialmente, nella individuazione delle varie proposizioni narrative (Ql Q9) in quanto queste ultime sono definite anche da “CIRC” tem-po x e/o “CIRC” luogo y. La riscrittura di Q5 come “Erec vuole Enide contro Yder” potrebbe apparire azzardata o non corretta, si potrebbe dire che Yder non contrasta minimamente il possesso di Enide da parte di Erec; ma il fatto è che qui
non si tratta tanto della conquista di Enide in quanto semplice
Oggetto di una qualsivoglia possesso (matrimoniale, sessuale, ecc.), ma della conquista di Enide in quanto dama cortese; il vavasor che ospita Erec dice infatti che lo sparviero viene posto in palio ed è riservato a una dama “bele et saige sanz vilenie” (v. 572); e infatti quando Yder invita la sua dameisele a prendere lo sparviero le dice che questo “doit vostre estre par droite rante/que molt par estes bele et gente” (vv. 809-810); mentre Erec contraddice il possesso dello sparviero alla dameisele di Yder in quanto “miaudre de vos le requiert,/plus bele asez et plus cortoise” (vv. 822-823). E’ dunque la ricorrenza del sema ‘cortesia’ che ci può indurre a identificare una struttura attanziale in cui Erec e Yder sono, anche in questo caso, due soggetti contrapposti (Soggetto vs Antisoggetto).

I semi ricorrenti che, costituendo l’isotopia, ci hanno permesso di individuare i predicati profondi astratti e/o le proposizioni narrative, sono poi quelli stessi che ci permettono di individuare i tementi, l’altra componente del nucleo semantico, qualora però si tenga presente che soltanto alcuni di questi semi ricorrenti vanno a costi tuire il temema. Si tratterebbe cioè di interpretare i semi in questione, alcuni come pertinenti, altri come ri dondanti. Per tornare all’esempio esposto qui sopra il primo “SN” di Ql può essere costituito dai semi umano, ma schio, villano, nome Yder; il secondo “SN” dai semi uma no, femmina, regina, cortese, nome Guenievre; il terzo”SN” di Q2 dai semi umano, maschio, membro della Table Reonde, cortese, nome Erec, ma è fin troppo chiaro che soltanto alcuni di questi semi sono pertinenti mentre gli altri sono ridondanti, come ad esempio umano (in quanto in tutto il ro manzo non si prospetta mai una opposizione o interazione fra uomini e bestie e/o fra l’uomo e la natura); altrettanto ridondanti sono i semi maschio e femmina in quanto Erec non si pone come difensore-protettore delle donne, ma co me oppositore della villania contro chiunque questa a sua volta si opponga o arrechi danno (Erec infatti vendicherà Guenievre e se stesso); in questo contesto saranno pertinenti i semi villania, cortesia, regalità, membro della Table Ronde in quanto Erec cortese si oppone a Yder villa no e in quanto Erec e Guenievre (che stanno in relazione attanziale rispettivamente ài Soggetto e Destinatore, co sì come Erec e Yder stanno in relazione di Soggetto e An tisoggetto) sono connotati dal fatto di appartenere ad una medesima società. I tememi quindi si definiscono e si in dividuano in relazione a tutto il sistema, in relazione al testo.

I semi ridondanti vengono pertanto espulsi dal sistema; essi comunque possono creare quelli che provvisoria mente chiameremo effetti semantici secondari, allo stesso modo che certi tratti ridondanti di un fonema possono ri velarci l’area geografica e/o la fascia sociale di prove nienza di un parlante. Così, sempre per restare all’esem pio che stiamo tenendo sott’occhio, l’eleganza di Erec è sì un sema ricorrente, sia pure attraverso il suo contrario (il povero abbigliamento di Enide) , ed è anche creato re di un effetto semantico {la cortesia prescinde dagli aspetti esteriori, dalla ricchezza e dalla povertà), ma è pur sempre un sema ridondante in quanto questo effetto di senso, pur importante quanto si voglia, resta escluso dal_ la struttura narrativa del romanzo.

Dunque, il nucleo semantico è l’insieme di rapporti attanziali e di tememi (intesi, questi ultimi, configura zione di semi ricorrenti pertinenti). Pertanto dall’anali_ si e dalla scomposizione di quello squarcio dell’Erec et Enide che abbiamo preso in esame, si potrebbero ricavare i seguenti nuclei semantici:

EROICITÀ SOCIALE EROICITÀ INDIVIDUALE

______________|____________

|                                                         |

EROICITÀ EROICITÀ

RELAZIONALE PERSONALE

dove EROICITÀ’ sta ad indicare il rapporto di attanziali-tà di un Soggetto che vuole conquistare un Oggetto contro un Antisoggetto (escludiamo da tale termine ogni connota zione epica); SOCIALE indica che gli ottanti Destinaéore Soggetto sono disgiunti in due attori diversi i quali appartengono ad una medesima società cortese (Guenievre do manda la riparazione del torto subito a Erec contro Yder), INDIVIDUALE indica che gli ottanti Destinatore Soggetto sono riuniti nello stesso attore (Erec vuole vendicarsi -Erec vuole conquistare Enide) RELAZIONE e PERSONALE indi cano rispettivamente i due diversi Oggetti (la vendetta dell’oltraggio subito, la riconquista della dignità offe sa, Oggetto che tematicamente si riferisce alla vita di “relazione” sociale del Soggetto; Enide, Oggetto relativo alla vita più propriamente “personale”13.

Una nuova proposta di grammatica narrativa

Stando così le cose allora, una grammatica come quel_ la che è stata proposta nelle pagine precedenti risulta del tutto inadeguata 1) perché non tiene e non rende con to dei Nuclei semantici; 2) perché non tiene e non rende conto della natura, dell’essere e del funzionamento dei temerni; risulta cioè inadeguata, o per lo meno non specifi ca la programmazione semantica del testo.

Noi vorremmo proporre una grammatica siffatta:

T Rsem(sm st se)/NS1 ,NS2,NS3, NSm (m < n)

(sm = semi modali; st = semi tematici o temi; se = semi di connessione)

NSj Rsem(smj stj)/Ql,Q2, Qi

(i = numero fisso programmato da sm)

Qj “SN” “SV” “SN”

Il testo si definirebbe allora come una serie di re lazioni fra Nuclei semantici essendo questi a loro volta definiti come una interdipendenza fra una struttura logi co-sintattica pre-determinata da un sema modale e fra un sema tematico. Nel componente semantico della variabile strutturale (R) sarebbero contenuti quindi un insieme di semi modali, un

insieme di semi tematici, un insieme di semi connettori. I primi corrisponderebbero ad una rela­zione logica fra un predicato e i suoi relativi argomen ti; i secondi corrisponderebbero a una struttura semiologica di vari semi, che stanno fra loro in relazione gerar chica; i terzi infine corrisponderebbero a degli operato ri che si assumerebbero il compito di interrelare e conca tenare i Nuclei semantici (per es: ANTERIORITÀ’, POSTERIORITA’, CAUSA, EFFETTO, IMPLICAZIONE, PRESUPPOSIZIONE, CON SECUZIONE, ecc.).

Una tale grammatica sarebbe in grado di generare un testo narrativo mediante un insieme di regole. La prima di tali regole dovrebbe riscrivere un Nucleo semantico (NS) in un insieme di proposizioni narrative (Q) il cui numero, come abbiamo appena visto, è programmato dal sema modale contenuto nel componente semantico del nucleo stes so. Tale sema modale altro non sarebbe che l’equivalente di una relazione logica fra un predicato e i suoi relati vi argomenti, relazione che si manifesta attraverso una serie di un numero determinato di proposizioni narrative definite esse stesse, a loro volta, come una relazione fra predicati (quelli che nel paragrafo precedente erano i ‘predicati astratti’ “SV”) e relativi argomenti (per esempio il sema modale VOLERE, come meglio spiegheremo avan ti, si manifesta attraverso la serie dei seguenti predica ti profondi astratti: domandare, accettare, ricercare, ot_ tenere, trasferire; pertanto il/un sema modale non program ma soltanto il numero delle proposizioni narrative, ma anche il valore semantico dei predicati di esse. Diremmo pertanto che un sema modale è la sussunzione di un insieme di predicati con i loro relativi argomenti; esso po -trebbe in una certa qual misura corrispondere alle cate gorie attanziali greimasiane e/o a un classema permanen te in ciascuno dei predicati che sono sussunti14 .

a) I semi modali

Si rende ora necessaria una breve esplicazione sul la manifestazione dei semi modali. Non abbiamo alcuna pre tesa di essere esaurienti, anche perché non è nostra per tinenza né è di interesse ai fini di questo lavoro una trattazione teorica intorno a questo problema. Ci limite remo più semplicemente a prendere a prestito la teoria enunciata da C. Todorov 15 anche perché fra l’altro ci pa re ben attagliarsi all’oggetto dell’analisi che ci propo niamo; anche se forse tale teoria sarebbe suscettibile di modificazione qualora ci si accosti ad un altro genere di testi (anche pur sempre narrativi) che non quelli dei no stri. Su questa teoria faremo le nostre estrapolazioni sul la base di quanto trattato sopra.

C. Todorov dice che “… la cohérence des comportaments racontés tient uniquement à la présence, souvent implicite, des verbes modaux (qui sont les verbes des re lation les plus simples). Donc, pour comprendre les prin cipes de la construction du discours narratif, il faut d’abord connaître la signification puissancielle des ver bes modaux.

“… la matière d’un verbe quelconque [verbo moda le] … dépend de la relation Sujet/Objet qu’il traduit intérieurement.”16 I verbi modali in questione sarebbe ro, sempre secondo il Todorov, i tre seguenti: P OTERE, VOLERE e DOVERE. Ora tali verbi modali,- come abbiamo appena visto, si possono riscrivere (nel senso che li sussumono) in una serie di predicati profondi astratti programmati nel loro numero e nel loro contenuto semico (predicati pro> fondi astratti che si riscrivono, a loro volta, in un in sieme di frasi superficiali secondo regole particolari).

La modalità del POTERE si riscrive in un solo predi cato profondo il cui contenuto semantico esprime una relazione di dominio di un attante su un altro rispetto a un certo oggetto di relazione.

Per esempio:

X vince Y = X domina Y riguardo all’oggetto VINCITA

X ama Y = X domina Y riguardo all’oggetto AMORE

Chiameremo Attante attivo (A. atti, Attante passivo (A.pass) Oggetto di relazione (Qpat) gli attanti implicati in que sta relazione. Un caso particolare di quest’ultima è quel la in cui 1′Opot è a sua volta una relazione ipotattica esprimente il significato di IMPOSIZIONE o IMPEDIMENTO (X vuole che Y faccia qualcosa, X non vuole che Y faccia qualcosa). In tal caso denomineremo Aitante autoritario (Aut) Attante dipendente (Dip) rispettivamente l’agente e il paziente di questa particolare relazione, e Opot1 la cosa imposta o impedita. Questo tipo di relazione sembre rebbe a prima vista avvicinarsi o assimilarsi alla modali tà del VOLERE: in realtà anche in questo caso si esprime pur sempre una relazione di dominanza fra due attanti riguardo a un Oggetto che non è, come nel caso dell’Ogget to della modalità del VOLERE, demandato, ricercato tra sferito, ma che indica soltanto l’argomento della relazione in questione. Questo particolare aspetto della modali tà del POTERE si riscrive in due predicati profondi astrai ti: imposizione compimento (o non compimento, in tal caso gli attanti verranno notati al negativo ~ Aut ~ Dip).

La modalità del VOLERE si riscrive nei seguenti pre dicati profondi astratti: demandare, ricercare, ottenere, trasferire. Gli attanti implicati in questa relazione pluripredicativa sarebbero il Destinatore (DI) o l’agente del demandamento, il Soggetto (Sgt), il paziente del demanda mento e l’agente della ricerca e dell’ottenimento; l’Og getto (Ogt), o il paziente di questi due ultimi predica ti; il Destinatario, o il paziente del trasferimento (D2) .

Come già si accennava, alcuni di questi predicati profondi astratti possono non apparire in superficie; non pensiamo qui al fatto che essi possono essere manifestati per via implicita (si tratterebbe soltanto di un caso particolare di riscrittura secondo regole di una particolare grammatica poetica), pensiamo invece al fatto che la nar rativa può manifestare un auto-demandamento (coincidenza di di Sgt): si tratterebbe in tal caso di particolari trasformazioni di cancellazione preterminali.

Le modalità del DOVERE esprime una relazione di opposizione fra un Soggetto (Sgt) e un Antisoggetto (Antsg). Dice C. Todorov che il dovere è in qualche modo la negazio ne del volere “il implique un vouloir négatif, plus ou moins important, – c’est-à-dire, un obstacle de 1’ordre du vouloir. Pour le sujet cela équivaut à un conflit intériorisé: c’est le conflit entre le devoir et le vouloir. Bien entendu, le conflit peut être extériorisé: alors il prend la forme d’une rivalité qui oppose deux sujets l’un a l’autre (deux vouloirs contraires axés sur les mêle objet) . Ces deux sujets (actants) représentent, dans la termininologie de Greimas (1966), la couple actantiel SUJET – OPPOSANT”17.

La modalità del DOVERE presuppone o lo svolgimento di due modalità del VOLERE (due attanti che si contendono un medesimo Oggetto) o anche la correlazione fra una modalità del POTERE e la modalità del VOLERE nel senso che VAntsg do_ mina in qualche maniera il Sgte ciò impedisce a quest’ul_ timo di ottenere VOgt ricercato, o di esso lo depriva. Ta le modalità si riscrive in due predicati profondi astrat ti: danneggiamento reazione 18 .

Ci sembra il caso di ricodare che secondo C. To dorov la manifestazione della modalità del POTERE può avvenire anche nella forma essere + aggettivo o essere + circostante (être riche = pouvoir acheter beaucoup des choses; être dans l’eau = pouvoir nager, se noyer, etc.”)10. Que sta precisazione ci sembra utile per dei casi come quello dell’Erec et Enide in cui una espressione come Erec è reoreant significa (è equiva lente a) Ereo non (pud) valorizza(re) sé stesso in quanto essere componente di una società, o an che Erec danneggia sé stesso.

b) La struttura tematica

Più difficile appare una definizione dei temi, del la loro manifestazione e del loro statuto strutturale. Ci limiteremo a delle considerazioni di carattere altamente provvisorio nel tentativo di comprendere certi meccanismi di funzionamento tematico-narrativo.

Riteniamo innanzi tutto la struttura tematica come composta da un inventario di semi (semi tematici per l’ap punto) organizzati ora sistematicamente ora morfematicamente; ciò significa che quel microuniverso: .semantico (considerato come totalità) che è il racconto si articola ora per specificazioni e sottospecificazioni (sarebbe meglio dire per categorizzazioni e; sottocategorizzazioni sempre più particolari, ora per semplici partizioni. Si tratterebbe, nel primo caso, di assumere uno dei semi qell’inventario come asse categoriale che si articola in se mi omeo-categorici ciascuno dei quali può a sua volta co stituire un nuovo asse categoriale suscettibile di re-articolarsi in altri semi omeo-categorici, e così via di seguito. Nel secondo caso si tratterebbe di suddividere un sema dell’inventario, istituito come asse totalizzante,in semi etero-categorici. Degli esempi, a mo’ di applicazio ne analitica su alcuni dei nostri romanzi, potranno chia rire quanto si è appena detto:

EREC ET ENIDE

CORTESIA VILLANIA

___________|_________

| |

SOCIALITÀ INDIVIDUALITÀ

|

_____________________

|                                     |

RELAZIONALITÀ        PERSONALITÀ

LE CHEVALIER AU LYON

RELAZIONALITÀ                                            PASSIONALITÀ

_______|_______                                        _________|_______

|                           |                                   |                                     |

CORTESIA           VILLANIA              ODIO                           AMORE

_____|_______

| |

SOCIALITÀ             INDIVIDUALITÀ

___________|___________

|                                                 |

RELAZIONALITÀ                 PERSONALITÀ

LE CHEVALIER DE LA CHARRETE

SOCIALITÀ                             INDIVIDUALITÀ

______________|______________________

|                                                                 |

RELAZIONALITÀ                                         PERSONALITÀ

_____________|_____________

|                                                    |

SENSUALITÀ                                        FIN AMORS

Desiderio esclusiva-                                                      Desiderio fisico

mente fisico, “rage”,                                                 e spirituale, vassallaggio

trasporto sentimentale, autocontrollo

Basta anche un semplice sguardo alla strutturazione dei tre diversi inventari, per rendersi conto come i semi ‘desiderio fisico e spirituale’, ‘vassallaggio’, traspor to sentimentale’, ‘autocontrollo’ de “Le chevalier de la Charrete” siano in relazione eterocategorica col sema-tematico Fin Amors che è nei loro confronti, gerarchicamen te superiore. Questi semi potrebbero, in via teorica, far parte di altre categorie (vassallaggio vs indipendenza; desiderio vs apatia; trasporto vs autocontrollo). Men­tre i semi che abbiamo denominato RELAZIONALITÀ e PERSO NALITÀ partecipano di una categoria che denominiamo INDIVIDUALITÀ, la quale a sua volta è un sema tematico che insieme al sema SOCIALITÀ fa parte della categoria CORTESIA; in “Le chevalier au Lyon” quest’ultimo sema fa parte, insieme al sema VILLANIA della categoria RAZIONALITÀ’. Basterebbe sottolineare quest’ultimo fatto per comprende re come la strutturazione tematica non abbia la sua ‘for ma’ data in assoluto, a priori; ma l’abbia soltanto all’interno di un microuniverso narrativo (all’interno di un racconto)19.

I semi tematici si realizzano come una interdipendenza 1) di una particolare performanza sintattico-attanzia-1e (cioè la particolare riscrittura di un sema modale in predicati profondi astratti) con relative trasformazioni o non trasformazioni (cancellazione o non cancellazione di tino o più predicati profondi astratti, o, che è lo stes so, coincidenza o non coincidenza di uno o più attanti in uno stesso attore); 2) dell‘investimento semico di tutti, alcuni o nessuno degli attanti inerenti alla performanza stessa; 3) della forma della struttura tematica nella sua globalità, o della possibilità di organizzare una tale struttura.

Così, sia nell'”Erec et Enide” che in “Le Chevalier au Lyon, i temi SOCIALITÀ e INDIVIDUALITÀ si manifesta no, il primo attraverso una non trasformazione (il DI e il Sgt sono due attori diversi e non si ha pertanto cancellazione di alcun predicato profondo astratto), e l’investi mento del DI e del Sgt in quanto membri di una medesima società; il secondo tema si manifesta mediante la cancella zione del demandamento (il DI e il Sgt coincidono nel me desimo attore), in questo caso non si ha investimento se mico di alcuno degli attanti; i temi RELAZIONALITÀ e PERSONALITA (subordinati iponimicamente al tema INDIVIDUA LITÀ) si manifestano, ferma restando la coincidenza di DI Sgt, attraverso il diverso investimento semico degli at_ tanti Ogt delle relative performanze in cui i temi si rea izzano: nel primo caso 1’Ogt sarà investito in quanto re lativo alla vita di relazione, nel secondo caso 1’Ogt sa rà investito in quanto relativo alla vita più propriamente personale-sentimentale.

Il tema INDIVIDUALITÀ verrà ad essere “significato”dalla congiunzione degli investimenti semici degli attanti relativi ai due temi che gli sono subordinati e dalla disgiunzione con l’investimento semico degli attanti relativi al tema che gli è coordinato (SO CIALITÀ): il “significato” di INDIVIDUALITÀ si percepi rà insomma attraverso la struttura tematica nella sua in terezza e nella sua forma.

Diremo così, tanto per esemplificare, che Erec (Sgt) viene demandato da Guernievre (DI) alla riabilitazione dell’onore (Ogt) che Yder (Antsg) ha compromesso; Erec viene poi demandato dalla dama (DI) di Cadoc de Cabruel alla liberazione (Ogt) di Cadoc stesso. Allo stesso modo Yvain (Sgt) viene demandato dalla famiglia di Gauvain e dalla damigella della Noire Espine (DI) alla conquista della loro libertà e dei loro diritti (Ogt). In tutti questi casi il Soggetto e il Destinatore non coincidono nello stesso attore e sono entrambi investiti semicamente in quanto membri di una stessa società20: tutte queste performanze attanziali manifestano così il tema SOCIALITÀ.

D’altra parte quando Yvain – come vedremo meglio nel Cap. Ili – vuol riconquistare i propri poteri (Ogt) per ridonarli alla Società D2,,egli qui si autodemanda e si ha pertanto la coinci­denza, in un unico attore, del Soggetto e del De-stinatore (mentre per altro continuano ad esse re disgiunti gli attori che assumono il ruolo di Soggetto e di Destinatario, come nelle perfor manze poco prima ricordate); tuttavia, nonostante questa coincidenza di Sgt e di DI, possiamo dire che anche in questo caso viene manifestato il tema SOCIALITÀ, sia perché continuano ad es_ sere disgiunti gli attanti Soggetto e Destinatario, sia perché questi due attanti sono inve stiti dal sema tematico membri di una stessa società, sia infine perché la determinazione di un tema è data anche, come si diceva, dalla possi bilità di organizzare una struttura semantico-sintattica. Ora se Yvain (Sgt, DI) vuole desti nare alla società un Oggetto della cui ricerca si è autodemandato, se egli si è autodemanda to proprio in quanto partecipe di questa socie tà; egli d’altronde si autodemanda anche per quanto riguarda la riconquista dei propri pote ri (Ogt) da destinare a Laudine (D2) , ubbidendo alla propria passione amorosa. Il diverso investimento semico degli attanti implicati nelle due performanze, è già di per sé sufficiente per l’individuazione di due temi diversi, che defi­niremo l’uno AMORE – e che attiene alla catego ria tematica PASSIONALITÀ; l’altro – che attie ne sicuramente alla categoria tematica CORTE SIA – possiamo continuare a chiamarlo SOCIALI TÀ, poiché un altro tema mal si inquadrerebbe nello schema organizzativo semantico proposto; a meno che non si volesse – cosa teoricamente possibilissima, ma di scarso peso per un’indagine interpretativa – ipotizzare una suddivisione del tema SOCIALITÀ in due sotto-temi- subordinati (iponimici), realizzantisi l’uno con la coinci­denza del DI e del D2 e la disgiunzione del Sgt, l’altro con la coincidenza del Sgt e del DI e la disgiunzione del D2.

Per continuare nella nostra esemplificazione, osserveremo come Erec è Yvain (Sgtt) avranno poi per Oggetto la conquista di qualcosa che renda loro onore, che sia collegato insomma alla vi ta di relazione sociale: Erec dovrà vendicare l’onta che Yder ha inflitto, oltre che a Guenievre, anche a lui stesso; Yvain va invece alla ri cerca di un’avventura, quella della fontana, che dimostri la sua prodezza e il suo valore agli oc_ chi della corte arturiana e che vendichi inol tre l’onore compromesso di suo cugino Càlogrenant; entrambe le performanze attanziali dei due romanzi che manifestano la coincidenza del Sog getto del Destinatore e del Destinatario e il particolare investimento semico dell‘Oggetto ci portano all’individuazione del tema RELAZIONALITÀ. Quando poi Erec e Yvain (Sgt, DI, D2) conquista no rispettivamente Enide e Laudine, essendo questi Oggetti investiti dal sema relativo alla vita personale, individueremo il tema PERSONALI TÀ . Se si considera poi che le performanze attanziali manifestanti i temi PERSONALITÀ e RE LAZIONALITÀ sono unificate dal fatto di mostrare la coincidenza di tre attanti, come s’è vi sto, mentre per il tema SOCIALITÀ si aveva la coincidenza di soli due attanti, diremo allora. che i temi PERSONALITÀ e RELAZIONALITÀ posso no essere sussunti da un tema iperonimico che potremo chiamare INDIVIDUALITÀ.

D’altra parte se si tien conto che Laudine è stata sì conquistata in quanto anche dama corte se (o suscettibile di esserlo), ma che tale conquista ha avuto per protagonisti due attanti investiti dal sema passionalità, e se si tien conto che poi Laudine agirà indipendentemente da qualsiasi ragione attinente la cortesia – senza cioè essere investita da questo sema – nel re spingere Yvain che indugia ai tornei, e che al trettanto indipendentemente da simili ragioni Yvain dovrà riconquistarla, potremmo arrivare ad individuare un nuovo tema che chiameremo PASSIONALITA e che articoleremo nei sotto-temi AMORE e ODIO. Soltanto partendo da considerazioni del genere e da un’organizzazione semantico-tematica siffatta possiamo riuscire a spiegarci la follia di Yvain é la specificità del suo agire nel porvi rimedio.

Per quanto riguarda poi la manifestazione del tema vassallaggio amoroso nel Lancetot, diremo che esso viene percepito in quanto tale attra verso varie performanze attanziali nelle quali Guenievre (Aut)fa le sue imposizioni a Lancelot (Dip), e attraverso la concomitanza di temi qua li autocontrollo, desiderio fisico e spirituale; mentre è nullo l’investimento semico (a livello di semi pertinenti) dei due attanti. La sola relazione attanziale Autorità/Dipendenza non ba sterebbe a far percepire il tema in questione: un simile rapporto, privo com’è di specificazioni semiche pertinenti relative agli attanti, potrebbe manifestare dei temi come succubità o inerzia – e secondo tali parametri semantici è stato più volte interpretato il comportamento di Lancelot: ma è proprio la compresenza degli al tri temi, la possibilità di riferirsi e/o di costruire una struttura tematica, che ci consente una più razionale interpretazione della relazione attanziale in questione.

Da quanto fin qui s’è detto si può dedurre che i singoli attanti vanno coperti semanticamente; per essere più precisi diremo che ogni attante viene coperto da una col lezione di semi nella quale uno (o alcuni) di essi, pertinente/i, prende/-ono rilevanza sugli altri, ridondanti, in funzione del tema da realizzare. Il senso si assumerebbe allora attraverso una doppia correlazione 1) fra semipertinenti e semi ridondanti di una medesima collezione semica ricoprente un attante; 2) fra semi pertinenti di due o più diverse collezioni semiche coprenti aitanti diversi./

Quando poi diciamo che determinati attanti non sonò investiti semicamente, intendiamo dire che, nella collazione semica che li ricopre, nessuno dei semi assume il] valore di pertinenza, o che la pertinenza stessa è uguale a zero.

Così tanto per esemplificare e per ricordare quanto si diceva in uno dei paragrafi preceden ti, nella prima performanza attanziale del l’ “Erec et Enide” sarà il sema appartenente al la corte arturiana (di cui sono investiti tanto Erec che Guenievre) ad assumere un ruolo di per_ tinenza sugli altri semi (p. es. umanità, masehilità, eleganza, ecc. in Erec; umanità, femminilità, regalità in Guenievre) che risultano invece essere ridondanti. La stessa cosa dicasi per i semi di cui è investita Enide in quanto Oggetto della conquista di Erec: il sema relativo alla vita personale prende rilevanza narrativa sugli altri (umanità, femminilità, povertà, bellezza, mitezza, suscettibile d’essere amata, ecc.) mentre nessuno dei semi di cui è investito Erec (e che sono gli stessi di cui s’è appena detto) assume valore di pertinenza (sono tutti ridondanti

Sono pertinenti i semi umanità, maschilità, cortesia (per Lancelot Aat); umanità, femminilità, cortesia (per Guenievre Apas); amare (perii predicato profondo astratto – che realizza il se ma modale POTERE-Opot) nella realizzazione del tema Fin Amors (essendo in pratica quest’ultimo una relazione d’amore fra un uomo e una donna cortesi; anche se su quest’ultimo tema si dovrà dire qualcosa d’altro fra breve).

Queste collezioni semiche di cui si parla potremmo de finirle paralessemi (sorta di lessemi – che, come è noto, sono considerati per 1’appunto degli insiemi semici-astrattissimi) che non trovano – e/o non possono trovare – les-$icalizzazione immediata e concreta, e che si manifeste-rebbero nella struttura superficiale attraverso regole e derivazioni particolari che una “grammatica poetico -narrativa” dovrebbe farsi carico di scoprire e descrivere.

Tutto ciò porterebbe a inferire che nella base della grammatica narrativa sarebbe presente un corpus di para-lessemi, che potremmo assimilare a una sorta di vocabola rio narrativo.

Sorgerebbe ora la difficoltà – di ordine filologico e teoretico – della individuazione dei semi pertinenti (ipertattici rispetto a quelli ridondanti) all’interno del paralessema. Bisogna innanzitutto dire che si deve rinun ciare alla pretesa assurda di ritrovare un sema che sia pertinente una volta per tutte e sotto ogni considerazione. Un sema è, chiaramente, pertinente all’interno di una data strutturazione tematica, cioè in dipendenza di una data programmazione semantica; ma non è detto che un te sto – soprattutto un testo letterario di una certa complessità – sia basato su di un’unica strutturazione tematica. Più d’una struttura può essere rilevata e/o introdotta nel testo: ci si può semmai spingere a dire che esiste una (o più?) strutturazione privilegiata rispetto alle altre, an che se un’ipotesi del genere avrebbe bisogno di più approfondite analisi.

E’ in ogni caso chiaro che è proprio dal riconoscimento (e/o dall’investimento) di determinati semi in quanto pertinenti che si riesce a individuare i temi. Così per esempio quello che noi abbiamo definito come tema della SOCIALITÀ in Erec potrebbe essere letto anche come ALTRUISMO, o VASSALLAGGIO se riteniamo come pertinenti, nel primo caso, i semi umanità di cui sono investiti sia Erec che Guenievre; o, nel secondo caso i semi maschilità di cui è investito Erec e femminilità regalità di cui è in_ vestita Guenievre. E c’è da dire che un’operazione del genere non sarebbe né falsa, né arbitraria, tanto più che una tematica e un’interpretazione del genere possono, an che intuitivamente, essere proposte con ragione. Allo stesso modo si potrebbero denominare CAVALLERIA e AMORE quei temi che noi abbiamo denominato RELAZIONALITÀ’ e PERSONA LITÀ , ma così facendo non ci renderemmo ragione né della ‘aventure’ di Erec, né di quella di Yvain, né ci rendere mo conto del perché, dopo tale ‘aventure’ i due eroi sia no ben riaccettati dalla società e contemporaneamente dal_ le loro dame, soprattutto non capiremmo un episodio come quello della “Joie de la Cort”. Tutto ciò perché, almeno per quanto riguarda i temi RELAZIONALITÀ e PERSONALITÀ, si ha la possibilità – e contemporaneamente la necessità-di considerarli, come vedremo nelle pagine che seguiran no, in quanto semi che, sussunti da un asse semantico, stanno fra loro in relazione di contrarietà; il che non sarebbe possibile se prendessimo in esame temi come CAVAL LERIA e AMORE, i quali tra l’altro non sarebbero unifica bili in (cioè sussunti da un) tema come INDIVIDUALITÀ.

In mancanza e in attesa di spiegazioni migliori ci at terremo a due criteri empirici per quanto riguarda il ri conoscimento di pertinenza ai semi dei paralessemi; 1) sa_ ranno pertinenti quei semi che ci permetteranno di individuare dei temi che possano farci render conto del più am pio spazio narrativo possibile, 2) 1’organizzazione dei te mi così individuati dovrà rispondere a un criterio di astrattizzazione quanto più ampio possibile.

Quanto fin qui detto significa che 1′”autore” nel programmare semanticamente una strutturazione tematica;, può far contemporaneamente funzionare determinate performanze attanziali investendone gli attanti in maniera “polivalente”; vale a dire che varie strutture tematiche (vari si gnificati) si intrecciano in una medesima (in più medesime) performanze attanziali. Quando diciamo che un testo letterario è un “conflitto” di vari significati, non di ciamo né scopriamo niente di nuovo, essendo l’ambivalenza una delle peculiarità di questo tipo di testi; pur tutta via resta aperta la questione se, almeno in determinati te sti (come appunto i nostri), certe strutturazioni temati che assumano un valore preminente e/o più comprensivo, per lo meno da un punto di vista operativo e euristico. Le strutturazioni tematiche da noi proposte per i tre roman zi chretieniani ci sembrano, sia pur provvisoriamente, ri coprire tale valore e nelle pagine che seguiranno ci proveremo di dimostrarlo.

I temi eterocategorici (così abbondantemente pre senti nel Lancelot) possono essere considerati, quel li ipotattici, come la definizione di quello ipertattico (gerarchicamente superiore) che ne costituisce di converso la denominazione . Come a dire che i temi desiderio fisico e spirituale, vassallag gio, autocontrollo, trasporto sentimentale .sono la definizione del tema Fin Amors che, sussumendo li, ne costituisce la denominazione (e ci pare che possa assumere lo statuto di quello che Greimas chiama semema costruito). Tutto ciò proprio in grazia alla etero categoricità fra il tema ipertattico e i temi ipotattici; il tema ipertattico fungerebbe come elemento restrittivo di tut ta una classe di contesti che sono espressi dai temi ipotattici (i quali astrattamente presi potrebbero costituire la base di occorrimento sememico per altri temi; per esempio, a titolo di pura ipotesi, i temi ipotattici del Lancelot che abbiamo appena visto, potrebbero fungere da ba se ad un tema come IDEALISMO SENTIMENTALE, se i semi maschio, femmina, cortesia, amore di cui so_ no investiti gli attanti implicati nelle performanze che realizzano i temi stessi, non venisse^ ro a restringere il “significato” di questi occorrimenti; aggiungeremo che resta aperta la questione se possa stabilirsi una tassonomia fra i temi ipotattici).

La stessa cosa (lo stesso rapporto denomina zione-definizione) non può dirsi per i temi omeo categorici per i quali la stessa omeocategoricità impedisce il loro costituirsi in semema; essi nel loro insieme (relazioni iper- iponimichà); costituiscono invece un universo semiologico che penetra sempre più in profondità. E’ questa la ragione per cui il Lancelot ci dà, in una gros sa parte di sé,• 1’impressione di uno statico variare di un unico tema che viene sfaccettato e contestualizzato; mentre l’Erec e l’Yvain ci appaiono come lo svolgimento di un tema, l’appro fondimento di esso.

NOTA TERMINOLOGICA: una certa confusione si può essere generata in queste ultime pagine nell’uso dei termini ma e temema; chiameremo tema il sema tematico astratta mente preso o nella sua relazione paradigmatica con gli altri temi; chiameremo invece temema lo stesso sema tema tico realizzato narrativamente all’interno di una performanza attanziale così come abbiamo visto.

LA MACRO-STRUTTURA SEMANTICA

Sinora abbiamo cercato di fissare gli elementi mini mali con cui compiere l’operazione di interpretare il te sto narrativo; abbiamo cioè posto in prima istanza il Nu cleo semantico “NS” e in seconda istanza la struttura lo gico-sintattica (predeterminata dal sema modale) e il te mema – elementi , questi ultimi due, che sono la definizione del NS stesso -. Ora dobbiamo cercare di stabilire qual’è l’articolazione semantica dèi vari NS, dobbiamo cioè vedere come essi si organizzino in un insieme dotato di senso. A questo scopo prenderemmo in esame 1) la teo ria semantica di A.J. Greimas, 2) la teoria delle azioni di T.A. van Dijk, 3) una teoria elementare della sintassi narrativa.

Secondo A.J. Greimas, come è noto, il senso si per cepisce attraverso quella che egli chiama la struttura eie mentore della significazione; “tale struttura elementare …. deve essere concepita come lo sviluppo logico di una categoria semica binaria, del tipo bianco vs nero, i cui termini stanno, tra loro, in relazione di contrarietà mentre ciascuno di essi, contemporaneamente, (è suscettibile di proiettare un nuovo termine quale proprio contraddite rio; i termini contraddittori possono, a loro volta, sti pulare una relazione di presupposizione nei riguardi del termine contrario opposto”21 . Si avrebbe pertanto uno schema del genere:

A                         B

-B                        -A

dove fra A e B sussiste una relazione di contrarietà, fra A e -A e fra B e -B una relazione di contraddittorietà, .nel senso che l’un termine è la negazione dell’altro,fra -A e B infine e fra -B e A sussiste una relazione di pre supposizione.

Si tratterebbe ora di stabilire quali sono i termini narrativi che costituiscono le singole articolazioni del lo schema sovraesposto, si deve cioè stabilire che cosa porre al posto di termini astratti A, -A, B, -B. In altre parole bisogna chiedersi quali elementi concreti la narra zione usa e pone nelle relazioni logico-semantiche di cui parliamo. Prima di rispondere a questa domanda è necessa rio prendere in esame la teoria delle azioni e della narrazione espressa da T.A. van Dijk22.

Il van Dijk concepisce la narrazione come una. forma particolare di, action discourse ; quest’ultimo è un insie me ordinato di action sentences. Un action sentence è una frase che abbia almeno un predicato-azione e almeno un no me (agente) per argomento; una frase cioè che abbia come referente un’azione, ossia “a value of an action function”23 così che nel riferirsi all’azione di qualcuno bi sogna avere accesso alle sue intenzioni e propositi o bi sogna inferirli convenzionalmente24.

Quel particolare action discourse che è la narrazio ne viene concepito come una serie ordinata di tre macro categorie chiamate exposition, complication , resolution; pertanto la narrazione potrebbe essere formalizzata me diante la seguente formula:

N = , . < Exp,Compi,Res > def

La exposition introduce, il tempo, il luogo, le cir costanze fisiche e/o sociali, gli attori che si riferisco no ad una determinata azione; ma soprattutto, lo stato iniziale (o exposition) introduce ciò che è semanticamen te rilevante ai nostri fini: introduce cioè gli eventi e le attività in corso riferite agli agenti, introduce inoltre gli stati emozionali e/o mentali di questi ultimi (i loro sentimenti, le- loro motivazioni, i loro propositi).

La complication è la descrizione di qualcosa che vie ne in qualche modo a turbare la situazione iniziale e che ha delle conseguenze negative per l’agente, per gli avve nimenti che sono in corso, o per qualcun altro cui l’agente è legato (destinatore e/o destinatario) o per il quale egli (soggetto) agisce o agirà 25 .

La resolution è la reazione (intrapresa di azione o decisione di lasciar le cose come stanno) alla complica tion e alle sue conseguenze; reazione che ha a sua volta delle conseguenze.

Si può vedere, da quanto s’è detto fin qui, che si possono costituire due deixis 26 – una positiva, l’altra negativa – a partire dalle macro-categorie complication e vesolution: la complication pone (almeno in linea di mas sima) la deixis negativa, la vesolution quella positiva. La complication infatti implica delle conseguenze negati ve (la perdita di un oggetto-valore, o l’introduzione di un oggetto indesiderato che è di ostacolo per il corso delle azioni intraprese); implica in pratica una aliena zione. La vesolution invece presuppone la ristabilizzazio_ ne dell’equilibrio perturbato ed è da esso implicata.

Possiamo ora rispondere alla domanda che ci siamo posti in principio (quali sono gli elementi concreti fra i quali la narrazione istituisce delle relazioni logico-semanticlhe) formulando il seguente schema:

Equilibrio ———————————→ Perturbamento

(risultato) ←————————————–

↑                                                                                ↑

|                                                                                 |

|                                                                                 |

|                                                                                 |

Reazione Alienazione

reintegrante

La doppia freccia orizzontale a direzioni contrapposte indica la relazione di contrarietà; le frecce verticali a direzione unica indicano la relazione di presupposizione; in diagonale (Equilibrio Alienazione e Perturbamento Reazione reintegrante) stanno la relazione di contraddizione.

Se teniamo poi conto del fatto che, come dice lo stesso van Dijk, ogni macro-categoria domina un insieme ordi nato di proposizioni (ma noi diremo meglio, secondo i no stri presupposti teorici, un insieme di NS), siamo in grado di caratterizzare in maniera ancor più concreta i ter mini dello schema semantico: tali termini sarebbero costituiti da un complesso di NS – ordinati secondo un crite rio logico-sintattico – sussunti da una macro-categoria o, per meglio dire, da ciascuno degli elementi di ciascuna deixis poste dalle macro-categorie complication resolu tion.

Dicevamo un complesso di NS, ma potremmo dire un unico NS, se teniamo conto che, come ci pare sia apparso chiaro dalle nostre pagine precedenti, il Nucleo semantico è l’elemento ricursivo di una grammatica narrativa in quanto un NS iniziale può dominare un nuovo NS in funzione coordinante e/o subordinante (per es. [X vuole Y e Z] = NS → NS1 + NS2; NS1 → X vuole Y; NS2 X vuole Z. [X, che può Y, vuole Z] = NS X vuole Z; X Attante + Aggetti vo; Aggettivo NS; NS X può Y. [X vuole Y dopo aver potuto Z = X Vuole Y + complemento; complemento NS; NS-> X può Z).

Ci rimane da rispondere ora ad un ultimo interrogati vo: quale sema modale è implicato in ciascuno dei NS (o dei complessi di NS nel senso che si è appena detto) po sti come termini che articolano il macro-schema semantico che abbiamo appena formalizzato? Ci sembra di poter ri­spondere abbastanza agevolmente che per quanto riguarda i termini contrari – equilibrio (risultato) perturbamen to – il sema modale implicato sia quella del potere. Il se ma modale del POTERE si istituisce allora come categoria semantica suscettibile di articolarsi nei semi possibili tà vs impossibilità; pertanto la narrazione sarebbe lo svolgimento compreso fra una situazione di impotenza per l’agente verso una situazione di potenza; l’alienazione e la reintegrazione sono implicate da queste potenzialità (positive o negative) nel senso che si può alienare qualcosa che si ha, su cui si esercita un potere, mentre la reintegrazione (ri-)stabilisce un possesso, un potere, il domi nio su qualcosa.

Più difficile è dire quale sema modale sia implicato nei termini (sub-contrari) alienazione reintegrazione. Possiamo comunque dire che tale sema è quello del volere che si istituisce come categoria semantica (quella del VO LERE appunto, contraddittoria e implicata da quella del POTERE) articolantesi in due semi, volontà & antivolontà che sono rispettivamente la negazione, la contraddizione dei semi impossibilità possibilità; si otterrebbe pertanto il seguente schema:

POTERE

L’equilibrio turbato andrebbe ristabilito attraverso un atto di volontà, attraverso una tensione volontaristi ca verso qualcosa che si è perduta e che deve essere ri conquistata, Vanti-Volontà è la negazione della possibilità, così come la volontà è la negazione dell’impossibili tà; essa consiste nella appropriazione volontaristica di qualcosa di cui viene privato l’agente della possibilità. Potremmo dunque stabilire il seguente quadro di omologa zioni semantiche:

Possibilità vs Impossibilità « Equilibrio vs Perturbamento Volontà vs Antivolontà – Reintegrazione vs Alienazione

Le cose sono complicate dal fatto che tanto l’alienazione quanto la reintegrazione possono essere rappresenta ti da una performanza attanziale sussunta dalla modalità del potere. Vogliamo dire che sia l’alienazione che la reintegrazione possono essere prodotti da un complesso di fatti e/o di azioni che di per sé stesso non è volto né ad alienare né a reintegrare, ma il cui effetto può essere un’alienazione o una reintegrazione. Potremmo comunque di re che queste azioni, “casuali”, “fortuite”, possano dir si sussunte dalla modalità del volere, in quanto sono vissute dal Soggetto (e quindi valorizzate dalla narrazione) in quanto complesso di circostanze non desiderate, aborri te, non volute (nel caso dell‘alienazione) o desiderate e volute (nel caso della reintegrazione). Il VOLERE è, in questo caso, presente in profondità e in maniera obliqua;

esso è la valorizzazione (nel senso della perdita o della acquisizione di un oggetto desiderato) di qualcosa di. per sé stessa neutrale (pura accidentalità); valorizzazione compiuta dal Soggetto deprivato e reintegrante che “sa cogliere l’occasione” o “si trova gratificato”. Il fatto è che la modalità del volere presuppone quella del potere e che queste due modalità non necessariamente coincidono nello stesso attante (nel senso che il Soggetto del vole re non necessariamente coincide con 1′Attante attivo del potere: chi vuole qualcosa non è detto che possa ottener la). In quest’ultimo caso il potere diventa Oggetto di attribuzione da parte del Soggetto deprivato, dove però si osservi che il volere teso verso questo “potere-oggetto” può essere diretto o indiretto. Nel primo caso si narrerebbe che il Soggetto è volto alla ricerca di qualcosa, ma non ha il potere sufficiente per ottenerla, pertanto questi, con un nuovo “atto di volontà” si metterebbe alla ricerca di esso: questo nuovo volere si porrebbe allora come sema modale implicato nell’elemento reintegrazione di un nuovo schema semantico subordinato al macro-schema. Nel secondo caso si narrerebbe invece che il Soggetto teso alla ricerca di qualcosa e posto nella impossibilità di poterla ot tenere viene fortuitamente a trovarsi nelle condizioni di poter condurre a termine la sua ricerca; anche in questo caso ci si troverebbe di fronte ad un nuovo schema seman tico subordinato a quello fondamentale, e il potere che “viene a darsi” assumerebbe il valore dell’elemento equi librio di questo nuovo schema subordinato – in tal caso ci si troverebbe di fronte alle condizioni espresse nella nota 26 (cfr. supra) in cui la narrazione (o, per noi qui, la sub-narrazione) incomincia col darci un aspetto negativo come situazione iniziale mentre la complication rad drizza la situazione, fermi restando dunque i valori se mantici implicati.

La differenza fra le due possibilità narrative consisterebbe nel fatto che, nel primo caso, il -potere è isti tuito come Oggetto di una ricerca il cui Soggetto è quel lo stesso della ricerca fondamentale e primaria il quale vuole rendersi Attante attivo di questo potere; nel secon do caso invece egli è reso Attante attivo del potere at traverso la consecuzione di un insieme di fatti/azioni con giunti in maniera tale che il loro legame logico prenda il significato del potere (una serie di fatti/azioni cioè che “mettano in grado” il soggetto di poter fare qualco sa) : in questo secondo caso il potere non è istituito co me Oggetto – sempre nel sub-schema semantico – ma assu me il valore di mera possibilità.

In ogni modo, sia nella prima che nella seconda del le due evenienze narrative, il potere, comunque lo si sia acquisito, viene assunto dal Soggetto della azione fonda mentale – quella implicata nel macro-schema semantico -at traverso un atto di volontà; infatti anche nell’ “approfittare delle circostanze”, nel “cogliere l’occasione” biso gna voler “approfittare” e/o “cogliere” ciò che capita. Vedremo fra breve di aggiungere ulteriori considerazioni a quanto fin qui s’è accennato.

Se il sema modale del volere è sempre presente nell’elemento reintegrazione, la medesima cosa si può dire per 1’elemento alienazione: questa può essere causata dalla volontà di un Anti-soggetto, ma può anche presentarsi come l’effetto di una serie di circostanze, anche qui come mera (im)possibilità – come un POTERE al negativo; circostanze che però sono valorizzate dal Soggetto come una anti-volontà, un qualcosa di contrario al proprio volere(espressioni come “il caso ha voluto che “il destino ha voluto che ecc.” sono significative a questo proposito).

Da ultimo ci resta da dire qualche parola sulla modalità del DOVERE alla luce del macro-schema semantico di cui stiamo parlando; questa modalità sembrerebbe porsi come termine neutro risultante dalla congiunzione dei due termini contraddittori – l’alienazione e la reintegrazio ne-. Già s’è detto che questa modalità ha bisogno, per manifestarsi, di due performanze attanziali (il volere e 1’anti-volere o la potenzialità valorizzata come volontà o antivolontà); poiché il DOVERE si manifesta, in termini pratici, essenzialmente come la lotta dell’Eroe (Sogget to) contro l’Avversario (Anti-soggetto), esso può essere inteso come il punto d’equilibrio in cui l’alienazione non ha più il sopravvento, ma la reintegrazione non è an cora compiuta.

1 Cfr. T. Todorov, Le categorie del racconto lette rario, in L’Analisi del racconto, Milano, Bompiani, 1969-7 pp. 227-270.

2 In realtà si potrebbero fare divisioni e analisi più sottili al riguardò e tale problema è, ed è stato, di primario interesse non solo per i filologi o i critici let terari, ma anche per gli autori stessi, per i romanzieri, per chi insomma abbia inteso effettivamente narrare. A noi comunque sembra che la maniera in cui T. Todorov ha impo_ stato la questione, ove si tengano presenti le poche ag giunte da noi più sopra esposte, possa essere sufficiente per affrontare l’analisi di un testo letterario. Rimandia mo comunque per una trattazione più ampia del problema, a Françoise Van Rossum-Guyon, Point de Vue ou perspective narrative, Poétique, h, 1970, pp. U76-H97.

3 Cfr. R. Jakobson, Saggi di linguistica generale, Milano, Feltrinelli, 1966.

4 – Cfr. P. Haidu, Aesthetic Distance in Chrétien de Troyes: Irony and Comedy in Cligés and Perceval, Genève,” Librairie Droz, 1968; A. Fassò, Le due prospettive’ nel Chevalier de la Charrette, in Atti dell’Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna, Classe di Scienze Mora li, Anno 67°, LXI, pp. 297-328.

5 Roland Barthes, Introduzione all’analisi strutturale dei racconti in L’analisi del racconto, Milano, Bom piani, 1969, p. 15.

6 – Gerard Genot, Teoria del testo narrativo e pras si descrittiva in Strumenti Critici 15 (giugno 1971) pag. 152-175; su questi problemi si veda, dello stesso autore, Elements towards a Literary Analytics in Poetcs 8 (1973), pag. 31-62.

7 – Quanto andiamo dicendo possiamo indirettamente ritrovarlo nelle stesse parole di R. Barthes (indiretta mente perché la sua prospettiva teorica è diversa da quel_ la che qui si va esponendo) quando infatti il Barthes (op. cit. , pag. 18) dice che la “potenza amministrativa che sta dietro a Bond, indiziata dal numero degli apparecchi tele fonici, non ha alcuna incidenza sulla sequenza d’azioni in cui si impegna Bond accettando la comunicazione;.essa pren de senso solo al livello d’una tipologia generale degli at-tanti (Bond è dalla parte dell’ordine)”, non tien conto del fatto che questo contratto (che Bond stabilisce con 1′”ordine”, con la “potenza amministrativa”) è pur sempre una funzione distribuzionale che rimanda al momento in cui questo contratto sarà portato a compimento. Il fatto e che è lo stesso concetto di correlatività che vien meno (così come la distinzione fra funzioni distribuzionali e funzip_ ni integrative) qualora si prenda, come ipotesi di lavo ro, una grammatica che generi immediatamente dei nuclei se_ mantici tenuti insieme dall‘isotopia: in tal caso la cor relatività sarebbe respinta al livello di superficie come ricorrenza dei medesimi semi. Ed è lo stesso concetto di livello dal Barthes introdotto che viene allora a cadere ih crisi; infatti il livello delle funzioni (distribuzio nali e/o integrative) e quello delle azioni (rapporti fra attanti) corrisponderebbero alla struttura superficiale e a quella profonda.

8 – Cfr. Teun A. van Dijk, Per una poetica generativa, Bologna, Il Mulino, 1976.

9 – Per esempio “i semi ricorrenti isolati, in que sto caso [nel caso cioè del predicato profondo astratto PARTIRE] potrebbero essere i seguenti: MOVIMENTO——-ESTERIORITA’ ecc. Sul piano superficiale del testo ” SV” si può manifestare in “prepararsi”, “ringraziare”, ” acco fiatarsi”, “andar via” ecc.” (Teun A. van Dijk, op.cit. T»g. 107).

10 – dove T = Testo; Ql, Q2, … = proposizioni narrative; R = “variabile strutturante” che programmerebbe la
derivazione del testo strutturandolo sui piani fonetico,
sintattico e semantico. R avrebbe dunque tre componenti di
cui “Rsem è incontestabilmente il più importante” (Teun A.
van Dijk, op. cit., pag. 103).

11 – Teun A. van Dijk, op. cit.-, pag. 105106.

12Jànos S. Petofi, The Syntaotioo-Semantio Organi^
zation of Text-Struotures
, in Poetics 3 (1972).

13 E’ pur vero, come si diceva poc’anzi, che Enide è qualificata anche dal sema cortesia e che Erec la con quista “come e in quanto cortese”; ma qui per 1 ‘appunto si tratta di stabilire una gerarchia semica, delle possibili interrelazioni fra semi; non vorremmo dilungarci su que sto ^problema e ci limiteremo pertanto a dire che la cor tesia(ricorrente e pertinente) verrebbe ad assumere il ruo lo di “super-categoria” che si articolerebbe come segue:

CORTESIA

______________!______________

|                                                                                             |

SOCIALITÀ                      INDIVIDUALITÀ:

________________________|_____________

|                                                                                                 |

RELAZIONALITÀ                                               PERSONALITÀ’

secondo relazioni ipo- iper- onimiche.

Mettere in evidenza ciò, ci sembra di grande importan za per la comprensione del romanzo di cui stiamo trattanr do (ma anche, in generale di tutti i romanzi di Chrétien) m quanto, come abbiamo avuto modo di vedere nelle pagi ne precedenti, sia pure da un’altra angolazione, il conte mito dell’opera del Nostro Autore non-è l’epica della cor tesia, ma semmai la problematica di essa.

14 – Si confronti a questo proposito A.J. Greimas, Semontica strutturale, Milano, Rizzoli Editore, 1968 “Men tre a una serie di comportamenti reali corri sporidi, sul piano linguistico, una serie parallela di funzioni che li simulano, definendo un certo fare non^ linguistico, un so lo semema come per esempio ricamare può sussumere tutto un algoritmo di funzioni rivelandosi come denominazione di un saper fare (…) La manifestazione nel discorso riesce dunque a produrre, partendo da serie funzionali o da in ventari qualificativi, insiemi organizzati che superano largamente i limiti imposti dalla sintassi e che, per il solo fatto che sono suscettibili di denominazione, si pre_ sentano come totalità” (pag. 1U8-1U9). “le funzioni (…) sono sussunte da categorie che stabiliscono il loro statu to in relazione con gli attanti e che costituiscono ilmes_ saggio in quanto avvenimento significante, cioè in quanto spettacolo dell’avvenimento. Le categorie che abbiamo chia mato attanziali, perché ci sono parse in primo luogo co stitutive dei compiti particolari attribuiti agli attan ti, sembrano contemporaneamente essere categorie modali, tali da dare un proprio statuto a ciascun messaggio spet­tacolo” (pag. 159) (i corsivi sono dello stesso autore).

Quanto è stato detto sopra (cioè il manifestarsi di un sema modale attraverso una serie di predicati profondi astratti in numero e di qualità semica programmata) ci sem bra tanto più vero in quanto, come noi pensiamo, determi nati predicati sono sempre presenti a livello profondo an che quando non appaiono a livello superficiale , quando venga no cioè operate determinate trasformazioni di cancellazio_ ne; per esempio, nel caso in cui il Soggetto non venga de_ mandato da alcun Destinatore, il predicato denominabile come DEMANDAMENTO è pur sempre presente a livello profondo in quanto si tratterebbe di un AUTO-DEMANDAMENTO, della convergenza cioè dei due attanti in questione in un unico attore; altrettanto può dirsi quando una simile convergenza si applichi agli attanti SoggettoDestinatario, si avrebbe in tal caso un AUTO-TRASFERIMENTO, non presente a livello superficiale.

Per la verità, nella sua Semantica Strutturale il Greimas parla sì di categorie modali che sussumono intere classi di funzioni, ma non fa riferimento alle serie ordi_ nate e programmate delle funzioni stesse all’interno di un testo, anche e proprio perché il suo oggetto non è la definizione di una grammatica-semantica narrativa. Questo aspetto sembra invece dallo stesso autore meglio tratta to nel saggio Elementi per una grammatica narrativa in Del senso, ^Milano, Bompiani, 1974 (pagg. 167-194) dove sembra potersi scorgere una presupposizione fra quegli che egli chiama enunciati modali, enunciati descrittivi, enunciati attributivi, enunciati traslativi; che potrebbero corri spondere ai nostri predicati profondi astratti.

15 Cfr. Christo Todorov, La hiérarchie des liens dans le récit, in SEMIOTICA III, 2, 1971 (pag. 121-139).

16

Cfr. Christo Todorov, op. cit., pag. 129.

17

Cfr. Christo Todorov, op. cit., pag. 135.

18

Cfr. Christo Todorov, op. cit., pag. 132

19

A mo’ di chiarimento ci sia concesso esemplifi care i da noi usati concetti di omeo-categorizzazione e di etero-ategorizzazione dicendo che, per esempio i termini mammiferi, uccelli, pesci, rettiti, anfibi sono omeo-cate godici rispetto all’insieme-categoria che denomineremo “v#rtetrati” : ora questo stesso insieme potremmo partir le p pei esempio, anche in sottoineismi composti da termi ni gradi, piccoli, corti, voluminosi, gialli, rossi, vedi, ecc. in tal caso la partizione è composta da termini etero-categorici : nel primo caso i termini in questione hanno ma caratteristica in comune, l’essere Vertebrati, nel secondo caso manca una caratteristica comune e la partizione è effettuata prendendo a prestito altre categorie (la quantità, la bi-dimensionalità, la spazialità, il colore ).

Per quanto riguarda poi la strutturazione tematica dei tre romanzi qui presi in esame si potrebbe “dire che il tema categoria CORTESIA potrebbe partirsi in altri se mi tenutici come, per esempio, liberalità, magnanimità, lealtà, ecc. che pure hanno un loro spazio nella narrazione attuandosi in varie performanze attanziali ; se essi so no stati esclusi dal nostro inventario, la ragione sta nel fatto che essi non troveranno riscontro nell’analisi che seguirà e che sarà incentrata prevalentemente sulle interrelazioni logiche che, nel corso della narrazione, si in staura» fra i semi tematici; ora in questo gioco di interrelazioni, i semi tematici in questione avrebbero poca o nessuna parte.

20 Si potrebbe obbiettare che né la dama di Cadoc de Cabruel, né le varie persone aiutate da Yvain appartengono alla stessa società di Erec e/o di Yvain: sarebbe più esatto dire che i Destinatari degli eroi non appartengono alla corte arturiana, ma ne condividono sempre i valori ideali formando insieme con essa una società-umanità ideale (cfr. E. Köhler, L’aventure chevaleresque, Paris Gallimard, 1974).

21 – Cfr. A.J. Greimas, Del senso, Milano, Bompiani, 1974, pag. 171.

22 Cfr. Teun A. van Dijk, Philosophy of action and theory of narrative, in Poetics, V, 4 (Dicembre 1976), pp. 287-338.

23 Cfr. Teun A. van Dijk, op. cit., pag. 299.

24 Sempre il van Dijk, op. cit., pag. 293 dice che 1azione può essere considerata come una coppia ordinata di un evento mentale di intenzione e di un evento materiale; mentre 1 ‘ intenzione è una funzione avente dei fatti ( doings )per valori e degli eventi mentali per argomenti. L’autore aggiunge inoltre “Intentions themselves are the ‘outcome’ ofother other mental events. There is a procedure operating over all possible actions (e.g. for a given timepoint). This decision procedure is determined by a complexnumber of other factors, involving preferences (general and particular) or wants and wishes, wich in turn maydepend on linkings, desires, motives and character features together with the necessary data: our knowledge andbelifs (we may only like what we know/believe to exist, and want what we know/belive not yet to be the case, etc.), pag. 294.

25– A questo proposito però il van Dijk (op. ait.3 pag. 318) precisa “It is not sure whether narratives are limited to such ‘negative’ complications. We way imagine stories with positive complications, i.e. reporting a change which is beneficiary for the agent or patient. In that case, however, the initial situation must at most be neutral, but rather negative with the further constraint that in most courses of events this situation would have continued. A lucky action or event is worth telling under such conditions. We will see below that such happy develop ments are characteristic in many stories when first preced_ ed by unhappy event”.

26 – Intendiamo col termine deixis l’insieme di due elementi che stanno fra loro in una relazione logico-se mantica di implicazione; per es., nello schema precedente , i termini A e -B; e i termini B e -A.

Capitolo II

L’Erec et Enide

L’esposizione dei presupposti teorici che abbiamo cer cato di stabilire nel precedente capitolo può permetterci di intraprendere l’analisi interpretativa di un testo con creto nella sua totalità. Ci occuperemo in questo capitolo dell’Erec et Enide, articolando l’esame di questo romanzo in due sezioni: 1′entrelacement, le strutture narrative.

L’ entrelacement

Abbiamo visto precedentemente come la narrazione possa essere considerata come un insieme di NS che a loro voi ta consistono in un insieme di proposizioni narrative (pn) il cui contenuto e il cui ordine è programmato dal sema modale proprio di ciascun NS.

Esaminiamo ora come le varie pn si dispongano in se quenze lungo la linearità dell’enunciazione, come queste sequenze si intreccino e come interagiscano semanticamente.

Innanzitutto noteremo come un unica pn superficiale possa fungere, avere il valore, di più di una pn profon da: si tratta, nel caso specifico, della vittoria di Erec su Yder che permette all’eroe (Sgt) di ottenere la vendetta (Ogt) per Guenievre (D13D2), il ristabilimento del proprio onore (Ogt) per sé stesso (D1,D2), Enide (Ogt), per sé stesso (D1,D2) .Un solo combattimento, una sola azio ne, una sola pn superficiale si riferisce a tre sequenze diverse, ciascuna sussunta da un rispettivo NS (o meglio, in questo caso, da una coppia di due NS correlati in quanto qui ci si trova di fronte alla modalità del DOVERE che, come s’è visto, si esprime attraverso la correlazione di due performanze attanziali: un anti-volere – o un potere che funge da anti-volere – e un volere) . Ci troviamo di fronte ad una particolare regola di trasformazione della grammatica narrativa che così potrebbe formalizzarsi:

_                    _              _               _

| NS1 → Q1, Q2, …………. | Qi-1 | Q1, Q2, …………….|

T | NS2 → Q1, Q2, ………….| Qi-2 →   | Q1, Q2, ……………. | Qi-1,2,3

|_ NS3 → Q1, Q2, ……_| Qi-3 |_ Q1, Q2, ……….._|

Qj = pn

Questa particolare trasformazione grammaticale per mette di saldare in una sola unità d’azione i temi della socialità, della relazionalità, della personalità che si manifestano attraverso l’ottenimento di tre diversi Ogget ti da parte di un solo Soggetto contro un solo Anti-sog-getto qualificati rispettivamente come cortese scortese cosi, come abbiamo visto precedentemente – Cap. I, nota 14 -, la Cortesia può essere considerata come una super-categoria tematica gerarchicamente superiore agli altri te mi: diremo allora che la tecnica narrativa che stiamo esaminando ha la funzione di manifestare, di rendere evi dente questa superiorità gerarchica.

La stessa tecnica con una funzione simile a quella precedente può essere vista nella pn in cui Artù bacia Eni de; essa appartiene alle sequenze sussunte dai due NS che si riferiscono alla volontà di Artù di rinnovellare la costume della caccia al cervo bianco, e alla volontà di Erec di presentare Enide alla corte arturiana prima di prenderla in moglie; i due NS sono rispettivamente portato rimanifesti dei temi socialità relazionalità (la costu me serve a tenere in piedi la vita sociale1, la presentazione di Enide alla corte serve a mettere in relazione so_ ciale una conquista personale;ma poiché Enide è stato l’Oggetto di una conquista personale e poiché “besiee l’a come cortoise veant toz ses barons, li rois” (vv. 1787-88), la cortesia viene anche ad essere posta come catego ria tematica che domina i temi della relazionalità, della personalità, della socialità.

Come si vede la tecnica di Chrétien è quella di apri re nuove sequenze prima di chiudere quelle precedentemen te aperte, in modo da dare sempre nuovo impulso alla nar razione e da creare, anche semanticamente, un “molt bele conjointure”. Potremmo esprimere graficamente questa tecnica nella maniera seguente:

A      B      C       D

|         |        |         |

|         |        |         |            B1, C1, D1          E                                     A1, E1

|         |        |         |                     |                    |                                             |

|         |        |   Erec vuole          |                    |                                             |

|         |        |    conquistare       |                    |                                             |

|         |        |         Enide            |                    |                                             |

|         |        |         |                     |                    |                                             |

|         |        |      D|_________●  D1               |                                             |

|         |        |                                |                   |                                             |

|         |        |                                |                   |                                             |

|         | Erec vuole vendicare    |                    |                                             |

|         |      se stesso                     |                   |                                             |

|         |     C |_____________● C1                 |                                             |

|         |                                           |                 |                                             |

|         |                                           |                 |                                             |

|         |                                           |                 |                                             |

|         |                                   Erec vince        |                                             |

|    Erec vuole vendicare        Yder              |                                             |

|         Guenievre                         |                  |                                             |

|          |                                         |                  |                                             |

|       B|_________________● B1                  |                                             |

|                                                                        |                                 Artù bacia Enide a corte

|                                                                        |                                            |

|                                                                    Erec vuole                               |

Artù vuole rinnovellare la costume      presentare Enide a corte           |

(il bacio alla più bella)                                |                                                |

|                                                                    E|_______________________●|E1

|                                                                                                                       |

A_________________________________________________________ ●|A1

Noteremo inoltre, anche se l’episodio è di minor rilevanza nell’economia generale della narrazione, che que sta tecnica di incastro delle sequenze è usata un’altra 84 volta: Erec dopo aver espresso la volontà di condurre Eni de alla corte arturiana, promette al padre di costei due castelli nel reame paterno; questa seconda sequenza viene chiusa dopo la prima, cioè dopo le nozze dei due protago nisti .

A questo punto la narrazione potrebbe dirsi esauri ta, e in effetti nessuna sequenza resta aperta; ma Chré-tien ricorre ora ad un’altra tecnica per dare sviluppo al racconto, una tecnica che potremmo chiamare di accosta mento, il che non -significa di semplice aggiunta di due racconti, ma appunto un accostamento sulla base costitui ta sia dalla presenza dei medesimi personaggi-attori, sia dalla presenza dei medesimi temi – isotopia narrativa, sia infine dalla reciprocità logico-semantica che si intrat tiene fra le due parti del romanzo; potremmo dire che la prima parte costituisce la exposition, la seconda invece la complication e la resolutóon. Consideriamo 1’attacco di questa seconda parte:

Mes tant l’ama Erec d’amors

que d’armes mes ne li chaloit,

ne a tornoiemant n’aloit.

N’avoit mes soing de tornoier:

a sa fame volt dosnoier,

si an fist s’amie et sa drue;

en li a mise s’antendue

en acoler et an beisier;

ne se quierent d’el aeisier.

Si conpaignon duel en avoient;

sovant entr’ax se demantoient

de ce que trop l’amoit assez.

Tant fu blasmez de totes genz,

de chevaliers et de sergenz,

qu’Enyde l’oï antre dire

que recréant aloit ses sire

d’armes et de chevalerie:

molt avoit changiee sa vie.

De ceste chose li pesa;

mes sanblant fere n’an osa,

que ses sire an mal nel preïst

asez tost, s’ele le deïst.

Tant li fu la chose celée

qu’il avint une matinee,

la ou il jurent an un lit,

qu’il orent eu maint délit,

boche a boche antre braz gisoient,

corne cil qui molt s’antre amoient.

Cil dormi et cele veilla;

de la parole li manbra

que disoient de son seignor

par la contrée li plusor. (vv. 2430 -2478)

bastano questi versi perché si ci renda conto di una logica continuità con gli eventi narrati nella parte precedente: Erec ha perduto tutto ciò che ha prima guadagnato: la stima degli altri, l’amore di Enide, la funzione sociale; siamo al perturbamento, all’alienazione: alla crisi di un potere che l’eroe aveva acquisito, ma che si dimostra so lo virtuale e che soltanto la successiva “aventure” rende rà attuale. D’altra parte la congiunzione mes che introduce questa nuova sezione narrativa non fa che rimarcare la connessione logica (di opposizione – la congiunzione è in fatti avversativa) delle due parti del romanzo. Vorremmo inoltre tener presenti le parole di Teun A. van Dijk (op. cit., pag. 317): “A complication … is the description of an unexpected and unexpectable event, changing the initial state. There are a ..number of naturale language devices signalling the specific character of this change, e.g. adverbs like suddlenly, unexpectedly, but then, at a given moment, etc.”; ci sembra che il punto della narra zione di Chrétien che abbiamo sotto’ occhio corrisponda pienamente alle condizioni qui sopra descritte (si pensi so prattutto a quel but then che può ben corrispondere al nostro mes).

Lo sviluppo successivo dell’azione non è narrato con l’intersecarsi di varie sequenze ma anzi è da considerar si come un’unica sequenza (1′”aventure”, la reintegrazio ne, la resolution) di pn che sono assunte dai semi moda li del VOLERE e del DOVERE: il voler riacquistare tutto ciò che si è perso e il dover combattere per ottenerlo. Ma la pn ricerca – come s’è visto una performanza attanziale in cui è implicato il volere si riscrive nelle pn demanda mento, ricerca, ottenimento, trasferimento – domina tutta una serie di pn che corrispondono ciascuna ai singoli episodi della “aventure” ai singoli cimenti di Erec:

ciascun episodio può considerarsi come una micro-narrazio ne (con tutte le macro-categorie e le relazioni logiche im plicate, oltre che, naturalmente le performanze attanzia-li necessarie) che, ciascuna nella sua totalità, assume il significato della progressiva acquisizione da parte di Erec del poter ottenere tutto ciò che va ricercando.

C’è da notare comunque che gli attanti implicati in ognuna delle micro-narrazioni non necessariamente coinci dono con quelli della macro-sequenza della “aventure”; anche perché, come vedremo nella prossima sezione, la strut tura e la distribuzione dei ruoli attanziali degli eie menti narrativi perturbamento, alienazione reintegrazione (cioè degli episodi della crisi e della “aventure”) si presenta in maniera complessa e ambigua.

Per accostamento è narrata la sequenza delle pn relative all’episodio della “joie de la cort”. Ci si potreb be, al limite, chiedere perché essa non venga inserita den tro la macro-sequenza della “aventure”, ma venga invece enunciata dopo la riconciliazione dei due sposi, dopo che la crisi può dirsi risolta. Noi potremmo rispondere che es sa sia l’esplicita manifestazione dell’elemento narrativo equilibrio; essa manifesta cioè il potere che Erec ha or mai riacquistato e che la crisi gli aveva tolto. J. Frappier considera l’episodio “un acte de volonté pure”, un “dilettantisme chevaleresque”2, ma il volere, come noi lo intendiamo, implica qualcosa da conquistare, da ottenere, in questo episodio invece Erec non ha alcun obiettivo del genere, la “volontà pura” è soltanto l’esercizio di un po_ tere, l’espressione “dilettantisme” usata dal Frappier po trebbe quindi essere accettata, qualora si tolga da essa qualunque connotazione di autogratificazione, di avventu ra fine a sé stessa, ma la si intenda come capacità cavalleresca, potere di un eroe che ha ormai conquistato tutto ed è in pieno possesso di sé. In che cosa si esprime que sto potere? risponderemo affermando che esso si riferisce ai temi-valori fondamentali: socialità (Erec. ridona la joie alla corte), relazionalità (Erec esercita la propria prodezza agli occhi .di tutti), personalità (Erec riporta sulla diritta via una coppia che si era da sé stessa cacciata in un vicolo cieco).

Si potrebbe obiettare che Erec non ha coscienza di esercitare questo potere, egli non sa di preciso cosa ri servi questa nuova avventura, ma l’episodio ha tutto il sapore di una figurazione; come osserva assai acutamente Jean Gyory “Erec voit comme en un miroir (le mur d’air sym bolise un miroir) ce qu’il a réussi à éviter, plus exacte ment ce qu’il serait devenu s’il n’avait pas résisté a la ‘recreantise’. Erec est allé au devant de ses adversaires, ses multiples victoires ont contribué à l’émancipation de sa personalité. Maboagrain derrière le mur, attend passi vement les adversaires, ses victoires le font persister dans sa servitude sentimental. Le libre arbitre dont Erec est bénéficiaire s’oppose diamëtralment au don contrarignant qui oblige Maboagrain à s’enfirmer dans le verger des délices, où le concubinage clandestine qu’il pratique avec la demoiselle fait vigoureusement ressortir le ca’rac tère de l’autre union dont Enide parle en ces termes” (p. 365) 33, Noi aggiungeremo che la condizione della coppia del Vergier mette in evidenza le conseguenze sociali che essa produce, e di riflesso ci illumina su che cosa avrebbe significato per Erec non intraprendere 1′”aventure” e toranare ad una pura e semplice pratica d’armi come i compagni e la stessa Enide gli imponevano.

Una conferma del valore narrativo di questo episodio l’abbiamo inoltre da A.R. Press4 il quale mette in corre lazione il premier vers e la joie de la corti ora, come abbiamo appena visto, entrambi gli episodi sono la manife stazione del potere dell’eroe, laddove il premier vers si gnifica un potere,’ un equilibrio virtuale, la joie de la cori significa un potere e un equilibrio attuale.

Chrétien ha volutamente posto la joie de la cort fuori dalla “aventure” e la prova ce la dà per mezzo dello stesso Erec; questi infatti, concluso il ciclo delle sue imprese e reintegratosi nella corte arturiana, quando Artù gli chiede “noveles de ses avantures” (v. 6415),

ses avantures li reconte,

que nule n’en i antroblie.

jusque la ou il esfronta

le conte qui sist au mangier,

et con recovra son destrier

(vv. 6418-6438)

Erec racconta cioè fino all’episodio del conte Orin gle de Limors e non fa il minimo cenno alla joie de la cort; egli deve far sapere che e come ha riacquistato i suoi poteri, non che è ora in grado di esercitarli, que sto esercizio si proietta nel futuro e non fa quindi par te della sua “storia” personale.

Le strutture narrative

Al fine di definire le strutture del nostro romanzo, al fine cioè di stabilire quali azioni o gruppi di azioni costituiscono le macro-categorie narrative e consequen zialmente di stabilire lo schema semantico generale el’implicita distribuzione dei ruoli attanziali rispetto agli attori, ci sia consentito prendere le mosse dalla analisi del nostro romanzo da quella che può veramente essere de finita la parte centrale di esso. Vogliamo parlare cioè dell’episodio della crisi dei due sposi e di quello della decisione repentina di Erec di partire “en aventure”; co me abbiamo sottolineato nel capitolo precedente, in questi episodi si ha il mutamento dell’aspetto narrativo di cui Chrétien si era servito fino a questo momento, si pas sa dalla visione dal ‘didentro’ alla visione ‘dal di fuori’ (o alla visione ‘con’): il Narratore cessa di essere una coscienza totale e si limita a guardare i fatti che accadono. Per questo motivo, la fatica e il travaglio della critica si è appuntato in maniera particolare proprio su questo punto, nel cercare di trovare le ragioni per cui Erec vuole prendere la strada della “aventure” senza la compagnia o la scorta di nessuno eccetto che della sua: sposa Enide, e perché egli la tratti così duramente ingiun gendole, in maniera apparentemente inspiegabile, di osservare il più stretto silenzio.

Bisogna allora chiedersi che cosa rappresenti nel l’economia generale della narrazione l’episodio in que stione, come si inserisca e quale valore assume entro lo schema generale – nel macro-schema semantico – del complesso narrativo; e dobbiamo inoltre chiederci quali siano i temi implicati. Come E. Kohler ha ben posto in evidenza il nocciolo della questione sta nella “recreantise”5 di Erec che però si proietta sullo sfondo di una problematica ben più vasta e più profonda che riguarda i rapporti fra individuo e società e che è insita in tutta la letteratura cor se6. Nel corso della analisi che qui seguirà, terremo pre senti questi presupposti e cercheremo di confermarli, ma anche di modificarli.

Che cosa rappresentano dunque la crisi e la “recreantise” che l’ha messa in moto? Appare del tutto evidente che la crisi è la rottura di un equilibrio, il perturba mento di un ordine che implica un’alienazione; crisi e “recreantise” sono gli elementi di una deixis negativa: si tratta ora di vedere quindi quale complesso di NS è im plicato in questi termini quanto mai vaghi ed ambigui. La crisi dei due sposi consiste essenzialmente nel fatto che Erec abbandona la pratica cavalleresca e che per questo è criticato dalla società che lo circonda; di ciò si duole Enide che si sente corresponsabile, anzi forse la causa

prima della “recreantise” del marito e che pertanto lo in cita a intraprendere qualcosa che lo riporti ad essere apprezzato dai compagni, alla giusta e primitiva considera zione sociale. Erec risponde alla sposa dando ragione a lei e ai compagni che lo biasimano:

– Dame, fet il, droit an eüstes,

et cil qui m’an blasment ont droit.

(vv. 2572 – 73)

ma nel medesimo tempo le impone di seguirlo e di osserva re, in qualunque circostanza, il più stretto e rigoroso silenzio: i due affrontano dunque 1′”aventure”, ma per vo lontà esclusiva di Erec. Se la “recreantise” e la crisi che ne consegue costituiscono la complication 1′”aventu re” costituisce la resolution, la reazione reintegrante. Ma parlare di crisi e di “recreantise” non basta; se que sti termini costituiscono una deixis negativa, essi devo­no essere valorizzati come perturbamento alienazione. Si impone allora la domanda: in che cosa e da che cosa sono alienati Erec e Enide e la società? Avanzeremo anticipata mente una risposta cercando di dare una definizione forma le ad essa; avremo così modo di interpretare la “aventu­re”, e questa interpretazione sarà anche la conferma del la nostra anticipazione, infatti crisi e “aventure” sono correlate reciprocamente.

Erec e Enide hanno perso sé stessi; o per meglio di-re, Erec ha perso Enide e la stima di cui gode nella so-cieta, ma ha contemporaneamente deprivato la società di sé stesso, del suo valore; è stata però la stessa Enide, con la sua unilaterale accettazione delle critiche rivolte a Erec dai suoi compagni, a deprivare il suo sposo di sé. D’altro canto è la società stessa che depriva Erec del pie no possesso di Enide ponendo delle condizioni (l’eserci zio del valore e della prodezza) ad esso. Potremmo così formalizzare il tutto:

(POTrelazionale ->POT personale) => [(POTpers + POT^relaz) POTpers]

| |                             |

||                                  ||                             ||

||                                  ||                             ||

| | ↓ |

Erec (Antsg) depriva se stesso                        Erec depriva Enide

La società (Antsg) depriva Erec (*Sgt,* D1, D2) (*Sgt, *D1, *D2) del pregio sociale               (*D1, *D2) di se stesso

del possesso di Enide (Ogt) condizionandolo;                      e depriva di sé (Ogt) la società                        (Antsg, *Sgt, Ogt)

Enide stessa (Antsgt) condivide questo                                  (*D1, *D2)

condizionamento.La società (Antsg, *D2)

si depriva di Erec (Ogt, *D1,*Sgt)

→ = se ….. allora; => = posto che; * virtualità del ruolo attanziale, l’attualità sarà posta nellaaventure;  ^ = negazione

|

= IMPLICA | = PRESUPPONE

Le relazioni logiche che sono state qui sopra formalizzate possono essere tradotte sintatticamente come ri sulta dal prospetto che qui appresso si rappresenta. Tut to il complesso di NS, posti in reciproca relazione sin tattica, implica ed è presupposto da un altro complesso di NS coordinati sintatticamente – come risulta dal spetto 2, anch’esso riportato qui appresso. I due comples^ si assumerebbero il valore rispettivamente di perturbamen_ to e di alienazione’, il secondo di essi varrebbe come an-ti-votonta, ma indirettamente; direttamente esso è domi nato dal sema modale del potere (nessuno ha la volontà di alienare alcuno, ma sta di fatto che, posto il perturba mento come premessa, ne consegue uno stato di alienazione che non si può percepire se non come un’antivolontà) .

Dunque la crisi dei due sposi non consiste soltanto nella “recreantise” di Erec, ma anche e primariamente nel_ la subordinazione, imposta dalla società e condivisa da Enide, della vita personale (che abbiamo formalizzato co me POTpers) alla vita di relazione (formalizzata come POTrelaz) . Siamo così in grado di renderci conto del per_ che della “aventure”, cioè del perché proprio essa può e deve costituire la reintegrazione, il termine contraddit torio del perturbamento e quindi il presupposto del (ri-) equilibrio. Siamo inoltre in grado di capire un altro punto di importanza fondamentale nell’economia del romanzo (punto al quale non è stata mai data alcuna importanza, o è stato frainteso e male interpretato): si tratta del fatto che Erec dà ragione a Enide e ai suoi compagni che lo biasimano (cfr. i già citati versi 2572-73), ma contempo raneamente rivolge a Enide le imposizioni che sappiamo in un tono di – apparente – collera; le due cose appaiono contraddittorie o quanto meno ambigue. Il fatto è che nel giudicare questo punto non si è mai considerata la subor dinazione della personalità alla relazionalità che i com pagni e Enide impongono a Erec: questi nel dar ragione a sua moglie e nel contemporaneo negargliela accetta le cri tiene relative alla “recreantise” di cui è colpevole, ma non accetta la subordinazione della vita personale a quel_ la di relazione7. La “aventure” serve a negare le premesse della alienazione, con essa Erec può conquistare il proprio valore e la propria

prodezza e quindi la stima sociale; può riconquistare Enide (fisicamente, esponendola, come esca e preda virtuale, a tutti i pericoli e a tutti gli avversari; moralmente, riconquistando la fiducia di lei che non nasce più dalla considerazione sociale, ma direttamente dal valore di lui: sta proprio qui la ragione per cui Erec vuol partire senza la compagnia di nessu no) . Ma soprattutto può eliminare la subordinazione che la società gli impone; Erec infatti non va ai tornei, come i compagni sembrerebbero richiedergli – e come andrà Yvain dietro le pressioni di Gauvain8: andare ai tornei avreb be significato perpetuare la subordinazione, riconoscere ragione ai suoi compagni, i quali

sovant entr’ax se demantoient

de ee que trop l’amoit assez

(w. 2440-2441)

e a Enide la quale crede che il proprio sposo:

a del tot an tot relanquie

por moi tote chevalerie

(w. 2499-2500)

e così con lui si duole dicendo:

et dient tuit reison por coi,

car si vos ai lacié et pris

que vos an perdez vostre pris,

ne ne querrez a el antandre

(w. 2558-2561)

D’altra parte Erec non può nemmeno far finta di nul la, ignorare le critiche che gli vengono rivolte e risol vere la crisi privatamente con la sua sposa: egli si sen te e vuol continuare a sentirsi membro di una comunità, e la “aventure” gli permette di potersi reintegrare piena mente nella società che tendeva ad espellerlo.

A questo punto bisogna dire che la situazione attanziale è piuttosto complessa nel senso che i ruoli attan-ziali sono distribuiti variamente e in maniera incrociata nei vari attori. Dopo quanto si è appena detto appare in fatti chiaro che Enide si trova ad essere contemporanea mente l’Antsg l’Ogt della riconquista di Erec che viene ad essere Sgt, DI e D2; ma Enide è anche DI D2 della con quista che Erec (Sgt) deve intraprendere di sé stesso (Ogt) per ridonarsi a lei. D’altra parte la società (/ut) impone a Erec (Dip) la subordinazione che sappiamo; ma poi_ che tale subordinazione ha le conseguenze negative che si son viste, essa (insieme con Enide che condivide la subordinazione in questione) viene ad essere 1′Antsg che depriva Erec (Sgt, DI, D2) del possesso del suo bene persona le, di Enide (Ogt); ma con questa subordinazione la società si è deprivata essa stessa (Antsg, D2) di Erec (Sgt, Ogt, DI): sarà soprattutto l’episodio della Joie de la cort, ma anche certi particolari della “aventure”, che confermeranno quest’ultima relazione attanziale. Ma è sta to anche lo stesso Erec (Antsg) a deprivare la società (DI, D2) di sé stesso (Sgt, Ogt) rendendosi vecreant.

Tutto questo significa che la “aventure” sussume una serie di performanze attanziali, tutte informate dal sema modale del Volere (un volere teso ad eliminare l’aliena zione negandone i presupposti) e tutte aventi per Sogget to Erec; correlate alle performanze attanziali che costi tuiscono l’alienazione (le quali invece sono informate dal sema modale del potere, valorizzato però come anti-volere in quanto appunto alienazione – si è già visto), danno luogo alla manifestazione della modalità del dovere.

La complessa’ distribuzione dei ruoli attanziali che abbiamo appena visto non è comunque interpretabile come la ristrutturazione, la trasformazione attanziale di cui parla A.J. Greimas 9 per il racconto mitico, trasformazio ne che si fa carico di manifestare l’inversione dei con tenuti; la complessità in questione nel nostro romanzo è interpretabile come una vera e propria ambiguità che ri specchia la visione psicologica di un conflitto interio rizzato sia all’interno dell’individuo che ali’interno del la società. Questo fatto, insieme con il mutamento e la am biguità di impostazione narrativa (cioè il già esaminato uso degli aspetti narrativi), costituisce l’originalità e la particolarità dei romanzi di Chrétien de Troyes, la lo ro essenzialità problematica, riflesso di quella crisi spirituale che la società cortese attraversa e che è stata così finemente analizzata da E. Kohler. Una crisi che e di doppia natura: da una parte la comunità si sente minacciata e insidiata da un pericolo, da un anti-mondo esterno ad essa, dall’altra essa è dilacerata da un conflitto, che si consuma, nel suo stesso seno, fra la comunità in quan to collettività e la comunità in quanto insieme di singoli individui. E’ questa seconda natura del conflitto che è, a tutta prima, di rilevante importanza nell’economia del nostro romanzo; ed è su questa che bisogna maggiormente impegnare l’analisi. Ci si può infatti domandare in che cosa consista precisamente, tematicamente questo conflit to fra 1’individuo-persona e collettività sociale.

A questo scopo è opportuno rivolgere indietro lo sguardo alla prima parte del romanzo e vedere quali temi erano stati in essa manifestati. Nel precedente capitolo avevamo proposto tale struttura tematica per il nostro romanzo:

VILLANIA

CORTESIA

_______________|_________________

|                                                              |

SOCIALITÀ                             INDIVIDUALITÀ’

___________|____________

|                                              |

RELAZIONALITÀ’          PERSONALITÀ’

Sempre nel precedente capitolo, e ancor meglio in questo stesso capitolo, nella sezione dedicata all’intreccio, ab_ biamo visto come si manifestassero, nella prima parte del romanzo – quella precedente la crisi – i temi in questio ne :

  • Erec libera la società (rappresentata nella persona di ‘ Guenievre) da uno dei nemici che la insidia (Yder) SO CIALITÀ’ ;
  • Erec vendica il proprio onore contro Yder INDIVIDUALITÀ RELAZIONALE;
  • Erec conquista Enide INDIVIDUALITÀ PERSONALE;
  • Erec vuole che la sua conquista personale abbia la san zione sociale, cosa che gli viene accordata da Artù

(col bacio a Enide) INDIVIDUALITÀ RELAZIONALE;

  • Erec partecipa al torneo di Tenebroc riportandovi onore e gloria cavalleresca INDIVIDUALITÀ’ RELAZIONALE.

La bontà di questa ipotesi di strutturazione temati ca ci sembra possa essere confermata dal fatto che essa è in grado di darci un’interpretazione globale del romanzo

– il che non significa che essa possa esaurire la comprensione di tutti i singoli aspetti, di tutte le singole im plicazioni di esso; né vogliamo affermare che la struttu razione da noi proposta sia l’unica capace di una inter pretazione globale, il romanzo potrebbe al limite essere letto su più di una -isotopia; la nostra ipotesi si limita ad essere una proposta ed un esperimento. Se teniamo con to che la struttura tematica che abbiamo enucleato, sia valida in relazione a tutto il romanzo – e ci proveremo a di mostrarlo subito qui appresso – allora tutta la prima par te della narrazione può considerarsi la exposition (la situazione iniziale) di esso. In questa sezione narrativa viene dato il quadro dei valori fondamentali, dei tememi narrativi; in essa vengono presentati i protagonisti, gli attori (Erec, Enide, la Società, l’Antisocietà) che si fan no portatori della manifestazione tematica. Essa rappre­senta inoltre una situazione di equilibrio raggiunto, an che se si tratta di un equilibrio instabile, nel senso che vengono dati per scontati determinati valori – donde la posizione del Narratore che si pone come coscienza totale -ma la cui coesistenza non è ancora stata messa alla pro va. Si potrebbe obiettare che tutta questa prima sezione narrativa, o almeno il premier vers, può costituire un rac conto a sé, con le sue macro-categorie, con degli attanti e con uno schema semantico a sé stante: ciò è indubbiamente vero, ma ciò che importa nei confronti della struttura di tutto il romanzo è che questo racconto indipendente – semindipendente – manifesta la virtualità di un POTERE in relazione a determinati valori, virtualità che si at tualizzerà in impossibilità (la crisi) e in possibilità (la “joie de la cort”) . La crisi è dunque la complication: essa non infirma la validità di ciò che si è acqui­sito, essa pone invece, come s’è detto, il problema del la coesistenza di questi valori acquisiti.

Come s’è visto poco sopra, questa coesistenza è mes sa in crisi dalla imposizione della subordinazione della personalità alla relazionalità – il POTrelaz. diventa Opotl, oggetto di imposizione assunto dalla comuni tà (Aut) nei confronti dell’individuo (Dip) il quale a questa autorità deve subordinare il POTpers10. Ma poiché questa subordinazione riguarda dei valori che son pur sempre parte della individualità, la collettività viene a negar si come tale, come società, per istituirsi come un in sieme – asociale – di individui, i quali a loro volta so no di conseguenza portati a conflittualizzare i valori della propria individualità.

Questo complesso conflitto è manifestato, sul piano delle azioni, dalla ambiguità attanziale di cui si parla va, che è implicata, a sua volta, da una complessità di relazioni logiche che tengono insieme i NS del perturba mento. Ed è lo stesso Chrétien – l’Autore – che rimarca ta le complessità mutando l’impostazione narrativa, cessando di fare del Narratore una coscienza totale, quasi che

si assumesse in via di ipotesi, avrebbe una ragione d’es sere entro un quadro teorico interpretativo riguardante il nostro romanzo.

questi non sappia più rendersi conto di come realmente stanno le cose, del procedere degli avvenimenti; mentre l’Autore viene a far ricadere l’ambiguità sui Destinatavi del discorso narrativo rendendoli Soggetti che, in prima persona, devono rimanipolare il testo per poterne fruire e per poterlo interpretare. La trasformazione dell’uso dell’impostazione narrativa, si potrebbe così rappresenta re :

PUBBLICO Destinatore Destinatario Soggetto Destinatario

AUTORE Soggetto Destinatore

TESTO Oggetto

Ciò significa che da una narrazione di tipo epico (quale è in fondo il premier vers) in cui è il pubblico (DI) che demanda ad un autore (Sgt) la costruzione di un testo di cui egli stesso (D2) è il fruitore, si passa ad un tipo di narrazione-romanzo in cui è il pubblico (Sgt, D2) che deve appropriarsi del testo (Ogt) che l’autore:-(DI) gli demanda. Da una posizione in cui l’Autore è l’artefi ce integrato entro un sistema chiuso, entro il circolo pubblico-depositario-consumatore di verità che si oggettiva nel testo stesso,/ si passa ad una posizione in cui l’Au_ tore, depositario di una verità, integra a sé il pubblico-consumatore riconoscendogli un potere (questo significa essere Soggetto) di cui deve può appropriarsi in maniera tale che il testo cessi di essere 1’obiettivazione di una verità per trasformarsi nell’Oggetto di un dialogo fra il Destinatore e il Destinatario 11. Il coesistere delle due posizioni nei romanzi di Chrétien implica da un lato il pa_ cifico riconoscimento dei valori che la comunità-pubblico pone, dall’altro il problema che la loro interazione, il loro coesistere pone quando essi siano attualizzati nella vita pratica e reale del mondo cortese; ne consegue che i romanzi di Chrétien possono essere visti come un invito a riflettere, un invito alla presa di coscienza da parte dei fruitori cui viene riconosciuta la capacità di poter ri spondere all’invito; allora l’ambiguità strutturale-attanziale dipende da questa posizione semiologica del testo chretieniano: essa marca la distruzione della fissità dei ruoli attanziali propria dell’immobilismo epico.

Ricapitolando quanto fin qui s’è detto, 1 ‘ analisi dell’Erec et Enide, fino alla partenza dei due sposi per 1′”aventure”, può così riassumersi:

1) la prima parte (fino al torneo di Tenebroc e alla permanenza dei due a Carnant; fino alla crisi (esclusa)insomma) può considerarsi come l’enunciazione della macro – categoria della exposition; essa – narrazione a sé stante – introduce gli attori del romanzo, i valori di esso. Semanticamente invece abbiamo la manifestazione di un potere virtuale cui Erec è arrivato con una conquista che gli ha permesso di essere l’eroe della società, di godere della stima sociale, di avere l’amore di Enide. Questo potere virtuale è suscettibile di articolarsi in impossibilità (la complessa situazione che genera la crisi) e possibilità (la”joie de la cort”); 2) lo stato di crisi e l’alienazione che ne è implicata costituiscono la oomplication. Più precisamente la crisi consiste nella interazione dei valori conquistati messa» in moto “dalla “recreantise” di Erec; l’alienazione consiste in uno stato di deprivazione in cui tutti (Erec, Enide, la Società) vengono a trovarsi. Come già si è os servato questo stato di deprivazione comporta una comples sita e una ambiguità attanziale; tutti infatti si trovano ad essere contro tutti (Erec contro Enide e la società, Enide contro Erec, la società contro Erec). Ribadiamo an cora una volta che si tratta di ambiguità e non di redi stribuzione dei ruoli attanziali; ciascuno ricopre in un determinato momento un certo ruolo e il suo contrario. In tal modo i conflitti si interiorizzano e i personaggi si trovano ad essere dilacerati nel profondo della loro esi stenza. Erec si trova a dover “maltrattare’ e a doversi imporre su Enide pur amandola. Enide è in preda ai rimorsi dopo la “parole” che pure ha pronunciato; Erec è co stretto ad abbandonare la società che pure lo vorrebbe presso di sé e lo reclama (si veda l’episodio dell’incon tro di Artù durante la “aventure”). Erec riconosce ragio ne a Enide, ma subito gliela nega ingiungendole quegli ‘strani’ ordini.

Dunque la “aventure” è la negazione di ciò che è il presupposto dell’alienazione, è la resolution che presup pone uno stato di equilibrio da ritrovare. Il soggetto di questa negazione è Erec e soltanto lui; egli deve lotta re contro tutti gli Antsg compreso sé stesso, per ricon quistare tutto ciò che è stato perso.

Egli deve innanzitutto riconquistare Enide contro sé stessa, contro la sua posizione “para-ideologica”, contro la società che gliene condiziona il possesso. Dovrà per tanto metterla nella condizione di Oggetto da (ri-)acqui sire esponendola ai pericoli che la “aventure” di volta in volta, di per sé stessa, presenterà ai due sposi erranti. La “aventure” quindi non significa una messa alla prova di Enide; costei sarà invece, come dice R. Bezzola, “l’enjeu de l’aventure elle dovrà même chevaucher devant lui exposée a tous le dangers, la proie de tous ceux qui vou dront la lui disputer.” 12 L’imposizione del silenzio e le minacce reiterate non sono pertanto né un segno di colle ra, come pensa Z.P. Zaddy, né sono dovute al fatto che Erec, come pensa J. Frappier, “a le droit d’estimer qu’il se trouve atteint dans sa ‘souverainité’ d’époux: il ne lui paraît pas injuste qu’Enide subisse ‘un purgatoire d’obéissance.” 13 II brusco comportamento di Erec signifji ca invece il ribaltamento delle convinzioni di Enide nei confronti della cavalleria e dell’amore: Erec non deve tanto mostrare il suo coraggio e la sua qualità di uomo d’ar_ mi, deve invece dimostrare alla sposa che egli sa e vuole riconquistarla indipendentemente dalla sanzione della so cietà che sta loro intorno, e, quindi, indipendentemente dalle convinzioni di lei. D’altra parte è stata Enide la ispiratrice della “aventure”, anch’ella ha perso Erec

(recreant) , ed egli ne è conscio e deve pertanto restituir si a lei; assumono pertanto, sotto questa luce, un valore e un’importanza particolare i versi 3751-55:

Eie li dit; il la menace;

mes n’a talant que mal li face,

qu’il aparcoit et conuist bien

qu’ele l’ainme sor tote rien,

et il li tant que plus ne puet.

Essi marcano l’ambiguità strutturale di cui più sopra si diceva: Erec pur amando Enide è costretto a trattarla du ramente; se egli vuol ridonarsi lei perché l’ama, deve tut tavia assumere un atteggiamento duro nei suoi confronti, perché deve riconquistarla. Noi non pensiamo che qui si tratti del fatto che Erec abbia ora ritrovato l’amore ver so Enide, come dice P. Zaddy14, né che la minaccia que sta volta sia meno dura, come afferma Douglas Kelly15; l’amore per Enide non è mai stato messo in discussione, nemmeno al momento della partenza per la “aventure”, seco sì fosse non capiremmo le parole che Erec, prima di par tire, rivolge a suo padre raccomandandogli Enide:

“Mes je vos pri, que qu’il aveigne,

se ge muir et ele reveigne

que vos l’amoiz et tenez chiere,

por m’amor et por ma proiere,

et la mitié de vostre terre

quite, sanz bataille et sanz guerre,

li otroiez tote sa vie.”

(w. 2721 – 27)

Erec parla qui chiaramente per amore (e non, per esempio, per un dovere sociale di marito). Né d’altra parte dobbia. mo interpretare i già citati versi 2751-55 come una dimi nuzione dell’intensità delle minacce determinate da un au mento d’amore da parte di Erec; niente in verità ci lasce rebbe supporre ciò: qui è Chrétien che vuol cominciare a togliere un po’ di oscurità al testo, sia pure assai par zialmente, avvertendo il pubblico che le minacce non sono dovute a una mancanza d’amore ma a qualcos’altro, che pe ro continua e continuerà a tener celato lasciando ancor sempre ai fruitori il piacere-dovere di scoprirlo.

L’ambiguità, che si esprime concretamente nell’appa rente contraddittorietà del comportamento di Erec, si ri flette pure, interiorizzata, nell’intima e dilacerata co scienza di Enide che si strugge prima per la penosa si tuazione provocata dalla vecveantise del marito di cui si’ crede colpevole e responsabile; e che subito dopo si pen te di aver pronunciato la fatale “parole”, senza compren dere che ciò che può esser dispiaciuto al marito non è ciò di cui ella si imputa, l’orgoglio (“si mar vi/mon orguel et ma sorcuidance” vv. 3102-03), ma l’aver prestato trop po orecchio alle voci di biasimo. Nel medesimo tempo, el la sempre, di fronte ai pericoli che incombono “De deus parz est molt a male eise/qu’ele ne set lequel seisir / ou le parler ou le teisir.” (w. 3712-3714). Se pertanto la contraddittorietà di Erec si risolve tutta nella manife stazione del suo comportamento, e risponde a ragioni, per così dire, strategiche (non si dimentichi che egli è sem pre il solo e unico Soggetto di tutte le azioni tese alla riconquista di ciascuno degli Oggetti- perduti); l’ambigui tà dello stato d’animo di Enide risponde a ragioni del l’esistere psicologico ormai ineliminabile. La dilacera zione è allora interna allo stesso Chrétien, allo stesso Autore; questi, nel proporre una ideologia di cui si fa portatore Erec (che attraverso le sue azioni diventa la parole e la coscienza ideologica dell’Autore), non può e non sa superare le contraddizioni esistenziali che essa inevitabilmente pone: Enide è lo specchio inverso della co scienza ideologica, specchio di cui questa ha bisogno proprio perché essa non è più una coscienza epica predeterminata e preordinata dal pubblico, ma è una coscienza che il pubblico deve costruire a sé stesso.

Così se Erec rinfaccerà a Enide che poco ella lo sti mi, ogni volta che ella trasgredisce l’imposizione del silenzio:

“Or me prisiez vos trop petit”

(v. 2846)

“et ne por quant tres bien Savoie que gueres ne me priseiez.”

(w. 2996-97)

“Po me prisiez

quant ma parole despisiez”

(vv. 3553-54)

ciò non sarà per scarsa fede nell’amore di lei, ma sarà riferito al fatto che negando l’autorità del marito, ella ne ga le ragioni del suo agire del suo porsi a Soggetto del la riconquista di lei, senza neppure comprendere che egli le sta ridonando quella fiducia in lui che la Teoveanti.se aveva compromesso.

Questa riconquista della reciproca fiducia l’un ver so l’altro viene sanzionata dal comportamento diEnidenei confronti del marito e di Galoain, il conte vanitoso; qui Erec avrà la prova di aver veramente riconquistato Enide:

“Or ot Erec que bien se prueve

vers lui sa fame leaumant”

(vv. 3480-81)

ella si pone completamente nelle sue mani confidandogli tutto; ma Erec ha anche la prova che egli si è riconqui stato a lei: ë la sua fiducia ormai palese che lo dimo stra. E se poco dopo egli ritornerà alle minacce, ciò è perché, finché Enide sarà l'”enjeu de l’aventure”, varranno le condizioni poste dal principio, perché “il n’est pas un matamore qui tire son epée a la moindre occasion pour briller devant sa dame” 16 ; infatti Erec “lui demande d’à voir – ma noi piuttosto diremmo che egli ricerchi in lei la confiance en lui”17, quella fiducia che la condizione di subordinazione, di cui abbiamo ormai più volte parla to, aveva compromesso: Enide aveva fiducia in Erec, nel suo valore solo in quanto v’era una società che la sanzio nava.

Con l’episodio di Galoain e con quello successivo di Guivret, si conclude un primo ciclo della “aventure”, e, prima che incominci il secondo, Chrétien frappone il si gnificativo episodio dell’incontro dei due con la corte arturiana. Significativo in quanto Erec vorrebbe sfuggire a questo incontro, del resto casuale (e solo la delicata astuzia di Gauvain riesce a portare a corte i due): egli non si sente ancora riabilitato; se ha riconquistato la fi ducia di Enide, egli non ha ancora riconquistato il suo ruolo sociale. Ciò avverrà con la liberazione, da lui ef fettuata, di Cadoc de Cabruel: 1′”aventure” è questa vol ta ricercata e non subita, egli si mette direttamente, per un atto di volontà, al servizio della società (la fanciul la sola che chiede aiuto e Cadoc de Cabruel ne sono due rappresentanti, mentre i giganti rappresentano l’anti-so cietà che la insidia). Liberato il prigioniero, egli lo in via da Artù raccomandandogli di raccontare come e da chi è stato liberato: egli vuol riconquistare la propria imma gine agli occhi della società (la propria relazionalità) . Ma allora, perché Erec voleva sfuggire alla corte arturiana? e perché, dopo il forzato incontro, ha voluto continuare l’ “aventure” senza compagnia di nessuno? Perché non ha voluto pernmettere che alcuno fosse testimone delle successive

imprese? Erec poteva avere una ragione nel compie. 2 la riconquista della sposa senza che nessun al tro, all’infuori di lui, fosse testimone di ciò, in quan to era stato proprio la società ad alienarlo del possesso e della fiducia di lei; stare discosto dalla società era per lui un dovere: egli doveva in qualche modo combatter la, in ogni caso rifiutarla. Ma perché star discosto dal la società anche nel riconquistare agli occhi di essa la propria dignità compromessa?

Si diceva poco sopra che la società si è autoaliena ta di Erec: vale a dire che essa, come collettività, si è deprivata delle proprie risorse, delle potenzialità insi te nel suo seno, senza che sappia giovarsi di ciò che i singoli individui che la compongono possono offrirle. La subordinazione che essa pone per la personalità nei con fronti della relazionalità, è in ogni caso chiusa entro la sfera della individualità, così che il valore che essa ri chiede ai suoi singoli componenti e la lode che loro ri serba, rimangono chiusi in sé stessi e chi ne usufruisce non è la collettività, bensì ciascun singolo individuo. C’è così il rischio che la subordinazione dei valori in dividuali possa anche essere invertita, che 1 ‘ individuo si ponga a conquistare il proprio pregio (a esercitare il POTrelaz) solo per poter fruire dei beni personali (del l’amore), che l’esercizio del valore cavalleresco sia so lo un tributo da pagare per poter essere liberi nella propria sfera, appagando la società in un autoconsumo e in un’autosoddisfazione. Questa problematica, che prenderà contorni più definiti nei successivi romanzi di Chrétien – soprattutto nell’Yuan e nel Peroeval ~ dove si stabi lirà il confronto netto fra l’eroe protagonista e Gau-vain, simbolo della perfezione cavalleresca, ma di una per fezione sterile e inconcludente, fa già capolino, ed anzi assume un peso considerevole in questo romanzo.

E’ l’episodio della Joie de la Cort che è rivelato re a questo proposito. Come abbiamo gà avuto modo di di re, l’episodio assume il valore di una figurazione, di quella che è stata l’esperienza di Erec e Enide e della loro crisi, esso è come uno specchio deformante e parados sale che può mettere in evidenza certe pieghe e certi an goli nascosti. Maboagrain è si un Erec chiuso nella pro pria autosiddisfazione personale entro il vergier delle de lizie, ma un Erec che ben \isa le armi; a che servono però queste armi se non al mantenimento del possesso della sua “amie”? la quale altro non è che una Enide che chiede a Erec di intraprendere qualcosa perché il loro amore pos sa continuare. Ed è da osservare che egli si pone in que sto stato di prigionia subito dopo essere stato fatto ca valiere, mentre la società che gli sta intorno nulla può fare contro questo stato di fatto, e si autocondanna alla perdita della joie, al lutto e al sangue, alla pratica del fratricidio; e Maboagrain non può fare “”mesprisoh”, non può non vincere “trestoz …. vers cui ge eüsse puissance”, perché “vilainne fust tex delivrance” (v. 6052): mai egli s’è (potuto) stancare delle armi, né “de conbatre recreiiz” (v. 6057): Maboagrain è insomma uni’ Erec,•; non Te-or eant non reoreilz così come lo intendevano i propri com pagni e Enide. Assumono allora tutto il loro valore le parole di E. Köhler 18, che vede nel mondo esteriore che in sidia la società cortese, una proiezione dei conflitti e delle contraddizioni interiori di essa. E che cosa sono tutti gli avversari sbaragliati da Erec durante la “aventure” se non persone pronte a menar le armi solo per soddisfare la propria convoitise: i due conti – Galoain e Oringles de Limors – ne sono un esempio vistoso.

Si comprende allora perché Erec, anche nella ricon quista del proprio pregio, vuole star lontano dalla socie tà: essa è colpevole, ed anche in questo caso alienante, bisogna pertanto negarla; il pregio del vero cavaliere non sarà quello che la società tributa al mero esercizio del suo talento, esso sarà conquistato ponendosi all’ef fettivo servizio sociale: egli non deve essere nemmeno in questo caso un “matamor” un vanesio maneggiatore d’armi, un assiduo frequentatore di tornei, come Gauvain, ma un individuo cosciente del proprio ruolo sociale.

Potrebbe sembrare contraddittorio il fatto che Erec, riconquistata pienamente Enide, sicuro della sua fiducia rivelatagli dalla ferma ripulsa che ella oppone a Orin gles de Limors, nonostante la (presunta) morte del marito, voglia mettersi “d’or en avant”, così come prima, tutto al suo “comandemant”; non si sta cacciando Erec nella stessa situazione di Maboagrain? La risposta è negativa, ed è J. Frappier a darcela19: questi infatti sottolinea giu stamente come Erec si sottoponga al “comandemant” della propria “fame et amie” per un atto di libera volontà (“Or voel estre …) e non attraverso uno stratagemma come quello che Maboagrain ha dovuto subire.

L’episodio della Joie de la Cort, come s’è visto, costituisce l’elemento narrativo equilibrio la possibilità, 11 positivo essere del POTERE, il contrario della crisi e la negazione dell’alienazione: orbene Erec, nell’esercizio del suo ritrovato potere non trascura certo il suo ruolo sociale, ma invece ridona alla collettività la joie; né si fa recreant, nonostante, qui, i consigli e gli inviti di tutti in questo senso.

1 – Si veda a questo proposito E. Kohler, L’aventu re chevaleresque, Paris, Gallimard, 197^, p. 106: “La di gnité et 1′irrévocabilité de la parole royale confirment la nécessitée de la costume sur le déroulement de laquel le est fondée la cour arthurienne. Le roi, prudent, n ‘ est pas moins que Gauvain conscient du danger qu’elle repré sente pour l’harmonie de la cour, mais y renoncer revien drait à ébraneler les bases politiques du royaume”.

Se i timori di Gauvain – e di Artù – sono fugati, ciò è merito della aventure di Erec; infatti, come dice Guenievre:

bien doit venir a cort de roi
qui par ses armes puet conquerré
si bele dame en autre terre
(vv. 1722-26)

chi cioè ha “par ses armes” dimostrato la propria prodezza {relazionalità) , conquistando “si bele dame” (personalità), en”autre terre” , lottando cioè contro quel mondo da cui la società si sente insidiata e che è simbolizzatoe narrativamente concretizzato in Yder (socialità). L’unificazione dei tre temi, dei tre valori fondamentali della cortesia in un’unica persona, Erec, possono mettere a tacere le pretese e l’orgoglio degli altri componenti del_ la corte. Non che Enide brilli di luce riflessa, la sua bellezza e ben reale, ma se si esaminano le ulteriori parole di Gunievre: “Bien feisoit Erec a atandre;/ or poez vos le beisier prandre/de la plus bele de la cort; /je ne cuit qu’a mal nus 1’atort,/….” (vv. 1725 – 1728); se si esaminano queste parole si potrebbe forse scorgor-re una correlazione fra l’impresa di Erec e la dignil.n ‘li Enide di essere prescelta da Artù, correlazione sign i l’i fnta sintatticamente dalle due formule “bien feisoit…” “or poez ” (vv. 1725-26

2 – Cfr. Jean Frappier, Chrétien de Troues, Paris, Hatier, 1957, p. 91.

3 – Cfr. Jean, Gyory, Protèsomene à une imagerie de Chrétien de Troues ; CCM, X, 3-*+ (1967), pp. 361-381* ; se gue in XI,1 (1968), pp. 29-39.

4 – Cfr. A.R. Press, Le comportaient d’Erec envers Enide dans le roman de Chrétien de Troyes; R,XC,U (1969); pp. 529-538. Cfr. anche B. Nelson Sargent, L’autre chez Chrétien de Troyes, CCM, X,2, 1967, pp. 119-205.

5 Cfr. E. Köhler, L’aventure chevaleresque. Idéal et réalité dans le roman courtois, Paris, Gallimard,1974, p. 80 “l’aventure permet au héros de prouver qu’il n’est pas “recréant” “; p. 167 “Erec est un roman a thèse centré sur la recreantise”.

6Cfr. E. Kohler, op. cit., p. 103: “L’individu n’est plus aboli dans la communauté; c’est à lui que re vient la charge de résoudre le conflit entre l’ordre nou veau qui se manifeste en lui et l’ordre ancien dont _les istitutions orientent sa vie”; p. 10k: La tension ]_ fra l’individuo e la comunità_/ ne peut se résoudre que dans l’individu qui, du fait même qu’il se reconnaît cette fonc tion, prend la première fois conscience de son individua lité. Son objectif reste la communauté, mais une communau té dans laquelle l’individu nouveau trouve sa place en tant que tel, autrement dit: une communauté qui se compo se d’individus et dont le lois sont déterminées par ceux-ci.” E infatti sarà proprio un individuo, con tutta la forza della sua personalità – Erec – ad essere il Sog getto della “aventure” che dovrà mettere fine alle tensio_ ni interne al mondo cortese e di cui saranno Destinatari sia dei singoli individui – Erec e Enide – sia l’intera comunità.

7 – Sia il Frappier che il Kohler ci confermano in quanto qui diciamo; Frappier, op. cit., p. °8 Erec “a con clu de la ‘parole’ perçue dans son demi-sommeil, de cet inquiétant ‘con mar fus!’, du trouble et de la réticence d’Enide, de l’explication même a laquelle’il. la contraint, qu’elle méconnaît elle aussi sa valeur, qu’elle lui s’est laissé aller à subir l’influence des autres (il corsivo è nostro) ou’elle lui échappe peut-être et ne 11 aim pas assez”. E. Kohler, op. cit., p. l68:. “Erec reconnaît le bien-fondé du reproche de ‘recreantise’, mais uniquement à l’égard de sa personne ; le reproche ne touche pas l’amour qui le lie à Enide.

Sononché ci pare che non si sia del tutto tratto partito da queste affermazioni; ciò perché, pensiamo, si so no sopravalutate o mal valutate le parole che Erec rivol ge a Enide quando i due, conclusa la “aventure”, si ricon. ciliano (vv. 1+882-H893) , soprattutto per quanto riguarda il significato di essaier (“bien vos ai de tot essaiee” v. 1+883) riferito al fatto che Erec, in base ali ‘essaiement, può dire: “je resui certains et fis/que vos m’amez parfi-temant” e può perdonare a Enide ciò che ella ha “me s dit”, il suo “forfet” e la sua “parole”. Laddove si è voluta ve dere in essaier la ricerca di una prova d’amore (E.Kohler, op. cit. , p. 167: “Erec . .’. voit dans ces paroles le si gne d’un manque d’amour” e pertanto egli ha bisogno “d’u ne cruelle mise à l’épreuve de sa femme” (p. l68); J. Fra_p_ pier: op. cit. , p. 100: “Mais d’aventure en aventure sa ]_ di Enide_/ loyauté s’affirme si parfaite, son dévouement si absolu, qu’Erec redevient certain de son amour en tier.”) noi penseremmo di vedere nell’essaier in questio ne il significato per cui Erec, dopo l’esperienza della ‘aventure” che ha fatto provare a Enide può dirsi sicuro del possesso di lei, possesso che non dipende più dalla stima altrui ma dal suo proprio valore, pertanto egli può amarla “parfitemant” e perdonarla di ciò che ella ha “mes dit”, “del forfet et de la parole” che consistevano pro prio nell’aver posto dei condizionamenti a questo possesso. L’esperienza della “aventure” che Erec impone a Enide è il mezzo, il potere con cui egli può riconquistarla pie_ namente. E’ ben chiaro poi che il possesso è un possesso d’amore.

88 Chrétien infatti dice che a Erec d’armes mes ne li chaloit,/ne a tornoiement n’aloit./N’avoit mes soing de tornoier » (vv. 2431-2433) e che perciò «si compagnpn duel en menoient »  (v. 2439) e che « ce disoit trestot li barnages/que grant diax ert et granz domages,/quant armes porter ne voloit/tex ber com il estre soloit » (vv2455-2458). La critica e il biasimo si riferisce alla sola pratica d’armi in se stessa.

9 – Cfr. A.K. Greimas, Del senso, Milano, Bompiani, 197^, pp. 222-223.

10 Pensiamo sia giusto interpretare la performanza attanziale che esprime il rapporto Autorità / Dipendenza – caso particolare della manifestazione del sema modale del POTERE (cfr. Cap. i) – che si instaura fra i compagni di Erec (società) e Erec stesso, come manifestazione del tema della relazionalità e non quello della socialità, con trariamente ad una superficiale apparenza. Ciò sia perché i tornei, l^ostefrtato esercizio del valore individuale, o. liberamente scelto o imposto dall’esterno, è qualcosa di diverso dall’azione che abbia per DI la società (come di ce E. Kohler: l'”aventure” non ha il fine in sé – come in_ vece i tornei), sia perché d’altra parte non risulta’ mai entrare in opposizione tematica la relazionalità come vo lere e/o potere libero dell’individuo e la relazionalità come imposizione. Né una tale eventuale opposizione, che Quel che qui si vuol sottolineare è il fatto che non ogni nuovo tipo di performanza attanziale è indice di un nuovo tema, il quale, come s’è visto, è manifestato anche dall’investimento (o non investimento) semico degli attan_ ti e, soprattutto dalla struttura globale dei temi. Nel cercare di stabilire una tale struttura bisogna attenersi a dei criteri operativi, bisogna cioè provare la applica bilità e la funzionalità di essa rispetto alla pratica di un/dei testo/i determinato/i; pertanto una opposizione se mica come quella ipotizzata, e pur sempre possibile a li vello astratto, non ci porterebbe, nel nostro caso speci fico, ad alcuna conclusione interpretativa. Potremmo tuf fai più dire che il rapporto Autorità/Dipendenza, che si fa carico di manifestare il tema in questione, costitui sce una variante di manifestazione del tema stesso, un’al_ tra possibilità d’essere del tema-valore; mentre ribadia mo che l’opposizione fondamentale è e resta quella fra la socialità l’individuali’tà conflittualizzato nella ma niera che s’è vista e che ancora vedremo. Infatti i temi che si sono stabiliti per la prima parte del romanzo, lo sono stati proprio in funzione di tutto il romanzo (una narrazione che si esaurisse al premier vers non sarebbe forse suscettibile di essere strutturata secondo i temi che abbiamo proposto). Una cosa è la struttura tematica, un’altra la sua manifestazione che deve tener conto di una totalità e di una realtà semantica ben più vasta: rappor ti attanziali, sintassi logico-narrativa, di cui pur habi_ sogno per potersi concretare.

11 – Concetti simili, anche se da una angolatura e con intenzioni diverse, sono espressi da Wilhelm Keller mann , Aufbaustil und WeltbildChrestiens von Troyes im Per-oevalroman, Max Niemeyer Verlag, Tübingen, 196?, p- 35: “… es ist ein Unterschied (fra l’epica precedente i ro-manzi di Chretien e questi stessi), oh der Erzähler sei ne Mittlerrolle zwischen Werk und Leser b»wusst herauss tellt oder ob er die erdichteten Geschehnisse ohne aus drückliches Dazwischentreten an den Leser herankommen lässt. Mit anderen Worten besteht der Unterschied nicht nur in der Arbeit des gestaltenden Künstlers, sondern vor allem in dem Grad der Einfühlung auf Seiten des Lesers.

“Der objektive Charakter des Chrestienischen Aufbau stiles ergibt sich schon daraus, dass an dem wichtigsten dichterischen Ort für künstlerische Selbstaussagen, in den Prologen nämlich, nichts für die Frage Entscheidendes ges_ agt wird. Chr. hat die Eingänge seiner Romane nicht- zu Kundgebungen seines epischen Willens benutzt. Trotzdem sind diese Prologe für das Verständnis Chr.s nicht unwich tig. Eine rasche Überschau wird beides beweisen. Im Erec-prolog schaut Chr. voll dichterischen Selbstbewusstseins auf die berufsmässigen Geschichtenerzähler herab. Die Verse 13/14:

Et tret d’un conte d’aventure

Une mout bele conjointure

sind ausserdem bedeutungsvoll für Verhältnis zu seinem Quel len, da Wortsinn und Kontext der Stelle es nicht ; zulassen, conte d’avanture und conjointure anders denn als.mündliche Quelle und Anlass zu einem neuen Roman zu verstehen.”

p. 37-38: “Die dichterische Selbstrede Chr.s

wirkt in die Erzählung hinein, nicht aus ihr heraus. Der Vergleich mit Wolframs langen Szeneneinleitungen zeigt, dass diesem der Stoff in vieler Beziehung zur Weltanschau ungsangelegenheit geworden ist, während Chr. viele Deutun gen dem Leser selber überlässt. Er richtet nur das Ges chehen her un lenkt es von ferne. Der Sinn liegt tief in den Ereignissen.”

12 – Cfr. Reto R. Bezzola, Le sens de l’amour et de l’aventure, Paris, 1947.

13

– Cfr. J. Frappier, op. oit., p. 99-

14 – Cfr. Z.P. Zaddy, Pourquoi Ereo part .en Aventu re?, CCM, VIII (1964).

1515 – Cfr. Douglas Kelly, La forme et le sens de la quête dans l’Ereo et Enide de Chrétien de Troues, R XCII, (1971), pp. 326-358.

16 – Cfr. Reto R, Bezzola, op. oit.

17 Cfr. R. Bezzola op. cit.

18 Cfr. E. Köhler,.op. cit., cap. IV; in particola_ re p. 108 dove si afferma che la costume della “joie de la cort” “est le fruit de contradictions internes du monde courtois”.

1919 Cfr. J. Frappier, op. cit., p. 99

1

Capitolo III

Yvain, le chevalier au lion

L’entvelaoement

Come rileva J. Frappier, le strutture compositive dell’Erec et Enide e dell’ Yvain sono fondamentalmente simili : un’avventura felice, una crisi, una ricomposizione in se guito ad una serie di avventure più mature. Tuttavia l’analisi delle sequenze in pn ci rivela come questo romanzo in parte si avvicini e in parte si discosti dall’aree et Eni_ de, per il fatto che 1′Yvain, pur presentando i medesimi temi dell’Erec, ne aggiunge dei nuovi che portano ad un arricchimento e ad un’amplificazione delle proprie struttu re narrative.

Osserveremo che in tutta la prima parte del roman zo, il modo di condurre le sequenza di pn rimanda abbastanza puntualmente alla conduzione delle medesime nell’aree, con la differenza però che 1′Yvain si complica con 1’in­troduzione, di una nuova sequenza che dà luogo alla mani festazione di una nuova opposizione tematica: RAZIONALI TÀ / PASSIONALITÀ5.

Yvain ricerca 1′“aventure” della fontana per vendica_ re lo smacco che suo cugino Calogrenant ha subito nell’ affrontare quella medesima “aventure” (g’irai vostre honte vangier v. 589). Ma questa avventura Yvain vuole sia ri­servata a lui solo; deve pertanto precedere Artù, e tutta la sua corte, che ha manifestato l’intenzione di recarsi a vedere “la fontaine”, “et la tempeste et la mervoille”. Troviamo dunque espressa in questa volontà di Yvain l’unificazione dei temi INDIVIDUALITÀ (relazionale) e SOCIALI TA; infatti se Yvain vuol affrontare l’impresa per moti vi suoi individuali, o che al massimo riguardano la sua schiatta, e se in questa impresa vuole che il pregio e l’onore siano suoi soltanto, il fatto stesso che anche Ar tu voglia cercare 1′“aventure”, insieme con chiunque lo vorrà seguire, significa che l’impresa assume un valore sociale, di interesse straordinario per tutta la corte e per Kex e Gauvain in particolare:

Mes qui qu’an soit liez et joianz,

mes sire Yvains an fu dolanz,

qu’il i cuidoit aler toz seus;

si fu destroiz et angoisseus

del roi, qui aler i devoit.

Por ce seulemant li grevoit

qu’il savoit bien que la bataille

avroit mes sire Kex, sanz faille,

einz que il, s’il la requeroit;

ja vehee ne le seroit;

ou mes sire Gauvains meïsmes,

espoir, li demandera primes.

Se nus de ces deus la requiert,

ja contredite ne lor iert.

Mes il ne les atendra mie,

qu’il n’a soing de lor conpaignie,

einçois ira toz seus, son vuel,

ou a sa joie ou a son duel

(vv. 677 – 694)

Onore individuale e’valore sociale si identificano nell1“aventure”. La stessa cosa poteva dirsi anche per l’Erec et Enide dove la situazione è però presentata in ma niera inversa. Lì l’eroe aveva subito uno smacco nel com piere un’azione sociale e questo smacco assumeva per lui un valore individuale-relazionale; infatti Erec, dopo es sere stato umiliato dal nano fellone contro il quale egli voleva rendere ragione a Guenievre offesa, dirà a costei:

Itant bien prometre vos vuel

que, se ge puis, je vangerai

ma honte, ou ge la crestrai ….

(Erec et Enide, vv. 244-246)

In Le chevalier au lion invece è l’azione individua le ad assumere un valore sociale. Il fatto è che nel suo primo romanzo Chrétien pone e manifesta i fondamenti del l’ “aventure”, mentre nell‘Yvain il suo significato è già dato per scontato; pertanto nell’esplicitare i valori di essa, Chrétien dovrà far sì che Erec si trovi in un primo momento casualmente di fronte all’“aventure” affinché pos sa avere in mano gli elementi con i quali, in un secondo momento, ne ricerchi e ne ponga il significato nella sua gratuita necessità, ponendosi, egli stesso come 1 ‘ eroe che dà senso al mondo. Se, come dice E. Kohler, “L’idéee fon damentale du roman courtois, selon laquelle une aventure déterminée réservée à un chevalier déterminé l’investit d’une mission bien précise qui l’intégrera dans une orga nisation humaine idéale, implique logiquement et objectivement la séparation de l’individu et de la communauté et, dans ce cas précis, le chevalier errant livré à lui-même devient finalement étranger à la communauté féodale, dont l’intégrité est pour lui en même temps la garantie de l’ordre universel”1, allora bisogna bene che risalti il vaiore sociale da cui l’impresa prende le mosse e nella quale trova garanzia per la sua idealità; affinché l’eroe diventi “estraneo” alla comunità feudale, bisogna che 1′ “inte grità” di essa sia logicamente presupposta.

Neil’Yvain questa presupposizione è data, si diceva, come ovvia; ciò però non è dovuto al fatto che qui l’autore si trova di fronte ad un pubblico diverso, ma piutto sto al fatto che egli opera, in questo romanzo – come già abbiamo avuto modo di dire – su una diversa opposizione se_ mantica fondamentale, quella che contrappone CORTESIA a PASSIONALITÀ laddove nell’Erec et Enide operava sull’opposizione fondamentale SOCIALITÀ’ / INDIVIDUALITÀ sussunte dalla CORTESIA che si configurava come universo narra tivo globale. Se quindi l’Erec pone la necessità del l’ “aventure”, 1’Yvain ne rivela i limiti quando essa si ponga dentro un universo di valori che è ormai mutato; li miti che per altro non significano certo l’inutilità del l’impresa.

Non per niente il nostro romanzo si apre con il raconto di una “aventure” fallita, racconto fatto da un cavaliere, Calogrenant, che con

perfetta autocoscienza, dice di sé:


je sui uns chevaliers

qui quier ce que trover ne puis;

Avanture, por esprover

ma proesce et mon hardemant

(vv. 358-363)

E Calogrenant, che bene aveva esortato il suo uditorio a che gli portasse “euers et oroilles … . cor parole est tote perdue/s’ele n’est de cuer entandue.” (vv. 150-152), si riconosce folle, dopo l’esperienza dello smacco, e folle, per di più, per il fatto che lo stia raccontando:

Ensi alai, ensi reving;

au revenir por fol me ting.

Si vos ai conte come fos

ce c’onques mes conter ne vos.

(vv. 577-580)

Ma Yvain non ha capito il senso del racconto di Calogre nant e solo più tardi arriverà a capirlo: la sola volontà di “aventure” non potrà portargli niente, saranno solo i buoni servigi di Lunete che per ben due volte lo meneran no a buon esito; altrimenti egli si troverebbe, entrambe le volte, prigioniero di sé stesso – vedremo comunque più 126 in là come la conquista di Laudine prima e la sua riconquista poi si carichino narrativamente di significati diver si, che si manifestano nel diverso ruolo attanziale fatto giocare di volta in volta a Lunete.

Erec si era trovato di fronte ad una congiuntura di casi che egli aveva poi valorizzato come “aventure” (Erec de son oste depart, / /De s’avanture s’esjoist; /molt estoit liez de s’avanture, / qu’amie a bele a desmesure/ saige et oortoise et de bon aire – vv. 1459-65), dopo di che egli volontariamente andrà alla ricerca di una nuova congiuntura, di un'”aventure” che renda ragione della prò pria esistenza; ciò che Calogrenant e Yvain fanno da subito; il primo però fallirà e il secondo avrà il suo buon ri sultato solo per l’insorgere di una nuova volontà, che non è più la volontà d'”aventure”; così come alla fine dell ‘ in treccio narrativo egli, dopo aver concluso le sue imprese cavalleresche che volutamente si è autoimposto, dovrà fa re i conti con qualcosa che da questo esulano e portare direttamente l’assalto contro la stessa Laudine. Non più, come nell’Erec et Enide, una serie di fatti, o se voglia mo, anche di volontà che dapprima si trovano congiuntu ralmente unite e che poi dovranno essere ricondotte alla loro intrinseca unità, ma una coppia di atti di volontà ac costati (non si dimentichi che se Erec vuole conquistare Enide contro Yder, Yvain vuole conquistare Laudine dopo che egli ha ucciso Esclados le Ros e deve combattere in primo luogo contro lei stessa); riportare ad unità questi fatti separati è un problema che rimane estrinseco al l’eroe: 1′”avanture” è destrutturata.

In ogni caso, per tornare a quanto prima si diceva, onore sociale e onore individuale coincidono nell’impre sa felicemente conclusa da Yvain. Cosi dopo che egli, or mai nuovo signore della fontana, abbatte e disarciona Kex che vuole tentare la medesima impresa, compie il gesto di rendere ad Artù il cavallo di quegli:

que je mesferoie

se rien del vostre detenoie

(vv. 2275-76)

Yvain ha tolto ormai l’ostilità al regno di cui egli è ora signore, egli ha umanizzato l’ignoto: ha compiuto quanto di maggiormente sociale cavaliere arturiano possa compiere e l’ha compiuto non già in rivalità, ma semmai in concorrenza contro gli altri cavalieri della corte. Per questo Artù vuole ora conoscere da Yvain “tote s’aventu-re”, per questo tutta la corte di essa è lieta e gioisce, per questo il re è accolto a gran “joie” anche dalla stessa Laudine che prima lo paventava come nemico e che ora invece ne riceve e gli ricambia l’abbraccio (scena questa che rimanda al bacio dato da Artù a Enide).

In entrambi i romanzi, fra la funzione che apre la sequenza esprimente la volontà della corte di celebrare il rito di autoidentificazione (costume della caccia al cer vo bianco, decisione dell’impresa della fontana) e la funzione che la conclude, sta in mezzo l’exploit dell’eroe protagonista, che, partito per affermare il suo onore individuale e la sua socialità cortese, conquista una dama il cui possesso verrà poi sanzionato da Artù alla presen za di tutta la corte. Ma si osservi come qui la decisione di Artù sia posteriore a quella dell’eroe, come anzi la corte e l’eroe si trovino ad operare in concorrenza; il che marca ancora una volta la reciprocità dei valori cor tesi (individualità e socialità), ma anche il fatto che tji le reciprocità il pubblico deve assumere come predetermi nata e non scoprirne il valore col procedere della narra zione.

Come Erec, prendendo il sopravvento su Yder, si era valorizzato in quanto eroe cortese, altrettanto si valo rizza Yvain vincendo il confronto con Esclados le Ros. Ma Esclados le Ros non è Yder, così come Laudine non è Eni de; infatti se Enide, nel vremiers vers, era solo l’Ogt di Erec, qui Laudine è anche VAntsg che va vinto; per il possesso di Laudine Yvain non deve combattere contro Esclados – che egli ha ucciso prima di poter conoscere Lau_ dine – bensì contro lei stessa. E la disputa non verterà, come era stato invece per Enide, sul suo essere o non es sere cortese, ma proprio sul dominio di lei puro e sempli. ce: la conquista deve essere innanzitutto sentimentale; la morte di Esclados le Ros è tutt’al più solo una precon dizione della conquista di Yvain: questi potrà infatti rim piazzarne il posto solo dopo averlo ucciso, tolto di mezzo se si vuole; e inoltre proprio sul valore che l’eroe ha saputo dimostrare vincendolo, Lunete farà perno per intessere il suo fine gioco dialettico atto a far cadere Laudine nella rete e farla venire in possesso di Yvain.

La conquista di Laudine non è dunque una conquista cortese, ma una conquista d’amore. E’ a questo punto del racconto che si manifesta quel nuovo tema narrativo di cui abbiamo più volte parlato: il tema PASSIONALITÀ’, cui so no subordinati i temi iponimici AMORE e ODIO che stanno tra loro in una relazione di opposizione. La cortesia non è più quindi la cupola che racchiude l’universo, l’eroe de ve fare ormai i conti con qualcosa che da essa esula, ed è forse per questo che ne Le chevalier au lion il matrimo nio dei due avviene prima che il loro legame di coppia sia sanzionato da Artù, al contrario di quanto avviene nell’Erec et Enide. Ciò che significa non tanto una maggior affermazione di individualità concessa all’uomo nei con fronti dei legami-doveri sociali, quanto l’affermazione ideologica, da parte dell’Autore, che un altro legame posto accanto a quello della cortesia, ma autonomo da essa, tiene avvinti gli uomini; a ben guardare le cose, è come se Laudine venisse conquistata due volte; una prima con tro Esclados le Ros, e una seconda contro sé stessa. Artù sanzionerà solo la prima di queste due conquiste in quan to solo questa ha per lui rilevanza sociale e dunque cor tese; la dama che è stata già moglie di un rappresentante dell’antimondo che insidia, o in ogni caso limita il mon do arturiano, ora vinta e riconquistata a questo mondo, di viene, in quanto moglie dell’artefice di questa riconqui sta, la garanzia e la prova evidente, tangibile della vit toria della cortesia sugli incantesimi dell’antimondo.

Ma per Yvain la conquista di Laudine non ha affatto avuto per oppositore Esclados le Ros; quando questi veni va colpito a morte da Yvain, Laudine non era minimamente nei pensieri dell’eroe, anzi egli nemmeno la conosceva. La possibilità di conquistare la dama del suo avversario si presenta ben dopo la morte di questi. Se volessimo forma lizzare, come abbiamo fatto per VErec et Enide, l’intre£ ciò di questa prima sezione narrativa che giunge fino al l’arrivo della corte arturiana presso Yvain, otterremmo questa schematizzazione:

_                                           _                          _                               _

| NS1 Q1, Q2, …………… | Qi-1              | Q1, Q2, ……………..| Qi-1,2,/°°/3

T | NS2 Q1, Q2, …………….| Qi-2 | Q1, Q2, …………….. |

|_ NS3 Q1, Q2, …………._| Qi-3             |_ Q1, Q2, ………….._| Qk-3 ( i-3)

Qj = pn (proposizione narrativa) ; k > i, cioè k cronologicamente successivo a i.

Si è qui formalizzata non solo la trasformazione nar_ rativa, già presente nell1Erec, per cui due o più sequen ze di pn possono avere in comune un’unica pn conclusiva, ma anche la possibilità trasformazionale per la quale una sequenza di pn può essere interpretata in due maniere se manticamente diverse, assumendo cioè diversamente i ruoli attanziali e gli investimenti semantici degli attori in e£ sa implicati. Ci riferiamo al valore che assume la conquista di Laudine da parte di Yvain, che Artù interpreta co me conquista cortese di Yvain (Sgt) contro Esclados le Ros (Antsg), mentre Yvain (Sgt) la interpreta come conquista sentimentale contro la stessa Laudine (Ogt, Antsg); per tanto l’avvenuta conquista può essere interpretata come Qk (sentimentale) e posta in un momento cronologico successi vo, ma anche come Qi (cortese), facendola cioè coincidere con la vittoria dell’eroe contro Esclados pariteticamente alla conquista che egli compie del suo onore sociale e individuale.

Questa duplicità di interpretazione ci porta di fronte ad un fatto nuovo rispetto all’Erec et Enide, il mondo perde la sua unità oggettiva per frantumarsi in una possi bilità di punti di vista soggettivi che arriveranno fino ad inficiare la possibilità di buona riuscita dei due prò tagonisti, i quali, se potranno ben riuscire, lo dovranno al recupero dell’oggettività che solo Lunete è in grado di operare.

Per conquistare Laudine, comunque, Yvain ha bisogno di un Aiutante in quanto i suoi POTERI di uomo cortese-arturiano non gli saranno sufficienti per venire a capo del la sua VOLONTÀ passionale, per raggiungere il suo nuovo Ogt; questo Aiutante è portatore di un nuovo sapere-POTERE; quello del/sul cuore umano.

Anche ne Le chevalier au lion, così come nel suo pri mo romanzo, Chrétien, dopo una prima sezione narrativa in cui varie sequenze di pn si intrecciano e/o si incastrano vicendevolmente, procede, nel filo della narrazione, con quella tecnica che abbiamo definito, nel precedente capi tolo, di accostamento; ed anche qui si tratta di passare dalla sezione che narra la exposition a quella che narra la complication, cioè il perturbamento l’alienazione. Anche questa volta il trapasso fra le due azioni è marcato dal mes contrappositivo:

Quant li rois ot fet son sejor

tant que n’i vost plus arester,

si refist son oirre aprester;

mes il avoient la semainne

trestuit proié et mise painne

au plus qu’il s’an porent pener

que il en poissent mener

mon seignor Yvain avoec ax

(vv. 2478-85)

Il richiamo con cui i compagni di Yvain – dei quali si fa portavoce Gauvain – vogliono ricondurlo alla caval leria, viene a turbare un equilibrio raggiunto.

Rispetto però all’Erec et Enide, si ha qui una differenza compositiva: essa consiste nel fatto che il pertur bamento consta di due sequenze di pn. Queste due sequenze manifestano la doppia autorità cui si trova sottoposto Yvain: Gauvain (Aut) vuole che il nostro eroe torni in Bretagna con lui per continuare la sua attività cavalleresca, e questi accetta (Dip); ma questa autorità (cortese) tro va dei limiti in un’altra autorità (passionale): quella di Laudine, ella (Aut) concede al suo sposo di stare separa to da lei, fino però ad un certo limite, passato il quale, se egli non sarà tornato, l’amore che ella ha per lui si trasformerà immediatamente e irrevocabilmente in odio; il ruolo di Yvain è, a questo punto, quello di un potenziale Dip, potenziale in quanto egli dapprima accetta ma poi trasgredirà quest’ordine rendendosi ~Dip. Poste queste due autorità ne consegue il trapassare di Yvain dallo stato di Dip potenziale a quello di ~Dip attuale, e ne consegue pu re il ripudio da parte di Laudine (POTpassionale), e la follia di Yvain, che equivale al suo non poter più vive re né come eroe cortese, né come uomo che ama (POTpassio nale et cortese) . In questo non-potere si concretizza l’alienazione di Yvain, così come 1’alienazione di Erec si concretizzava nel suo non-poter amare Enide. Sarà a lettura più avanzata che, in entrambi i romanzi, questo non-potere verrà (re-)interpretato come anti-volere e che isuoi attanti Aut (Gauvain – e/o la società cortese – e Laudine) assumeranno – anche – il ruolo di oppositori, di Antsg.

Questa maggior complessità e quantità – vorremmo dire densità – narrativa (di pn), trova ragione nel fatto che, mentre nel primo romanzo il perturbamento consisteva in un a. priori ideologico (la subordinazione della individualità alla socialità) sconosciuto e non assunto da Erec, e in una mera possibilità, o meglio probabilità del pro­tagonista di essere “recreant”; in questo romanzo invece non vi è alcun a. priori, ma una realtà attuale e concreta.

E’ ben chiaro che Va priori manifestato nell‘aree non è un a priori fatto proprio dall’autore, ma è semmai un a priori che questi attribuisce al suo pubblico, og gettivandolo e rappresentandolo, per poi negarlo tramite la successiva azione del protagonista che lo rifiuta. Se si è potuto definire questo romanzo un romanzo a tesi ciò 134 è forse dovuto al fatto che si è attribuito all’autore quell’a priori ideologico che egli rifiuta e di cui egli si serve come di un elemento su cui giocare la propria ambiguità narrativa; Erec non parte all’avventura per dimostrare che egli è ancora prode nonostante l’amore, e che anzi proprio l’amore può essere causa di prodezza; egli parte perché vuole liberare la propria vita da ogni pre messa ideologica che lo condizioni, per recuperare tutto ciò che ha perso. Più che di tesi si potrebbe tutt’al più parlare di un certo automatismo narrativo per cui Chrétien anche se non si pone alcun a priori è costretto ad obiet tivarsene uno, in quanto il passaggio dall’epica al roman zo non si è qui ancora perfettamente realizzatole c’è già una frattura tra l’individuo e la società, tale frattura si realizza però ancora sotto il segno di una totalità che può riassorbirla, è la totalità-universo della cortesia che domina e ingloba tutto il romanzo; per gli altri eroi chretieniani questa totalità sarà caduta per sempre e la loro ricerca sarà tesa a trovare un’unità di vita in un mondo ormai disgregato, unità a cui nessuno di essi, con le sue sole forze, saprà mai arrivare, tranne forse -chissà? – Perceval. La creazione di un mondo romanzesco procede nel nostro autore attraverso un progressivo distacco – che non è certo annullamento o messa tra parentesi – dal pubblico, attraverso la creazione di uno spazio che si interponga, senza separare, fra sé stesso e gli altri; in modo da meglio “deguiser” la propria realtà creativa, da porla come “la gratuite de la fonction littéraire” (M. Bilen, op. cit.); sicché l’aspirazione alla mitica unità, “s’efface” e, posta tra le righe, ne risulti maggiormen te necessaria.

Come più complessa e più densa è la narrazione della complication altrettanto lo è quella della resolution. Se a Erec è bastato rendersi conto che l’alienazione è causa ta da quell’a priori che lo limita, più ancora che dalla sua “recreantise”, affinché la necessità dell'”aventure” si presentasse immediatamente ai suoi occhi; tale immediatezza non è più possibile per Yvain: egli è alienato da una condizione ben concreta e reale. Proprio perché la sua vita è ancora inglobata dentro una totalità (la cortesia), Erec non è alienato totalmente, ma lo è solo nelle singo le articolazioni di questa totalità sicché non è pregiudicata la possibilità di una presa di coscienza. Yvain è in vece alienato totalmente da una realtà, come s’è detto,disgregata, che lo aliena in tutto il suo essere; Erec ha perso molto, ma non il suo essere cortese, Yvain ha perso tutto: il suo essere cortese e il suo essere passionale: egli è folle e solo un intervento a lui esterno può sal varlo.

Questo intervento esterno è narrato nell’episodio del la dame e delle dameiseles de Norison che mediante l’un guento medico guariscono la follia di Yvain dando così inizio al processo di reintegrazione. Questo processo si presenta e si struttura in maniera ancora una volta diversa rispetto all’Erge. In questo romanzo il processo di reintegrazione coincide con 1′“aventure” dell’eroe, la quale, se pure è articolata in una serie di vari episodi, rimane tuttavia unitaria, delimitata com’è dalla repentina deci sione di Erec di partire all’avventura e la riconciliazione dei due sposi (sull’episodio della Joie de la cort ab biamo più volte detto). Ma Erec, lo si è visto, si muove dentro un mondo unitario, il mondo di Yvain è invece frantumato, la sua azione reintegrativa dovrà ricomporre i pezzi, i frantumi in un mosaico unitario.

Se vogliamo schematizzare, possiamo vedere il processo di reintegrazione come una serie di quattro nuclei di imprese ciascuno dei quali è preceduto da un episodio che mette in moto tali imprese: la guarigione dell’eroe dalla follia, operata dalla dama di Norison, gli renderà la ra gione empirica, il suo valore cavalleresco (lotta di Yvain contro il conte Alier), il suo libero arbitrio (Yvain sal_ va il leone dal serpente), la sua capacità d’amare (Yvain si dispera e patisce le proprie pene d’amore presso la fon tana di Laudine); l’incontro dell’eroe con Lunete prigio niera lo mette di fronte alle conseguenze del proprio er rato operare, di fronte alle proprie responsabilità (com battimento per salvare Lunete inframezzato dal combatti mento contro Harpin in favore dei parenti di Gauvain); l’ in contro dell’eroe, che tiene segreta la sua vera identità, con Laudine pone questi di fronte alla gratuita necessità di proseguire le sue imprese cavalleresche in quanto vede che la sua dama comincia ad apprezzare “le chevalier au lion” (combattimento in incognito fra Yvain e Gauvain inframez zato dall’episodio del castello della “pesme aventure”); dopo queste ultime imprese, Yvain porterà direttamente l’attacco a Laudine senza che ad esso niente sia permes so, ma sarà solo il previo intervento di Lunete che a que_ sto attacco darà ragione e significato menandolo a buon fi ne, sarà ella soltanto che porrà l’eroe di fronte alle prò prie ragioni, il suo intervento sarà, se ci è consentito dirlo, premesso a posteriori.

Come J.H. Reason e J. Frappier 2 hanno messo in evidenza, quattro delle imprese di Yvain sono narrate mediante la tecnica narrativa che le incastra, a due a due, l’una nell’altra; tale tecnica permette di mostrare quan to il venir meno di Yvain alla parola data abbia nuociuto a lui e agli altri; per cui ora, qualunque eventualità possa frapporsi fra il dare la parola e tenervi fede, egli dovrà tener conto e rendere ragione alla propria volontà di fedeltà, per quanto tale eventualità possa essere materialmente ma soprattutto moralmente remunerativa e gratificantte – e tanto più gratificante di quanto non lo siano sta ti i tornei.

Le strutture narrative

Come abbiamo precedentemente visto, Yvain muove le sue azioni animato da una doppia volontà: una cortese (che ha per DI la società cortese e sé stesso come uomo corte se) e una passionale (che ha per DI sé stesso e per Ogt Laudine, o meglio l’essere soggetto a lei). Laudine è in vece direttamente soggetta, dipendente (Dip) dalla passio ne amorosa (Aut).

E’ da qui che bisogna partire per interpretare il ro manzo; bisogna cioè prendere in esame la connessione di questi vari elementi e del loro reciproco gioco. Il modo con cui Yvain e Laudine vivono il loro amore è disgrega to, manca di un centro comune che li faccia intendere: l’uno è un volitivo e, per di più, doppiamente volitivo (sebbene la sua sia una volontà di sottomissione); l’al tra è invece pura forza vitale, potenza pura dominata a sua volta da una potenza, amore: “Laudine incarne l’amour tout-puissant, inaccessible”3. Ma più che amore diremo che la potenza che si esprime in lei è la passionalità, il suo pendolare trapasso dall’odio all’ amore.

Ma se per Laudine l’Amore, come pure l’Odio è Aut, e se dunque il ruolo di Lunete come Aiutante consiste in una tattica (in un POTERE) che muti l’odio in amore di modo che Laudine si muti da Antsg che resiste a Yvain, Sgt, in Ogt da lui conquistato; Yvain invece agisce non dominato, ma all’unisono con Amore che per lui, Soggetto, è il de stinatole. I baroni riuniti per sanzionare la decisione che Laudine ha già preso di sposare Yvain

tant li prient que ele otroie

ce qu’ele feist tote voie,

qu’Amors a feire li comande

ce don los et consoil demande

(vv. 2139-42)

Yvain invece, seppure dice di sé: “an sa prison voel je molt estre” (v. 1929), in quanto

…. estre m’estuet an son dongier

toz jorz mes, des qu’Amors le vialt.

Qui Amor en gre ne requialt

des que eie an tor li l’atret

felenie et treison fet;

et je di, qui se vialt si l’oie,

que cil n’a droit en nule joie.

(vv. 1446-52)

il suo mettersi in dominio d’Amore è per lui un’intima necessità, Amore è dispensatore, Destinatore di gioia, per Laudine Amore è una necessità tutta estrinseca, una forza che la pervade e non una ragione che, per quanto intima e personale – come quella del suo sposo – rimane in ogni ca so oggettiva: l’oggettività di un amore gratificante. Le ragioni che ella si dà per giustificare il suo repentino passaggio dall’odio all’amore – che sono le due facce di un unico potere che la domina – restano del tutto estrin seche e avventizie, del tutto a posteriori, ella

…. par li meismes prueve

que droit san et reison i trueve

qu’an lui hair n’a eie droit,

si an dit ce qu’ele voldroit,

et par li meismes s’alume

ensi come li feus qui fume

tant que la flame s’i est mise

que nus ne la soufle n’atise.

(vv. 1775-82)

ella si basa cioè su di un paralogismo i cui elementi so no stati a lei presentati da Lunete, la quale, ben poten do conoscere la fenomenologia della passionalità della sua signora, sapeva come ella avrebbe ragionato: se Yvain s’è dimostrato più prode di Esclados e se nell’ucciderlo egli non era mosso da odio o da qualunque intenzione av versa, allora ella non ha alcuna ragione di odiarlo, quindi può e deve amarlo. Il ragionamento operato su questi da ti, anche così logicamente ordinati, non si regge, ma el la non può scoprirne la fallacia, in quanto deve giustificare ciò di cui non sa darsi conto altrimenti e cioè che l’uomo che è in grado di difendere con prodezza e lealtà la sua fontana diventa automaticamente l’uomo che ella de ve amare; i suoi paralogismi le servono a darsi una coe renza d’azione e a giustificare questo automatismo che el la non può neanche minimamente intravedere in quanto de terminato da quella forza passionale che a lei rimane ap punto esteriore.

Né si può dire con J. Frappier che Laudine fait… un mariage de raison” e che “ce mariage de raison est aus si un mariage d’inclination” 4 : in lei ragione e inclina zione coincidono; e neanche si può dire che “une fois qu’ elle est sûre de l’amour du chevalier pour elle, elle a bien soin de ne pas justifier sa conduite par une autre cause que la nécessité de défendre la fontaine et de man-tenir la coutume”5: anche qui sicurezza d’amore e giusti ficazione di esso coincidono: ella è sicura dell’amore di Yvain in quanto può trovarsi una giustificazione; e infi ne non si può dire nemmeno che Chrétien “ne manque pas non plus de lui accorder pour excuse la nécessité féodale de la défense de la terre” 6, che anzi ci sembra che Chré tien metta più in risalto la necessità che Laudine ha di difendere la sua propria fontana, di fronte alla mancanza di una qualunque altra persona che sia in grado di farlo: difendere la fontana e amare, per lei, è tutt’uno.

Naturalmente il paralogismo è tale solo per chi ra giona con la mente di Yvain, egli ama perché amare è giu sto e dà gioia, Laudine ama perché deve amare, ogni ragione che può dare all’amore non fa altro che girare su sé stessa; la ragione d’amore è autosufficiente, è un postu lato indimostrabile.

Come abbiamo visto nelle due sezioni dedicate, rispettivamente, all’entrelaoement dei nostri romanzi, essi si compongono entrambi di una prima parte narrativa – quel la che in termini di strutture narrative abbiamo chiamato exposition – che si presenta come una forma in sé stessa conclusa, una narrazione indipendente. Ora, come dice G. Lukàcs 7, questo essere composto in “parti relativamente autonome”, “più indipendenti di quelle dell’epopea, più perfette in sé” è una caratteristica strutturale del ro manzo; ma queste parti, poiché il mondo del romanzo s’è fatto ‘contingente’, “devono essere … inserite nel tut to tramite mezzi che trascendono la semplice esistenza, ciò allo scopo di non mandare all’aria il tutto”.

Ora, ci pare, se il legame che unisce rispettivamen te la prima parte dei due romanzi, la loro exposition al la complioation rispondono ad un unico intento di fondo che è quello di mostrare il passaggio dall’epica al roman zo, di mostrare l’insufficienza di una vita vissuta epica mente in un mondo che si è ormai fatto ‘contingente’, tuttavia la maniera, la forma che esplica tale legame è profondamente diversa nelle due opere di Chrétien.

La prima parte di Le chevatier au lion ha messo in scena Yvain come eroe epico; un eroe che non può capire e/o prevedere quale realtà egli dovrà trovarsi a vivere in un mondo che si fa romanzesco, quale realtà di vita lo aspetti dopo aver compiuto le sue imprese eroiche. Egli re sta così incosciente del fatto che sta da sé stesso get tando le basi per la sua futura alienazione; egli non s’è posto il problema di quale sarebbe stato l’atteggiamento di Laudine nei suoi confronti; e se anche la sua meta, la sua volontà era quella di porsi “an son dongier”, questo era per lui pur sempre un Ogt, un oggetto epico che è fi ne in sé, che ha le ragioni in sé stesso. Ma ora questo Ogt prende la forma di un vero e proprio elemento reale, indipendente e autonomo da quelle relazioni epiche in cui l’eroe l’aveva posto, esso perde così lo statuto di Ogt e vive della sua propria essenza, Sì, perché in un mondo che non è più epico, alla ‘rottura della totalità, che si manifesta nel compimento dell’azione eroica, succede la “prosa” della vita con le sue ferree leggi, che per 1’eroe san no d’arbitrio (Köhler) e che egli vive e subisce come alienazione. La sicurezza delle ragioni con cui l’eroe menava a compimento la propria volontà, sicurezza che si traduce va in un immediato rapporto di adesione fra lui in quanto Sgt e il suo DI, e che prendeva il posto di ciò che nel l’epopea tradizionale era Dio e gli Dei, è ormai caduta per sempre, il ciclo epico non può più rinnovellarsi al l’infinito: la volontà trova dei limiti immanenti che l’Autore scrive nella connessione fra le parti dell’opera; nel passare dal VOLERE dell’eroe al POTERE dell’uomo.

Se a procurare la alienazione di Erec è stata sì la vita, come lo è per Yvain, tuttavia la piega che essa (la vita vissuta di Erec) assume non ha alcuna connessione con quanto precede (la sua vita eroica) che non sia quella del_ la pura evenienza: se Erec si rende “recreant” ciò non si trova in alcuna relazione di necessità con l’essere egli stato “eroe”; così come egli si rende “recreant” poteva anche non diventarlo; e se anche v’è un’autorità sociale che gli preesiste, questa preesistenza è soltanto a livello logico – acronico – essa, s’è detto, prende la forma di un a priori ideologico: essa è un limite che può rivelarsi so lo dopo 1′evenienza della POTENZIALITÀ NEGATIVA di Erec (“recreantise”): egli trapassa dalla volontà eroica alla potenzialità del vissuto.

Per Yvain invece non si tratta di un trapassare ma di un passare necessariamente: i limiti della sua volontà so no immanenti ad essa; paradossalmente la sua volontà è ta le in quanto limitata. Se è vero che voler amare Laudine significava per lui, e ne era ben conscio, sottomettersi a lei (laddove Erec si era solo lasciato andare ai piaceri amorosi); è vero che anche l’aver voluto conquistare il suo pregio di uomo cortese significava, ma qui egli nonne era conscio, sottomettersi all’autorità cortese; negarla avrebbe significato mettere in crisi la sua eroicità; co sì come era per Erec, che infatti dopo le nozze combatte al torneo di Tenebroc; ma per lui l’autorità sociale non è necessariamente alienazione in quanto il suo mondo è an cora sotto il segno della totalità-cortesia, e la frattu ra, anche quando il caso, l’evenienza la genererà, sarà sempre la frattura di una totalità. Per Yvain invece è la esistenza che è essenzialmente una frattura che non può più riferirsi ad una totalità; come vedremo questa sarà postulata, al termine del romanzo, dall’Autore, ma non sarà realizzata dall’eroe.

In un mondo così fratturato il rapporto Destinatore/Soggetto si traduce così in quello di Autorità/Dipenden-za, la coscienza dell’uomo ne risulta così manipolata, si£ che egli resta schiavo di automatismi comportamentali che egli interpreta invece come libero arbitrio. In questo mondo che ha perso la sua unità, la sua volontà epica, sisma schera e mostra il suo vero volto: quello di generatrice falsa coscienza e di alienazione.

E per di più i due tronconi di questa frattura, pro prio perché si sono realizzati sotto l’aspetto di una conquista epica, tendono a porsi entrambi come totalità, sia che ciascuno tenta di inglobare l’altro; Gauvain vede la conquista di Laudine da parte di Yvain come una conquista cortese, Laudine stessa invece come una conquista passio nale; Yvain, che ha compiuto tale conquista sotto entram bi gli aspetti, ne risulta dissociato e l’unica via d’uscita è la follia.

In questo passaggio necessario dalla prima alla se conda sezione narrativa, la dicotomia exposition/’complication ha una realtà solo a livello superficiale, mentre a livello profondo i suoi due termini diventano le due fac ce di una medesima medaglia.

Yvain si trova così sottoposto a due Autorità che lo condizionano e che lo limitano vicendevolmente nelle due sfere della sua esistenza; questo conflitto di autorità lo porterà ad uno stato di dilacerazione interiore che Chrétien esprime mediante la metafora della separazione del cuers e del cors (del cuore e del corpo):

Mes sire Yvains molt a enviz

est de s’amie departiz,

ensi que li cuers ne se muet.

Li rois le cors mener an puet

mes del cuer n’en manra il point,

car si se tient et si se joint

au cuer celi qui se remaint

qu’il n’a pooir que il l’en maint;

des que li cors est sanz le cuer

don ne puet il estre a nul fuer;

et se li cors sanz le cuer

vit tel mervoille nus hom ne vit

Ceste mervoille est avenue

que il a l’ame retenue

sanz le cuer, qui estre i soloit

que plus siudre ne le voloit.

(vv. 2641-56)

Qui cors non è inteso come entità puramente fisica o puramente materiale contro cuers, entità spirituale o in ogni caso non materiale; cors è soltanto fatto segno di una delle due sfere esistenziali di Yvain, quella cortese laddove cuers è segno della sfera passionale: tant’ë vero che, ai già citati versi 2654-55, Chrétien dirà che Yvain “a Vame retenue/sanz le cuer” facendo coincidere cors ame (corpo e anima) contro cuers.

Per rimediare a questa situazione di dilacerazione e di precarietà, Yvain si farà un cuore di speranza (“s’a fet cuer d’estrange maniere/de s’espérance”), un cuore però che inganna e tradisce (“traite, et fause de covant”); per cui egli, conflittualmente dipende da due autorità, non potrà che negarne una per trovare un sia pur precario equilibrio; egli dimenticherà il termine imposto da Laudine alla sua assenza. Ma se egli si rende non dipendente da lei, ella continuerà a mantenere la sua autorità nei confronti di lui: dal conflitto non si può uscire, l’unico rimedio possibile è la follia, la perdita di ogni potere, tanto quello di uomo cortese quanto quello di uomo passionale.

Non bisogna quindi pensare che l’Autore qui ci presenti una situazione in cui l’autorità di Gauvain sia più forte di quella di Laudine; se infatti quegli non lascerà partire Yvain al termine stabilito, questa giurerà un odio irrevocabile contro il suo sposo. Chrétien, ponendo questo conflitto, ha privilegiato solo uno dei possibili svolgimenti di esso – quello che appunto mette in atto, perché egli vede l’oggetto della propria rappresentazione dal punto di vista dell’uomo cortese, dal punto di vista del suo pubblico a cui non sarebbe interessato, o che forse non avrebbe neppure concepito un ipotetico Yvain che, per risolvere, anche precariamente, il problema di uomo dilacerato, negasse l’autorità di Gauvain e da questi ricevesse poi giuramento d’odio perenne; a un tale pubblico non interessa il problema di chi già predeterminatamente si pone fuori dal suo mondo: perché o tale uomo vive il suo stato di dipendenza passionale come modalità, sia pur negativa, della vita cortese (Erec), o diventa archetipo negativo inutile (o utile suo malgrado) alla società, in ogni caso pericoloso per essa (Lancelot), o altrimenti non può porsi come capace di dare un senso all’esistenza, un senso che sia valido per quel determinato pubblico. In fatti, se l’amore è per l’ideologo cortese “le seul domaine oü la vie instinctive, anarchique et hostile à la société, peut devenir un principe d’ordre, sans etre contrainte de se renier, c’est-a-dire de renier la réalité féodale” 8, ciò è solo da un punto di vista appunto ideologico che permette alla società, come pure al suo ro manziere, di risolvere le concrete contraddizioni che il suo stato di classe comporta, contraddizioni che il roman ziere (Chrétien) “sente senza tuttavia conoscerle”9. Per tanto, come si diceva, o l’amore viene iscritto entro l’universo cortese, oppure se lo si voglia vedere come fatto autonomo, e come tale giustificarlo positivamente, bisogna che colui che si fa oggetto di tale giustificazio_ ne (Yvain) prenda le mosse della sua azione da una situa zione dell’esistenza cortese; si può narrare di un cava liere che ha perso l’amore, ma non certo di un amante che ha perso la cavalleria, a meno che per costui l’amore non sia, predeterminatamente, un fatto cortese.

{[Autorità 1 (Gauvain) Autorità 2 (Laudine)] + [Dip1 (Yvain) = Dip2 (Yvain) [Dip1 vs Dip2]} [Dip1 et ~Dip2) +  (Aut1 et  Aut2) (~Pot1 et ~Pot2)

COIRTESE                                      PASSIONALE                UNICITA DELL’ATTANTE                    DILACERAZIONE       RIMEDIO  PRECARIO1 FOLLIA2

DIPENDENTE                                          INTERIORE

SOTTOPOSTO A DUE

AUTORITÀ CONTRA-

STANTI

(RIMRDIO

CONTRASTO    D’AUTORITÀ PRECARIO)1 (FOLLIA)2

| | | |

| | |

Yvain (Antsg) ha deprivato                   Yvain (Antsg, *Sgt, * D1)

Laudine e Gauvain (Antsg) deprivano Yvain                                                                  se stesso (*Sgt, *D1, *D2)                    ha deprivato la società (*D1, *D2)

(*D1,*D2,*Sgt)  del suo VOLERE cortese e                                                                   dei suoi poteri cortese e                         del suopotere cortese (*Ogt)

passionale (Ogt):                                                                                                               passionale  (Ogt)                                   e ha eventuale amante (*D1, D2,

Lunete è accusata ingiustamente.         Sgt) del suo potere passionale (*Ogt)

E di questo POTERE

deprivato anche la società e Laudine (D2)

↔ = contrasto

→ = se … allora

→ = posto che

* = virtualità del reuolo attanziale ; l’attualità

sarà posta nel processo di reintegrazione

~ = negazione

Il conflitto di autorità cui Yvain è sottoposto, la sua dilacerazione interiore, la precaria risoluzione di questo stato operata mediante la negazione dell’autorità passionale e il conseguente stato di impotenza total e- stato di cose che, insieme con l’alienazione che esso impli ca, è stato schematizzato qui accanto – costituiscono il perturbamento. In che cosa consiste 1′alienazione! ossia chi è alienato? e da chi? e riguardo a che cosa?

La follia, l’impotenza totale rispetto alla sfera cor tese e a quella passionale, implica che Yvain (Antsg) ha deprivato la società (DI, D2, Sgt) del suo POTcortese (Ogt) e una eventuale amante (DI, D2, Sgt), del suo P0Tpas_ sionale (Ogt); l’aver egli (Antsg) negato la dipendenza da Laudine senza per questo aver voluto o potuto negarne 1’au torità, implica che egli ha deprivato sé stesso (Ogt, DI, D2) del POTcortese, passionale (Ogt); la trasgressione del_ l’autorità di Laudine ha come conseguenza la condanna a morte di Lunete, di quella Lunete che era stata il suoAiu_ tante, colei che ha avuto il POTERE di menare a buon esi to la sua volontà sotto entrambi gli aspetti; in conflit to fra l’autorità di Gauvain e quella di Laudine (entram bi Antsg) hanno deprivato Yvain (Sgt, DI, D2) del VOLERE cortese, passionale (Ogt).

La resolution che deve reintegrare, rimediare a que sto stato di alienazione non procede qui, come invece nel \%Erec et Enide, mediante un’unica presa di volontà, me diante un unica azione che, pur frammentata in episodi, ri mane tuttavia unitaria; Yvain, diversamente da Erec, non sa vedere in un sol punto, in un sol momento, il suo sta to alienato nella sua complessità. Erec infatti iscrive le modalità della propria esistenza entro un universo tota lizzante, quello della cortesia, come abbiamo visto; seegli ha perso tutto ha tuttavia un quadro di riferimento entro cui orizzontarsi; egli non è dilacerato come Yvain; questi, che agisce in un mondo la cui essenza è la frattu ra, manca di qualsiasi appiglio cui aggrapparsi; a Erec non è venuta meno la coscienza di essere un uomo cortese, ma solo la possibilità di vivere questa sua essenza; ma in un mondo che pone fra sé e la frattura il segno di ugua le, quale coscienza si può avere?

Stando così le cose, soltanto il caso può innescare un processo di reintegrazione. Ed è un caso se la dame di Norison si imbatte in Yvain folle e potrà guarirlo dalla follia rendendolo nuovamente in grado di essere quello che già era stato; egli potrà essere nuovamente un cavaliere cortese, capace di porre rimedio all’ingiustizia del fel lone conte Alier che ha invaso le terre della dama; non solo, egli è anche messo in grado di essere virtualmente amante desiderato dalla dama. Ma qui sta il punto, se ora Yvain è in possesso dei suoi poteri, questi non sono sta ti fatti oggetto del suo volere, ma di un volere altrui, il che non può dare senso alla sua esistenza; e se egli abbandona la dame de Norison, ciò non è certo perché si sia proposto alcun altro fine: le parole di Chrétien, “plus remenoir ne li loist” v. 3336, sono solo di Chrétien e in nessun caso riferite ad Yvain. L’Autore si fa qui Narratore onnisciente anche se reticente, queste sue parole segna no un ponte di passaggio fra l’uso della visione ‘dal di dentro3 a quello della visione ‘dal di fuori’, egli prefigura ai lettori un senso indicandolo senza tuttavia esplicitarlo, queste parole sono un invito a che il lettore si faccia in prima persona, attraverso la lettura, non mero fruitore, ma soggetto 10.

La dama di Norison non ha neppure l’autorità di trattenere Yvain; come abbiamo visto prima il rapporto Autor tà/Dipendenza consiste in un rapporto Destinatore/Sogget to vissuto epicamente; ma Yvain qui è stato solo l’Ogget to della volontà della dama, una volontà d’altronde nean che tanto forte da potersi mantenere il proprio oggetto più di quanto non sia dato.

Yvain dunque abbandona la dama, ed è nuovamente il caso che lo porta di fronte al leone assalito dal serpente e alla decisione di aiutare e salvare quello contro questo. Qualunque simbolizzazione Chrétien abbia voluto dare a questo episodio e qualunque partito abbia da essa voluto trarre alla narrazione, l’episodio ci sembra rappresentare so lo l’apparire del solo caso e non tanto “une chance ou un défi du destin” 11, un fatto che, come pensa J. Frappier, possa stare alla pari con l’arrivo di Perceval al castel lo del Graal. Una volta esauritosi l’episodio, l’oggetto simbolico viene, come mostra P. Haidu12, degradato a li vello di commedia umana; l’episodio è una pura evenienza che permette a Yvain di esplicitare sì il proprio VOLERE, ma un VOLERE che si esaurisce nella propria autodefini zione e può essere valorizzato solo come POTERE che, ih sé e per sé, non può giungere a nulla, fin qui Yvain ha potu to non essere folle, ma ciò non significa che egli è sano (e di fatti non lo è, perché non appena il caso lo ripor terà alla fontana, precipiterà nuovamente nella dispera­zione); e se egli non è sano, ciò è perché ancora non lo vuole. Se di sfida del destino si tratta, essa lo è sol tanto ad un gradino di virtualità: Yvain è uno che può an che voler salvare un leone da un serpente.

La coscienza, la nuova volontà insorgerà in Yvain non tanto dalla visione della propria infelicità, ma dalla presa d’atto di ciò che ne è stato la causa e di ciò che es sa implica; il suo ritorno alla fontana sta per ripiombar .lo nella follia, soltanto i lamenti di Lunete condannata a morte – per aver ella procurato la maniera a che avvenis se il matrimonio fra lui e Laudine – potranno scuoterlo al lo stato di coscienza. La scomparsa di Lunete significhe rebbe per lui la perdita di ogni suo potere: non è stata Lunete il suo Aiutante, colei che ha potuto, una volta, portare a compimento il proprio volerei Combattere per salvare Lunete significherà per Yvain riconquistarsi in pri ma persona (da Soggetto e da Destinatore) i propri pote ri: il mondo che aveva prima umanizzato è ora ricaduto nel_ l’inumanità, in esso vi si pratica l’ingiustizia, esso è anti-cortese per eccellenza, e la dama che egli aveva vo luto passasse dall’odio all’amore per lui, ora lo odia nuovamente; la vittoria sugli ingiusti accusatori ristabili rà la situazione. Ma prima che contro gli ingiusti – i qua_ li, così come l’odio di Laudine, più che Antsg sono la espressione di un potere negativo, di un anti-potère -Yvain dovrà combattere contro sé stesso resosi Antsg col trasgredire l’ordine di Laudine; egli dovrà negare questa sua trasgressione responsabilizzandosi, colpevolizzandosi anche quando avrà capito che egli non è il diretto responsabile di questa colpa, le cui origini stanno nel conflitto di autorità che egli subisce; e questa responsabilità che egli si assume arriverà fino al punto di renderlo pronto a rifiutare di compiere un’altra opera di giustizia – salvare la famiglia di Gauvain dalla prepotenza di Harpin – qualora ciò comporti la messa in pericolo della possibilità di combattere per Lunete. Così la giustizia sarà ristabilita, Laudin riterrà nuovamente degno d’amore il Cavaliere del Leone, Lunete sarà nuovamente in grado di menare a buon fine i piani di Yvain che restituirà i POTERI così riconquistati a Laudine e alla società.

La situazione potrebbe essere così formalizzata:

Dl3 Sgt3 Antsg: Yvain; D2: Yvain, Laudine, Società;

Ogt: [POTERE = Yvain: Aat, Ingiusti accusatori di Lunete: Apas]

Yvain cioè ricerca per sé stesso (per Laudine e per la So cietà), ma allo stesso tempo contro sé stesso, responsabilizzandosi, un POTERE – che si identifica in Lunete – per il quale egli (Aat) possa sottomettere i felloni accusatori di Lunete (Apass) . Quella di Yvain è fin qui una volontà di potere.

Ma è proprio la coscienza della colpa che porterà Yvain a comprendere che essa non è tale; la colpa che egli ha trovato in sé stesso dovrà cercarla altrove pur senza scrollarsela di dosso: egli deve sentirsi allo stesso tempo colpevole e non colpevole, colpevolizzare contempora neamente sé stesso e qualcos’altro (il conflitto di auto rità, la dilacerazione interiore, la follia). Ed è ciò che Yvain esprimerà alla fine del romanzo:

Folie me fist demorer,

si m’an rant corpable et forfet

(vv. 6774-75)

egli responsabilizza sé stesso di una follia che risiede altrove.

Poiché l’aver rubato il cuore a Laudine è un debito troppo grande che egli non potrà mai restituire, egli dovrà pur tuttavia cercare il perdono della sua sposa; il che potrà essere superando il suo stato di colpa, supera mento che per altro non significa abolizione o negazione: plus doi que randre ne porroie

(v. 4604)

dice Yvain; il debito è troppo grande per le sue forze; ma questa sua impossibilità è espressa al condizionale, egli si apre una via d’uscita che è un non rinchiudersi nella disperazione della colpa che ridurrebbe ali’impotenza: non

potrei rendere, a meno che

Egli dovrà quindi negare le due autorità che l’hanno privato della sua libertà del suo libero volere pur essen do, coloro che si sono resi artefici di questa alienazione (Gauvain e Laudine, Antsg), anche gli ispiratori (come De_ stinatore Gauvain e/o la Società cortese, come Oggetto Lau dine) delle sue azioni. Perdita di libertà che ha signifi_ cato per lui alienarsi Laudine e alienarsi alla società. Yvain quindi non dovrà ricercare l’impresa per riconqui starsi la sposa, il che significherebbe dipenderne anco ra; né dovrà ricercare la realizzazione del proprio amore per potersi riconsegnare alla società, che anche questo im porrebbe una dipendenza. Questa situazione così contrad dittoria, come s’è visto, può essere superata assumendo la contraddizione stessa come dato di fatto e sottomettendo la ad un principio di volontà che renderà la contraddizio ne non contraddittoria, senza quindi abolirla o cancellarla in quanto fatto empirico. Le due ricerche, passionale e cortese saranno due fatti interdipendenti nella loro auto nomia.

Questa doppia ricerca potrebbe essere così formalizzata :

_                 _

|                    |

|                       | Yvain: Sgt, DI, D2, Laudine; Ogt, Antsg

|                       |

D1, D2, Sgt: Yvain; Ogt:  < VOLERE  =     |

|                       |  Yvain: Sgt, Ogt; Società: DI, D2, Antsg

|_                     |_

Antsg: Laudine, Società (Gauvain)

Soltanto sottoponendo la sua Volontà di riconquista re sia Laudine sia il suo posto nella società ad un’altra Volontà sovraordinata; soltanto cioè rendendo quella pri ma volontà Oggetto di un VOLERE gerarchicamente superiore, Yvain può venire a capo della contraddizione che la vita gli ha imposto.

Laudine e Gauvain si trovano ad essere oppositori (Antsg) di Yvain doppiamente, sia cioè per quanto riguar da il VOLERE sovraordinato, sia per quanto riguarda il VO LERE subordinato. Laudine e Gauvain infatti, essendosi op posti, ciascuno con la propria reciproca autorità, alla libertà di Yvain, al suo libero volere, si sono opposti, di perciò stesso, a che egli potesse riconquistare i suoi og getti empirici, quelli del VOLERE subordinato. Le loro autorità contrastanti che da altro non dipendono se non da un intrinseco schematismo, passionale per Laudine, socia le per Gauvain, deprivando Yvain della propria libertà, lo deprivano contemporaneamente dell’oggetto del proprio amore e della propria disposizione sociale. Pertanto ora egli, dopo aver emendato le colpe della propria follia, dovrà rendersi libero dall’autorità dei suoi oppositori, il che è già un modo di combatterli, di negarli; e dovrà in se guito combatterli apertamente.

Dalla coscienza della colpa, Yvain passa alla volon tà di libertà; “Yvain evolue”, egli è uno di quegli eroi “qui se construisent et se dépassent” (J. Frappier). Evo luzione e superamento che comunque consistono nella ricerca di un significato attraverso un presentarsi multiforme e casuale, di dati di fatto che non vengono aboliti in quanto tali, ma utilizzati e rivolti ad altro. Yvain evol_ ve e cresce sulla propria esperienza, superando e torcen do a proprio vantaggio gli elementi che essa di volta in volta reca. A differenza di Erec, che ricerca un’esperien za con chiara lucidità e con predeterminata volontà, e che se ricerca il caso, l’aventure” lo fa con la ferma cer tezza che essa non potrà non essere significativa per lui; Yvain invece parte da una situazione casuale ed in essa trova la possibilità di leggervi un ordine. Se entram bi i personaggi partono da una situazione di contraddittorietà – che si manifesta nella destrutturazione dei rap porti interpersonali, degli schemi attanziali, essi arri vano all’unità per vie diverse; e ciò perché, mentre per il primo la contraddizione è un fatto da negare, per il secondo essa è un fatto da utilizzare al fine del suo supe ramento: il primo agisce dentro una totalità, il secondo entro la frattura di due blocchi. Così Yvain ritrovati i propri poteri per opera di chi – la dame de Norison – vo leva trarli a proprio vantaggio, vorrà e potrà ricercarli e ritrovarli per sé stesso grazie proprio a quel dato pre_ cedente; e saranno poi questi stessi poteri, di cui è rientrato in pieno possesso, a presentargli la necessità del la libera volontà.

Ne “Le chevalier au lion” non assistiamo perciò ad un brusco passaggio dalla visione ‘dal di dentro’ alla visione ‘dal di fuori’, come nel primo romanzo di Chrétien dove l’Autore ci pone ad un certo momento di fronte ad una decisione del protagonista senza spiegarcene le moti vazioni e le finalità che sarà il lettore a dover sco prire con un impegno di lettura; qui invece il lettore riesce a recuperare, prima o poi, le ragioni delle singole azioni di Yvain, ma ciò che è chiamato a interpretare è la connessione di esse e il significato di questa connessio ne. La visione ‘dal di fuori’ si pone nello “spazio” che lega l’una azione all’altra (l’una performanza attanziale all’altra): essa non è data ma postulata. Se dunque nell’Erec et Enide Chrétien poneva il suo pubblico di fronte alla problematicità dell’esistenza, nell‘ Yvain invece egli postula che l’esistenza sia assunta dal suo pubblico come problematica, problematicità che non è più un dato di fatto, ma una necessaria esigenza.

Allontanandosi dunque momentaneamente da Laudine, Yvain combatte per la società cortese in piena indipendenza da lei; ma egli si rende indipendente anche dalla so cietà: rifiuta di combattere al castello della Pesme aventure e, pur costrettovi, rifiuta il “premio”, rifiuta cioè di combattere per una società che s’è creata essa stessa i mostri nel suo proprio seno; per Yvain qualunque cosa si frapponga alla conquista della propria libera vo lontà è soltanto un ostacolo da superare, un’assurda co stume il cui senso si profila soltanto in negativo, ma che pure stigmatizza il valore cavalleresco dell’eroe; la li berazione delle tessitrici infatti non avrà il significa to di un’obliqua conseguenza di un’autoaffermazione indi vidualistica, sarà invece il diretto riflesso di una libera attività umana, di una libera volontà che cerca di realizzarsi. Tuttavia il significato che questa “avventura” assume nell’economia del romanzo è ben diversa da quello che assumeva l’episodio della “Joie de la Cort” nell1Erec et Enide. Per Erec la costume della “Joie de la Cort” era un riflesso psicologico della propria condizione di uomo alienato, aveva cioè una dimensione tutta interiorizzata; per Yvain invece la “Pesme aventure” è qualcosa che sta completamente al di fuori di sé e che può assumere valore per lui soltanto quando sia un impedimento lungo la pro pria strada. Yvain non sente alcun dovere morale di libe rare le tessitrici, né si sente responsabile nei loro con fronti: esse sono vittima di qualcosa che trascende la sua volontà. Nella conquista della propria libertà, Yvain si sente impegnato a restituirsi alla società, lottando con tro le ingiustizie che in essa si perpetrano, ma non cer to lottando per eliminare le assurde contraddizioni che la società stessa si è create nel suo seno. L’eroe può al massimo sentir pietà per le prigioniere e invocare l’aiu to divino che le salvi e che nel contempo schivi a lui il maleficio dei due demoni:

Dex, li voirs rois esperitables,

fet mes sire Yvains, m’ari desfande,

et vos enor et joie rande,

se il a volonté li vient!

(vv. 5332-35)

E d’altra parte le tessitrici non chiedono aiuto a lui, ma lo compiangono per il pericolo del maleficio cui egli si trova esposto. Il fatto poi che Yvain, costretto a combat tere, riesca a vincere i demoni e a restituire la libertà alle misere fanciulle, assume la luce di un’incredibile im presa, dal sapore quasi sovrumano, che solo un uomo alla ricerca della propria dimensione può compiere.

Per Erec la vittoria sulla costume rappresentava la meta, l’Oggetto ultimo della sua ricerca e Maboagrain 1’ir riducibile ultimo avversario (Antisoggetto) da battere; per Yvain invece VAntsg non è rappresentato dai due mo stri, ma dalla costume nella sua essenza totale che per al tro non costituisce né l’unico, né tanto meno il definiti vo e principale ostacolo da superare; perciò se Erec af fronta la prova nonostante l’opposto parere degli altri, Yvain invece si sottopone al confronto dei demoni forzata mente :

Donc, mi covient il tote voie

conbatre, maleoit gre mien;

mes je m’an sofrisse molt bien

et volantiers, ce vos otroi;

la bataille, ce poise moi,

ferai, que ne puet remenoir.

(vv. 5500-5505)

La “Pesme aventure”, lungi dall’essere una unità strutturata in attanti (così come era la “Joie de la Cort”, dove Erec era il Soggetto, Maboagrain l’Antisogget to e l’armonia della corte l’Oggetto), è, nella sua tota lità l’espressione di un POTERE di cui essa è l’Aatt’e i cui Apas sono gli sfortunati cavalieri che in essa si im battono. Questo POTERE, che in quanto tale è solo l’espressione del caso, può essere abolito solo se trasformato in un VOLERE negativo, in una anti-volontà, in un impedimen to al raggiungimento di un fine che lo trascende.

La successiva impresa di Yvain sarà il combattimento che egli intraprenderà in difesa dei buoni diritti della figlia minore del signore delia Noire Espine contro Gau-vain che si fa invece difensore dell’ingiusta causa del la figlia maggiore. Questo combattimento porrà la corte ar turiana di fronte alle proprie contraddizioni ideologiche. E la contraddizione risiede nel fatto che le azioni intra_ prese nel suo seno vogliono assumere un carattere di im presa cavalleresca autonoma, pur dove si riconosce un su periore principio di giustizia; è, se vogliamo la contrad_ dizione fra la socialità e la invidiaulità relazionale che non sanno trovare un punto di unificazione e che ancora una volta rischiano di mandare un frantumi l’immagine della idea cortese. Gauvain nell’ubbidire ad un principio di autoaffermazione individualistica, crede che il proprio individuale valore di cavaliere non possa che porsi automa ticamente dalla parte del giusto; così egli credendo di agire da Soggetto per conto di quel Destinatore che è la  società, è in realtà un Attante Dipendente dai suoi sche matismi, dal suo puro POTERE in relazione al quale la società cortese si fa Attante Autoritario. Solo chi si po­ne al di fuori, e addirittura contro la società – come fa Yvain – può paradossalmente agire per essa e acquistare onore individuale.

Certo al principio del romanzo abbiamo visto i temi socialità individualità relazionale stare in una posi zione di pratica ed ovvia coincidenza, ma non bisogna di menticarsi che lì, nell’avventura della fontana, si trattava di una coincidenza affidata al caso la quale, soprat tutto, solo lo sconfinamento in un altro territorio, quel lo della passionalità aveva potuto garantire. Ma ora che tale coincidenza si trova a doversi realizzare in maniera reale e, se vogliamo oggettiva, la società si trova posta di fronte alla propria contraddittorietà.

Il duello nel quale si affrontano i due campioni è la manifestazione più evidente di questa contraddizione. I due infatti si affrontano in incognito senza riconoscersi l’un l’altro. E come possono riconoscersi due persone che agiscono per motivazioni, ma soprattutto secondo due moda lità d’azione così differenti? Gauvain agisce in balia del potere degli schematismi sociali e mosso da orgoglio individualistico; Yvain invece agisce ubbidendo al proprio volere, da vero Soggetto della società, volere che è oltre tutto l’oggetto di un altro volere che lo trascende, come abbiamo visto: la libera volontà di volere; e solo questa libertà di voler compiere azioni dal valore altamente sociale potrà garantirgli il pregio individuale.

I due campioni sono così prodi cavalieri che nessuno dei due, come si sa, riesce a prendere il sopravvento sul_ l’altro; ma quando essi si rivelano vicendevolmente la loro reale identità, ciascuno vuol riconoscere all’altro la vittoria, dichiarandosi vinto nei suoi confronti. I due so no talmente “frane et gentil”, talmente cortesi, nonostante le loro diverse modalità d’azione per la cui causa hanno potuto scontrarsi, sono talmente membri di una stessa società che preferiscono riconoscersi vicendevolmente vittima di una personale debolezza piuttosto che ammettere che in questa società, in virtù dei cui principi le loro azioni prendono in definitiva significato, possano anni darsi elementi antisociali. E lo stesso Yvain, che pure è il vincitore morale del confronto, che pure si è posto con tro la società per conquistare la propria libertà, non può porsi contro di essa nel momento che combatte per i suoi principi. Certo egli agendo al di fuori della socie tà, contro i suoi schematismi, non poteva non arrivare a trovarsi prima o poi in antagonismo con essa; ma non biso_ gna dimenticare che il suo principale scopo, il suo Ogget_ to non è certo quello di risolvere le contraddizioni so ciali, ma quello di voler combattere per essa in piena au tonomia.

Da questa posizione di stallo in cui si è risolto il duello si può uscire solo attraverso l’intervento di Artù cui è rimesso il giudizio sulla contesa. Il re, che darà ragione al partito di Yvain, incarna un trascendente principio di verità. Si tratta però di una verità priva di qua lunque modalità di realizzazione, si tratta cioè di un me ro principio astratto. Artù infatti, pur sapendo a priori da quale parte stesse la ragione e da quale il torto, non ha avuto né il potere né la volontà di intromettersi fra i due contendenti; non solo, ma egli, pur dando ragione a Yvain, non vuol certo riconoscere vinto Gauvain. Egli è so lo l’interprete di una verità impotente.

La Verità autocosciente sarà invece incarnata narra tivamente da Lunete, colei che porterà ad unità la frattura di fondo CORTESIA/PASSIONALITA.

Yvain, rendendosi nuovamente autonomo rispetto alla società, abbandona alla chetichella la corte arturiana, per andare egli (Sgt), ispirato da Amore (DI), a riconquistarsi Laudine (Ogt) contro lei stessa (Antsg) che gli si nega, portandole guerra, vento e tempesta, dentro il suo stesso regno. Ma è una guerra che si protrarrebbe all’in finito, perché, se Yvain è deciso a insistere nella sua aggressione fino a quando Laudine non farà pace con lui, ella – come dirà alla fine del romanzo nella scena della ri conciliazione – sarebbe disposta a subire vento e tempesta all’infinito pur di non riconciliarsi con Yvain. Ma que sti non sa che oltre che essere aggressore di Laudine, può esserne anche il salvatore in quanto cavaliere del leone e non in quanto Yvain, in quanto cioè uomo cortese e non in quanto uomo passionale; così come Laudine non sa che quel cavaliere del leone che può salvarla dall’aggressio ne è l’aggressore medesimo. Inoltre ella, per opera di Lunete è costretta ad ammettere che, finché un cavaliere cor_ tese sarà insoddisfatto nella sua volontà passionale, co stui non potrà compiere opera di cortesia.

Passione e cortesia sembrerebbero termini inconciliabili; lo stesso Yvain che si è voluto rendere libero dal la servitù di entrambi, per entrambi riconquistarli, ha attuato questa doppia conquista mediante due azioni separa te: la sua è stata una unità di volontà, ma non una volontà (e capacità) di unità; se egli ha capito che solo con un unico atto di volontà avrebbe potuto riconquistarsi i due suoi Oggetti (la conquista dell’uno non può stare sen za la conquista dell’altro), non ha capito però che i suoi due Oggetti sono in realtà un Oggetto solo.

Perché la contraddizione torni a frutto occorre un POTERE, un sapere che Yvain non ha e che solo Lunete possie de e metterà in gioco, prendendo la dama al “geu de la verité”, mediante un hoquerel.

Ma è proprio questo POTERE, ;in base al quale sia Yvain che Laudine l’avevano investita ‘come Aiutante, è proprio questo sapere, questo conoscere 13 non solo lacon traddizione ma anche il modo per trascenderla che tra sformerà Lunete da Aiutante in Destinatore che investe l’azione di Yvain Soggetto e, insieme a Laudine, Destina tario. Il suo potere è un sapere, fino in fondo, che cosa in realtà manchi a ciascuno dei due, sicché potrà destina re a Yvain, cavaliere cortese, un amante passionale senza che egli, in quanto proprio cavaliere cortese, sappia au-todestinarsela; e a Laudine, dama passionale, un cavalie re cortese senza che ella sappia autodestinarselo in quanto anche uomo-amante.

Questo Aiutante che sa, che si trasforma in Destinatore perde il ruolo di attante narrativo per diventare me ta-attante o attante del discorso narrativo e non più del la narrazione; portavoce dell’ideologia e dell’istanza di Verità dell’Autore. E questa trasformazione non è né quel la del racconto mitico, dove l’eroe diventa traditore-e viceversa affinché si manifesti l’inversione dei contenuti; e non si tratta nemmeno dell’ambiguità romanzesca che si manifesta nel carico pluriattanziale per cui l’eroe può essere anche traditore: qui si tratterebbe invece della coin cidenza di due modalità, del POTERE (Lunete Aiutante) e del VOLERE (Lunete Bestinatore); e non nel senso ovvio che un DI può essere Aiutante di sé stesso o del suo Sgt, ma nel senso che POTERE e VOLERE sono sinonimi, o forse me glio, dipendono l’uno dall’altro: si può in quanto si vuo le. Il ruolo che qui ella assume è quindi diverso da quel lo che aveva avuto nella prima parte del romanzo: prima e 1 la era stata la semplice espressione della capacità di far passare Laudine dall’odio all’amore a favore di Yvain, e tutt’al più colei che aveva destinato uno sposo a Laudi ne; in ogni caso aveva assunto questi due ruoli separata mente .

Se, come dice J. Frappier 14 “il existe […. ] un incognito dans son [di Laudine] coeur”, se “sa fierté outragée l’empêche de se connaître elle-même”, e se anche e vero che “on la sente prête à s’attendrir sur la sort de celui qui ne veut plus désormais se nommer que Chevalier au lion”, non bisogna tuttavia dimenticare che, proprio nell’incontro con Yvain quando egli teneva celata la pro pria identità, ella aveva sì detto:

ne tieng mie por tres cortoise

la dame qui mal cuer vos porte.

Ne deiist pas veher sa porte

a chevalier de vostre pris

ma aveva anche subito aggiunto e precisato:

se trop n’eüst vers li mespris

(w. 4588-92)

e nella scena conclusiva saprà dire:

mialz volsisse tote ma vie

vanz et orages endurer,

et s’il ne fust de parjurer

trop leide chose et trop vilaine,

ja mes a moi, por nule painne,

pes ne acorde ne trovast.

(vv. 6756-61)

Non si tratta tanto del fatto che “un destin héroï que et malheureux reste trop abstraite pour que Laudine fasse un retour sur elle-même” 15: si tratta invece e del fatto che passione e cortesia sono due elementi che non sanno trovare, chiusi come sono ciascuno nella propria sfe ra, alcuna possibilità di contatto, di unificazione; tan to più che l’incognito non è solo del cuore di Laudine, ma anche di quello di Yvain, come abbiamo visto; anch’egli non sa che potrà conquistare Laudine in quanto proprio cavaliere del leone. L’intervento di Lunete allora assumerà non tanto il valore di una “ruse”, come si è spesso det to, bensì quello della “perspicacité”: ella “parle en fa veur de la vérité” 16.

La contraddizione è superabile soltanto quando la si sappia riconoscere; solo Lunete ha questo potere di mette re i due attanti contrapposti di fronte alla loro contraddizione; la sua è una funzione di maieutica o, se si vuo le di psicanalisi che rimuove l’alienazione, pur senza eli minarne i presupposti (e le ultime parole di Laudine te sté citate sono ben esemplari a questo proposito; come pu re è esemplare il fatto che Yvain “s’esjot de/la mervoil le qu’il ot”, che egli cioè si meravigli che Laudine pos sa venire a pace con lui così rapidamente, tanto che do manderà a Lunete: “Et avez li vos dit de moi/qui je sui?”).

I due soggetti contrapposti cessano così di essere tali autonomamente, per ridiventare poi nuovamente tali in quanto però investiti da un sapere, da una coscienza, da una “Verità” che non è però trascendente ma immanente al l’uomo (Lunete non fa che osservare ciò che v’è nel fondo del cuore dei due): un’immanenza che si fa volere, volon tà , destino.

Questo trascendersi del ruolo attanziale di Lunete, per cui ella diventa una meta-attante della parola del l’Autore, si manifesta attraverso un’inversione dell’ordi_ ne logico delle modalità attanziali del POTERE e del VOLE RE; nella “normalità narrativa” il POTERE precede il VOLE RE che lo subordina e che lo fa più cogente rispetto alla realizzazione dell’azione (C. Todorov), per cui o si ha la manifestazione del solo POTERE, ed allora l’azione narra tiva procede “a caso”, oppure questo POTERE viene subordinato ad un VOLERE che lo finalizza verso una meta. Nell’in tervento di Lunete si ha invece un rovesciamento di questo ordine: per cui il suo POTERE, in base al quale è stata in vestita come Aiutante sia da Yvain che da Laudine, subor dina a sé un VOLERE affinché possa esplicitarsi ed attua lizzarsi; non quindi più un VOLERE in base a ciò che si PUÒ’, ma un POTERE in base a ciò che si VUOLE; solo in quanto VORRÀ metter pace fra i due ella POTRÀ aiutarli. E d’altra parte non potrà ella aiutare Yvain perché vuole ripagare il debito verso di lui? e, così pur, non potrà aiutare Laudine perché vuole la felicità della propria signora?

Così l’Autore, dopo aver osservato i ruoli attanziali dei suoi personaggi e il loro relativismo, la loro contraddittorietà, recupera questa situazione frantumata per sottometterla ad una propria necessaria esigenza.

Egli non creerà più una volontà che si fa creatrice e fondatrice  di unmito – il mito dell’unità, una volontà (quella di Erec)  che sa farsi carico delle contraddizioni e, assuntele, potrà annullarle in sé, sia pure in un sogno, quello della “Joie de la Cort”, in una dimensione tutta interiorizzata, la sola che rende possibile la reintegrazione dell’individuo nella società. E se Erec non porrà nel racconto che ad Artù fa delle proprie avventure, quella della “Joie de la Cort”, ciò è perché alla società non interessa attraverso quale dimensione l’individuo si sia reintegrato, alla società interessa la reintegrazione in quanto tale.

Ma Erec, s’è detto più volte, si muove dentro una totalità fratturata, i personaggi dell’Yvain si muovono invece dentro una frattura totale al cui interno l’unica dimensione interiore possibile è la disperazione o la follia; e nessuna volontà saprà superare questo dato negativo, neppure quando sappia prenderne coscienza; soltanto una coscienza che si ponga al di sopra della frattura potrà rompere una situazione tragica.ù    Così Chrétien non invita più il suo pubblòico ad una rappresentazione scenica dove esso possa riconoscersi attraverso un mitop; qui Chrétien si pone non come un fondatore del mito, ma come volotà di fondarlo, come colui che sa evocarne, all’altrui coscienza, l’intima necessità.

1 – E. Kohler, op. cit., p. 94.

2 – Cfr. J.H. Reason, an Inquiry into the Structural Style and Originality of Chrétien’s “’Yvain”, Washington, Catholic University of America Press, 1958; J. Frappier, Etude sur Yvain ou le chevalier au lion de Chrétien de Troyes, Paris, S.E.D.E.S., 1969.

3 Cfr. E. Köhler, op. cit., p. 198.

4 – Cfr. F. Frappier, op. oit., p. 152.

5 – ibidem.

6 – Ibidem, p. 191.

7 – Cfr. G. Lukàcs, Teoria de l romanzo, Milano, Sugar editore, 1972, p. 306.

8 Cfr. E. Köhler, op. cit., p. 182

9 – M. Zeraffa, Romanzo e società, Bologna, Il Muli no, 1976, p. 80.

10 – Se la creazione artistica, almeno quella non epi ca, come dice M. Bilen {op. cit.) nasce da una separazio_ ne che l’autore opera fra sé e il pubblico; tale separazio_ ne, pur resasi necessaria alla libertà creatrice di un mon do che ha perso la propria unità, impone “la présence d’au trui”, in quanto la creazione “ne s’explique que par le souci du regard d’autrui” (M. Bilen, op. cit., p. 226). L’altro va quindi ricercato e stimolato, invitato a ren dersi soggetto dello sguardo verso l’opera creata.

11 – Cfr. J. Frappier, op. cit., p. 213.

12 Cfr. P. Haidu, Lion-Queue-coupée , l’ecart symbolique chez Chrétien de Troyes, Genève, Librairie Droz, 1972.

13 – Cfr. J. Frappier, ov. oit., p. 197.

14 – Non riteniamo che il sapere debba essere considerato una modalità autonoma distinta dal potere, ma solo un caso particolare di manifestazione del potere stesso – al pari che vincere, amare, imporre, ecc.; un modo come un altro mediante il quale si esprime un rapporto di do minanza fra due attanti. Se anche è vero – come postula Greimas (Del senso, cit., pp. 167-194) – che un certo po teremo attualizzarsi grazie ad un sapere, ad una conoseenza precedentemente acquisita., ciò significa solo che il sa pere costituisce un sema iponimico rispetto alla categoria modale del POTERE, sema che la manifestazione narrativa non sempre è necessitata a manifestare.

15 – Cfr. J. Frappier, ibidem.

16 – Cfr. Faith LYONS, Sentiment et rhétorique dans «Yvain». Romania, LXXXIII, 1962, pp. 370-377.

BIBLIOGRAFIA

– Airoldi S., Alcuni modelli discorsivi e i disagi delle loro grammatiche, Materiali Filosofici, nuova serie, n. 1, 1979, pp. 23-41.

– Barthes R., Elementi di semiologia, Torino, Einaudi, 1966.

Barthes R., Introduzione all’analisi strutturale dei racconti, in L’analisi del racconto, Milano, Bompiani, 1969.

– Barthes R., piacere del testo, Torino, Einaudi, 1975.

– Bilen M., Dialectique.créatrice et structure de l’oeuvre Litteaie, Paris, Librairie Philosophique J, Vrin, 1971.

– Bremond C, La logica dei possibili narrativi, in L’analisi del racconto, Milano, Bompiani, 1969.

– Chomsky N., Le strutture della sintassi, Bari, Laterza, 1970.

– Eco U., Le strutture narrative in Fleming, in L’analisi del racconto, Milano, Bompiani, 1969.

– Eco U., Trattato di semiotica generale, Milano, Bompiani, 1975.

– Eco U., Lector in fabula, Milano, Bompiani, 1979.

– Ejchenbaum B., La teoria del “metodo formale”, in I formalisti russi a

cura di T. Todorov, Torino, Einaudi, 1965.

– Ejchenbaum B., Com’è fatto “Il cappotto” di Gogol’, in I formalisti

russi, a cura di T. Todorov, Torino, Einaudi, 1965.

– Genette G., Frontiere del racconto, in L’analisi del racconto, Milano,

Bompiani, 1969.

– Genot G., Teoria del testo e prassi descrittiva, Strumenti Critici, 15,1971,pp. 152-177.

– Genot G., Elements towards a literary analitìcs, Poetics, 8, 1973, pp. 31-62.

– Greimas A.J., Semantica strutturale, Milano, Rizzoli, 1968.

– Greimas A.J., Del senso, Milano, Bompiani, 1974.

– Jakobson R., Saggi di linguistica generale, Milano, Feltrinelli, 1966.

– Kristeva J., Le texte du roman, The Hague-Paris, Mouton, 1970.

– Limentani A., L’eccezione narrativa, Torino, Einaudi, 1977.

– Lotman J.M., La struttura del testo poetico, Milano, Mursia, 1972-76.

– Lukàcs G., Teoria del romanzo, Milano, Sugar Editore, 1972.

– Lyons J., Introduzione alla linguistica teorica, Bari, Laterza, 1971.

– Muir E., La struttura del romanzo, Milano, Edizioni di Comunità, 1972.

– Mukarovsky L, La funzione, la norma e il valore estetico come fatti sociali, Torino, Einaudi, 1971.

– Petòfi J., The Syntactico-Semantic Organization of Text-Structures, Poetics, 3, 1972, pp. 56-99.

– Propp V.Ja., Morfologia della fiaba, Torino, Einaudi, 1966.

– Propp V. Ja., La trasformazione delle favole di lagia, in I formalisti russi a cura di T. Todorov, Torino, Einaudi, 1965.

– Saussure F. de, Corso di linguistica generale, Bari, Laterza, 1970.

– C, I segni e la critica, Torino, Einaudi, 1969.

– Sklovskij V., L’arte come procedimento, in I formalisti russi a cura di T. Todorov, Torino, Einaudi, 1965.

– Sklovskij V., La struttura della novella e del romanzo, in I formalisti russi

a cura di T. Todorov, Torino, Einaudi, 1965.

– Sklovskij V., Una teoria della prosa, Bari, De Donato, 1966.

– Todorov C, La hiérarchie des lens dans le récit, Semiotica, III, 2, 1971, pp. 121-139.

– Todorov T., Poetica, in Che cos’è lo strutturalismo, Milano, Istituto Librario Internazionale, 1971.

– Todorov T., Le categorie del racconto letterario, in L’analisi del raccon to, Milano, Bompiani, 1969.

– Tomasevskij B., La costruzione dell’intreccio, in / formalisti russi a cura di T. Todorov, Torino, Einaudi, 1965.

– van Dijk T.A., Per una poetica generativa, Bologna, Il Mulino, 1976.

– van Dijk T.A., Philosophy of action and theory of narrative, Poetics, 5, 1976, pp. 287-338.

– Van Rossum-Guyon F., Point de vue ou perspective narrative, Poétique, 4, 1970.

– Zeraffa M., Romanzo e società, Bologna, Il Mulino, 1976.

Su Chrétien de Troyes:

Chrétien de Troyes, Erec et Enide, publié par Mario Roques, Paris,

Librairie Honoré Champion Editeur, 1968.

Chrétien de Troyes, Cligés, publié par Alexandre Micha, Paris, Librairie

Honoré Champion Editeur, 1968.

Chrétien de Troyes, Le chevalier de la charrete, publié par Mario Roques,

Paris, Honoré Champion Editeur, 1969.

Chrétien de Troyes, Le chevalier au lion (Yvain), publié par Mario

Roques, Paris, Honoré Champio Editeur, 1968.

Chrétien de Troyes, Le roman de Perceval ou le conte du Graal, publié

par William Roach, Genève, Librairie Droz e Paris Librairie

Minard, 1959.

– Avalle D’A. S. Ideologia e Letteratura in « Une saison en enfer » di Arthur Raimbaut. Saggio di analisi semiologica, Torino, Giappichelli Editore, 1971.

– Bezzola R., Le sens de l’aventure et de l’amour (Chrétien de Troyes),Paris, Editions de la Jeune Parque, 1947.

– Borsari V., Il “sans” delle strutture sovrapposte nel chevalier de la charrete, Atti dell’Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna, Classe di Scienze morali, Anno 68°, LXII, 1973-1974, pp. 197-245.

– Deroy J., Chrétien de Troyes et Godefroy de Leigni conspirateur contre la Fin’Amor adultère, Cultura Neolatina, XXXVIII, 1978, pp. 67-78.

– Dorfman E., The Narreme in the medieval romance epic, Manchester University Press, 1969.

– Fassò A., Le due prospettive nel Chevalier de la charrete, Atti dell’Acca demia delle Scienze dell’Istituto di Bologna, Classe di Scienze morali,

Anno 67°, LXI, 1972-1973, pp. 297-328.

– Frappier J., Chrétien de Troyes, Paris, Hatier, 1957; nuova edizione 1968.

– Frappier J., La brisure du couplet dans Erec et Enide, Romania, LXXXVI, 1965, pp. 1-21.

– Frappier J., Etude sur Yvain ou le Chevalier au lion de Chrétien de Troyes, Paris, Société d’Edition d’Enseignement Supérieur, 1969.

– Frappier J., Les serves du Chateau de la Pesme Aventure, in Melanges offerts a Rita Lejeun, Gembloux, Editions J. Duculot, S.A., 1969.

– Frappier J., Chrétien de Troyes et le mythe du Graal, Paris, Société d’Edition d’Enseignement Superioeur, 1972.

– Fourquet J., Le rapport entre l’oeuvre et la source chez Chrétien de Troyes et le problème des sources bretonnes, Romance Philology, IX, 1955-1956, pp. 298-316.

– Galláis P., L’hexagone logiques et le roman médiéval, Cahiers de Civilisa tion Médiéval, XVIII, 1, 1975, pp. 1-14, segue in XVIII, 2, pp. 133-148.

– Galláis P., Perceval et l’initiation, Paris, Les éditions du Sirac, 1972.

– Grigsby J.X., Narrative voices in Chrétien de Troyes – A Prolegomenon to Dissection, Romance Philology, XXXII, 3, 1979, pp. 261-273. – Györy J., Prolégomène à une imagerie de Chrétien de Troyes, Cahiers de Civilisation médiéval, X, 3-4, 1967, pp. 361-384, segue in XI,1, 1968, pp. 29-39.

– Haidu P., Aesthetic Distance in Chrétien de Troyes: Irony and Comedy in Cligès and Perceval, Genève, Librairie Droz, 1968.

– Haidu P., Lion-Queue-coupée: l’écart symbolic chez Chrétien de Troyes, Genève, Librairie Droz, 1972.

– Hoepffner E., “Matière et sens” dans le roman d’ “Erec et Enide”, Archivum Romanicum, XVIII, 1934, pp. 433-450.

– Kellermann W., Aufbaustil und Weltbild Chrestiens von Troyes in Percevalroman, Niemeyer, Tubingen, 1967.

– Kelly F.D., Sens and conjointure in the “Chevalier de la Charrete”, The Hague-Paris, Mouton, 1966.

– Kelly F.D., La forme et le sens de la quête dans l’Erec et Enide de Chré tien de Troyes, Romania, XCII, 3, 1971, pp. 326-358.

– Köhler E., L’aventure chevaleresque. Idéal et réalité dans le roman courtois, Paris, Gallimard, 1974.

– Loomis R.S., Arthurian tradition and Chrétien de Troyes, New York, Columbia University Press, 1949.

– Lyons F., Sentiment et rhétorique dans V “Yvain”, Romania, LXXXIII, 1962, pp. 370-377.

– Maraninì L., Personaggi e immagini nell’opera di Chrétien de Troyes, Milano-Varese, Cisalpino, 1966.

– Marx J., Nouvelles recherches sur la littérature arthurienne, Paris, Klincksieck, 1965.

– Micha H., Structure et regard romanesque dans l’oeuvre de Chrétien de Troyes, Cahiers de Civilisation Médiéval, XIII, 4, 1970, 323-332.

– Payen J.C., Le motif du repentir dans la littérature française médiévale (des origines à 1230), Genève, Librairie Droz, 1967.

– Payen J.C., Les valeurs humaines chez Chrétien de Troyes, in Melanges offerts à Rita Lejeune, Gembloux, Edition Duculot, S.A., 1969.

– Press A.R., Le comportament d’Erec envers Enide dans le roman de Chrétien de Troyes, Romania, XC, 4, 1969, pp. 529-538.

– Reason J.H., An Inquiry Into The Structural Style And Originality Of Chrestien’s Yvain, Washington, The Catholic University of America Press, 1958.

– Rychner J., Le prologue du “Chevalier de la Charrete”, Vox Romanica, XXVI, 1967, pp. 1-23. Rychner J., Le sujet et la signification du “Chevalier de la Charrete”, Vox Romanica, XXVII, 1968, pp. 50-76.

– Rychner J., Le prologue du “Chevalier de la Charrete” et l’interprétation du roman, in Melanges offerts à Rita Lejeune, Gembloux,

Editions Duculot, S.A., 1969.

– Sargent B.N., L’autre chez Chrétien de Troyes, Cahiers de Civilisation Médiéval, X, 2, 1967, pp. 119-205.

– Viscardi A., Le letterature d’Oc e d’Oil, Firenze, Sansoni, 1967.

– Zaddy Z.P., Pourquoi Erec part en aventure?, Cahiers de Civilisation Médiéval, VII, 1964.

– Zaddy Z.P., The structure of Chretien’s “Erec”, Modem Language Review, 1967, pp. 608-619.

– Zaddy Z.P., The. structure of Chretien’s “Yvain”, Modem Language Review, 1970, pp. 523-540.

INDICE

CAPITOLO I pag. 7

Autore e Narratore pag. 9

La struttura delle azioni pag. 34

  • La funzione pag. 34I
  • I nuclei semantici narrativi pag. 41
  • Una nuova proposta di grammatica narrativa pag. 48
    La macro-struttura semantica pag. 69

CAPITOLO II : L’Erec et Enide pag. 80

L’entrelacement pag. 80

Le strutture narrative pag. 91

CAPITOLO III: Yvain, le chevalier au lion pag. 122

L’entrelacement pag. 122

Le strutture narrative pag. 139

Bibliografia pag. 174

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...