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Scrivere il tempo ai confini del mare. La scrittura in sardo di Giulio Angioni

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Nella sua vasta produzione, tanto scientifica quanto letteraria, Giulio Angioni ci ha lasciato due gioielli, forse meno conosciuti, in lingua sarda (pubblicati con traduzione italiana a fronte): Tempus, CUEC 2012 e Oremari, Il Maestrale 2013. Due composizioni poetiche, due poemetti, dal metro irregolare, ma dalle cadenze ritmico-metriche forti e ben dosate; dal registro linguistico proprio della parlata comune, non elevata, che giunge per gradi a sublimità concettuale.

Tempus

Tempus è un poemetto a mo’ di monologo interiore; è una scrittura sinfonica a più voci nelle quali si dissemina l’io poetico, che va a condensandosi maggiormente nella voce del vecchio e del bambino che man mano diventa giovinetto e adulto: i due estremi del tempo, più una voce meta-discorsiva quasi fuoricampo, che però non sfugge al sospetto che sia la voce di una delle figure del discorso poetico del testo, che parla da momenti diversi e sintetizzanti. Il poemetto-monologo ha insomma l’andamento di un flusso di coscienza ininterrotto, senza un’apparente linea sintattico discorsiva progettata, ma è come un aggrovigliarsi di ricordi e di considerazioni che ne nascono quasi casualmente, di riflessioni sull’esistere e sull’esistenza; sull’acquisizione cognitiva ed emotiva sul mondo / del mondo. Il tutto nello scorrere della vita: di una vita né eroica, né dedita, in sé e per sé, al ripiegarsi e al soffermarsi sul mondo con dichiarata e voluta intenzione di interpretarlo. Ma l’acquisizione invece di un sapere che quasi si forma da se stesso per il procedere di un’esistenza che sovrasta: quasi uno scrammento, si direbbe in Sardo; un acquisire cioè mano mano consapevolezza dall’esperienza. Uno sguardo antropologico, insomma è il regista di questa scrittura poetico-testuale. Uno sguardo appercettivo verso cui l’esperienza, tanto propria personale quanto collettiva, va a confluire. Nessuno parla in prima persona, v’è semmai la coralità comunitaria di villaggio, entro la quale non si comprende se il vecchio è il nonno del bambino o quello stesso bambino invecchiato. Magistrale maniera di plasmare la materia narrativa e i suoi personaggi: per dire il tempo che, pur nel suo perpetuo movimento, lascia le cose come stanno, in uno scorrere immobile e immutabile. È il tempo visto a partire dalla sua fine quello che si percepisce a lettura conclusa del poemetto. Ma questa conclusione viene costruita mattone dopo mattone nel trascorrere dell’esistenza, a cominciare dall’infanzia da cui e in cui man mano il sentimento del tempo viene a costruirsi. Questo itinerario si conclude, dicevamo, in una appercezione che si pone sul bordo del testo in maniera potremmo dire a-temporale, che pensa e giudica in maniera sintetica.

Il tempo comincia a costruirsi concettualmente a partire dalla acquisizione e interiorizzazione della morte: quella dell’uccellino implume caduto dal nido, che il bimbo ha avuto avuto in dono dal padre:

Tres dis idd’est durau
prima ‘e sa prima morti in vida

Gli è durato tre giorni, sua poi, la sua prima morte in vita sua

e issu mein su frius e su scuriu
che su pilloni arrutu de su niu
e lui al freddo e al buio,implume lì sperduto giù dal nido.

immagine che ritorna poi nel nonno infreddolito allo scuro, al lavoro, paziente come i suo buoi:

Il tempo si impara col crescere e nella assunzione della responsabilità:

Spaciaus is giogus tuus
giogaus a totu di’.
No si dromit su tempus,
tempus de fai cosa,
est tempus de serbi’.
Pesa e baghilladì.
Finiti I giochi tuoi
giocati a giorno intero.
[Non dorme il tempo]
Tempo di far qualcosa,
tempo di servire,
su, datti da fare

Il bambino scopre la luna, come Ciaula, e ne resta fra affascinato e intimorito (Ànima bia ses o ànima morta): e in questo timor panico lo ‘soccorre’ la nonna consolatrice, la quale:

Intrendu a bellu’a bellu
meins pensamentus suus,
giassu strintu, ca ddu timìat tropu
su essi solu in su scuriu
de is intragnas suas,
de is cosas ch’indi essint
de intru nosu etotu in su scuriu,
e candu seus timendu
est ca seus apubendu
cosa chi fortzis est sa beridadi.
Entrando piano piano
dentro i pensieri suoi,
passaggio stretto, lui temeva troppo
così tutto solo
nel buio delle cose che ci vengono
da dentro di noi stessi,
e se abbiamo paura, già si sa,
è perché stiamo intravedendo
qualcosache è forse la verità

Il timore non è dovuto tanto al buio in se stesso, né all’algido astro lunare, ma a un quasi petrarchiano “tal paura ò di ritrovarmi solo”: un essere solo con se stesso, in compagnia solo dei propri pensieri e della propria angoscia, che il buio e l’astro ancestralmente rivelano, per scoprire il sé nell’angoscia, il sé come angoscia; ed è in tali momenti che si apubat la verità, dove apubare, più che ‘intravedere’, come pure è tradotto, è l’incontro di un/del fantasma, il fantasma di sé che fuoriesce dalle proprie intragnas [non tradotto perché difficile a tradursi], cioè l’interiorità più riposta e inquietante, entro cui si penetra attraverso unu giassu strintu, un àdito stretto e difficile, dove solo la nonna, anima e istanza femminile consolatrice, riesce a insinuarsi: lei, anziana, metonimica esperta del tempo; istanza salvifica che montalianamente ricompone l’inquietudine, l’unheimlichkeit che ella non può certo scancellare, ma che consegnerà al giuoco del futuro, facendone un rovello, un’esca al senso.

Ma se l’avesse saputo, lui, che il buio ricopre soltanto metà della terra, forse si sarebbe dimezzata la paura. Solo che il sapere razionale non scaccia la paura, e se pure c’è l’angelo di Dio che sei il mio custode, c’è pur tuttavia anche il demonio, Coixedda; perché poi lì, si sa in paese, anni prima, di notte, Cramellu Etzi aveva ucciso la moglie in un raptus di follia. Ora panica, lunare, non diurna: che si protrae nel tempo sospendendolo e reiterandolo.

E il poemetto-flusso-racconto memoriale si srotola ponendo in campo aneddoti privati e intimi insieme con quelli storici e pubblici, come le due grandi guerre del Novecento, i reduci che tornano, il dopoguerra, le baruffe fra Monarchia e Repubblica che dividono anche all’interno del nucleo familiare, secondo prospettive che, prima ancora che politiche o ideologiche, sono soggettive, caratteriali ed emozionali. E poi v’è l’adolescente che apprende incredulo la sessualità come germe e motore della rigenerazione e rifiuta tale scoperta, facendo a botte col compagno più smaliziato che gli ha dato una tale notizia: perchè questa rivelazione distrugge il mistero profondo della nascita e della morte: degli estremi del tempo, che non sono fatti meccanicistici o deterministi. Il tempo perde la sua linearità, nell’esperienza rivisitata, e si fa circolare o sinusoidale. Il ragazzo, partito in Continente a studiare, con le sue scarpe nuove, ora ritorna a casa, e rivedendosi giovane, al freddo, appare agli occhi dei nuovi giovani, tutti supermarket e cellulare all’orecchio ‘per non esser soli’, unu piciocheddu antigu, quasi nuragico.

Il tempo è l’accadere, il succeder delle cose: perché, infatti, solo de su chi no sussedit ti depis ispantai, come dice Pramèriu, il cacciatore che va a caccia grossa, al ragazzetto che gli va dietro. Se nulla ti accade, non sei: perché sei fuori dal tempo degli accadimenti e dalle occasioni della vita: senza esistenza né senso.

Ma il tempo pure si rovescia, cosicché i temuti mediorientali del passato, temuti per le loro scorrerie, ora sono gli immigrati che cercano scampo alla loro tragica condizione, e allevano una pecora, di nascosto, nel cortiletto retrostante. Diverse situazioni, queste, di un medesimo flusso demografico, storico e antropologico. Il tempo fa e disfa e torna a rifare; è strambo il tempo: esso cambia per rimanere sempre se stesso: cresce sempre l’erba, e cresce sempre la melagrana, e bela sempre la pecora nel cortiletto didietro, anche se ora l’allevano i nuovi immigrati.

In questo eterno riproporsi, le angosce, gli incubi e i fantasmi dell’infanzia si trasformano, ma con immutata valenza, nelle ossessioni dell’età canuta; e il vecchio, il bimbo diventato ormai vecchio, va dietro il sonno, e lo invoca, in un anticipata soterica ricerca di morte. Sì, questo vecchio che vende pazienza tutto l’anno, al di là del tempo, e sa che sa stima est a malaolla, così come l’amore, e bisogna crederci con certezza, come è cosa certa che l’uva passa migliore sia quella di tzia Pepina Conca ‘e Sporta. Questo vecchio che ha imparato che perdonarsi è più faticoso del fare e dell’aver fatto, perché il tempo è soprattutto render(si) conto di tante fatiche. Ed egli, questo nostro vecchio, al brindisi che viene festeggiato per il suo pensionamento con “de immoi innantis su tempus est a cumandu tuu”, non può che rispondere “e balla bona!” [e come no, accidenti…?], perché è il tempo che governa lui, ormai. E a lui chiede quale tempo sia stato il suo.

E ancora gli ritornano le immagini d’un tempo: la luna appesa al cielo di Intramontis come un gabbiano contro il vento; la farfalla che, da lui liberata dalle grinfie del ragno, se ne vola via, mentre lui deve stare attento a non cadere nello sprofondo di Intramontis; e quel ragno è ancora lì, in agguato, sempre, là dove c’è il nulla, il tutto, il sempre e il mai. Lo sprofondo di Intramontis, quello che dava in gioventù le vertigini e generava terrore, ora è diventato l’immagine del tempo, è il tempo stesso: è il gorgo da cui affiorano i ricordi e le ossessioni.

Ma ecco, infine:

Su soli calendinci in sa costera
alluit is cuaddus de su prùinu
pesaus palas a soli
de unu tallu ‘e brebeis cun su pastori
avatu in fuoristrada giapponesu.
E totu custu prexu,
custu prexu fadendu
ddi parit in perìgulu
tzerriendi agitòriu.
Il sole che tramonta dietro la collina
accende grandi nuvole di polvere
levate spalle al sole
da quel gregge di pecore, e il pastore
dietro in un fuoristrada giapponese.
E tutto questo arnese
col suo darsi da fare
gli sembra già in pericolo
 gridando aiuti

Chi è che sta nel dubbio temendo il pericolo? Il pastore? La voce narrante? Le due istanze paiono sovrapporsi. L’antropologo fa suo il timore, caricandosene, che nasce dall’osservazione di un mutare continuo.

Ma: tutto cambia // nulla cambia: ca est totu trumbullau che bisu de cani bisendu fragus de cassa manna [“è che tutto è imbrogliato come i sogni del cane che sogna dopo pranzo sogni di caccia grossa”]; questo biascica, sovrappensiero, fra sé e sé, il vecchio alla sua vecchia che gli dice che su tempus at a essere maistru; e a lei avrebbe voluto rispondere bai e circa e ita cosa [va a sapere che cosa]. Tutto, per il vecchio, è una trafila camaleontica che lascia interdetti senza risposta, e di cui non si trova il bandolo, in un dubbioso pericolo: quello dell’antropologo che sa ma non conosce se e quanto il tempo muti, e muti le cose. O se queste restino, malgrado le apparenze, immutate e ferme, sempre uguali a se stesse in barba al tempo.

Thou hast nor youth nor age,

But, as it were, an after-dinner’s sleep,

Dreaming on both.

[Shakespeare, Mesure for mesure, III, 1]

dice Shakespeare citato in exergo al poemetto.

Meditazione dell’antropologo intorno a quel senso comune che pure condivide.

Fra il non essere più e il non essere ancora, in quest’essere sospesi fra ricordi e indizi di dimensioni sconosciute e da decifrare, si può solo gridare, invocare, aiuto. Come tutti continuamente facciamo in quel singolare interludio, compreso fra il nascere e il morire, entro il quale cerchiamo un appiglio fermo cui aggrapparci. In questa parentesi frapposta entro il tempo, che nient’altro è di fatto se non un tale ricercare.

Questo è il sigillo che Giulio appone alla sua emotiva e al pari meditata, poetica visione del tempo: quello che s’è accavallato al suo stesso esser vissuto.

Oremari

Angioni GiulioIn Oremari il tempo ancora fa parte della tematica poetica. Tuttavia la prospettiva qui si dilata, propagandosi in una meditazione a più largo raggio, anche questa volta sotto la forma di un flusso di coscienza, che, quasi impercettibilmente, e con maestria testuale, partendo da una parola ingenua va a raggiungere la ponderazione più raffinata sullo stato delle cose, della Sardegna e del mondo, sulla geografia, sulla storia e sull’esistenza, sub specie anthropologica.

Orbene, Oremari significa riva, riva del mare; ma v’è qualcosa che sfugge alla frettolosa traduzione italiana: giacché oremari è óru de mari, e óru significa orlo, bordo, confine, limite: è la linea che separa due dimensioni che vengono a incontrarsi senza fondersi.

Ed è a partire da questo significato che il poemetto angioniano sviluppa la sua elaborazione concettuale. In Oremari il mare si fa metafora onnicomprensiva, termine di paragone, strumento epistemologico, metafora antitetica e allo stesso tempo tètica. La voce narrante-pensante-considerante, quella che dice quest’altro poemetto angioniano si colloca in s’oru, sulla battigia, sull’orlo, sul confine che separa, ma dove pure si incontrano terra e mare. Da lì, dae s’oru, questa voce parla, dice, medita: è la voce di un uomo, pastore, capraro ben radicato sulla terra e diffidente del mare: l’archetipo della sardità. Il mare per lui è altro, l’alterità assoluta per chi, come lui, sulla terra ha i piedi ben piantati: in questa vive, di questa vive.

Su mari: deu seu innoi, issu est inni’.
Strobbu no si fadeus
Il mare: io sto qui, lui sta lì
non ci diamo fastidio

Il mare è innanzitutto uno spreco, uno spreco d’acqua in una terra che poca d’acqua (piovana) ne riceve: non serve il mare, è inutile data la sua smisuratezza; al massimo esso tiene compagnia con la sua risacca, meglio che contare le pecore: per un pastore, dunque, il mare è tutt’al più un stravaganza.

Ma il mare pure c’è, sta lì, non lo si può ignorare: specie un sardo, che dal mare è cinto. Rapporto strano e particolare – e da sempre, si sa – quello fra i sardi e il mare. Il mare conchiude e dovrebbe definire: fa l’isola: su mari po giogu si pigat in giru orus orus. Cosa però chi no si bit a ogu, est figura chi si pintat in paperi: s’ìsula de Sardigna, su mari po confinis. Il mare ti limita e ti soffoca, con i suoi confini acquorei. E tuttavia l’isola è un universo: dalla cima del monte si vede tanta terra quanto e forse più di quanto non si veda e percepisca il mare. Il mare è la metafora di tutto quanto è inaffidabile e informe, e con cui bisogna fare i conti: ma da questo informe si traggono i segni e la forma.

Il pensiero dell’io elucubrante viene a stabilire un paragone e il mare diventa specchio della terra e dell’intero mondo; un paragone che nella dimensione del testo intero si fa istanza metaforica:

A mei de innoi in susu
su mari ammostrat craru
cantu su mundu mudat,
sendi sempr’issu a tempus i a logu,
e fait e no fait a si fidai
Il mare, a me, da queste alture
in lungo e in largo mostra sempre chiaro
che tanto il mondo muta
quando rimane uguale a tempo e a luogo
sicché ti fidi e non ti puoi fidare

Il mare muta dunque: esso trasforma il mondo ma muta pure se stesso e in se stesso nel suo valore e nella sua istanza antropologica. Il mare un tempo era dai Sardi eluso e rifuggito, cosicché le coste rimanevano abbandonate per timore delle scorrerie saracene; ma oggi? quel saraceno, già temuto, oggi arriva cancarau, fradicio e malconcio, come lo sono gli immigrati; oppure esce dal suo jet privato. Riempito di turisti è ora il mare: insensati che tzurpu in festa totu agiogatzau; s’oru ‘e mari unu niu de frommigas: biddas nobas e dòmus de gatò: case di pan di zucchero ora vi sono laddove prima le capre pascevano corbezzoli; tutto è all’inverso, tutto s’è rivoltato. E il turista gira vagabondo, e più è annerito, abbronzato, più si vanta: le capre hanno almeno il capraro che le governa; l’avessero saputo i nonni…! Venduto è il sole, comprato il mare. L’aria di casa, sulle colline, è peraltro meglio di quella del mare; e poi, questa gente che sciama al mare, un tempo al mare ci si poteva semmai fare uno stazzo, le case d’oggi al mare sono instabili, precarie e provvisorie, vanno giù come castelli di sabbia, sono di gatò appunto, di marzapane. Il turismo poi genera servilismo, trasforma i nativi in camerieri bestius che arrundilis, cerimoniosi e affettati, in attesa delle mance.

Tutto muta; ed anche i significati delle parole paiono invertirsi e risemantizzarsi: Ór(u).’e.mari; òra de mari/ òru de mari. Il mare è dunque instabile sin nel significato del nome che lo designa, polisemico, inaffidabile, è ciò di cui l’uomo sardo più tradizionale continua a diffidare; ciò di cui non trova senso. E questa domanda di senso il Sardo la proietta inversamente sul mare.

In mare c’è il complementare di ciò che c’è sulla terra: lepri di mare, cani, gatti, erba, serpenti, lumache, buoi marini e forse pure capre; e pure uomini e donne marini, come i tritoni o le sirene. Ma preferisco le capre, dice la voce che parla: le creature di mare, luogo senza chiesa o cappella, sono infide. Meglio gli uccelli, gabbiani o fenicotteri, che volano in alto liberi, e conoscono gente e tornano al nido fra i loro simili come in famiglia, dalla sposa dai figli.

Il mare non produce pane per gli uomini, né erba per le capre. Si può e anzi si deve invece vantare la terra e con essa il grano che produce: il vecchio nonno si è salvato, nel naufragio bellico, grazie al pane che portava nello zaino, e alla legna montana, di cui era fatta la tavola épave, cui stava aggrappato, immerso nell’acqua del mare, in mezzo alla battaglia. Anche la guerra è peggiore in mare. Perché il mare è traditore, ben più della terra che neanch’essa poi è sempre sicura.

Nel mare ci devi nascere e crescere, altrimenti no tenit mesura su mari, sentidu o bisura, casi mancu no fessit in su mundu pro cantu est mannu e profundu. Ognuno comunque col mare deve farci i conti, benché no sempri ddi torrant a pari [benché non sempre questi conti tornino]: il rovescio c’è, sta lì: non lo si può elidere, né eludere, né tanto meno abolire; l’alterità ci condiziona, ed è difficile far tornare i conti, confrontarvisi sensatamente. E dunque la sardità si deve definire, come poi tutti alla fin fine dobbiamo fare, confrontandoci con l’altro da sé; questo altro che per la sardità è il mare che la circonda, che la definisce geograficamente; e che, a partire da questa definizione geografica, con tutto ciò che ha comportato di storicità e di antropologia passata e recente, a partire da qui bisogna faticosamente imparare a far sortire un senso, a far quadrare quei conti che è difficile far tornare. A dare un senso al mare, appunto.

Il mare dà comunque da pensare, suggerisce tante cose, genera la metafora stessa di sé: pensare, ma stando fermi sulla terraferma, po prexeri! Guardandolo il mare, le nostre vite sembrano onde del mare che si gettano sulla riva, ma il mare continua il suo moto, come l’incessante moto della storia e dell’antropologia che ne deriva, e che essa produce: con onde sempre diverse, nel tempo senza tempo e senza luogo; e la nave che ci passa davanti è un paese navigante a illargu de sa facci de sa terra: in sa facci ‘e su mari, facci manna, ma pèrdia o mai tenta una facci, su mari, cosa sua. Il mare verga segni come su un foglio, che significano però bai e circa ita [va a sapere tu che cosa]. Splendido paragone-metafora angioniana questa. Perché le certezze del pastore terragno e radicato, archetipo qui dell’uomo sardo e della sardità stessa, sono fatte traballare dal mare, dall’oscillare incerto ed ondeggiante della vita, dell’esistenza, della storia.

Il mare fa e disfa schiumando rabbia, cancella le orme sulla sabbia e poi s’acqueta, mischiando il prima e il poi; perché, così come in terra, ed altrettanto in cielo e in mare, nudda, leopardianamente, lassat arrastu, e custu fait pensai: fa pensare come tutto al mondo passa, e quasi orma non lascia.

E già, certo, la sa lunga il mare, alla fin fine: infatti esso dice la sua, che peraltro pure noi riguarda, perché siamo noi che conferiamo e dobbiamo conferire una bisura al mare; siamo noi che diamo senso al mondo, alla storia e al tempo, così come anche al mare. Il mare è misura delle cose perché serba separati il bene e il male, il vero e il falso. Il mare, da alterità che era, e da cui bisogna star lontani (io sto qui, esso è lì, non ci diamo fastidio) diventa così, nella meditazione dell’io che qui parla, condizione totalizzante esistenziale e storica, innescata dall’attività di confronto e di creazione metaforica: il mare, quell’altra cosa lì, dà da pensare: è lo specchio di un esistere che cerca se stesso. No, non si può dire “io sto qui tu stai lì senza che ci diamo vicendevole fastidio’.

Sarà forse a causa del mare, medita ancora la voce che qui va a raggiungere la semiosi sottostante del testo e la afferra con essa congiungendosi, sarà per questo che i tempi e la storia ci sono trascorsi sotto il naso senza che neppure ce ne accorgessimo? presi come sempre siamo stati, a cercare una definizione di noi, a cercarla nel mare, mein is orus de su mari, e non dentro di noi: per condizione intrinseca di insularità, anzi di isolanità. Per essere sempre stati condizionati da questo parametro geografico, da questo statuto esistenziale, da questa sorte: perché la condizione insulare ci ha alienato ogni altra considerazione, oscurandoci la storia.

E tuttavia, anche solo a sentirne parlare o standone lontano, anche a me, dice la voce poetica che si fa ora voce della sardità, anche a me, mi si voglia credere, dice, mancherebbe il mare. Il mare è lì, e noi non stiamo qui: ci siamo in mezzo, dentro. E se così non fosse chi/che cosa saremmo? Quale significato avremmo?

Boh…! Bai e circa tui, Giulio. Già si torraus a biri in s’oru ‘ e mari.

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Matteo Madao e la questione della lingua sarda

Matteo Madao e la questione della lingua sarda

in QB Quaderni Bolotanesi, 40, 2014, pp. 75-92

Maurizio Virdis

(Università degli Studi di Cagliari)

Va riconosciuta a Matteo Madao1 la proposizione e la messa in campo della questione della lingua sarda in senso moderno, con una acutezza ed anche con un coraggio, oltre che con una lucidità e una passione, che forse mai più dopo di lui hanno trovato pari riscontro.

Le sue posizioni, sullo scorcio degli ultimi decenni del secolo XVIII, presentano e dimostrano una capacità di stare al passo coi tempi, soprattutto quando si pensi che il suo discorrere sulla questione linguistica si mostra del tutto in linea con le istanze dell’epoca e con le proposte culturali coeve.

Se pure è vero che egli è in larga misura tributario di concezioni e cognizioni linguistiche talvolta alquanto attardate, ma cionondimeno ampie, tributarie della cultura primo settecentesca se non pure seicentesca (fra gli studiosi di lingue da lui citati, a parte i classici latini, il Covarruvia, il Du Cange, Charles Rollin, Pietro Bembo, Francesco Redi, Anton Maria Salvini, e soprattutto Ludovico Antonio Muratori), vissute pure nell’angustia dell’isola, fuori dalla quale egli non aveva mai in vita sua messo piede, ciò che primariamente spicca in senso non trascurabilmente moderno, nella sua posizione propositiva, è lo stabilirsi per la prima volta in Sardegna del nesso lingua-nazione, in linea con l’affermarsi delle aspirazioni nazionali dei popoli europei, e in un periodo storico che anche in Sardegna si presenta denso di riflessioni e di eventi e gravido di futuro, alla vigilia del cosiddetto triennio rivoluzionario. In lui spicca la modernità nella considerazione sulla lingua (e sulle lingue) in seno alla società e alla sua dinamica. E se anche il suo proposito di ripulire la lingua in senso classico può apparire, come ebbe a dire Girolamo Sotgiu, utopistico e magari antiquato, tuttavia è certo attuale il valore della lingua quale fattore di civiltà in senso non più solo erudito, ma progressivo.

Le posizioni del Madao non partono certo dal nulla: hanno infatti alle spalle quanto meno la riflessione, la pratica e l’opera poetica di Gerolamo Araolla, che già, sul finire del XVI secolo, non solo proponeva, ma anche additava ed attuava, con ragione e vigore, la lingua sarda come lingua letteraria: con risultati di elaborazione e di eloquio letterario più che ragguardevoli, e certamente raffinati; ed anzi con una eccellente riflessione estetica e di poetica, al pari della conoscenza ch’egli possedeva dell’attività, della produzione e della maniera letteraria, europea, a lui contemporanea. Per l’Araolla si trattava però ancora ‘soltanto’ di letteratura, pur nella coscienza di quanto, soprattutto all’epoca, la letteratura potesse costituire non soltanto il blasone, ma anche la stoffa e la sostanza della qualità di un organismo sociale, che già, benché ancora auroralmente, cercava i propri connotati identitari, quanto meno nella costruzione di una élite colta nelle proprie specifiche fattezze. E in un’epoca in cui la Sardegna, politicamente organizzata nel Regnum Sardiniae (all’interno della confederazione dei regni iberci), andava scoprendo o forse meglio iniziava a costruire se stessa come soggetto storico e culturale sulla scena europea. Anche se mancava all’Araolla qualunque ragionamento metalinguistico, benché non fosse assente in lui una chiarezza metapoetica.

Tentativo che a suo modo fruttificò. E non va certo, a questo proposito, dimenticato Gian Matteo Garipa (che visse a cavaliere dei secoli XVI e XVII, nacque a Orgosolo, resse le parrocchie di Perdasdefogu, di Baunei e di Triei, ed ebbe modo di soggiornare a Roma), il quale vedeva il sardo quale lingua più che degna in quanto simile al Latino. Così, nel Prologo al lettore, egli dice di aver voluto tradurre in Sardo, nel 1627, il Leggendario delle Santissime Vergini (Roma, 1620), col titolo di Legendariu de sas Santas Virgines et Martires de Iesu Christu a sas honestas et virtuosas iuuvenes de Baonei & Triei:

pro esser sa limba Sarda tantu bona, quanto participat dessa Latina, qui nexuna de quantas limbas si platican est tantu parente assa Latina formale quantu sa Sarda, pro tenner sa majore parte dessos vocabulos usuales, & quotidianos dessos quales si seruit, ò latinos veros, e formales, ò latinos corruptos, cun sa differencia specifica qui la differencia de totas sas ateras. Pro su quale si sa limba Italiana si preciat tantu de bona, & tenet su primu logu inter totas sas linguas vulgares pro esser meda imitadore de sa Latina, non si diat preciare minus sa limba Sarda pusti non solu est parente de sa Latina, pero ancora sa majore parte est latina comente sa isperiencia lu mostrat (à benes qui cun sa mala pronunciatione, e malu iscrier, sos naturales la apan fata barbara, e qui sia tenta pro tale dessos furisteris).

Et quando cussu non esseret, est suficiente motiuu pro iscrier in Sardu, vider qui totas sas nationes iscrien, & istampan libros in sas proprias limbas naturales in soro, preciandesi de tenner historias, & materias morales iscritas in limba vulgare. Pro qui totus si potant de cuddas aprofetare.2

1 Riporto, con qualche taglio, alcune notizie biografiche su Matteo Madao, che traggo dal Dizionario Biografico degli Italiani Volume 67 (2007) (Treccani.it. L’enciclopedia italiana, pagina web http://www.treccani.it/enciclopedia/matteo-madao_(Dizionario-Biografico)/) alla voce MADAO (Madau) Matteo di Pietro Giovanni Sanna.

Matteo Madao (o Madau),  nacque a Ozieri, da Pietro e Martina Sanna il 17 ottobre 1733.

Studiò grammatica e retorica presso i gesuiti del paese natale e, già quasi ventenne (18 aprile 1753), entrò nella Compagnia. Fu novizio a Cagliari nella domus probationis della provincia sarda, vivace comunità di giovani provenienti da ogni parte dell’isola, dove completò gli studi inferiori. A Cagliari, il 29 aprile 1755, prese gli ordini minori e la prima tonsura. Destinato allo studio e all’insegnamento, si trasferì nel 1757 nel collegio di Iglesias, dove insegnò grammatica, e nel 1760 in quello di Alghero, dove intraprese gli studi superiori e insegnò grammatica e retorica.

Nel 1763, alla vigilia delle riforme dei due atenei sardi, giunse a Sassari, nel collegio di S. Giuseppe, dove completò gli studi di filosofia e intraprese il corso quadriennale di teologia: visse qui il momento più delicato delle riforme scolastiche sabaude, quando il ministro G.B. Bogino, varati i nuovi ordinamenti delle scuole inferiori, si accingeva a estromettere dalle università le comunità gesuitiche locali (espressione della vituperata cultura spagnolesca) e a rilanciare gli studi con un corpo docente radicalmente rinnovato. In particolare, mentre il collegio gesuitico sassarese si preparava a reagire alla perdita del controllo sugli insegnamenti, il ministro reclutava dai collegi della penisola, d’intesa col generale della Compagnia e con i gesuiti della provincia lombarda, i professori per le facoltà di arti e teologia.

M. apparteneva a una generazione di studenti solo marginalmente toccata dalle riforme; tuttavia finì nell’occhio del ciclone quando il suo nome comparve nella lista dei gesuiti sardi che il provinciale, il p. P. Maltesi, aveva proposto per ricoprire le cattedre vacanti dell’Università riformata (è “un gran genio delle lingue orientali, e ben istruito nella greca”, aveva scritto a Bogino, proponendolo per la cattedra di Sacra Scrittura).

Nel 1765, era stato ordinato sacerdote. Negli anni successivi l’insegnamento nelle scuole dell’Ordine fu il suo impegno prevalente: dal 1767 peregrinò tra Ozieri, Cagliari e, di nuovo, Sassari (ma nel collegio Gesù Maria), dove nel 1773 seppe della soppressione della Compagnia. Per il M., ormai quarantenne, che aveva pronunziato i voti solenni solo tre anni prima, fu un colpo durissimo. In Sardegna, dove la Compagnia contava più di 300 membri, le disposizioni attuative del breve di Clemente XIV assegnavano ai professi che intendevano vivere in comunità due principali residenze: il collegio di S. Giuseppe a Sassari, dove già erano i docenti universitari, e il collegio di S. Michele a Cagliari, dove il M. si trasferì e dove trascorse il resto della vita, dividendosi tra le attività di devozione, gli studi classici e le predilette ricerche linguistiche.

N1782 pubblicò a Cagliari il suo lavoro più significativo: il Saggio d’un’opera, intitolata Il ripulimento della lingua sarda lavorato sopra la sua analogia colle due matrici lingue la greca e la latina, primo studio sistematico sulla lingua sarda e tentativo già organico di rivalutarne le origini e il ruolo, di ricostruirne la grammatica e le etimologie e di predisporne un dizionario, peraltro incentrato sui vocaboli di derivazione greca e latina.

Malgrado i limiti di una cultura relativamente provinciale, il M. fu un interprete precoce delle inquietudini di tipo identitario che serpeggiavano nella società isolana. Non a caso l’orgogliosa e commossa riscoperta delle tradizioni e del ricco patrimonio poetico-musicale delle popolazioni dell’isola divenne il fulcro della sua seconda importante fatica letteraria, Le armonie de’ Sardi (Cagliari 1787).

La terza, significativa opera del M., Dissertazioni storiche apologetiche critiche delle sarde antichità (ibid. 1792), fu il coronamento del suo programma “patriottico”: intrecciando disinvoltamente Sacre Scritture e autori classici, falsi conclamati e “autori favolosi”, l’ex gesuita si spinse verso la più remota preistoria, con una farraginosa narrazione biblico-mitologica delle origini della “sarda nazione”.

Peraltro, il M., pur autore di testi che tanto contribuirono a forgiare i sentimenti e la cultura politica dei patrioti sardi, non risulta né tra i protagonisti né tra i testimoni partecipi delle vicende che sconvolsero la vita pubblica del Regno tra il 1793 e il 1796. Nella vasta documentazione sulla “sarda rivoluzione” l’unico riferimento alla figura e all’opera del M. sembra essere un avviso del Giornale di Sardegna, gazzetta del movimento patriottico, che nel marzo del 1796 raccomandò le Dissertazioni storiche avvertendo i lettori che difficilmente avrebbero potuto trovare “in un altro libro certi aneddoti e pezzi di storia patria che qui si contengono”.

L’ex gesuita non esitò invece a gettarsi in polemiche religiose: nel 1784 con una focosa Lettera apologetica aveva strapazzato il domenicano G. Hintz, professore di Sacre Scritture a Cagliari, per la sua versione del salmo Exsurgat Deus. Nel 1792 stampò clandestinamente e sotto pseudonimo una requisitoria contro il presunto ispiratore di un anonimo opuscolo che lo accusava di profittare della credulità popolare rinverdendo i fasti dei miracoli eucaristici e della “frequente comunione”. Instancabile promotore dell’uso dell’ “idioma patrio” nelle cerimonie religiose e nelle pratiche devozionali, il M. aveva pubblicato, l’anno prima, la Versione de su Rythmu eucharisticu cun paraphrasis in octava rima, facta dae su latinu in sos duos principales dialectos, traduzione in sardo logudorese e campidanese di alcune preghiere e del celebre ritmo Adoro te devote attribuito a Tommaso d’Aquino.

Nel 1799 nel corso della permanenza della corte sabauda in Sardegna, Carlo Emanuele IV gli concesse una pensione sulle rendite della mitra cagliaritana. Conquistò la stima di Maria Clotilde di Francia, cui aveva donato un suo profilo biografico di G.B. Vassallo, gesuita piemontese morto a Cagliari venticinque anni prima, in odore di santità. Tra gli inediti, i biografi ottocenteschi segnalano una Relazione dell’invasione della Sardegna tentata dai Francesi nel 1793 e un Catalogo istorico di tutte le più illustri famiglie sarde: ma di esse si era perduta traccia già nel secolo XIX.

Degli ultimi anni di vita del M. s’ignora quasi tutto, inclusa la data di morte: i primi biografi concordano per il 1800 (a settembre, secondo Martini), ma i Quinque libri cagliaritani non ne recano traccia.

2 Ioan Mattheu Garipa, Legendariu de Santas Virgines, et Martires de Iesu Crhistu, Nuoro, Papiros, 1998, pp. 59-60

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Ello, i clitici e le periferie del Sardo.

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ELLO, I CLITICI E LE PERIFERIE IN SARDO

Maurizio Virdis
Università degli Studi di CagliariDipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica virdis@unica.it
in Rossana Martorelli (a cura di), Itinerando. Senza confini dalla preistoria ad oggi. Studi in ricordo di Roberto Coroneo. Peruggia, Morlacchi, 2015, vol. 3, pp. 1733-1745
Riassunto. La lingua sarda sfrutta assai le posizioni periferiche della frase, siaa destra che a sinistra; ciò eminentemente per scopi pragmatici e/o effetti di senso, checonnettono una certa catena frastica a un contesto (il)locutivo espresso o presupposto o dafar presupporre. Uno degli elementi di questo tipo alla periferia sinistra è l’elemento ‘ello’,che ha funzioni e finanche sfumature diverse.Alla periferia destra troviamo i complementi del verbo talvolta anticipati mediante deiclitici: questa anticipazione marginalizza sintatticamente tali complementi in funzione ditopic o di focus. Anche la posizione del Soggetto, in una lingua pro-drop come il Sardo, puòessere interessata da processi di defocalizzazione, e il Soggetto può essere marginalizzato adestra, quale un topic-coda.Parole chiave: sintassi sarda, periferie, ‘ello.
 Abstract. 󰀀e Sardinian language frequently exploits the peripheral positions of thesentence, both on the right and the le, for pragmatic purposes; in this way a phrastic chainis connected to a wider (il)locutional context: which may be expressed, or assumed, or tobe assumed. One of such elements, in the le periphery, is ‘ello’, which may have different functions and even different hints and undertones. At the right periphery, the Complements of the Verb are oen anticipated by clitics; thisanticipation marginalizes Verb Complements, giving them the function of a topic or a focus.Even the position of the Subject as well, in a pro-drop language as Sardinian, may be affectedby defocusing processes, so that the Subject can be marginalized to the right, as a topic-tail,or an aerthought.Keywords: Sardinian syntax, Periphery, ‘ello’.

SINTESA

SINTESA

CARATTERI E STRUTTURE FONETICHE, FONOLOGICHE E PROSODICHE DELLA LINGUA SARDA. IL SINTETIZZATORE VOCALE SINTESA.

A cura di Riccardo Mura e Maurizio Virdis

Condaghes Edizioni, Cagliari, 2015  –  ISBN 978-88-7356-271-9

Il Libro

SINTESA-1

Indice

Presentazione 7
Il progetto 7
Sa chirca (Francesco Cheratzu) 9
Introduzione. Fonetica e fonematica della lingua sarda (Maurizio Virdis) 13
1. Premessa metodologica (Riccardo Mura) 31
1.1. Quale sardo 31
1.2. Le fasi operative e la metodologia della ricerca 33
1.3. L’ambiente di sviluppo informatico (Massimo Cireddu) 35
2. Foni, fonemi e sillabe (Riccardo Mura) 39
2.1. Vocali 42
2.2. Adeguamento vocalico 48
2.3. Durata dei vocoidi 56
2.4. Consonanti 62 2.5.
Durata dei contoidi 70
2.6. Strutture sillabiche 79
2.7. La trascrizione fonetica per SINTESA 85
2.8. Implementazione informatica (Massimo Cireddu) 88
3. Trascrizione delle parole (Riccardo Mura) 97
3.1. Problemi nella trascrizione fonetica in IPA 98
3.2. Un esempio di fonodizionario sardo 103
3.3. Problemi nella trascrizione fonetica per SINTESA 109
3.4. Un estratto del fonodizionario per SINTESA 116
4. Fonetica sintattica (Riccardo Mura) 123
4.1. Consonanti finali 123
4.2. Consonanti iniziali 133
4.3. Geminazione sintagmatica delle consonanti 138
4.4. Altri fenomeni fonosintattici 145
4.5. Implementazione informatica (Massimo Cireddu) 150
5. Accento e intonazione (Riccardo Mura) 169
5.1. Ritmo e accentazione 170
5.2. La scansione ritmica delle frasi in SINTESA 173
5.3. Intonazione 178
5.4. I modelli intonativi per SINTESA 193
5.5. Implementazione informatica (Massimo Cireddu) 201
6. Collaudo del prototipo (Daniela Boeddu) 215
6.1. Prima fase: pronuncia di parole non indicizzate 215
6.2. Seconda fase: pronuncia di parole indicizzate 217
6.3. Terza fase: pronuncia di frasi indicizzate 222
6.4. Quarta fase: pronuncia di frasi non indicizzate 224
6.5. Quinta fase: retest 227
6.6. Problemi risolti 228
6.7. Problemi noti 229
7. Possibili sviluppi e utilizzi (Roberto Bolognesi) 233
Bibliografia e sitografia 237

Presentazione

di Francersco Cheratzu

IL PROGETTO

I sistemi di sintesi vocale (meglio noti nel settore con l’espressione inglese Text-to-Speech systems, da cui l’acronimo tts) sono delle applicazioni informatiche che riproducono il linguaggio umano a partire da un testo scritto.
Dai primi sintetizzatori elettronici degli anni Sessanta, i sistemi tts
sono notevolmente migliorati e hanno ormai raggiunto un buon livello di verosimiglianza e comprensibilità, anche grazie alla sperimentazione di diverse metodologie di analisi, acquisizione, concatenamento e riproduzione della voce umana.
Attualmente, con l’esponenziale progresso e diffusione dei sistemi
informatici, le applicazioni di sintesi vocale hanno acquisito un’importanza strategica e cominciano a essere utilizzate da un numero sempre maggiore di persone. Basti pensare alle comunicazioni di servizio nel sistema dei trasporti, ai risponditori automatici dei centri di assistenza e ai servizi informativi degli operatori telefonici, ai navigatori gps, ai videogiochi interattivi, ai sintetizzatori musicali, ai siti web e a tutte le applicazioni che consentono di ascoltare un testo (un bollettino, un articolo di giornale, un libro…). Questi sistemi sono poi di grande utilità per le persone ipovedenti, per chi ha difficoltà alla lettura (analfabeti, dislessici, bambini in età prescolare) e per chi è affetto da varie disfunzionalità dell’apparato fonatorio. Inoltre, i sintetizzatori vocali costituiscono la base d’implementazione dei sistemi di riconoscimento vocale, con i quali possono essere integrati per creare sistemi complessi di comunicazione uomo-macchina o tra persone con disfunzionalità comunicative (uomo-macchina-uomo). Combinando un sistema di riconoscimento vocale con un traduttore automatico e un sintetizzatore vocale si realizza un interprete automatico utile per effettuare conferenze, in presenza o a distanza, tra persone di lingue diverse. 

Sa chirca
Su progetu de chirca de base “Caratteri e strutture fonetiche, fonologiche
e prosodiche della lingua sarda” de s’Universidade de Casteddu est unu traballu innovativu meda pro sa limba sarda e ponet impare, fortzes pro sa prima borta in Sardigna, diversas disciplinas linguìsticas e informàticas.
Su fatòrgiu s’est isvilupadu in duos annos – dae su 2013 a su 2015 – e at impignadu, a tìtulu diferente, una deghina de persones. Su risultadu
prus figurosu est chi, pro sa prima borta, unu computer podet faeddare
in sardu partende dae s’iscritura, fintzas si est unu protòtipu. Pro dda
nàrrere in un’àtera manera, como su sardu tenet unu sintetizadore vocale TTS (Text To Speech, est a nàrrere ‘dae su testu a s’allega’) isperimentale chi amus numenadu sintesa (sintetizadore de sa limba sarda). Si podet bìdere, e intèndere, in su giassuhttp://www.sintesa.eu.
Custu no est unu risultadu de pagu contu, ca non sunt meda sas limbas
in su mundu chi tenent ainas de custa genia. Segundu Ethnologue (www.
ethnologue.com), sas limbas classificadas in su mundu sunt prus de sete
mìgia. Sas limbas suportadas cun sintetizadores in sos smartphones sunt
pagu prus o mancu una barantina. Ddo’at però una sèrie de sintetizadores isperimentales e contende cussos mentovados in Wikipedia (in sa pàgina https://en.wikipedia.org/wiki/Comparison_of_speech_synthesizersarribamus a chimbantaghimbe limbas (non semus contende sas variantes de sas limbas prus ispartzinadas in su mundu che a s’inglesu, s’ispagnolu, su portoghesu o su frantzesu). Si abarramus largos e ponimus setanta, podimus afirmare tando chi su sardu faghet parte de s’unu pro chentu de sas limbas de su mundu chi tenent unu sintetizadore vocale.
Amus naradu chi custu est su risultadu prus figurosu, ma ddo’at unu risultadu prus mannu meda chi abarrat “cuadu”: est totu su traballude chirca chi at permìtidu de fabbricare su programma e chi est ispricadu in sos capìtulos chi sighint. Su computer est una màchina complicada meda, ma est semper unu “eletrodomèsticu” chi depet tènnere istrutziones pro funtzionare. Sas istrutziones cherent codificadasin programmas rispetende règulas pretzisas. E custas règulas cherent istudiadas e iscritas in manera unìvoca. Fintzas a immoe, nemos aiat aguantadu un’istùdiu de sa fonètica sarda in unu modu gasi sistemàticu: pro iscrìere sas règulas chi permitint a una màchina de “chistionare” in una limba, sos fenòmenos fonèticos, fonològicos e prosòdicos de cussa limba cherent abrancados in manera cumpleta si nono s’efetu finale no est atzetàbile. Naradu cun àteras paràulas, sa descritzione “bastante cumpleta” de sa limba depet èssere a intro de su computer pro ddi permìtere de furriare sos testos in sonos intellegìbiles e atzetàbiles dae una persone chi connoschet su sardu. Est craru chi su traballu no est perfetu, e no est mancu agabbadu, ca sas limbas sunt sistemas complicados, ma sas fundamentas pro andare a in antis sunt istadas postas. Su progetu est fintzas unu sinnale importante de rinnovamentu de sa linguìstica sarda chi istentat galu a atzetare metodologias innovativas. 

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Introduzione. Fonetica e fonematica della lingua sarda.

di Maurizio Virdis

Il lavoro di ricerca e analisi fonetica relativo e finalizzato alla realizza-Il lavoro di ricerca e analisi fonetica relativo e finalizzato alla realizza-zione del progetto Caratteri e strutture fonetiche, fonologiche e prosodichedella lingua sarda – finanziato dal Dipartimento di Filologia Letteraturae Linguistica dell’Università degli Studi di Cagliari con i fondi dellaRegione Autonoma della Sardegna, Legge Regionale n° 7 del 7 agosto2007 sulla Promozione della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnolo-gica in Sardegna – e mirante alla realizzazione del sintetizzatore vocaledella lingua sarda (Sintetizzatore Sardo, o Sintesa, come lo si è volutodenominare) ha portato in luce dati e fenomeni di rilevante impor-tanza nel campo della fonetica della lingua sarda, pur essendosi taleanalisi dovuta, forzatamente, limitare ai dati del parlato di due soliinformatori (M 55 anni e F 16 anni di Scano di Montiferro/Iscanu, OR),che hanno prestato la loro voce per le operazioni di sintesi vocale delsintetizzatore.Si è ora infatti in grado di dire, grazie al preciso e accurato lavo-ro analitico di Riccardo Mura, i cui risultati vengono presentati quidi seguito, qualcosa di più certo nei confronti della durata vocalicae sillabica in Sardo, e delle sue svariate e diversificate realizzazioninelle differenti situazioni contestuali; e inoltre delle diverse realizza-zioni delle consonanti – occlusive in primo luogo, ma non solo – e dellaloro durata: punto nevralgico e finora non pienamente indagato dellafonetica del Sardo. Ma pure si sono raccolti dati sul comportamentodelle vocali medie nei diversi contesti fonosintattici, sia dal punto divista articolatorio (metafonesi e fenomeni affini come dato unifican-te) che da quello della lunghezza. Tutto ciò in modo tale da avere unquadro più preciso dell’aspetto fonetico e fonemico della lingua sarda.Particolarmente innovativo è anche il lavoro sperimentale di analisi erappresentazione dei principali schemi ritmici e intonativi della lingua.Si è indagato inoltre sulla fonosintassi e sui fenomeni di variabilità aessa connessi, nonché sui rapporti, talvolta anche assai complessi, cheintercorrono fra il piano propriamente fonetico e quello fonemico del13Il sintetizzatore vocale SINTESASardo e la loro rappresentazione in una ortografia standardizzata, cheè quella della lsc (Limba Sarda Comuna), che qui si è scelto, e che almomento opera ancora entro un quadro provvisorio e sperimentale, eda meglio definire.Innanzitutto è da sottolineare la ricerca e i risultati analitici riguar-do le consonanti occlusive. Viene ribadita l’assenza di una opposizione /scempia/ ~ /geminata/: le occlusive non-sonore del Sardo risultano es-sere realizzate, da un punto di vista fonetico, come delle semi-geminatecon una lunghezza minore rispetto alle geminate dell’Italiano e ancherispetto alle geminate grafiche del Sardo (quelle cioè che hanno valoreoppositivo e sono rappresentate in grafia: ss, dd, ll, nn, mm). Questa oppo-sizione si verifica semmai nella serie sonora, dove le occlusive si oppon-gono alle approssimanti dello stesso punto di articolazione.Da un punto di vista diacronico, l’opposizione originaria latina /P,T, K/ ~ /PP, TT, KK/, ossia l’opposizione /-continua, -sonora, -lunga/~ /-continua, -sonora, +lunga/, si realizza come /-continua, -sonora/(che in contesto posvocalico si realizza come semi-geminata (semi-lun-ga)) ~ /+continua, +sonora/, vale a dire che si generano le seguentiopposizioni fonematiche: /p/ ~ /β/, /t/ ~ /δ/, /k/~ /ɣ/. Da un puntodi vista sistematico fonemico, a livello sincronico, abbiamo una dop-pia serie consonantica occlusiva (/-continua/): la serie /-sonora/ e laserie /+sonora/: /p, t, k/ e /b, d, ɡ/. Se la serie /-continua, +sonora/ha una corrispondente serie /+continua/, la serie /-continua, -sonora/non ha una serie corrispondente. In altre parole, se la serie delle occlu-sive sonore /b, d, ɡ/ si oppone alla serie delle approssimanti /+conti-nua, +sonora/ /β, δ, ɣ/, la serie occlusiva sorda /p, t, k/ non ha unacontropartita in una serie approssimante /+continua, -sonora/. Un si-stema che apparirebbe dissimmetrico. Sarebbe forse a questo punto ilcaso di fare una specificazione: in realtà potremmo considerare quelleche abbiamo fin qui chiamato approssimanti sonore /β, δ, ɣ/ come re-alizzazione fonetica delle sonore scempie /b, d, ɡ/, mentre quelle cheabbiamo fin qui chiamato occlusive sonore sarebbero delle occlusive(semi-)geminate /bb, dd, ɡɡ/ [bb, dd, ɡɡ]. In tal caso dovremmo dire al-lora che mentre per le sonore abbiamo una opposizione /scempia/ ~ /geminata/, per le non-sonore invece non abbiamo una tale opposizione,dandosi soltanto la serie /p, t, k/ foneticamente realizzata come serie[-sonora, semi-geminata]: [pp, tt, kk], senza che vi sia una corrispettivaserie non-sonora scempia [p, t, k]. Ma dell’opposizione /scempia/ ~ /geminata/ nella serie delle occlusive non-sonore, in Sardo, dovremo frabreve riparlare. Se in queste pagine introduttive ci atteniamo alla pri-14Introduzionema soluzione interpretativa qui proposta del sistema fonematico sardo,cioè a una opposizione /β, δ, ɣ/ ~ /b, d, ɡ/ ([+sonora, +continua] ~[+sonora, -continua]), piuttosto che alla seconda, cioè /b, d, ɡ/ ~ /bb,dd, ɡɡ/ (/+sonora, -lunga/ ~ /+sonora, semi-lunga/), ciò facciamo siaper ragioni di rispetto della tradizione degli studi di fonetica (storica)sarda, sia perché l’opposizione /scempia/ ~ /geminata/ è problematicain Sardo: più che di vere e proprie geminate si tratta di semi-geminate,come abbiamo visto e vedremo ancora. Va aggiunto peraltro che il ren-dimento dell’opposizione /β, δ, ɣ/ ~ /b, d, ɡ/ è in Sardo alquanto basso(prossimo allo zero), mentre più alto rendimento ha l’opposizione /p, t,k/ ~ /β, δ, ɣ/ che è l’esito, nella più gran parte delle parlate sarde, diuna originaria opposizione latina (e/o protoromanza) /pp, tt, kk/ ~ /p,t, k/, per fenomeno di lenizione, che porta le originarie occlusive non-sonore latine /p, t, k/ appunto ad approssimanti sonore /β, δ, ɣ/ (p. es.:ACETUM > [aˈɣeːδu], NEPOTEM > [nɛˈβɔːδɛ]).Tuttavia bisogna vedere le cose da un punto di vista dia-/sin-cro-nico (pan-cronico?), in termini non statici, bensì dinamici: vedere cioè,vicendevolmente, l’evoluzione diacronica dentro la struttura sincronicae, in pari tempo, considerare la sincronia proiettata sullo schermo delladiacronia.Innanzitutto dobbiamo ribadire che l’opposizione fra le consonantiocclusive sonore (foneticamente semi-geminate) e le corrispondenti con-tinue approssimanti sonore è di scarso rendimento: [bb] è in genere il ri-sultato evolutivo, nei dialetti centrosettentrionali, della occlusiva velola-biale sonora latina QṶ, o di imprestiti italiani che presentino la geminata[bb]; e anche [ɡɡ] proviene, per lo più, da imprestiti esogeni ([aɡɡɾaˈδaːɾɛ]‘gradire’, [a ɡɡ atˈtaːɾɛ] ‘schiacciare’). Anche [dd] è il risultato di impresti-ti italiani, o comunque esogeni, o converge, nel sistema sincronico sar-do sottostante, con la retroflessa [ɖɖ] senza che si registri in pratica, alivello fonemico, una opposizione /dd/ ~ /ɖɖ/ 1 , peraltro la tendenzaevolutiva odierna vede sempre più la realizzazione di [ɖɖ] come [dd],con perdita dell’articolazione postalveolare che diventa dentale, il che hacome effetto quello di far aumentare, a livello fonemico, il numero dellecoppie minime in cui si oppongono /dd/ ~ /δ/ (o a /d/, se si preferisce):/ˈbidda/ (‘villa, villaggio’) ~ /ˈbiδa/ (o /ˈbida/, se si vuole – cf. sopra –‘vita’, o anche ‘veduta’), /ˈsiddi/ (‘Siddi’, toponimo e antroponimo)~ /1) In sardo meridionale può trovarsi qualche coppia minima / dd / ~ / ɖɖ/ (ossia an-che /d/ ~ /ɖ/): /dus/ (dus, ‘due’) ~ /(ɖ)ɖus/ (dhus, ‘li’: pronome accusativo atono di3a plurale); /duspiˈɡaus/ (dus pigaus, ‘due presi/matti’) ~ /(ɖ)ɖuspiˈɡaus/ (dhus pigaus,‘li prendiamo’); /addiˈnai/ (a dinai, ‘a/con denaro’) ~ /aɖɖiˈnai/ (a dhi nai, ‘a dirgli’).15Il sintetizzatore vocale SINTESAˈsiδi/ (o /ˈsidi/, ‘sete’), /ˈnudda/ (‘nulla’) ~ /ˈnuδa/ (o /ˈnuda/, ‘nuda’), /ˈpudda/ (‘gallina’) ~ /ˈpuδa/ (o, anche qui, /ˈpuda/ ‘pota’).E non va dimenticato che le consonanti geminate sonore originarielatine in Sardo evolvono in (semi-)geminate non-sonore: ADDUCERE> [batˈtiːɾɛ] (sardo antico batuker); (PRO) QUID DEU > [ˈittɛ] (‘checosa(?)’) e [pɾoˈittɛ] (sardo antico [pɾoitˈteːu] (‘perché’(?)); FRIG(I)DU(> *FRIDDU) > [ˈfɾittu]; HABEAT > *HABBJAT (o forse *HABBUAT,forma analogica costruita sul perfetto HABUIT) > [ˈappa(t)]; it. abba-te > sardo antico [apˈpattɛ]. Ciò fa pensare a una distribuzione dellaforza sulle non-sonore e della lenità sulle sonore, testimoniata da moltipassaggi di occlusiva sonora in approssimante sonora: [abbudˈdaːɾɛ] →[aβudˈdaːɾɛ]; [sa d ˈ d omo] → [saˈdomo]; o magari anche [saɡˈɡaːna] →[saˈɣaːna] (sa gana, ‘la voglia’).Sistematica è invece l’opposizione /-continua, -sonora/ ~ /+con-tinua, +sonora/: si veda per esempio [ˈpikku] (‘piccone’) ~ [ˈpiːɣu](‘prendo’), [ˈkɔkka] (‘oca’) ~ [ˈkɔːɣa] (‘strega’), [ˈfatta] (‘fatta’) ~[ˈfaːδa] (‘fata’), [ˈmuttu] (‘forma strofica, canzonetta’) ~ [ˈmuːδu](‘muto’), [ˈkuppa] (‘(sostegno del) braciere’) ~ [ˈkuːβa] (‘botte’); e, inSardo meridionale, [skɾotʃˈtʃaːi] (‘scortecciare’) ~ [skɾoˈʒaːi] (‘scuoiare,sbucciare’). I foni approssimanti sonori qui sopra riportati provengonoda originarie consonanti latine (o anche antico italiane) occlusive non-sonore scempie in posizione intervocalica. Come è noto questo processodi indebolimento avviene, in Sardo, anche in fonosintassi, ossia al confinedi parola: [ˈpɛːna] (‘pena’) → [saˈβɛːna] (‘la pena’), [ˈtɛˑrˑɾa] (‘terra’) →[saˈδɛˑrˑɾa] (‘la terra’), [ˈkaːzu] (‘cacio, formaggio’) → [suˈɣaːzu] (‘il ca-cio, il formaggio’), [ˈteˑmˑpuzu] (‘tempo’) → [ˌpiˑɣoˈδeˑmˑpuzu] (‘prendotempo’), [pitˈsiˑnˑna] (‘ragazza’) → [ˌbɛllaβitˈsiˑnˑna] (‘bella ragazza’),[ˈkuˑsˑtu] (‘questo’) → [ˌtottuˈɣuˑsˑtu] (‘tutto questo’), [ˈtottu] (‘tutto’)→ [deˈδottu] (‘di tutto’); con effetti anche sulla morfologia, soprattut-to nell’opposizione indicativo presente 3 a singolare ~ imperativo: /ˈpappat ˈkasu/ [ˌpappakˈkaːzu] (‘(egli) mangia cacio’) ~ /ˈpappa ˈkasu/[ˌpappaˈɣaːzu] (‘mangia cacio (tu)’); nell’ind. pres. 3 a sing. la mancatalenizione dell’occlusiva sorda iniziale è ovviamente dovuta alla -T dellaoriginaria finale latina che rimane soggiacente (ammutolita in superfi-cie, ma non caduta nella struttura profonda): PAPPAT CASEUM control’imperativo PAPPA CASEUM (vedi anche, p. es., l’opposizione, qui solofonetica, AD TERRAM > [atˈtɛˑrˑɾa] (con -D latina anche qui ammu-tolita, ma presente in soggiacenza) contro DE TERRA → [dɛˈδɛˑrˑɾa]:secondo la regola per cui:(1) /-C # C-/ → [-CC-]16Introduzioneo meglio(1a) /-C 1 # C 2 -/ → [-C 2 C 2 -].Ossia, una consonante finale di parola si assimila alla consonanteimmediatamente successiva.Tale regola alterna, in Sardo, con la regola per cui:e2(a) /V C (-continua, -sonora) # C (-continua, -sonora) -/ →→ [V C (+continua, +sonora) V C (+continua, +sonora) -](2b) /V C (-continua, -sonora) # V-/ →→ [V C (+continua, +sonora) (V) V-]oppure anche(2c) /V C (-continua, -sonora) # V-/ → [VV].Ossia, una consonante occlusiva non-sonora in fine di parola si leniscee genera una vocale epitetica e la consonante successiva a inizio di parolasi lenisce anch’essa (2a); in particolare, la vocale epitetica insorge davantia pausa dovuta a esitazione o alla normale scansione ritmica dell’enuncia-to (cf. avanti § 4.1.2). Oppure, se la parola successiva inizia per vocale laconsonante finale si lenisce (2b) o, in certe realizzazioni, cade (2c): feno-meno, quest’ultimo (2c), secondo il quale la consonante finale (limitata-mente a questo contesto fonosintattico) vien meno anche in soggiacenza.

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SINTESA-1IL PROGETTO (Sardegnacultura RAS)

Condaghes Edizioni, Cagliari, 2015  –  ISBN 978-88-7356-271-9

Le proposizioni infinitive in Sardo

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ABSTRACT. Le infinitive in Sardo possono essere anche senza controllo da parte del verbo della proposizione reggente. L’infinito, in Logudorese, può avere, ma non necessariamente ha, i tratti di accordo con il Soggetto, mentre in Campidanese tali tratti non si danno mai. Ciò perché le infinitive in Sardo si mostrano oscillanti rispetto all’Infl parameter, che assegna il valore ‘+’ o ‘-‘ nella attuazione della libera scelta di [± Tense] in una Flessione dotata di Accordo. Il Soggetto di tali infinitive è, di regola, sempre in fine di frase, e comunque sempre post-verbale. Tali infinitive sarde hanno diversi punti di contatto e di somiglianza con le infinitive portoghesi, ma anche profonde differenze. Quest’articolo cercherà di analizzare di tutto ciò, e di individuare i diversi tipi costruttivi delle infinitive sarde.

 

ABSTRACT. The infinitive sentences may be, in Sardinian, out of the main clause verb-government. The infinitive, in the Logudorese diatopic variety, can have, but not necessarily has, the agreement features with the subject, while in Campidanese diatopic variety, these features are always absent. That is because the infinitives, in Sardinian, wave with respect to the infl parameter, which assigns the value “+” or “-” in the fulfilment of the free choice of [± tense] in an Inflection having agreement features. The Subject of these infinitives is, as a rule, placed at the end of the sentence, and, anyway, after the infinitive verb. These Sardinian infinitives share many similarities with the Portuguese infinitives, but are distanced from many other points of view. This article explores these aspects, and identifies the different types of infinitive construction in Sardinian.

 

 

  1. Introduzione. Nelle pagine che seguono cercheremo di analizzare e di comprendere la struttura sintattica delle infinitive sarde con Soggetto non controllato dal vebo della proposizione reggente; la questione della presenza/assenza dei tratti di accordo nell’infinito; la posizione del Soggetto delle infinitive; i vari tipi (sostanzialmente due, allo stato delle conoscenze attuali) di tali infinitive non controllate.

 

  1. Generalità Il Sardo presenta, fra le sue strutture sintattiche, proposizioni infinitive senza controllo del Soggetto da parte del verbo della proposizione reggente: ovvero, come noto, proposizioni all’infinito aventi per soggetto un elemento che non compare, né è selezionato entro la proposizione reggente.

Le proposizioni con infinito controllato sono quelle del tipo qui sotto riportato in (1):

 

  • ti prometto di scrivergli
  1. ti avevo ordinato/consigliato/proibito di scrivergli

Dunque. oltre alle proposizioni infinitive del tipo che riportiamo qui sotto in (2) (e che traducono le proposizioni italiane qui sopra in (1)):

 

  • ti promittu de t’iscrìere
  1. t’aio cumandau/consizau/proibiu de l’iscrìere
in Sardo possiamo trovare proposizioni infinitive il cui Soggetto non ricade sotto il controllo del verbo della proposizione principale (esempi che riporto qui sotto in (3), nella doppia versione delle due principali varietà sarde, la settentrionale o Logudorese (d’ora in poi log.), e la meridionale o Campidanese (d’ora in poi camp.): ciò perché il comportamento morfosintattico delle infinitive non controllate presenta delle differenze fra tali due macro-varietà):
(3).      a.  log.             Est bénniu innanti de torraren/torarre a domo sos amigos
                                   È venuto prima di tornare-3apl./tornare a casa gli amici
           a’. camp.         Est bénniu innanti de torrai a domu is amigus
                                     È venuto prima di tornare a casa gli amici
                                  ‘È venuto prima che gli amici tornassero a casa ‘
  1. log.        Est andau gas’e tottu chene li daret(e)/dare su premissu su
[babbu
                               È andato ugualmente senza gli dare-3asing.(+ vocale                  paragogica)/dare il permesso il padre
b’. camp.         Est andau aicci e tottu chene dhi donai su premissu su babbu
                          È andato ugualmente senza gli dare il permesso il padre
                       ‘È andato ugualmente senza che suo padre gli desse il permesso’
  1. log. Su dottore m’at nadu a no mandigares/mandigare troppu
                         [durches tue
                      Il dottore mi ha detto a non mangiare-2a sing./mangiare
                       [troppi dolci tu
c’. camp.         Su dottore m’at nadu a no papai tropu drucis tui
                         Il dottore mi ha detto  a  non mangiare troppi dolci tu
                ‘Il dottore mi ha detto che tu non devi mangiare troppi dolci’
  1. log.             No kerzo a bessire
                  d’. camp.         No bollu a bessiri
                                        Non voglio a uscire
                                  ‘Non voglio che si esca (voglio che non esca nessuno)’

 

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Matteo Madao e la questione della lingua sarda

Madao Ripulimento   Va riconosciuta a Matteo Madao[1] la proposizione e la messa in campo della questione della lingua sarda in senso moderno, con una acutezza ed anche con un coraggio, oltre che con una lucidità e una passione, che forse mai più dopo di lui hanno trovato pari riscontro.

Le sue posizioni, sullo scorcio degli ultimi decenni del secolo XVIII, presentano e dimostrano una capacità di stare al passo coi tempi, soprattutto quando si pensi che il suo discorrere sulla questione linguistica si mostra del tutto in linea con le istanze dell’epoca e con le proposte culturali coeve.

Se pure è vero che egli è in larga misura tributario di concezioni e cognizioni linguistiche talvolta alquanto attardate, ma cionondimeno ampie, tributarie della cultura primo settecentesca se non pure seicentesca (fra gli studiosi di lingue da lui citati, a parte i classici latini, il Covarruvia, il Du Cange, Charles Rollin, Pietro Bembo, Francesco Redi, Anton Maria Salvini, e soprattutto Ludovico Antonio Muratori), vissute pure nell’angustia dell’isola, fuori dalla quale egli non aveva mai in vita sua messo piede, ciò che primariamente spicca in senso non trascurabilmente moderno, nella sua posizione propositiva, è lo stabilirsi per la prima volta in Sardegna del nesso lingua-nazione, in linea con l’affermarsi delle aspirazioni nazionali dei popoli europei, e in un periodo storico che anche in Sardegna si presenta denso di riflessioni e di eventi e gravido di futuro, alla vigilia del cosiddetto triennio rivoluzionario. In lui spicca la modernità nella considerazione sulla lingua (e sulle lingue) in seno alla società e alla sua dinamica. E se anche il suo proposito di ripulire la lingua in senso classico può apparire, come ebbe a dire Girolamo Sotgiu, utopistico e magari antiquato, tuttavia è certo attuale il valore della lingua quale fattore di civiltà in senso non più solo erudito, ma progressivo.

Le posizioni del Madao non partono certo dal nulla: hanno infatti alle spalle quanto meno la riflessione, la pratica e l’opera poetica di Gerolamo Araolla, che già, sul finire del XVI secolo, non solo proponeva, ma anche additava ed attuava, con ragione e vigore, la lingua sarda come lingua letteraria: con risultati di elaborazione e di eloquio letterario più che ragguardevoli, e certamente raffinati; ed anzi con una eccellente riflessione estetica e di poetica, al pari della conoscenza ch’egli possedeva dell’attività, della produzione e della maniera letteraria, europea, a lui contemporanea. Per l’Araolla si trattava però ancora ‘soltanto’ di letteratura, pur nella coscienza di quanto, soprattutto all’epoca, la letteratura potesse costituire non soltanto il blasone, ma anche la stoffa e la sostanza della qualità di un organismo sociale, che già, benché ancora auroralmente, cercava i propri connotati identitari, quanto meno nella costruzione di una élite colta nelle proprie specifiche fattezze. E in un’epoca in cui la Sardegna, politicamente organizzata nel Regnum Sardiniae (all’interno della confederazione dei regni iberci), andava scoprendo o forse meglio iniziava a costruire se stessa come soggetto storico e culturale sulla scena europea.  Anche se mancava all’Araolla qualunque ragionamento metalinguistico, benché non fosse assente in lui una chiarezza metapoetica.

Tentativo che a suo modo fruttificò. E non va certo, a questo proposito, dimenticato Gian Matteo Garipa (che visse a cavaliere dei secoli XVI e XVII, nacque a Orgosolo, resse le parrocchie di Perdasdefogu, di Baunei e di Triei, ed ebbe modo di soggiornare a Roma), il quale vedeva il sardo quale lingua più che degna in quanto simile al Latino. Così, nel Prologo al lettore, egli dice di aver voluto tradurre in Sardo, nel 1627, il Leggendario delle Santissime Vergini (Roma, 1620), col titolo di Legendariu de sas Santas Virgines et Martires de Iesu Christu a sas honestas et virtuosas iuuvenes de Baonei & Triei:

 

pro esser sa limba Sarda tantu bona, quanto participat dessa Latina, qui nexuna de quantas limbas si platican est tantu parente assa Latina formale quantu sa Sarda, pro tenner sa majore parte dessos vocabulos usuales, & quotidianos dessos quales si seruit, ò latinos veros, e formales, ò latinos corruptos, cun sa differencia specifica qui la differencia de totas sas ateras. Pro su quale si sa limba Italiana si preciat tantu de bona, & tenet su primu logu inter totas sas linguas vulgares pro esser meda imitadore de sa Latina, non si diat preciare minus sa limba Sarda pusti non solu est parente de sa Latina, pero ancora sa majore parte est latina comente sa isperiencia lu mostrat (à benes qui cun sa mala pronunciatione, e malu iscrier, sos naturales la apan fata barbara, e qui sia tenta pro tale dessos furisteris).

Et quando cussu non esseret, est suficiente motiuu pro iscrier in Sardu, vider qui totas sas nationes iscrien, & istampan libros in sas proprias limbas naturales in soro, preciandesi de tenner historias, & materias morales iscritas in limba vulgare. Pro qui totus si potant de cuddas aprofetare.[2]

 

Anche in lui, come già nell’Araolla e più tardi nel Madao, v’è il bisogno culturale di parlare e impiegare la lingua sarda, naturale e ‘nazionale’, e la necessità di dirozzarla, di sottrarla alla ‘barbarie’ cui la riducono i parlanti “naturales”, che con ciò danno esca ai forestieri di giudicarla, appunto, barbara. Ed in più aggiunge il Garipa, rispetto all’Araolla e anticipando il Madao, che la lingua sarda trova la sua dignità e il suo pregio, per esser essa prossima al latino.

 

Né certo erano assenti alla riflessione del Madao le proposizioni del Muratori riguardo alla esperienza storico-linguistica della Sardegna medievale e alla precocità dell’impiego del volgare sardo rispetto a quello italiano:

 

non credo che si possa dubitare che i Corsi e Sardi prima degl’Italiani cominciassero a valersi della lor lingua volgare negli atti pubblici, o che nei Latini frammischiassero molte voci e forme di dire volgari. Però sull’esempio suddetto anche la lingua volgare Italiana, che fino al secolo XIII era stata solamente in bocca degli uomini, cominciò in quello stesso secolo a farsi vedere ne’ versi de’ poeti, nelle lettere, ne’ libri, e in altre memorie[3].

 

Anche se certo l’intuito del Muratori era ben superiore a quello del Madao; si consideri quanto segue:

 

Certamente nella loquela del volgo, e particolarmente de’ servi nati fuor di Roma, si truovavano non poche storture; ma è anche probabile che gli stessi Romani nobili e Letterati non pronunziassero nel quotidiano linguaggio le voci come le scrivevano. […] E però non è da stupire se nelle antiche iscrizioni spezialmente del basso popolo si truovano voci scorrette, parte delle quali nondimeno sono da attribuire agl’ignoranti marmorai. […] Pure chieggo io: s’ha egli forse da credere che ne’ popoli vinti insieme si estinguessero affatto le primitive loro lingue? Chi lo può credere? Non era questo assai facile. Lo stesso Agostino attesta che fino a’ suoi tempi durava nell’Affrica la lingua Punica. Ne’ tribunali bensì e negli atti pubblici per tutte le città del Romano Imperio si usava la lingua Latina, e particolarmenle la parlavano gli uomini delle colonie colà dedotte da Roma. Altrettanto si fa oggidì ne’ paesi dell’America o dell’Asia, dove signoreggiano i Re di Spagna e Portogallo. Anzi si pratica anche in Italia, dove secondo la Gramatica gli atti pubblici e le prediche sogliono stendersi in buon linguaggio, mentre il popolo seguita ad usare il dialetto proprio di ogni città o provincia, che è differente dal parlare dei Dotti. Però non si dee credere tolta dai Romani la lor lingua nativa ai suggellati popoli; ed è troppo verisimile che per lungo tempo durassero i loro primitivi linguaggi, e che anche coll’andare de’ tempi si mantenessero presso il volgo molti vocaboli e forme di parlare differenti dal Latino idioma […] Ma quello che merita speciale attenzione, si è l’avere San Girolamo scritto, come di sopra vedemmo: Ipsa Latinitas et regionibus quotidie mutabatur, et tempore: parole indicanti che la lingua Latina avea già provato delle mutazioni, e quotidianamente si andava alterando. […] Abbiamo questa obbigazione principalmente agli Scrittori Fiorentini, che valendosi della bellezza del proprio lor dialetto, trassero essa nostra lingua a quella dignità ed onore che ritien tuttavia per l’Europa. Ma forse verran tempi che anch’essa s’invecchierà e cadrà in rovina; imperocché cosa v’ha di stabile e durevole nelle fluttuanti cose de’ mortali, e massimamente ne’ linguaggi? Ci sta davanti il funerale della lingua Greca e Latina: miglior destino non s’ha sempre da sperare alla nostra.[4]

 

e non si potrà non cogliere come il Muratori avesse una solida cognizione e deciso intuito della dinamica linguistica, della sua dialettica sociale (distinzione fra latino grammaticale e scritto da un lato e latino parlato e volgare dall’altro), dell’apporto di ciò che oggi chiamiamo sostrato (o adstrato) linguistico prelatino, della ciclicità delle fortune di una lingua. Il Madao invero

 

attesta l’attardarsi, in un’area culturale periferica, delle teorie sulle origini storiche dei volgari e sui loro rapporti con la latinità che avevano dominato il dibattito linguistico in Francia e in Italia nel Cinquecento e nel Seicento. Le linee portanti delle considerazioni teoriche e delle concrete procedure etimologizzanti messe in atto si ispirano infatti ad alcuni dei rappresentanti più autorevoli delle erudite ricerche sulle origini dei volgari, condotte empiricamente sul piano della comparazione e della ricostruzione etimologica, e finalizzate alla loro nobilitazione, attraverso l’individuazione di derivazioni illustri dal latino, dal greco, ma anche da lontane lingue di cultura.[5]

 

E infatti, a parte qualche caso felice oppure ovvio, difficilmente il Madao azzecca le etimologie delle voci lessicali sarde, e le etimologie da lui proposte, alla luce dell’ oggi, fanno, magari benevolmente, sorridere.

 

A partire comunque dalle considerazioni muratoriane, certamente il Madao portava la sua intenzione verso posizioni marcatamente nazionalitarie, assunte con una forte valenza. Si legga per esempio l’allocuzione al lettore del Ripulimento del Madao:

 

La lingua della Sarda nostra nazione, comecché venerabile per la sua antichità, pregevole per l’ottimo fondo de’ suoi dialetti, elegante, per le bellezze che aduna delle altre più nobili, eccellente per la sua analogia colla Greca, e colla Latina, e non solo giovevole, ma eziandio necessaria alla privata, e pubblica società de’ nostri compatrioti, e concittadini, giacque in somma dimenticanza in fino al dì d’oggi, dagli stessi abbandonata come incolta, e dagli stranieri negletta come inutile. […] troppo mi cuoceva, e consumava sul vedere già messo non che in disistima solamente, ma anche in aperto dispregio il natìo linguaggio, ch’è il più sensibile vincolo del politico corpo de’ nazionali[6].

 

E ancora, e più significativamente:

 

Tra’ Sardi v’ha uno stretto vincolo di società, e un intima unione, che non si può violare. Come la Sardegna è la comun madre de’ Sardi; così veruno di noi è nato per se solo, ma con l’intrinseca relazione a ciascuno de’ nostri compatriotti; di modo che ogn’individuo diviene a titolo di patriottismo comune a tutti […]. In virtù di questa nostra società, non che tutte le nostre famiglie solamente, ma inoltre tutt’i nostri paesi, villaggi siano, o città formano una comunità di Sarda gente, di tanti cittadini composta, quanto siamo i Sardi, i quali diretti viviamo sotto le stesse leggi da un Sovrano, e tra noi formiamo non solo una intera Sarda nazione, ma anche una sola città, e un sol politico corpo di repubblica […]. Ora di quest’ampia città, e di questo gran corpo di repubblica il più immediato vincolo, e il più a proposito per unire tante membra, e tant’individui, quanti sono i concittadini d’ogn’estrazione, non è altro, dice Tullio, fuorchè la patria lingua de’ medesimi: Propior est ejusdem lingua, qua maxime conjuguntur (b) Cic. I.1 de Offic.). … Dunque quanto solleciti esser dobbiamo di fomentare, e promuovere lo spirito di politica società tra noi medesimi; altrettanto dobbiam esserlo di coltivar industriosamente la patria lingua Sarda, che n’è il vincolo.[7]

 

La lingua dunque è il vincolo che tiene la nazione, che concretamente la fa, la costituisce: in quanto è il vincolo “più immediato e il più a proposito”, per unire le membra altrimenti disgregate della società, della ‘repubblica’, della “sarda nazione”.  Il discorso, come è evidente, non è più retorico, né prettamente elitario-letterario, ma è prettamente sociale e politico: la lingua aggrega e amalgama ciò che peraltro è e rimane disgregato; la lingua non è un elemento egualitario, le differenze sociali restano; essa però è un cemento che fa corpo; che dà vita ad un organismo strutturato e individuato: quale è la nazione. E nel XVIII secolo sardo il concetto di ‘nazione’, e la coscienza, politica, che la Sardegna costituisca una nazione, si va affermando; anche se va detto che, all’epoca, nazione non coincide con stato, o almeno non nel senso dello stato moderno post-ottocentesco. La Sardegna è una nazione che ‘con-corre’, al pari degli altri stati di terraferma, a  formare il ‘policentrico’ stato sabaudo, senza che vi sia alcun rapporto di subordinazione; essa mantiene i propri organismi statali, la propria giurisdizione, il regolamento suo proprio. D’altra parte

 

La società sarda di fine Settecento aveva perduto l’omogeneità e l’immobilità che l’avevano caratterizzata nel passato anche recente. […] Nelle città, soprattutto a Cagliari, si erano formati strati di borghesia, in parte legati quanto all’origine della loro ricchezza, ai signori feudali – si trattava in particolare di avvocati notai e procuratori – e in parte arricchitasi con i commerci, specie quello del grano. Particolarmente folto era inoltre nelle città, soprattutto a Cagliari e a Sassari, il ceto degli artigiani e dei manovali.[8]

 

E dunque l’intellettualità sarda si formava, agiva e pensava all’interno di questi fermenti nuovi e di questa rinnovata situazione sociale, in parte innescata pure dallo stesso riformismo sabaudo, e dall’azione riformatrice attuata dal Bogino nella seconda metà del secolo, che comportava anche la riforma e la rinascita delle due Università isolane:

 

È un fatto che la coscienza della diversità, dell’essere nazione, se così è possibile esprimersi, pur con i limiti che questa espressione poteva avere nel ‘700, proprio dall’approdo impetuoso della cultura italiana che giungeva nell’isola tramite il Piemonte trovò per stimolo e non per reazione negativa esplicite e indiscutibili manifestazioni quali non si erano avute durante il lungo periodo di governo spagnolo. Senza slcun dubbio, infatti è nella svolta culturale impressa dalla politica di Carlo Emanuele III e del suo ministro Bogino che vanno ricercate quelle elaborazioni culturali che portarono alla fine del secolo […] al moto rivoluzionario capeggiato, nella fase finale, da Giovanni Maria Angioi, moto che era anche espressione di esigenze nazionalitarie per secoli compresse.[9]

 

Non sorprende allora come, all’interno di questo quadro sociale e culturale, il Madao sia mosso da considerazioni che ben si inquadrano nella temperie settecentesca e illuminista-riformista; infatti

 

il coinvolgimento degli intellettuali nella politica boginiana diede frutti significativi, come è dimostrato dal numero dei libri importanti editi in quegli anni, dalla circolazione della cultura europea e dalle idee fisiocratiche e illuministe nell’isola, dalla diffusione dei modelli letterari dell’Arcadia italiana, dai primi, organici studi sulla lingua sarda e soprattutto dalla partecipazione di molti uomini di cultura, sardi e piemontesi, alla definizione e alla realizzazione delle riforme, con studi sulle risorse naturali dell’isola, con progetti di opere pubbliche, con memorie sullo sviluppo dell’economia.[10]

 

Così anche la cura della lingua ‘nazionale’ è un fattore che contribuisce alla crescita civile, anche in ambito internazionale. E dunque, allo stesso modo che si fa commercio di merci, e di beni materiali, e così come si scambia la moneta di buon corso, allo stesso modo è necessario e comunque utile lo scambio linguistico:

 

Noi siamo nati non solo per mantenere la società co’ nostri Sardi concittadini, e compatriotti; ma inoltre per formare cogli uomini di qualsivoglia nazione, e clima, e linguaggio una comunità, e una repubblica, per via di socialità e d’amicizia Nati sumus ad societatem, comunitatemque generis humani (b Cic. Or. Pro Sext. Rosc. Amer.). In virtù di quest’amicizia, e società le cose degli amici, qualora così il richieda o il dovere, o la convenevolezza, debbon esser comunicate agli associati; e ogni reame, ogni provincia, ogni paese del momdo dee mai sempre studiarsi di procurar, e promuovere la comune utilità, e il privato vantaggio di tutti gli altri. […] Secondo questo principio, fondato ne’ diritti delle genti, e della stessa natura ragionevole, la nostra nazione è in dovere di corrispondersi colle altre, che le sono amiche col fare una permuta delle sue merci, e come un general barattamento di ciò ch’essa ha di peculiare, e a lei superfluo. […] Ma quest’amichevol corrispondenza non basta a soddisfare pienamente a’ tanti doveri della nostra politica società. Bisogna che inoltre facciamo, siccome delle merci, così ancora un traffico delle lingue, le quali, come bene notò un eccellente Scrittore, sono state dalla provvidenza istituite per fomentar l’amicizia, e la mutua socialità tra tutti gli uomini. […] siccome la moneta di giusto peso e valore ha il suo corso, e si cambia nelle amiche nazioni pel traffico mercantile, e pecuniale; così pure la lingua d’una nazione dee avere il suo corso, e come barattarsi colle altre lingue pel commerzio politico, e letterario. … Avvengachè, scarseggiando, come spesso avviene, la lingua d’una nazione d’eleganti vocaboli, ed espressivi, non mai avrebbe il soccorso di quelle, che ne abbondano, onde pigliarli; e non essendo capite molt’eccellenti opere di celebri Autori per esser stampate in non intese lingue, e affatto stranie; per forza mancherebbero le stesse scienze. […] Ora posciachè le amiche nazioni straniere cotanto ci onorarono, e tuttor ci onorano della comunicazione non meno delle lor eccellenti, e scientifiche opere, e delle lor eleganti, e colte lingue; non dovremmo anche i Sardi coltivar, e pulire la Sarda lingua, per farla come in contraccambio comunicabile a quelle, e scrivere, e stampare delle Sarde opere, valevoli a mantenere il meglio che possiamo il letterario commerzio cogli altri reami, e a sempre più promuovere la comune utilità di questa gran Repubblica del mondo?[11]

 

Il progresso economico deve dunque procedere di pari passo con quello culturale e scientifico; anzi queste due dimensioni del progresso hanno, potrebbe dirsi, la stessa forma, che è quella dello scambio. Dar forma alla lingua sarda significa porre la Sardegna entro il civile consorzio internazionale delle scienze, e della cultura, ma in maniera tale che mantenga la propria specificità ‘nazionale’. La “coltivazione” della lingua è un impegno che deve essere fatto proprio dalle più civili nazioni, è un loro precipuo dovere: quindi anche i Sardi, se vogliono partecipare al consorzio delle nazioni, debbono impiegare in maniera colta ed elaborata la loro lingua.

Né i presunti ostacoli all’azione di promozione del Sardo sono tali. Val la pena, ed anzi è necessario e doveroso, coltivare il Sardo, anche in una terra piccola e isolata, perché non ci si può autocondannare all’incultura e all’esclusione. Né la promozione della lingua sarda potrà essere di ostacolo e di impedimento all’apprendimento e all’uso di altre lingue, l’Italiano in primis (lingua che ormai andava diventando, magari faticosamente, la lingua dell’amministrazione, dell’istruzione e del governo sabaudo, e che in Sardegna andava progressivamente sostituendo lo Spagnolo), perché ovunque si può apprendere e impiegare più d’una lingua. Né è un problema l’esistenza di una variazione, diatopica diremmo oggi, all’interno del Sardo, perché si può scegliere una delle varietà e su questa agire per elevarla e “ripulirla”.

 

Gli assunti del Madao portano alcune interessanti proposizioni, se consideriamo i tempi in cui esse furono pronunciate – tempi in cui la linguistica non aveva assunto ancora la dimensione di una moderna scienza; ed anche se oggi non possono essere più in gran parte condivisibili, tuttavia alcune di tali proposizioni, continuano, a prescindere dalle nozioni e cognizioni di chi le ha emesse, a rimanere come dati scientifici. Fra queste va ricordata l’asserzione del Madao che è quella che il Sardo è una lingua arcaica e assai conservativa, e che tale è in quanto lingua di un’isola; tale lingua pertanto non ha subito, e in maggior grado nelle regioni più interne, influenze e ‘contaminazioni’ straniere. Certamente è da tenere in conto l’idea, che è tutt’oggi valida per la linguistica storico-comparata, e ch’egli riprende dal Muratori, l’idea cioè che quel che, in una determinata lingua, non si spiega, o mal si spiega soltanto riferendosi o soltanto tenendo conto (della storia o dei dati) di quella tale lingua, può trovare invece adeguata spiegazione comparando (i dati di) tale lingua con quelli di un’altra che le sia prossima. Dunque anche, ed anzi soprattutto, il Sardo, data la sua conservatività, può essere un ottimo elemento di comparazione per spiegare l’origine di molti elementi lessicali di altre lingue, quali, in primis, l’Italiano. Tuttavia manca ancora al Madao l’idea della complessità dell’evoluzione di una lingua (oltre che, ancora ed ovviamente, l’idea e la prassi della comparazione linguistica in senso scientifico), e quindi anche del Sardo, e tutto così egli riduce, quasi supinamente, all’idea semplice di conservatività; a lui manca ancora la cognizione della reale portata degli influssi di superstrato sulla lingua sarda, per quanto non gli siano totalmente ignoti, tanto italiano quanto iberico; e soprattutto manca alla sua cognizione ogni capacità di distinguere fra elementi linguistici di trafila diretta ed elementi di tradizione culta, questi ultimi sempre da lui in pratica intesi come meri tratti di conservazione.

Ancora: se da un lato il Madao non soltanto ben vede, pur nei limiti che il sapere del suo tempo poteva permettergli, la discendenza diretta del Sardo dal Latino, egli abbozza pure una attendibile cronologia di tale discendenza: per cui il Sardo sarebbe scevro sia dagli elementi della latinità più arcaica, in quanto la conquista romana avvenne solo successivamente a tale fase della storia romana, sia da quelli più tardi e ‘barbarici’, in quanto la Sardegna si separò dal tronco della romanità prima che questa si imbarbarisse; d’altro  canto sfugge a lui l’apporto della latinità perenne, che si affianca come superstrato culto, e convive con i volgari neolatini. Ma soprattutto resta inopinata la convinzione del Madao rispetto al fortissimo contributo, lessicale, che il Greco avrebbe dato alla lingua sarda, convinzione che poggiava su cognizioni storiche poi risultate non vere. Non solo egli non distingue, né poteva, fra grecismi diretti (che oggi sappiamo essere pressoché assenti nel Sardo, a parte quelli di epoca bizantina) e grecismi giunti al Sardo attraverso il Latino (cauma, per esempio, da lui citato), ma egli ascrive tale influsso alla storia antica della Sardegna preromana, nella quale il mondo greco avrebbe esercitato grande influenza. Certo le cognizioni storiche, specie della storia antica, del Nostro sono quelle che sono, in gran parte ancora mitiche, e ancora tributarie dell’epoca sua (si veda, per esempio, l’influsso della cultura egiziana sulla Sardegna, che non ha riscontro storico o storiografico oggi; insieme a quello, certo più veritiero dell’influenza fenicia e punica), ma qui emerge pure la formazione retorica del Madao, che viene a farsi fin pregiudizio ed ideologia mitizzante.

Il fatto, per lui certo, che una lingua sarda si sia mantenuta assai prossima a lingue d’origine di per sé ‘nobili’ e di grande prestigio cultural-retorico, quali il Latino e il Greco, nobilita di per se stesso la lingua che da queste discende conservandole. La vicinanza e la discendenza del Sardo dal Greco è data solo per via di meri accostamenti fonetici; e tuttavia è da lui presa per buona. In una sorta di transfert o di paralogismo – ovviamente non detto, e solo sottaciuto e forse in lui perfino inconsapevole – per cui se vi sono somiglianze fonetico-lessicali fra parole sarde e parole latine in quanto il Sardo dal Latino proviene, allo stesso modo, paralogisticamente, le somiglianze col Greco dovrebbero dimostrare una discendenza del Sardo anche dal Greco. Un paralogismo sostenuto da una passione che si fa finanche forse ideologia, a sua volta basata su ragioni di stampo erudito, come quelle che vedono la ‘nobiltà’, e quindi il valore di una lingua poggiare sul suo pedigree.

 

Al di là di questo tuttavia, importa sottolineare le ragioni delle scelte politico linguistiche del Madao. Per lui la lingua è qualcosa di ancora più materno che la madre stessa, dalla quale, col progredire dell’età, ci allontaniamo e cessiamo di essere nutriti, mentre la lingua resta qualcosa di consustanziale al corpo dei cittadini (ma pure alla nostra essenza stessa), uniti in un medesimo vincolo sociale:

 

La Sarda è la lingua natía, patria, materna, e per più titoli nostra; nè altro si è il vincolo di natura, che stretto ci avvince, e attacca alla patria, a’ genitori ed a noi medesimi,  che quello, il quale ci lega con essa lingua […]. Ma non siamo altresì educati e allevati nulla men che nel patrio Sardo suolo, e nel materno grembo, nella patria, e materna Sarda lingua? … Certamente che si […] Anzi l’educazione, che da quest’abbiamo, egl’è tanto più che ogn’altra vantaggiosa, e utile quantoch’è più universale è più durevole. Avvengachè  quella della nostra madre non dura per l’ordinario fuorchè i primi anni della nostra fanciullezza, o tutt’al più quant’è in fiore la nostra età; dove quella della lingua ci guida, e ci va formando tutta la vita, né giammai sa dar fine per istituirci ragionevoli, sociali, cristiani, e politici …… Non dee essere dunque per noi più rispettabile il patrio Sardo suolo, e il materno grembo che la patria, e materna Sarda lingua.[12]

 

La lingua è, dunque, primariamente nutrice, più e più fortemente, della madre stessa; ed è vincolo comune, al pari del comune suolo natio. Suolo e lingua formano dunque la nazione (quasi un’estensione della famiglia), e la lingua è sostanzialmente un fatto naturale. E la ‘naturalità’ trasmuta quasi impercettibilmente in funzionalità, ma in una funzionalità a base emotiva:

 

La delicatezza del volgo in questa parte può dirsi estrema…. Il più solido ragionamento, e il più efficace discorso, propostogli in diversa lingua dalla sua propria sarà per lui snervato, ed inefficace: laddove per convincerlo, e per commuoverlo sarà mai sempre un principio di vittoriosa ragione proporglielo in quella lingua, per cui è naturalmente appassionato.[13]

 

Le idee del Madao, oltre che impostate su di una base retorica ed erudita, risentono molto, lo si è già detto, del clima settecentesco illuminista: quale quello della pubblica utilità, del libero commercio quale fonte di benessere, della pubblica felicità, diremmo. Pertanto – lo abbiamo visto (cfr. sopra n. 10 – così come si scambiano merci e moneta, altrettanto è d’uopo scambiare parole fra genti e popoli di lingue diverse, poiché questo scambio porta ad un arricchimento reciproco delle lingue medesime.

 

Lo scambio implica però la buona qualità di ciò che si scambia, per poter stare e scambiare alla pari: e pertanto bisogna ‘ripulire’ la lingua sarda per poterla poi proficuamente scambiare.

Manca tuttavia, nell’argomentazione del Madao, il nesso nazione-stato, o semmai esso resta sottaciuto e sottotraccia; da un lato esiste infatti il Regnum Sardiniae quale entità plurisecolare, e al di là della casa regnante; dall’altro il Madao ben si guarda, almeno all’apparenza di questo scritto, da ogni disegno di separazione della Sardegna dalla casa sabauda, che anzi egli propone per l’Isola l’illuminata protezione del sabaudo sovrano. Una cautela diplomatica, ma forse meglio una prudenza politica che ben vedeva le forze in campo; in un auspicio d’armonia, ancora forse tipicamente da ancien régime, che non prefigurava la necessità che la nazione dovesse essere, ipso facto, anche stato assolutamente indipendente nella sua forma istituzionale, svincolato da qualsiasi autorità o fonte di potere al di sopra di sé; ma pure nella contraddizione – che tale è però soltanto se si voglia guardare tali fatti ed assetti istituzionali con gli occhi, anacronistici, dell’oggi – di una realtà storica, giuridica ed istituzionale, quale quella del Regno di Sardegna, governato dalla monarchia dei Savoia e da questa largamente controllato e diretto[14]. Ma non bisogna neppure dimenticare l’utopia dei ‘progressisti’ sardi che miravano ad una concreta autodeterminazione della Sardegna, pur all’interno di una confederazione monarchica che aveva la sua testa a Torino. Ed è così che si spiegano certe posizioni del Madao, il quale quasi si affretta a mettere le mani avanti nel dire che il suo intento di “ripulire” la lingua sarda, e di proporla come lingua nazionale, non ha nessuna mira oppositiva nei confronti dell’Italiano e della sua conoscenza e diffusione presso i Sardi in Sardegna. Ma proprio qui si notano posizioni che nel futuro dibattito europeo su lingua e nazione fruttificheranno e saranno oggetto di riflessione. In effetti, sia pure in maniera indiretta, il Madao distingue fra classi e popolo; fra élites intellettuali (con la loro lingua/lingue) e classi popolari. E allora gli intellettuali potranno e dovranno conoscere e impiegare l’Italiano, ma pure altre lingue, e non solo quali lingue di cultura; ma solo il Sardo potrà e dovrà essere la lingua dei Sardi, di tutti i Sardi al di là della classe sociale di appartenenza di ciascuno di essi[15]. Le lingue ’altre’, sembrerebbe doversi dedurre, sono per la ragione (per l’esercizio intellettuale e critico), il Sardo è per l’emozione (dell’autoriconoscimento), il che non significa, e lo abbiamo visto, irrazionalità; ma la via attraverso la quale, anche tramite un discorso impegnato, si riesca a colpire l’animo di chi lo recepisce e a provocare in costui adesione e convincimento: è all’oratoria che il Madao fa forte riferimento, e dunque alla lingua quale medium (non si dimentichi che egli è uomo di Chiesa, e gesuita), da utilizzare nei canali mediatici più opportuni.

Ma qui pure sta un cruccio, se così vogliamo dirlo, del Madao, che ravvisa una contraddizione di fatto all’interno dello stato delle cose ‘culturali’ della Sardegna. Se infatti egli pone il Sardo quale lingua nazionale dei Sardi, egli si rende pure ben conto, anche se non lo dice esplicitamente, che alla tradizione culturale sarda manca quel qualcosa che si chiama letteratura. Non esplicitamente dicevo, e forse è a lui non ancora chiarissimo il legame che, anche mediaticamente, deve tener unite lingua e letteratura, quest’ultima come amplificatore della prima, oltre che grande bacino di creazione mitopoietica (semmai egli è più sensibile alle tradizioni popolari, ed è infatti autore di Le armonie dei sardi, con intuizione e spirito precursori dei tempi)[16]; in questo il Madao può dirsi ancora uomo del Settecento. Ma in ogni caso il Madao è convinto della mancanza di una elaborazione in senso (diafasicamente) elevato della lingua sarda. Donde la necessità di ‘ripulirla’. E in questo egli riprendeva, a due secoli di distanza, le considerazioni e l’atteggiamento medesimo dell’Araolla, che vedeva la lingua sarda ancora «impolida e ruggia», ragion per cui emergeva in lui la necessità di «accreschirela e pulirela»[17]. Ma la tal cosa è per il Madao essenzialmente un fatto di grammatica e di retorica, un fatto di buoni scrittori, più che di letterati in senso (post)ottocentesco, un’azione che deve essere compiuta sull’esempio dei modelli delle lingue prestigiose classiche e moderne europee.

Il Madao argomenta questa discrepanza e stato di minorità, in cui il Sardo si troverebbe ancora a dibattersi, distinguendo in ogni lingua, da un lato la materia primigenia di essa, e dall’altro l’arte con cui essa è stata elaborata e curata nella storia. Il Sardo avrebbe allora una buona materia derivata da un, a suo avviso, poderoso e nobile retaggio storico, ma una non sufficiente elaborazione d’arte: ed è qui che gli uomini di sapienza e di ingegno dovrebbero intervenire. Non si tratta quindi tanto di adoperarsi con invenzione creativa, quanto invece con erudizione di conoscenze ed esperienze filologiche e grammaticali. Il Sardo ha dunque ottima materia di base e d’origine, ma manca ancora di un’accurata elaborazione. Un appello dunque ai dotti compatrioti a procedere in tale opera elaborativa, affinché non venga persa la potenzialità intrinseca della patria lingua comune.

 

Il pregio d’una lingua può provenir da due cose, che in essa si possono riguardare; cioè dalla natura, e dall’arte. La natura della lingua è il fondo dei suoi vocaboli, e idiotismi, il quale si presuppone già fatto. L’arte è l’industriosa coltura, onde quello si riforma, e si ripulisce: Natura materiae, ars doctrinae est; haec fingit, illa fingitur  (a Quint. I.a.c. 20). La sola arte non ha verun pregio senza quella presupposta materia, cui possa perfezionare, cioè senza quel fondo di idioma, suscettibile d’artifiziosa coltura; dove per l’opposto la materia, o il fondo dell’istesso idioma può avere tutto il suo pregio, eziandio senza l’arte: Nihil ars sine materia; materiae etiam sine arte pretium est (b Id. Ibid.). Tuttavia un idioma, che non sia in molto pregio a cagion della sua materia, sarà certamente pregevole per la sua artifiziosa coltura. Ma sarà senza paragone più pregevole quello, a cui, eziandio mancando questa, toccò in sorte una materia, e una natura, non che buona solamente, ma ottima per esser coltivata, e ripulita coll’arte: Ars summa; materia optima melior (c Idem Ib.)…. Il Sardo non ebbe ancora il pregio proprio dell’arte, onde tante lingue dell’Europa divennero colte, e pulite; ma il miglior, e il più bel pregio, proprio dalla sua materia, e dal fondo dei suoi vocaboli, e de’ suoi idiotismi…. A ben giudicare però dall’eccellente materia, o dal fondo della nostra lingua Sarda, è d’uopo che la consideriamo primamente ne’ suoi principj, secondo ne’ suoi progressi; terzo nel suo stato presente. Nell’osservare i suoi principj, noi ravviseremo in essa un’antica, e molto nobile origine, I. Osservazione: nell’osservare i suoi progressi, noi troveremo in essa un complesso de’ migliori dialetti, II Osservazione: nell’osservare il suo stato presente, noi vedremo in essa la più grand’analogia colle due più universali lingue del mondo. III Osservazione. Da queste tre osservazioni ne viene la dimostrazione d’esser ottima la lingua Sarda, e d’avere nella sua materia de’ rarissimi pregi, onde allettare i Sardi a coltivarla.[18]

 

Connesso a questo problema, anzi direi consustanziale, vi è quello dello iato fra la lingua comunemente parlata e quella frutto della elaborazione di cui si diceva; il problema cioè di contemperare i due “stili”, le due variazioni diremmo oggi. Cosa non facile per il Nostro:

 

Una sola difficoltà sembra che potrebbe attraversarsi per non fare una tal riforma, cioè per conto del volgo, il quale avido, e tenace, come mai sempre esso è  di quanto si è messo in usanza, forse non porterà in pace che alcuna mutazione si faccia quanto al proprio dialetto, eziandio in una voce di esso. Ma la censura del volgo poco, o nulla dee premerci in questa parte, perciocchè quella novità, che può farsi nel ripulimento della materia del dialetto, oltre all’essere poca, e accidentaria, verrà, s’è messa in ragione, come supponiamo che sia, pienamente approvata dal consentimento de’ saggi, dietro a’ quali senza dubbio il Sardo volgo verrà altresì a piegare a poco a poco, secondoch’esso è uso di fare in tutte quelle novità, che ogni giorno accadono nel pubblico.

[…]

Con ciò però dir non vogliamo che non s’abbia verun riguardo all’infima Sarda plebe. Anzi dee aversene molto; maggiormente essendo questa assai gelosa di custodire, e serbar intatto il deposito della purità, proprietà, e antichità della lingua, per le quali le si concilia la venerazione, come men esposta alla mescolanza delle lingue starniere, che co’ libri s’introducono, e col traffico, e commerzio de’ forestieri. Bisogna però che anch’essa sia presa in considerazione da noi nella mutazion che faremo de’ vocaboli, o delle pronunzie del nostro patrio idioma, disponendola ad essa, e trattandola con quella dilicatezza, che le nutrici sempre usano nell’ispoppare i bambini.[19]

 

Dunque una sorta di azione dirigista entro la quale il popolo deve essere guidato, magari con benevolenza, senza che possa o debba partecipare attivamente al processo propulsivo della dinamica linguistica. Esso è un deposito imprescindibile di ricchezza, e va pertanto tenuto in tutto il conto che merita; ma il popolo è in sé inerte, ed anzi, forse, tendenzialmente frenante se non proprio ostile, pur tuttavia duttile e malleabile. Ed è proprio in questa inerzia che sta riposto il tesoro della lingua, in quanto la conservazione della nobiltà e della purezza di essa si trova depositata e salvaguardata proprio in questa inerzia. Ed in questa docilità è riposta la possibilità di lavorare abbastanza agevolmente su di essa.

 

Inoltre altro problema che il Madao si pone e propone è quello della unitarietà della lingua. In questo egli sta in linea con la modernità a lui contemporanea e, in generale, fino ad oggi durevole quasi dovunque. La lingua nazionale deve essere e non può che essere unitaria, né si può concepire una variabilità. Al Madao sono ben chiare le linee della variazione diatopica della lingua sarda: egli è ben consapevole che le parlate della Sardegna settentrionale sono allogene e di derivazione italiana; ed è pure a conoscenza delle due macrovarianti sarde, quella del settentrione isolano e quella del meridione; ed innesta questa differenza sull’analogia della variazione diatopica del greco. Si tratterà allora di scegliere una delle due (macro)varianti e di dedicarsi al ‘ripulimento’ di quella. Ad una iniziale indifferenza fra le due, il Madao fa però immediatamente seguire la preferenza per la macrovariante settentrionale in quanto più conservativa e dunque più vicina e analoga al modello latino che si impone, per lui, di per sé. E così come i Greci si diedero a ‘pulire’ i dialetti loro migliori, allo stesso modo dovranno fare i Sardi.

 

Ben si può vedere quindi come il Madao da un lato sia stato portatore di idee tributarie del suo tempo, tanto nei loro stimoli innovativi, sorretti dalla temperie illuministico riformatrice settecentesca, quanto nel limite costituito da un retroterra erudito e retorico, e ‘viziato’ da un amor patrio che giunge ad essere mitico-ideologico e dunque fuorviante; e dall’altro come egli abbia proposto una tematica ed una problematica, che, sopite o addirittura obliterate per più o meno duecento anni, riemergono, certo aggiornate e collocate in un contesto ben diverso, nel dibattito politico e culturale contemporaneo sardo: dal problema della salvaguardia della lingua sarda, a quello di scoprire in essa la marca fondamentale dell’identità (nazionale); dal problema di rendere il Sardo lingua, a tutti gli effetti, all’altezza di una civiltà e di una cultura moderna e complessa, a quello di trovare una varietà sovralocale che superi il particolarismo localistico; dalla rivendicazione della sua nobiltà e capacità, alla prospettiva di rendere attuali le sue potenzialità ancora inespresse; dal dirigismo normativizzante al riconoscimento del tesoro linguistico depositato nel popolo.

Il Madao, magari malgré lui, anticipatore, e forse pure seminatore del futuro, oppure la perennità di una, magari innocente, irresoluzione tutta sarda? Di una Sardegna la cui classe dirigente – per dirla parafrasando Girolamo Sotgiu[20] – così come si era spagnolizzata, si è poi italianizzata senza riuscire a sardizzarsi.

La sua opera linguistica va comunque considerata con oggettività e in maniera, per quanto possibile, deideologizzata, considerando il periodo in cui egli visse e i suoi travagli; se certamente certe sue posizioni possono apparire attardate o addirittura antiquate, Matteo Madao restava, per tanti altri versi, perfettamente al passo coi tempi; e, in tempi in cui l’avanzare della ‘modernità’ – che non è mai un destino intrinseco ed ineluttabile, ma tutt’al più un processo articolato e composito – non era così lineare, mentre la tradizione della classicità manteneva tutto il suo peso: infatti «come altri nell’Europa del Settecento, il suo [del Madao] era un “patriottismo” cosmopolita, funzionale a un proficuo “traffico delle lingue” e “de’ libri scritti in quelle”. Si sbaglierebbe dunque a considerarlo un erudito lontano dalle conoscenze e dalla sensibilità del suo tempo»[21]. Tutto ciò assume una valenza ancora più forte se si pensa alla situazione specifica della cultura sarda e in particolare della sua lingua. Qualora cioè si tenga conto della mancanza, in Sardegna, di una tradizione linguistico-letteraria forte e radicata; per tale ragione si può spiegare la distinzione fra ‘natura’ ed ‘arte’ per ciò che concerne i, per lui, fattori base di una lingua; ora il Sardo ha una buona ‘natura’ perché discende dalla latinità e la conserva, mentre difetta di ‘arte’: è dunque questa ‘natura’ che bisogna esaltare, ed è a partire da qui che deve avviarsi il processo di elaborazione: il che porta a premere sul tasto della classicità. Ciò non impedisce però al Madao di pensare che si possa prevedere un arricchimento attraverso il contatto e lo scambio, pur certo controllato, con le altre lingue; e attraverso l’apporto popolare, che costituisce  per lui – e ciò non va mai dimenticato, né se ne deve tacere la portata novatrice – il deposito base della lingua, da acquisire anch’esso pur sotto vigile sorveglianza, ma senza nessuna preclusione. La ‘stramberia’ eccentrica del Madao sta semmai, se si vuole osare dirlo, nell’aver amalgamato ‘popolo’ (sardo) e classicità, in quanto è proprio il ‘popolo’, anzi la ‘nazione’, ad esser stata la custode ‘naturale’ della classicità e ad averne protetto e preservato l’essenza. Pertanto il ‘ripulimento’ della lingua sarda che il Madao metteva, con più che un pizzico di utopia, in atto, non può esser giudicato soltanto come mera e passatista volontà di mantenimento di una tradizione retorico-classica: ‘ripulire’ per lui significava far emergere, nella miglior essenza e in tutta la sua potenziale modernità, lo spirito e il genio della nazione.

Maurizio Virdis    (Università degli Studi di Cagliari)

 

 

NOTE

[1] Riporto, con qualche taglio, alcune notizie biografiche su Matteo Madao, che traggo dal Dizionario Biografico degli Italiani Volume 67 (2007) (Treccani.it. L’enciclopedia italiana, pagina web http://www.treccani.it/enciclopedia/matteo-madao_(Dizionario-Biografico)/)  alla voce MADAO  (Madau) Matteo di Pietro Giovanni Sanna.

Matteo Madao (o Madau),  nacque a Ozieri, da Pietro e Martina Sanna il 17 ottobre 1733.

Studiò grammatica e retorica presso i gesuiti del paese natale e, già quasi ventenne (18 aprile 1753), entrò nella Compagnia. Fu novizio a Cagliari nella domus probationis della provincia sarda, vivace comunità di giovani provenienti da ogni parte dell’isola, dove completò gli studi inferiori. A Cagliari, il 29 aprile 1755, prese gli ordini minori e la prima tonsura. Destinato allo studio e all’insegnamento, si trasferì nel 1757 nel collegio di Iglesias, dove insegnò grammatica, e nel 1760 in quello di Alghero, dove intraprese gli studi superiori e insegnò grammatica e retorica.

Nel 1763, alla vigilia delle riforme dei due atenei sardi, giunse a Sassari, nel collegio di S. Giuseppe, dove completò gli studi di filosofia e intraprese il corso quadriennale di teologia: visse qui il momento più delicato delle riforme scolastiche sabaude, quando il ministro G.B. Bogino, varati i nuovi ordinamenti delle scuole inferiori, si accingeva a estromettere dalle università le comunità gesuitiche locali (espressione della vituperata cultura spagnolesca) e a rilanciare gli studi con un corpo docente radicalmente rinnovato. In particolare, mentre il collegio gesuitico sassarese si preparava a reagire alla perdita del controllo sugli insegnamenti, il ministro reclutava dai collegi della penisola, d’intesa col generale della Compagnia e con i gesuiti della provincia lombarda, i professori per le facoltà di arti e teologia.

  1. apparteneva a una generazione di studenti solo marginalmente toccata dalle riforme; tuttavia finì nell’occhio del ciclone quando il suo nome comparve nella lista dei gesuiti sardi che il provinciale, il p. P. Maltesi, aveva proposto per ricoprire le cattedre vacanti dell’Università riformata (è “un gran genio delle lingue orientali, e ben istruito nella greca”, aveva scritto a Bogino, proponendolo per la cattedra di Sacra Scrittura).

Nel 1765, era stato ordinato sacerdote. Negli anni successivi l’insegnamento nelle scuole dell’Ordine fu il suo impegno prevalente: dal 1767 peregrinò tra Ozieri, Cagliari e, di nuovo, Sassari (ma nel collegio Gesù Maria), dove nel 1773 seppe della soppressione della Compagnia. Per il M., ormai quarantenne, che aveva pronunziato i voti solenni solo tre anni prima, fu un colpo durissimo. In Sardegna, dove la Compagnia contava più di 300 membri, le disposizioni attuative del breve di Clemente XIV assegnavano ai professi che intendevano vivere in comunità due principali residenze: il collegio di S. Giuseppe a Sassari, dove già erano i docenti universitari, e il collegio di S. Michele a Cagliari, dove il M. si trasferì e dove trascorse il resto della vita, dividendosi tra le attività di devozione, gli studi classici e le predilette ricerche linguistiche.

N1782 pubblicò a Cagliari il suo lavoro più significativo: il Saggio d’un’opera, intitolata Il ripulimento della lingua sarda lavorato sopra la sua analogia colle due matrici lingue la greca e la latina, primo studio sistematico sulla lingua sarda e tentativo già organico di rivalutarne le origini e il ruolo, di ricostruirne la grammatica e le etimologie e di predisporne un dizionario, peraltro incentrato sui vocaboli di derivazione greca e latina.

Malgrado i limiti di una cultura relativamente provinciale, il M. fu un interprete precoce delle inquietudini di tipo identitario che serpeggiavano nella società isolana. Non a caso l’orgogliosa e commossa riscoperta delle tradizioni e del ricco patrimonio poetico-musicale delle popolazioni dell’isola divenne il fulcro della sua seconda importante fatica letteraria, Le armonie de’ Sardi (Cagliari 1787).

La terza, significativa opera del M., Dissertazioni storiche apologetiche critiche delle sarde antichità (ibid. 1792), fu il coronamento del suo programma “patriottico”: intrecciando disinvoltamente Sacre Scritture e autori classici, falsi conclamati e “autori favolosi”, l’ex gesuita si spinse verso la più remota preistoria, con una farraginosa narrazione biblico-mitologica delle origini della “sarda nazione”.

Peraltro, il M., pur autore di testi che tanto contribuirono a forgiare i sentimenti e la cultura politica dei patrioti sardi, non risulta né tra i protagonisti né tra i testimoni partecipi delle vicende che sconvolsero la vita pubblica del Regno tra il 1793 e il 1796. Nella vasta documentazione sulla “sarda rivoluzione” l’unico riferimento alla figura e all’opera del M. sembra essere un avviso del Giornale di Sardegna, gazzetta del movimento patriottico, che nel marzo del 1796 raccomandò le Dissertazioni storiche avvertendo i lettori che difficilmente avrebbero potuto trovare “in un altro libro certi aneddoti e pezzi di storia patria che qui si contengono”.

L’ex gesuita non esitò invece a gettarsi in polemiche religiose: nel 1784 con una focosa Lettera apologetica aveva strapazzato il domenicano G. Hintz, professore di Sacre Scritture a Cagliari, per la sua versione del salmo Exsurgat Deus. Nel 1792 stampò clandestinamente e sotto pseudonimo una requisitoria contro il presunto ispiratore di un anonimo opuscolo che lo accusava di profittare della credulità popolare rinverdendo i fasti dei miracoli eucaristici e della “frequente comunione”. Instancabile promotore dell’uso dell’ “idioma patrio” nelle cerimonie religiose e nelle pratiche devozionali, il M. aveva pubblicato, l’anno prima, la Versione de su Rythmu eucharisticu cun paraphrasis in octava rima, facta dae su latinu in sos duos principales dialectos, traduzione in sardo logudorese e campidanese di alcune preghiere e del celebre ritmo Adoro te devote attribuito a Tommaso d’Aquino.

Nel 1799 nel corso della permanenza della corte sabauda in Sardegna, Carlo Emanuele IV gli concesse una pensione sulle rendite della mitra cagliaritana. Conquistò la stima di Maria Clotilde di Francia, cui aveva donato un suo profilo biografico di G.B. Vassallo, gesuita piemontese morto a Cagliari venticinque anni prima, in odore di santità. Tra gli inediti, i biografi ottocenteschi segnalano una Relazione dell’invasione della Sardegna tentata dai Francesi nel 1793 e un Catalogo istorico di tutte le più illustri famiglie sarde: ma di esse si era perduta traccia già nel secolo XIX.

Degli ultimi anni di vita del M. s’ignora quasi tutto, inclusa la data di morte: i primi biografi concordano per il 1800 (a settembre, secondo Martini), ma i Quinque libri cagliaritani non ne recano traccia.

[2]  Ioan Mattheu Garipa, Legendariu de Santas Virgines, et Martires de Iesu Crhistu, Nuoro, Papiros, 1998, pp. 59-60

[3] Muratori L. A., Dell’origine della lingua italiana. Dissertazione XXXII, a cura di  C. Marazzini, Alessandria edizioni dellì’Orso, 1988, p. 81.

[4] Ivi, pp. 40-91.

[5]  Antonietta Dettori, Italiano e Sardo dal Settecento al Novecento, in L. Berlinguer e A. Mattone (eds.), Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità a oggi. La Sardegna, Torino, Einaudi, 1998, pp. 1155-1197, a p. 1170.

[6] Madao M., Saggio d’un’opera intitolata Il Ripulimento della lingua sarda lavorato sopra la sua analogia colle due matrici lingue, la greca e la latina, Cagliari, Bernardo Titard, Stampatore dell’Illustrissima città, 1782, p. 1

[7] Ivi, pp. 24-25.

[8] Luciano Carta, La “sarda rivoluzione”. Studi e ricerche sulla crisi politica in Sardegna tra Settecento e Ottocento, Cagliari, Condaghes, 2001, pp. 28-29

[9]  Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda, Roma-Bari, Laterza, 1984, pp. 107-108.

[10] Antonello Mattone, La Sardegna, in Dal trono all’albero della libertà (Atti del Convegno. Torino 11-13 settembre 1989), Roma, Ministero per i beni culturali e ambientali. Ufficio centrale per i beni archivistici, 1991, pp. 325-419, a p. 416.

[11] Ivi, pp. 27-29.

[12] Madao M., Saggio d’un’opera intitolata Il Ripulimento, cit. p. 23.

[13] Ivi, p. 26

[14] Sulla posizione storico-giuridica del Regno di Sardegna in epoca sabauda, sarà certamente da tenere in conto il lavoro di Italo Birocchi, La questione autonomistica dalla «fusione perfetta» al primo dopoguerra, in L. Berlinguer e A. Mattone (eds.), Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità a oggi. La Sardegna, cit., pp. 133-199, segnatamente alle pp. 133-152.

[15] In effetti «quel che si voleva [da parte del governo  e della politica sabauda] era altra cosa: imporre a una classe dirigente, che parlava, scriveva e pensava in spagnolo di pensare, parlare e scrivere in italiano. Il che poi voleva dire imporre alla classe dirigente sarda di sposare la politica della classe dirigente piemontese, muovendosi all’unisono con essa, per la difesa di interessi, che potevano anche essere coincidenti con quelli delle popolazioni delle quali era espressione. La stragrande maggioranza degli abitanti dell’isola rimase del tutto estranea a queste innovazioni e continuò a parlare il sardo, come in parte fa anche oggi», Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda, cit., p. 107.

[16] «La difesa della lingua, cioè, viene intesa come difesa di un’identità nazionale, che il Madao ricerca e individua nelle espressioni della poesia e dei canti popolari, riuscendo anche – anticipando concezioni che saranno poi dei romantici – a stabilire una distinzione tra espressioni culturali popolari, che egli è portato a considerare più genuinamente sarde, ed espressioni dei ceti più colti.», G. Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda, cit. p. 108. Ma comunque una letteratura in lingua sarda si andava certo scrivendo in quegli anni, e «le esigenze delle quali era portatore il Madao erano evidentemente molto diffuse, se l’incontro con la cultura italiana portò non al fiorire di una letteratura in questa lingua, ma invece alla stagione della poesia in lingua sarda», ivi p. 109.

[17] Cfr. la dedica a Alonso de Lorca da parte dell’Autore in G. Araolla, Sa vida, su martiriu, et morte dessos gloriosos martires Gavinu, Brothu, et Gianuari, per Francisci Guarneriu istampadore de Nicolau Cañellas, Calaris (Cagliari), 1582.

[18] Madao M., Saggio d’un’opera intitolata Il Ripulimento, cit. pp. 44-45.

[19] Ivi, p.  41

[20] Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda, cit. p. 115.

[21] Pietro Giovanni Sanna, MADAO  (Madau) Matteo, in Dizionario Biografico degli Italiani, cit.

Bortaduras / Traduzioni

De innoi no esseus: o seusu giacobbinus,
o creeus in sa lei de su Sennori,
si ’nci creeus, de primore o painus,
sa morti est giassu ’e t’arressai su cori.
Curreus a is festas, a su teatru, e a is binus,
andaus a sa piola, in scialu ’e amori,
trassas fadeus, ammuntonaus sisinus
mesturaus totu a pari …. Eppoi si mori’
E apusti? Pusti ’nci arribbant is arguais.
Pusti dhu at atra vida, un’atru mundu
Chi durat sempri e chi no acabbat mai!
Pensu est custu mai chi scoscimingia’!
Epuru, o beni o mali, o a pillu o afundu
s’eternidadi ’e eternidadi est prìngia.
Qua nun ze n’ esce: o ssemo giacubbini, o credemo a la lègge der Ziggnore. Si ce credemo, o minenti o ppaini, la morte è un passo che ve gela er core. Se curre a le commedie, a li festini, se va ppe l’ostarie, se fa l’amore, se trafica, s’impozzeno quadrini, se fa d’ogn’erba un fascio … eppoi se more! E doppo? doppo viengheno li guai. Doppo c’è l’antra vita, un antro monno, che dura sempre e nun finisce mai! E’un penziere quer mai, che tte squinterna! Eppuro, o bene o male, o a galla o affonno, sta cana eternità dev’èsse eterna!
[G.G. Belli]
 La vita fugge
*
 Si fuit sa vida e no si frimmat ora,
e sa morti est in fattu a apprettu mannu
e ïs cosas passadas e ïs de occannu
mi fainti gherra commenti is benidoras,
e s’arregodu e iss’abettu m’accora’,
’moi innoi ’moi innìa, chi abberu, ita dannu,
si de mei no tenessi dolu mannu,
de custus pentzus mius gi’ia-d essi in fora.
Mi torra’ innanti si gosu drucci mai
primau su coru at tentu, e pusti ingunis
biu naïghendi is bentus scimbullaus;
biu temporada in portu, cansada ormai
sa ghia ’e sa nai, truncà’ s’antenna e is funis
e is ogus bellus, chi mirau, studaus.
____
La vita fugge, et non s’arresta una hora, et la morte vien dietro a gran giornate, et le cose presenti et le passate mi dànno guerra, et le future anchora;
e ‘l rimembrare et l’aspettar m’accora, or quinci or quindi, sì che ‘n veritate, se non ch’ì ò di me stesso pietate, ì sarei già di questi penser’fòra.
Tornami avanti, s’alcun dolce mai ebbe ‘l cor tristo; et poi da l’altra parte veggio al mio navigar turbati i vènti;
veggio fortuna in porto, et stanco omai il mio nocchier, et rotte arbore et sarte, e i lumi bei che mirar soglio, spenti.
[Francesco Petrarca, RVF CCLXXII]
 *
patrizia-valduga-autori-in-prest-570x360
In nomî ’e Deus, agiudamì. Chi tantu
no muda amori e mudu mi strassinu.
Sidi ’e tui tengu ancora … soletantu
solu a tui sola e in su soli m’ingrinu.
O amorosa marea a ti bivi acantu,
coru arressendi, o amori miu divinu,
chi eternas de sa vida luxi e cantu.
Sa mia ’ndi mori’ …. ammentu: ’e su pedinu
fintz’ ’e innoi facci’ ’e su coru in caminu
abbia de tui, disassortada e ustinu…
si no ’e morti … imoi ’e tui impudu e prantu…
su mari ’ndi scolorat s’arborinu.
Ma tenimì, presu a s’amadu spantu,
abbarra, obresci’, acostamì su sinu.
 

In nome di Dio, aiutami! Ché tanto

amor non muta e muta mi trascino.

Ancora sete ho di te… soltanto

sola a te solo e col sole declino.

O marea d’amore viverti accanto

e arresto del cuore, amor mio divino,

che eterni della vita luce e canto.

La mia ne muore… dal ricordo sino

al qui ancora verso il cuore in cammino,

verso te, mio dissorte eppur destino…

se non di morte… ora di te rimpianto…

e il mare discolora il mio mattino.

Ma tu incatenami all’amato incanto,

resta, è giorno, vieni più vicino.”

Patrizia Valduga – Medicamenta e altri medicamenta

*
Fortzis ia depi imparai a scioberai…
Ma totu è’ imparis … totu seu aunida….
sustàntzia e tempus no fai’ a dhus scrobai
che mesura e moimentu, òrganu e vida…
Oh, a tenni manus totui mein su corpus
e laus apitzu ’e i’ didus, a s’ ’essida
o fessi gessendinci che is arrius ….
ia podi aici aundai totu sa vida
scapendi feri feri in dogna ferta,
asua ’e sa pipiesa mai finida…
Forse dovrei imparare a separare… Ma tutto è unito… sono tutta unita…
sostanza e tempo sono inseparabili, come misura e moto, organo e vita…
Avessi mani sopra tutto il corpo e labbra sulla punta delle dita
o fossi straripante come i fiumi… inonderei di ferita in ferita
Forse dovrei imparare a separare… M
[Patrizia Valduga]
*
 Raimbaut d'Aurenga_BnF_ms._12473_fol._129v_-_Raimbaud_d'Orange_(1)

Su frori rèvesciu

Immoi luxit su frori revèsciu
in is gurgus ’e atza e mein ’s sedhas.
Cali frori ? Astrau e cilixia
chi coit e bruxat, e stringit e segat,
ca ’ndi biu mortus tzèrrius e frùscius
po is follas, is arramus e is birgas.
Ma mi fait birdi e prexau su gosu
’moi chi biu siccus is malus gaurrus.
Ca immoi tottu dhu pòngiu a revèsciu,
de chi pranus mi parint is sedhas,
e che frori a mei est cilixia,
basca parit chi su frius dhu segat,
e is tronus sun cantus e frùscius,
e frorias mi parint is birgas:
aicci mi ’nci accapiau a su gosu
chi no biu nudha po mei gaurru.
Ma una genti fadada a revèsciu
commenti fessint pesaus mein ’s sedhas
mi fainti peus de sa cilixia,
ca dognunu cun sa lìngua segat
e ’nci fuèdhadat bàsciu e a frùscius,
e no serbint ni fustis ni birgas
ni ameletzus: chi dhi est fintzas gosu
candu faint chi dhis nerint gaurrus
Chi eu, basèndusi, os corchi a revèsciu
no mi dhu impedit astra ni sedha,
donna, ni frius, ni cilixia,
ma su no-podi, chi mi ’nci segat,
donna, chi po ósu cantu e frùsciu:
is ogus cosa ’ostra mi sunt birgas
chi mi pesant su coru cun gosu:
ni m’attrivu in disìggiu gaurru.
Andau seu che una cosa a revèsciu
deddiora circhend’adhis e sedhas
pèrdiu che a s’òmini chi cilixia
dhu bruxat e trumentat e segat,
mai bintu de cantus o frùscius
prus chi non predi maccu de is birgas:
ma immoi, si Deu bollit, m’intrat gosu
mancai is fratzus slinguaus gaurrus.
Bandit custa cantzoni, ch’eu arrevèsciu,
chi no dha frimmant badhis o sedhas,
‘nnoi no s’intendit sa cilixia,
ni dhoi at possa frida chi segat:
a midons si dha cantit cun frùsciu,
craru ch’in coru dh’intrint is birgas,
su chi scit cantai beni cun gosu:
già no est po cantori gaurru.
Donna galana, amori e gosu
nos aunant mancai de is gaurrus.
Giullari, mi si smènguat su gosu:
ca a no si bî cumpargiu gaurru.
Er resplan la flors enversa
Er resplan la flors enversa
pels trencans rancs e pels tertres:
cals flors? neus gels e conglapis
que cotz e destrenh e trenca,
don vei mortz quils critz e siscles
per fueils pels rams e pels giscles,
mas mi ten vert e jauzen jois
er can vei secs los dolens crois.
Car enaisi o enverse
que bel plan mi sembro·il tertre
e tenc per flor lo conglapi
e·l cautz m’es vis que·l freit trenque
e·il tron mi son chant e siscle
e paru·m fulhat li giscle:
aisi sui ferm lassatz en joi
que re no vei que·m sia croi.
Mas una gens fad’enversa
com s’eron noirit en tertres
me fan per pieigz que conglapis,
c’us quecs ab sa lenga trenca
e parla bas e ab siscles,
e no·i val bastos ni giscles
ni menassas, ans lur es jois
can fan per que hom los clam crois.
Qu’ar en baizan no·us enverse
no m’o tolon glatz ni tertre,
dona, ni gel ni conglapi,
mas non-poders par que·m trenque,
dona, per cui chant e siscle:
vostre bel uelh mi son giscle
que·m castion si·l cor ab joi
qu’ieu non aus aver talan croi.
Anat ai cum cauz’enversa
lonc temps cercan vals e tertres,
marritz cum hom que conglapis
cocha e mazelh’e trenca,
que anc conquis chans ni siscles
plus que fols clercs conquer giscles:
mas ar, Dieu lau, m’alberga jois
malgrat dels fals lauzengiers crois.
Mos vers an, qu’aisi l’enverse
que no·l tenhon baus ni tertre,
lai on hom non sen conglapi
ni a freitz poder que·i trenque:
a midons lo chant e·l siscle,
que el cor li·n intro·il giscle,
cel que sap gen chantar ab joi
que no tanh a chantador croi.
Doussa dona, amors e jois
nos ajusten malgrat dels crois.
Joglar, granre n’ai meins de joi
car no·us vei e·n fas semblan croi.
 Er resplan la flors enversa
Er resplan la flors enversa
pels trencans rancs e pels tertres:
cals flors? neus gels e conglapis
que cotz e destrenh e trenca,
don vei mortz quils critz e siscles
per fueils pels rams e pels giscles,
mas mi ten vert e jauzen jois
er can vei secs los dolens crois.
Car enaisi o enverse
que bel plan mi sembro·il tertre
e tenc per flor lo conglapi
e·l cautz m’es vis que·l freit trenque
e·il tron mi son chant e siscle
e paru·m fulhat li giscle:
aisi sui ferm lassatz en joi
que re no vei que·m sia croi.
Mas una gens fad’enversa
com s’eron noirit en tertres
me fan per pieigz que conglapis,
c’us quecs ab sa lenga trenca
e parla bas e ab siscles,
e no·i val bastos ni giscles
ni menassas, ans lur es jois
can fan per que hom los clam crois.
Qu’ar en baizan no·us enverse
no m’o tolon glatz ni tertre,
dona, ni gel ni conglapi,
mas non-poders par que·m trenque,
dona, per cui chant e siscle:
vostre bel uelh mi son giscle
que·m castion si·l cor ab joi
qu’ieu non aus aver talan croi.
Anat ai cum cauz’enversa
lonc temps cercan vals e tertres,
marritz cum hom que conglapis
cocha e mazelh’e trenca,
que anc conquis chans ni siscles
plus que fols clercs conquer giscles:
mas ar, Dieu lau, m’alberga jois
malgrat dels fals lauzengiers crois.
Mos vers an, qu’aisi l’enverse
que no·l tenhon baus ni tertre,
lai on hom non sen conglapi
ni a freitz poder que·i trenque:
a midons lo chant e·l siscle,
que el cor li·n intro·il giscle,
cel que sap gen chantar ab joi
que no tanh a chantador croi.
Doussa dona, amors e jois
nos ajusten malgrat dels crois.
Joglar, granre n’ai meins de joi
car no·us vei e·n fas semblan croi.
[Raimbaut d’Aurenga]

Botticelli-primavera.jpg

Torrat sa frina, e s’ierru s’ingalena, cun frori e erba chi dhi faint giunchilla, Progne scrillita’, prangit Philomena, meïn sa berania nida e spibilla.
Arrint is pardus, su celu s’assulena; Giove s’allirgat de mirai sa filla s’àiri, s’àcua e sa terra ’e amori est prena; e dogna pegus de amori si cunsilla’.
Ma a mei, mischinu, torrant is susprexus chi dae su coru miu tirendu m’esti sa chi ’ndi porta’ in celu crais e prexus;
e cantu ’e pillonedhus chi si sesti’ e de is fèminnas bellas tiernus strexus èremu sunt, e fera àspera e aresti.

Zephiro torna, e ’l bel tempo rimena, e i fiori et l’erbe, sua dolce famiglia, et garrir Progne et pianger Philomena, et primavera candida et vermiglia.   Ridono i prati, e ’l ciel si rasserena; Giove s’allegra di mirar sua figlia; l’aria et l’acqua et la terra è d’amor piena ogni animal d’amar si riconsiglia.   Ma per me, lasso, tornano i piú grav isospiri, che del cor profondo tragge quella ch’al ciel se ne portò le chiavi;   et cantar augelletti, et fiorir piagge, e ’n belle donne honeste atti soavi sono un deserto, et fere aspre et selvagge

[Francesco Petrarca, RVF CCCX]

Sa domu ‘e is duaneris / La casa dei doganieri 

No t’ammentas tui sa domu ’e is duaneris
spentumada asua de su marràrgiu:
èrrema t’est abetendi a seru àrgiu
de candu sa schissura ‘e is pensus tuus
inintru s’est frimada in su scinitzu.
Deddiora bentemari scòrria’ is murus caudhinus
e s’arrisu tuu no sonat prus allirgu:
sa bùsssola andat maca a s’afainu,
su barrallicu contu prus no torra’ o donat.
Tui no arregodas, un’atru tempus stronat
s’amentu tuu; unu filu si sbòdhiat.
‘Ndi tengu inghitzu ancora;
ma si stèsiat sa domu, e asua sa teulada
sa veleta affumada est girendi chene dolu.
‘Ndi tengu inghitzu; ma alinai no pois
abarrend’in su scuriu assolu.
Oh su fundali fuendi, aundi s’alluit
lena sa luxi de sa petroliera !
Innoi chi est s’àidu? (Rampudha s’unda
ancora mein sa scafa chi ’nd’arruit…).
Tui no arregodas sa domu de custu seru miu.
E no sciu chin’ anda’ o abarrat giustu.
 La casa dei doganieri
Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.
Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana.
Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell’oscurità.
Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende…)
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.

[Eugenio Montale, La casa dei doganieri]

Su seru trexentinu

Friscus ‘s fuedhus mius in su seru

ti siant che frùsiu chi ‘nci fait sa folla

de ghessa in manu ‘e su chi dh’arregolla’

mudu e stentosu in sa faina adasiadu

sua ‘e sa arta fèstina anniedhèndisi

contra su truncu impratiadu

cun s’arrama sua spolla

in ca sa luna est acùrtziu a sa lolla

in su’oru ‘e celu e parit siat sterrendi velu

abi su bisu nostru pasat

e parit chi ogna sartu giai s’intendat

de issa imbertu adenoti in su gelu

e de issa bufit sa paxi isperada

chene dha biri.

Labadu sias po sa cara tua ‘e prella,

o Seru, e po is ogus ùmbidus tuus mannus aundi si citit

s’àcua ‘e su celu!

Drucis ‘s fuedhus mius in su seru

ti siant cumenti muscendi est sa pròida

tèbida chi si còidat,

dispidìa lambrigosa de issu beranu,

in sa chessa e in s’urmu e in froris lidus

e in s’opinu cun nous de arrosa didus

chi giogant cun s’àiri chi si perdit,

e in su trigu chi no est brundu ancora

e birdi sperdit,

e in su fenu chi at già aguantau sa fraci

e s’iscolorat,

e in s’olia, sorris nostras olias

fendi che santas is costas sciarbolias

e scaringiosas.

Labadu sias po s’istiri tuu nuscosu,

o Seru, e po su cintzu chi ti cingit, che su sàlixi

su fenu a nuscu!

Deu t’ap’a nai a calis de urrei campus

su frumî amori tzerit, chi sa fonti

eterna in s’umbra antiga de is arrampus

fuedhat in su mistèriu sagru de is montis;

e t’ap’a nai po cali secretu

is montixus a is fundalis afronti

s’incrubint che is larus chi una nega

serrit, e poita de nai sa marolla

dhus fetzat bellus

adhia ‘e s’umana bolla

e in su mudori insoru sempri noellus

cufortadoris, gai chi parit

chi dogna seru s’ànima dhus potza’ amai

de istima forti.

Labadu sias pr’ ìnnida tua sa morti

o Seru, e po s’abetu chi in tui fait tochitai

is primus stedhus!

Sa próida in su pinnete

Citu. Mein s’oru

‘e su sartu no intendu

paràulas chi naras

a mesu; ma intendu

paràulas schinnidas

chi narant istìdhius a scioru

de atesu.

Ascurta. Pròit

mein sa tramatza,

de is nuis spainadas:

proit

a cilla de atza,

proit asua ‘e su pinnetu

innoi in bisiöni,

in nuscu ‘e olioni,

t’abetu;

proi’ in sa tiria lugorosa

de àcua unu sciacu,

asua de tzinnìbiris cracus

tra bacas nuscosas;

stidhiat a faci ‘e sa fèmina

aresti,

proit, ma, là, ca imoi ‘nd’esti

spollinca

e sciustu, si dh’at totu

s’istiri.

Scinitzu a dhu biri:

geimai ti scaringias

e sa fàula t’incìngiat

chi a bortas

t’improsat, chi oi puru m’improsat.

O Ermione.

‘Ntendi? S’àcua arruendi

apitz’ ‘e s’erbùgiu

assolau

ch’est drinnendi sighia,

feri feri in s’aèri

cunfromma de is commas

scrallaxas o cracas.

Ascurta. Dhi torrant

sceda a su prantu

cixas medas in cantu,

chi prantu

no ispramat nemancu

cun disaùra,

ni ceu cinixinu.

E s’opinu

unu sonu, e sa murta

un’atru sonu tenit,

e su tznnìbiri atru puru:

trastis diversus

asuta de didus aira.

E imbertus

seus nosu in su bundu

‘e su litu

vida bivendi intupida;

e a cara subada

ch’istidhiat che próida,

a didus scroxas

s’afròdhiu – a frori

chi ses… – pitziori

chi bogas, istràngia,

o criadura terràngia,

de nòmini

Ermione.

Ascurta, ascurta, S’acòrdiu

de is cixas in s’àiri

a bellu a bellu

prus surdu

si torrat in prantu

chi crescit;

ma cantu a mèscia ‘nd’obrescit

in sorrogu

de ingudhei pesendi,

de s’ùmbida umbra aici atesu.

Prus surdu e prus lenu

si sciaga’ e si studat.

Sceti una nota

tremi’ ancora, e si studat,

torra si pesat, tremit, si studat.

Sa boxi ‘e su mari est citia.

S’intendit in totu sa frunda

grogotu

de próida de prata

chi mundat,

s’ìrrida chi variat

cunfroma a sa frunda,

prus o mancu craca.

Ascurta.

Sa filla de s’àiri

est muda; ma sa filla

‘e su ludu tesana,

s’arrana,

cantat in s’umbra prus funda,

bai e circa ‘e aundi, bai circa ‘e aundi!

E proit mein ‘s cillus tuus,

Ermione.

Proit apitzu ‘e is cillus tuus niedhus

gai chi paris prangendi

ma de sa gana; luxenti no

ma casi fata imbirdèssia,

paris de catza una brisca.

E totu sa vida in nosu est frisca

olorosa,

su coru in petus est pericoca

ìnnida, no a figumorisca.

E a su pinnete ti torras

amparu circhendi, callenti,

tra is mèndulas mias,

cerfas ma fogu pighendi,

in custa matana de prexu.

Non prus de tupa in tupa,

trobedhaus ‘moi ‘nci seus

(ca infora ‘nd’est proendi

e nosu in pinnete

po fintz’ a scinigu)

bai e circa innui, bai e circa tui!

Proit a faci ‘e tui, fèmina

aresti,

E sighit a proi,

ca imoi seus spollincus

e sciustus seus totus,

a istiri bogau,

de scinitzu; e, a dhu sciri,

scrillitas:

geimai ti scarìngias

e de fàula t’imprìngias

chi sempri

t’improsat, chi oi puru m’improsat,

o Ermione.

Ca, 20.12.2018 mVis*!

Su seru trexentinu

Su seru trexentinu_2_(bis)

In nomî ’e Deus, agiudamì. Chi tantu
no

Su seru trexentinu

Friscus ‘s fuedhus mius in su seru

ti siant che frùsiu chi ‘nci fait sa folla

de ghessa in manu ‘e su chi dh’arregolla’

mudu e stentosu in sa faina adasiadu

sua ‘e sa arta fèstina anniedhèndisi

contra su truncu impratiadu

cun s’arrama sua spolla

in ca sa luna est acùrtziu a sa lolla

in su’oru ‘e celu e parit siat sterrendi velu

abi su bisu nostru pasat

e parit chi ogna sartu giai s’intendat

de issa imbertu adenoti in su gelu

e de issa bufit sa paxi isperada

chene dha biri.

Labadu sias po sa cara tua ‘e prella,

o Seru, e po is ogus ùmbidus tuus mannus aundi si citit

s’àcua ‘e su celu!

Drucis ‘s fuedhus mius in su seru

ti siant cumenti muscendi est sa pròida

tèbida chi si còidat,

dispidìa lambrigosa de issu beranu,

in sa chessa e in s’urmu e in froris lidus

e in s’opinu cun nous de arrosa didus

chi giogant cun s’àiri chi si perdit,

e in su trigu chi no est brundu ancora

e birdi sperdit,

e in su fenu chi at già aguantau sa fraci

e s’iscolorat,

e in s’olia, sorris nostras olias

fendi che santas is costas sciarbolias

e scaringiosas.

Labadu sias po s’istiri tuu nuscosu,

o Seru, e po su cintzu chi ti cingit, che su sàlixi

su fenu a nuscu!

Deu t’ap’a nai a calis de urrei campus

su frumî amori tzerit, chi sa fonti

eterna in s’umbra antiga de is arrampus

fuedhat in su mistèriu sagru de is montis;

e t’ap’a nai po cali secretu

is montixus a is fundalis afronti

s’incrubint che is larus chi una nega

serrit, e poita de nai sa marolla

dhus fetzat bellus

adhia ‘e s’umana bolla

e in su mudori insoru sempri noellus

cufortadoris, gai chi parit

chi dogna seru s’ànima dhus potza’ amai

de istima forti.

Labadu sias pr’ ìnnida tua sa morti

o Seru, e po s’abetu chi in tui fait tochitai

is primus stedhus!



Bantu de is amoris de is camareras

Nsandus chi benit cun sa sceda sua

ciapai mi praxit sa tzeraca a esca

chi intra nos dus est secretària a cua

m’alluit s’arrisu ‘e chini ‘ndi scit bresca

sa buca frisca, abetu ‘ebbadas, s’ora,

e cudhu nuscu de istòria bocacesca…

Issa m’arreulat, si scabulli’, implora’,

sa meri a nomî scràma’ in sa marolla

«Ohi! ‘ta bregùngia! Pòvera Sennora!

Ohi! Pòvera Sennora!…» E si ‘nci ammolla’.

Pubas de prexu ‘e Decàmeron d’eris

is camaristas giain chene turmentu

gosa prus sana chi no giaint is meris

No sa malìtzia ‘e martirizu a lentu,

no sa morbosidadi torrend’ascu,

no su sentidu stròllicu in apentu

chi fait longa sa noti e is sonnus lascus,

no pusti de sa gana ànimas tristas:

ma unu spàssiu prus sulenu e mascu

Bantu s’amori de issas cameristas!

Gozzano (doppio)

CUMBIDU

I.

M’est cosa druci, scurighendi, a ingrinu,

sub’ ‘e is morìllius de is braxas istragas,

m’est cosa druci cumbidai is pagas

fèmmias chi m’anti scaringiau in camminu.

II.

Trasumanadas giai, chene pessonas,

si pesant totu… E issas prus tesanas,

e is cumpàngias cun isperas bonas

e is pitichedhas, puru, e is prus vanas:

mimas modistas tzèrbias cortesanas

che ‘e unu Decameròn abbistas conas….

Intra ‘e cincidhas e tràxida de is cipus

si pesant totu, truma sciarbolia…..

Amori no! No! Mai deu no ‘nd’achipu

amori beru in prantu o in alligria;

Mai m’at tocadu Amori in vida mia

debadas mi seu ofertu presu a cipus.

O no amadas chi amadu m’ais, a Issu

coru apu giau debbadas chene paga.

Amori no m’at fertu ‘e sa liaga

chi a is atrus mi fiat parsia druci afissu…..

A cali astrori seu stètiu promissu?

Profetu est suci d’erbas o s’arti maga?

III.

– De su bratzolu mazina fiat cudha,

ni brusceria at a balli, o bisadori!

Fintz’a sa losa unu coru de astrori

as a portai cun sìdiu chi rampudha’

pitzinnu tristu chi no as scìpiu nudha

ca bell’e nudha scit chi no sci’ Amori.

Una cun basu ‘e buca t’at a prendi,

sotendudì mancai su coru abbistu;

e cudh’una at a benni, fradi tristu,

fortzis s’enna at tocau po si fai intendi,

fortzi a palas giai t’est, a tui tochendi

giai ti cingit a cua de is comas, pristu…

Si stud’ a ogus de sorri che un’ istella

insà’ dognuna. E coru torra’ in frori

«Fradi tristu, chi nau t’at fàula Amori,

no ti niat fàula s’atra cosa bella!»

Sa limba tocare solet inue sa dente dolet

Sa limba tocare solet inue sa dente dolet

Workshop FILS – 21 de friaxu 2014

**

Si dhu at una cosa, de una pariga de annus a immoi, chi no si podit fai a mancu de chistionai est sa lìngua sarda. No bollu marcai tropu sa cosa; o nemmancu a parri presumiu, poita ca, sigumenti sa chistioni de sa lìngua m’interessat, custu mi podit fai ammanniai su problema o mi podit fai biri fintzas prus de su chi no ’nc’est. Dhu sciu beni che ’nci funti atras cosas chi si tenint ocupaus prus chi no est sa lìngua, antzis, e ’nci aiat a mancai puru: sa crisi chi nos atanallat, tantu po nai, o su spread, o s’Europa, sa polìtica regionali, natzionali e internatzionali, e aici sighendi cun totu cuss’axu ’e cosas, e diaulus e matracas chi si donant pistichìngiu. Andat beni totu custu. Ma unu pagu, a su nessi, sa lìngua intrat a bellu a bellu mein is discursus chi si sunt faendi. Antzis deu creu chi imoi custa cosa chi est sa lìngua siat si siat scampiendi, bessendi inforas, custa cosa chi fiat abarrada cuada e muda, scuntroriada, leada a banda e scarèscia: ma chi no est stètia mai abbolia; una cosa chi, cumenti e unu brèmini, si ’nci papat e s’arrosigat surdu surdu in sa conca e in sa menti: unu papìngiu e unu papòngiu chi s’increscit chene chi nemancu, is prus de is bortas, si ’ndi potzaus sapiri.

E est un’istòria longa custa de sa lìngua e de sa chistioni sua: longa de séculos. Ca est deddiora chi is Sardus si funti sapius chi custa chistioni de sa lìngua fiat de importu, fintzas innanti puru chi fessit intèndia pròpiu che una chistioni linguìstica. Infatti in s’acabbu de su sèculu de XVI, fiat cumintzau a essi cosa crara ca a fuedhai sa lìngua insoru, faci a is lìnguas de is atrus, iat essi stétiu po is Sardus, o a su mancu po is Sardus scìpius e istudiaus, a provai de si ponni a su pròpiu paris de is atrus; fiat a demostrai chi si podiat arrennesci a fraigai una sòciu de òminis scìpius e sàvius chi podiant impreai sa lìngua insoru cun sa cuscèntzia de essi  òminis de unu sugetu polìticu e stòricu apari cun is òminis mannus de is atrus Rennus de s’arrei de Spagna. Insandus iaus essi stètius unu Rennu, su Rennu de Sardinna, paris che is atrus Rennus de su pròpiu rei.

Craru est ca s’Istitutzioni est una cosa, e sa realidadi est un’atra, e su poderiu no setziat in Sardinna; e custu bastàt, a bolla o amarolla, a sprundi sa lìngua de is meris e a smenguai mein is fatus sa nostra. Ma sa lìngua bona po una scritura arta e scìpia fiat nàscia e fromada in dogna manera; ma fiat abarrada cuada, ‘sottotraccia’, po dha nai in italianu. bia In dogna modu bia perou. E sa cosa cumintzàt a dòliri e a incresci, poita ca si ’nci sapiat de tenni una lìngua bona ma chi no agatàt apretziamentu. Custu fiat craru, si pagu tempus apusti Garipa depiat torrai a cufrimai sa bellesa e sa nobilidadi de sa lìngua sarda, in sa stèrrida de sa furriadura in sardu ch’issu aiat fatu de su Legendariu de sas virgines e martires; e si Contini-Vidal podiat iscriri, intra de is  atras lìnguas ch’issu connosciat e imperàt, unu bellu poema ind unu Sardu barocco, apitzu de Sant’Antiogu (Urània Sulcitana).

Arreconnota, ma no istitutzionali, duncas, sa lìngua sarda; capassa de poetai, ma chi no fiat de sciorai; imperada emmo, ma no imperiada adhia de is trèminis socialis prus istrintus e de pagu importu in sa scena manna de s’Imperu de Spagna; o de su mundu. Ma lìngua fatta cumentisisiada: crumpia mancai no lòmpia.

E sa cosa fiat abarrada aici po unu cantu ’e tempus, fintzas a candu a bia de s’acabbu de su Setixentus, sa chistioni de sa lìngua fiat torrada a pillu. Tempus nous fiant: tempus de riformas, de istudius arrennovaus, de Universidadis chi in Sardinna s’ammodernànt issas puru, tempus de lumeras e de illuminismu, de isperu de unu tempus mellus e prus lìberu: e chi poniat s’intzimia de s’idea de natzioni. E sa Sardinna dh’iat aciapau s’anniscu de de is tempus, de cust’idea de libertadi e de natzioni. E po medas ’etus ’ndi fut prìngia. Diaici, pagu innanti chi incumentzessit sa chi si narat sa “sarda revolutzioni”, sa de Angioi po s’intendi, de is annus 1794-1796, Mateu Madau aiat assertau chi sa natzioni sarda esistiat, e chi esistiat po unu fatu simpli e sintzillu: est a nai ca totu is Sardus, de calisisiat stadu sociali fessint, teniant una cosa a comunu: sa lìngua. Certu calincunu scidiat s’Italianu, o calincun’atru mancai scidiat ancora su spagnolu, o atras lìnguas puru: ma totu cantus is Sardus scidiant e imperànt su Sardu. Una lìngua bella e nòbili, naràt Madau, chi boliat limpiada e pulia, po dha torrai a is arrèxini suas chi fiant in sa lìngua latina; ma una lìngua, sa nostra, chi si depiat arrichiri puru cun fuedhus de atras lìnguas istràngias, fendi cumenti a iscàmbiu, in sa pròpia manera chi si scambiant is mercantzias po sa dìcia e po su benèssiri de totus. Totu custu ind un’àiri de amighèntzia torrada apari. Ideas unu pagu antigas fortzis, custas de Madau, narat calincunu; e mancai strambecas puru, coment’e cussa de torrai su Sardu a su Latinu, ma ideas prantadas ind unu terrinu nou: cumenti sa bidea de su liòngiu intra de lìngua e natzioni, e sa cumparàntzia intra sa vida  e su manìgiu de sa lìngua cun su manìgiu economicu mercantili. E insandus su Sardu podiat torrai a essi una lìngua cumenti e is atras, po essi imperada in dogna logu e po calisisiat arrexoni, e a calisisiat paris.

Ma is cosas sunt andadas cumenti scieus. Cudhu bentu chi si fiat pesau e chi nos intzullàt e nos abbilàt ca fiat precisu a bentulare, si fiat asseliau e pasau; e nos aiat postu in mudori e in mùdria. Antzis fiat cumentzau, po nosu, unu caminu e un’època de spratzidura in sa cuscèntzia nostra, un’andòngiu de Spaltung iant a nai is Tedescus; de “scissione” s’iat a nai in Italianu. Un’andòngiu e unu caminu chi seus sighendi ancora. Ca si puru su bentu s’asseliat, is ideas funti malas a sparessi e a dhas podi morri. E ind una situatzioni de restauratzioni, cumenti fut cussa de sa prima metadi de s’Otixentus, fiat difìcili a fuedhai de is isperus, de is punnas e de is disìgius de su passau, mancai custus sighissint a bìviri a s’iscusi, cua cua, impari cun is bideas chi dhus aiant ingendraus. E in prus un’atr’idea fiat cumincendi a essi intzimiada e a nasci: sa de s’unidadi de Itàlia. Cust’idea fut cumpratzia de medas Sardus puru, chene perou chi si ’ndi scarescessint d’essi a dogna manera Sardus; chene renuntziai a s’idea de pàtria e de nàtzioni sarda. S’idea, o mancai puru s’utopia, su disìgiu e sa punna de medas intelletualis fut cussa de ponni impari pàtria sarda e pàtria italiana; fut s’idea de podi arrennesci a fai sa natzioni sarda, chi in su sèculu innanti no si fiat pòtzia fai, in su matessi tempus chi si depiat fai sa natzioni italiana; s’idea de podi cumpriri is bideas de su sèculu passau circhendi de fai s’Italia, de arrescatai sa libdertadi sarda arrescatendi s’italiana. Ind un’idea prus o mancu ispainada e acrarada de una natzioni italiana federali, aundi is pàtrias e is natzionis minoris podiant esisti e bìviri in cuncordu intra ’e issas e inintru de s’Itàlia liberada. S’idea chi sa Sardinna si podiat agatai inintru de s’Itàlia, chene perou amancai d’essi Sardinna. E sa chistioni de sa lìngua aiat unu pagu abasciau sa boxi, ma sighiat a tragai mentis e isperus, amesturendisì cun s’idea de lìngua natzionali italiana.

Fiat cumenti chi no si sciessit scioberai su chi boliaus essi: fu custa sa spratzidura, sa sperradura de sa menti e de sa cuscèntzia. E est innoi chi si ponit sa stòria de is ‘Frassu de Arborea’, cosa chi scieis giai e chi duncas no si torru a contai. Una fata chi chirighitàt custa sperradura de is mentis e de is corus de medas Sardus: e infatis cali cosa mellus de una Sardinna chi aiat imbentau s’Itàlia e s’Italianu? De una literadura italiana nàscia in Sardinna e impari cun sa sarda etotu? E ita dimoniu! ’Nci fiat de di spedhiai…! e medas sàvius fiant arrutus in sa trampa, e calincunu at sighiu a ’nci crei fintzas apusti chi sa trampa fut mostrada po su chi fiat: ca su disìgiu meda bortas est prus forti de s’arrexoni.

Ma sa Storia est andada, e s’unidadi de Itàlia, cumenti Deu at bòfiu, fu fata puru (ma de seguru no in manera federali): e po sa Sardinna fut fata cund unu antìcipu de catodix’annus: in cussu 29 de dognassantu de s’annu de gràssia 1847, in sa dìi candu – aici aiat nau calincunu – si ’nci fiaus crocaus che rennu e si ’nci fiaus scidaus che provìncia; cussa dìi apitzu de sa cali ancora no scieus nai si «aiaus sballiau totucantus», cumenti iat nau  Siotto Pintor, chi innanti fiat stétiu in favori de “fusione perfeta” cun is istadus de sa terramanna sabàuda, e chi apusti si ’ndi fut iscrètiu e dh’aiat crìticada meda. E duncas seus ancora innoi a si dimandai si fiat stétia cosa bona sa de ai renuntziau a dogna forma de autonomia, certu fundada apitzu de istitutzionis medievalis, in pro de atobiai sa modernidadi. Certu sa cosa chi si podiat cuntratai mellus: ma… – dhu scieus totus – de s’atinu de pusti ’ndi funti prenas is foradas.

Ma interetantu, a pagu a pagu,– po dhu nai cun is paràulas de Antoni Gramsci, ma fortzis imperadas a s’imbessi – sa lìngua sarda est colada, po unu procedimentu moleculari,  in intru de s’Italianu, cambiendidhu, isboidendidhu dai deinintru, e torrendidhu a ingendrai de maneras suas.

No sciu si e cantu, in dì de oi, seus sanaus de custa maladia stròllica e strambeca de sa “Natzioni Sarda”. E no sciu nemancu si si depeus disigiai de ’ndi sanai: infatis sa maladia amorosa est sempri cosa bona e de gosai, postu perou chi dha podeus manigiai aberrendi abbillus; e su mitu, il mito, est sempri cosa saludosa e beninna, si perou dhu pigaus a tzicus omeopaticus.

Già est berus ca is acontèssidas de su sèculu passau, chi sunt stétias fintzas tràgicas po tropu natzionalismu e ant fatu stragu meda, est beru ca is fatas de su Noixentus ant reduidu, e fortzis puru ant disanniscau s’idea etotu de natzionalismu; debotanti ca su fraigu polìticu-economicu europeu torrat a definì e a pensai un’acàpiu nou intra sa Natzione e su Stadu, mancai chi no ’nci arrennesciat tropu beni, aici parit a su mancu.

Is tempus nous de oindì amustrant, mascamenti in Europa, su triunfu (o mancai puru medas bortas su carrasciali) de sa diferèntzia, de sa diferentzialidadi ispainada e autoassertanti. S’imaginàriu polìticu modernu est marcau «de s’assertu universali de sa diferèntzia», fendi cosa e manera diversa de is tempus de pagu colaus chi punnànt e boliant « afirmai sa pàrina (s’egalidadi) primordiali de cadaunu òmini adhia de is piessinnus chi cadaunu podessit tenni», aici narat Guy Hermet. Su cali diaici sighit narendi ca «su simpli aguantu de is minorias oi no abbastat prus, antzis custa manera de tratai is minorias pigat s’assimbillu de su minusprètziu: poita, cufroma a is arregulas de su multiculturalismo, scéti s’arreconnoscimentu de is diferèntzias, scéti su de pariai su totu cun su totu, boghendinci fintzas s’idea matessi de normalidadi, sceti custa bia iat depi arregulai is avincus intra de is òminis». Cadaunu est diferenti a modu suu e custa diferèntzia dha depi tzerriai, deghinò no est issu.

E custas sunt chistionis ancora sub judice, atualis, contingentis fortzis, ‘all’ordine del giorno’ mein is agendas natzionalis e internatzionalis; fatus e datus ancora fitianus e no ancora assentaus in su discursu storiogràficu. Chistionis aundi, medas bortas, in palas a sa dimanda de su deretu a essi diferentis, si cuant interessus polìticus de atru tipu. E Gramsci innoi puru ’nci aiat intzertadu, candu naràt chi dogn’orta chi si movit sa cuestioni de sa lìngua, est atru chi est murighendi: in sa polìtica e in sa sociedadi; e deu pensu chi sa cosa no ballat sceti po su chi pertocat sa lìngua, ma po calisisiat dimanda innantiada de calisisiat minoria.

E totu custu podit essi una trampa, una manera noa de nai cussu dìciu antigu chi narat “spratzidhus e faidindi meri”, chi est a nai divide et impera. E tocat insandus a donai atentzioni e a no arrui in sa trampa, a no cracai tropu su pei in s’idea d’essi tropu minoria, e duncas tocat a si sci cunfrontai cun is atrus, chi no funti ni mellus ni peus de nosatrus. D’atra manera atru no fadeus chi a si carinnai nos etotu, cumenti pipius dengosus chi si dimandant dogna dì deinnanti ’e su sprigu chini siant e ita bolint abberu; mentri ca is problemas berus abarrant ingunis, aspetendi ancora d’essi sciòllius.

In custu contestu polìticu e culturali, duncas sa chistioni linguìstica sarda parit no essi acabbada, chi antzis torrat a pillu in su fitianu arreu suu. Sa chistioni si ’ndi pesat in atras maneras: identidadi, etnicidadi, leis regionalis e statalis, chi connosceus e no est s’accasu innoi de dhas torrai a mentovai, peleas cun su Stadu, e dimandas de deretus chi a issu adderetaus. Nòminis, fatus e àndalas noas, ma chi sunt postus sempri in su matessi surcu de su passau e de sa traditzioni, mancai arrangiada cun is tempus de immoi, mantenendindi sa pròpia essèntzia.

E insandus seus discutendi e arralatendi si sa lìmba potzat o depat essi parti de s’identidadi, o si imbècias custa identidadi si depat o si potzat fromai e assentai asuba de atrus elementus, cument’est po cussus chi, a contu insoru, pentzant chi sa lìngua sarda oramai siat ispèrdia, e no podeus prus torrai a dha recuberai; o po cussus chi in dogna modu creint chi sa lìngua siat stétia atremenada e posta ind un’arrinconi dai sa stòria e dai sa modernidadi. Antzis si faint peleas apitzu de su chi bollit nai identidadi: dimandendi si custa depit essi cosa chi andat sintzilla desesi, o si imbecias siat una cosa de fraigai, de ’nci trabballai apitzu, de dha ciuexi. E si peleat fintzas de cali depat essi su tanti de cadaunu de custus elementus de sa mistura: cantu de sintzillidadi e cantu de fraigu trabballadu ’nci ’ollat po dha fraigai custa benita identidadi. Nos dimandaus si seus una natzioni o un’etnia, o mancai una kulturnation chi no si scit si si depat o no si depat fai a stadu. Nos dimandaus cali parti depat giogai sa lìngua, po unu sugetu polìticu e culturali modernu cali sa Sardinna bolit e punnat a essi, e cali parti tocat imbècias a su specìficu antropològicu, stòricu-culturali, adhia o a banda de su specìficu linguìsticu. Nos dimandaus si sa limba tocat a dha torrai a coberai totucanta, po chi deunutotu potza bivi, e potza essi imperada che lìngua cun sa ella maiuscola, o si imbècias sa lìngua depat abarrai cumenti una cosa de arrimai in su fundali, che un’amentu stòricu de su passau, che unu datu neo-folcloricu, mancai pretziosu e de allogai beni chistiu, ma, infinis, de no imperai, si no cumenti una terra de palas, unu background postu a banda e chi si torrat a campu scéti dogna tanti: cumenti una filigrana cuada e de no sciorai, ma de lassai scéti intziriada; e fintzas prus chi sa situatzioni de diglossia puru, a pagu a pagu, est in sa ia de acabbai, po lassai logu a sa dilalia e a sa regionalizatzioni a ghetu sardu de s’Italianu.

E no s’iat depi scaresci – ca antzis si ’ni’iat depi fuedhai meda ancora – de sa produtzioni multimediali in lìngua sarda, chi oramai est lòmpia a una cualidadi de livellu artu: dai sa poesia sèmpir’a campu e biatza, a sa novidadi de sa prosa narrativa, dai is cantautoris de oindì chi s’acostant a is cantadoris tradizionalis, dai su cìnema a su cabaret, dai is stòrias in tiras diegnadas (o fumetus, si ’oleis nai aici), fintzas a torrai a scoberri s’etnomusicologia sarda e is poetas a bolu de sa traditzioni. E s’iat depi fuedhai de is misturas linguisticas chi agataus in medas narratzionis modernas (Atzeni, Fois, Niffoi, tantu po ’ndi mentovai dusu o tres), e chi praxint meda in domu, e fintzas prus infora de domu. Un’agradesssimentu certu prus mannu de su chi no agatat sa narrativa in limba, reduida a pagus grustus e piticus chi podeus nai underground, ma dogna modu cuidadosus e biatzus, ch’iant a meresci prus atentu de su chi recint. Un’atentu impediu de su fatu chi oramai, addolumannu, su Sardu est perdendusì, e sempri prus pagu sunt is chi dhu scipiant fuedhai e cumprendi, mascamenti mein is registrus cuncrodaus e prus contivizaus, e po custu no si ’ndi sci tirai profetu: antzis su mercadu culturali (e fintzas polìticu) no arrennescit nemancu a cumprendi cali torracontu mannu ’nd’iat podi tirai de custu cabbali.

E una borta ancora, mi parit, seus in sa sperradura, in su spratzimentu, arreu e fitianu, in sa Spaltung, in sa scissione; chi si furriat meda bortas a scuntentesa, in calisisiat modu si ’ollat castiai sa chistioni: poita ca fintzas chini arrexonat cun mirada cosmopolita, e castiat a is cosas de logu nostru cun sossiegu prus o mancu sciorau, o mancai puru cuau e dispintau, est in dogna manera parti de sa scera de cussus chi is lìnguas insoru a narri de Sardinna no s’intendint cantzadas: cumenti iat nau cudhu Poeta mannu fiorentinu («a dir di Sardegna le lingue loro non si senton stanche»), mancai fessit puru ind unu narri negativu, o in s’eloquèntzia de sa mùdria.

Poita ca, si pròpiu dh’oleus nai in limba globali-internatzionali, e giustu aici, po no parri bidhaius rùsticus e grezus, the [mother] tongue ever turns to the aching tooth.

E si sa denti dolit, sa lìngua atru no podit fai chi a ’nci tocai apitzu.

Maurizio Virdis

‘Narratività sarda medievale

maurizio virdis

‘Narratività’ sarda medievale

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condaghe 56

I Condaghes sardi sono stati certamente oggetto di studio storico, giuridico e filologico-linguistico, ma non sono mai stati presi come oggetto di studio letterario. Certo quando parlo di letteratura, non intendo affrontare alcun discorso estetico, né teorico, né porre o pormi la questione del che cosa debba considerarsi letterario o afferente alla sfera di ciò che si è soliti chiamare letteratura, o quali (tipi di) scrittura debbano o possano considerarsi letterari.

Voglio solo dire che non sempre le scritture dei Condaghes devono ritenersi delle scritture puramente strumentali e con valore esclusivamente pragmatico e probatorio, quali la mera e sola registrazione di un fatto che abbia una qualche rilevanza nella vita economica o giuridica delle entità monastiche che questi testi producevano. O meglio, se anche ciò è vero, è vero pure che  le registrazioni di tali fatti sono sottoposte a un andamento narrativo che in qualche modo ‘drammatizza’, se così può dirsi, in forme appunto di narrazione, l’iter attraverso il quale tali entità giungevano ad una certa situazione o ad acquisire un diritto o un possesso.

È merito indubbio di Ignazio Delogu l’aver intuito che le scritture dei Condaghes andavano oltre la mera annotazione memoriale, pur dotata di valore giuridico e probatorio ed erano corredate pure di un certo tasso di letterarietà che si esplicava in termini eminentemente narrativi: «i Condaghes […], oltre a costituire un materiale quantitativamente imponente, di straordinario interesse linguistico, si impongono spesso come documenti letterari e narrativi».[1]  Nei Condaghes «la scrittura fa valere i suoi diritti, nel senso che dalla automatica e impersonale registrazione di un evento o di un negotium si passa, evidentemente, a una scrittura che, in quanto tale, cioè in quanto frutto della mediazione dello scriptor rispetto all’evento, costituisce una realtà a sé e per sé, non riconducibile a un calco dell’evento del quale costituisce al massimo una testimonianza», con evidente consapevolezza dello scriptor, che, in quanto tale, non può non avere coscienza dei margini di autonomia che gli sono concessi.[2]

Più recentemente Patrizia Serra, recependo e portando a compiuta maturazione gli stimoli offerti dal Delogu, afferma che i Condaghes, collocantisi fra oralità e scrittura, mantengono «le modalità narrative proprie di una cultura prevalentemente orale, filtrate e rielaborate tuttavia attraverso moduli stilistici desunti dal patrimonio culturale di scriptores monastici non certo illetterati, che sono appunto in grado di riplasmare la lingua dell’oralità, il volgare sardo, sul modello retorico e stilistico costituito dalla Bibbia in latino. Questo conduce, nelle prime scritture in volgare sardo, a quella commistione tra piano pragmatico-documentario e modalità letterario-narrative, che è stata letta come segno di arcaicità culturale e come prova della totale assenza di modelli colti, e che ci consegna invece una lingua scritta che ha già raggiunto un notevole grado di formalizzazione e la cui “narratività”, certamente non ancora del tutto disgiunta dalle strutture del discorso orale, risulta tuttavia mediata e condizionata da ben radicate tradizioni scrittorie di matrice ecclesiastica, che attestano, ancora una volta, la complessità e la ricchezza di apporti culturali che hanno caratterizzato il processo di elaborazione e affermazione della lingua sarda».[3]  continua a leggere

copista

[1] Cfr. I. Delogu, Introduzione, in Il Condaghe di San Pietro di Silki, ed. di G. Bonazzi, Sassari, Dessì, 1997, p. 37. Si tratta della riedizione del testo del Condaghe edito da Giuliano Bonazzi nel 1900 e qui ripresentato da Ignazio Delogu che ne ha curato la traduzione in Italiano, apponendovi le note e rivisitando il glossario.

[2] Cfr. I. Delogu, op. cit. p. 40.

[3] Cfr. P. Serra, Spunti narrativi nel medioevo sardo, in Insularità e cultura mediterranea nella lingua e nella cultura italiane, Atti del XIX Convegno AIPI, Associazione Internazionale Professori di Italiano (Cagliari, 25-28 agosto 2010), in stampa [per gentile concessione dell’Autrice].  continua a leggerenarratività sarda 1 

La varietà di Cagliari e le varietà meridionali del Sardo.

Maurizio Virdis  

La varietà di Cagliari e le varietà meridionali del Sardo.

Cagliari arquer

È ben noto che il Sardo ha una fondamentale divisione diatopica che divide il suo spazio  geografico in due metà, l’una settentrionale, l’altra meridionale. I principali tratti che distinguono queste due aree possono essere riassunti nella seguente tabella:

Base originaria latina NORD SUD

 -E, -O (finali)-e, -o-i, -uĈ / Ĝ + E, Iĉ/ĝ + e, ič/ǧ + e, i;-L-l (dentale)ʟ (velare), ṛ, b, (g)w, ʔL + Jǧ > dzllT/C + Jth > t/tqtsR-r-ar + r-S + Consonanteis + consonante(i)s + consonanteQU (+ vocale)bbqw

Se vogliamo aggiungere alcuni tratti morfologici, aggiungeremo la neutralizzazione di genere dell’articolo determinativo in is a meridione contro l’opposizione sos m. ~ sas f. a settentrione, e le diverse forme dei pronomi clitici derivati da ILLUM/-A /-I/-OS/-AS/-IS che, a sud, mantengono la consonante geminata, pur evoluta nella retroflessa ḍḍ (e magari, in determinate condizioni fonotattiche, tali pronomi mantengono anche la forma piena: (i)ḍḍu/-a/-i/-a/-os/-as/-is); di contro all’area settentrionale che presenta forme degeminate e sempre aferetiche: lu/-a/-i/-a/-os/-as/-is.

È ben chiaro che le isoglosse relative a questi duplici esiti delle due macroaree non coincidono, esse tuttavia tengono comunque un andamento est-ovest che divide le due metà dello spazio in un’area settentrionale e in un’area meridionale. Chiameremo le due macroaree, secondo tradizione e per brevità, Campidanese la meridionale e Logudorese la settentrionale, prescindendo dalla loro coincidenza rispetto alle regioni geografiche da cui prendono nome: il Campidano e il Logudoro.

 Massimiliano Medda

   Ci sarebbe da comprendere le ragioni di questa differenziazione fra queste due macroaree. Tradizionalmente si parla dell’area logudorese come più conservativa rispetto all’area campidanese più innovativa, anche perché più esposta alle influenze linguistico culturali esterne. In realtà le cose, e le definizioni, sotto questo profilo, appaiono meno statiche e semplici di quanto non paia e tradizionalmente si sia detto. Perché se è, per esempio, pur vero che il Logudorerse conserva le velari latine e le vocali medie finali, mentre il Campidanese volge a palatale le velari davanti ad e ed i, e muta in -i-u le vocali medie finali, d’altro lato il Campidanese si mostra più conservativo negli esiti di -L- : infatti gli esiti  e ʔ mostrano un’articolazione posteriore che fa presupporre come base di evoluzione una laterale velare, quale era originariamente la laterale latina; gli esiti bw e (g)w -L- possono intendersi come ulteriori evoluzioni che partono da un suono articolato posteriormente: ciò perché tanto i suoni con articolazione posteriore quanto quelli con articolazione anteriore sono entrambi suoni acusticamente gravi e, come noto, suscettibili di essere acusticamente confusi e dunque spesso intercambiabili; né va dimenticato che nella parlata cagliaritana, come pure nell’Italiano Regionale di Cagliari, la laterale ha in determinate fasce diastratiche un’articolazione velare [ʟ]. La laterale [l] logudorese ha invece un’articolazione dentale, quale quella che si è imposta nella tarda latinità in gran parte dello spazio romanzo. Conservativo  è il Campidanese pure per quanto riguarda il pronome clitico di terza persona, ḍḍu: infatti il mantenimento della geminata, e in alcune varianti contestuali, il mantenimento della forma piena non aferetica, è chiaramente un fatto di conservazione rispetto alla forma logudorese. Fatto conservativo è pure la prostesi vocalica davanti alla R- iniziale, se è vero che si tratta di una caratteristica proveniente dal sostrato iberico; tratto poi cancellato e comunque non presente nel Logudorese; il quale ultimo, d’altra parte, in presenta la costante presenza di una -i prostetica davanti alla sibilante S posizione preconsonantica, tratto anch’esso della tarda latinità, presente pure, ma non certo con regolarità, nel Campidanese. D’altra parte se il Campidanese innova palatalizzando in č (< Ĉ iniziale o postconsonantica) o ž (< Ĉ intervocalica) e in ǧ (< Ĝ) le originarie velari latine davanti a vocale anteriore, va detto – e ribadisco quanto anni or sono avevo affermato in altra sede: Virdis (1978) e Virdis (1988) – che tale palatalizzazione è, a mio avviso, non dovuta a influsso esogeno toscano, ma va ascritta alla comune evoluzione latino volgare e romanza di cui anche il Campidanese partecipa; ma va pur aggiunto che il dominio campidanese manifesta, in alcune aree periferiche, relativamente a questo fenomeno, tratti di conservazione: infatti nella Barbagia meridionale la velare intervocalica latina evolve in una affricata alveopalatale sonora, ģ (o [ʥ]): DECEM > [’deʥe]; mentre l’odierno suono palatale di molti centri dell’Ogliastra, ossia la affricata postalveolare sonora ǧ  (o [ʤ]), ([’deʤe< DECEM), parrebbe essere l’evoluzione di una alveopalatale: fenomeno evolutivo che si può osservare oggi  in atto nella Barbagia meridionale. L’evoluzione appare compiuta dunque nel Campidanese generale che presenta la fricativa postalveolare ž (o [ʒ]): [’deʒi]. E se è pur vero che i documenti medievali provenienti dall’area campidanese mostrano inequivoci segni di mantenimento della velare – come dimostrano diverse grafie delle CV: kertukidakidru (XVII, 11), binkidu (XVI, 3), archiepiscopadumerkei (XII, 2), pischina (XI, 2), piskina (XI, 7), connoschit (XII, 5) – essi mostrano alcuni, almeno, indizi di una avvenuta e comunque compresente palatalizzazione: ienniru (XIII, 4, 10; XIV, 14) <GENERU(M). D’altra parte se è vero che, come si diceva, il Logudorese mantiene intatte le vocali medie finali che non vengono innalzate in -i e in -u, va pur detto che si possono, almeno a me pare, avvertire, in questa varietà, alcuni fenomeni di ipercorrettismo nel passaggio di -i  in -e: UBI > ùve, TIBI > be (alternante, è vero, con bi); e aggiungerei il Frotoriane, del CSMB 132.22, e varianti Frodoriane 161.16, 162.6, Fodoriane 176.4, Frontoriane 145.8, ma anche, va pur detto, Fotoriani 122.6 < FORUM TRAIANI: l’odierna Fordongianus.  continua a leggere

La lingua batte dove il dente duole. Riflessioni sul nodo lingua-nazione in Sardegna

La lingua batte dove il dente duole.
Riflessioni sul nodo lingua-nazione in Sardegna

Maurizio Virdis

Riflettere sul nesso lingua/nazione può parere cosa ovvia, di fatto scontata. Nel senso comune odierno europeo le due entità vanno più o meno di pari passo, almeno in molti stati europei: l’una si identifica e corrisponde/corrisponderebbe all’altra. Ma, è ben noto, le eccezioni sono più d’una; e la stessa idea di ‘nazione’ ha ed ha avuto, di volta in volta e di caso in caso, fondamenti ideali o concreti diversi: sì che la lingua, intesa come uno dei fattori fondamentali e costitutivi della nazione, è (stata) spesso un qualcosa che motiva e giustifica a posteriori ciò che antecedentemente è già costituito o si vuol costituire. L’idea di nazione – fatto, abbastanza recente, della modernità, anzi uno dei dati costitutivi della stessa modernità politico istituzionale europea – si trasforma poi, nella concretezza politica, come un dato che, a complicare le cose, si intreccia non solo con l’idea, ma anche con la prassi dello/degli stato/i e del loro reggimento istituzionale. Sappiamo che fattori come la lingua, la letteratura, le sacre memorie storiche (un po’ meno invero quelle demologiche: ma anche qui bisognerebbe distinguere caso da caso), i condivisi orizzonti d’attesa e quant’altro sono andati via via assumendo il ruolo e la funzione di ciò che, innanzi la modernità, veniva assunto e ricoperto dalla religione e dalla religiosità tradizionali: sempre più confinate – nello stato “laico” moderno – entro la sfera dell’intimità soggettiva e personale. Ma, in tale processo, la modernità ha ereditato dalla religione molti atteggiamenti e strutture di comportamento psicosociale, oltre che tanta forma mentis: non ultima quella del conformismo.

Anche la Sardegna si è inserita in tale processo: di volta in volta secondo le determinazioni e le declinazioni che i tempi proponevano, e nei limiti in cui la propria parabola storica l’ha ridotta e condizionata, ma anche con l’originalità della sua, ancora una volta storica e ancor più geopolitica, situazione. Fino all’età e ai giorni attuali e a noi prossimi. Mi limito giusto a ricordare – poiché non ho qui intenzione di tracciare alcun quadro neppure sunteggiato della storia della lingua sarda – che in epoca medievale la lingua sarda era impiegata nella sfera giuridica e nella produzione documentaria e amministrativa. La cosa è da tener bene a mente se si vogliono comprendere molti degli atteggiamenti e dei riflessi dell’età moderna e contemporanea, insieme alla storia della Sardegna e della sucondizione statuale: basterà ricordare che i viaggiatori e gli osservatori catalani registravano certo l’uso ed anzi il buon uso della lingua catalana in Sardegna, soprattutto negli ambienti e nei ceti nobiliari ed urbani, tuttavia non mancavano di osservare come nell’Isola esistesse e si parlasse “l’antica lingua del Regno”, e che questa era conosciuta e impiegata da praticamente tutta la popolazione. Per esempio, il Despuig ci dice che, nel 1557, in Sardegna si parla la llengua antigua del regne, dando così al Sardo una certa qual patente di dignità e di importanza. Nel 1565 il Parlamento riunito dalviceré Àlvaro de Madrigal chiede che gli statuti di Iglesias e di Bosa, ancora redatti solo in Italiano, vengano tradotti in una lingua del Regno, ossia in Sardo o in Catalano, e riconosce così una implicita dignità al Sardoanche se poi la scelta si orienterà, ovviamente, in direzione catalana. Infine è ancora da ricordare che nel secolo alla fine XVI si pose la questione di quale dovesse essere la lingua veicolare dell’insegnamento superiore in Sardegna, il Sardo o lo Spagnolo, con successiva ed anche qui ovvia opzione per lo Spagnolo. Né va dimenticato che in Sardo è scritta e letta la Carta de Logu, legge di principale riferimento dei Sardi, e la cui vigenza si protrarrà fino ai primi decenni del secolo XIX, quando sarà sostituita, nel 1827, dal Codice feliciano. Né andrà dimenticata in proposito la considerazione che ebbe Antonio Ludovico Muratori riguardo alla esperienza storico-linguistica della Sardegna medievale:non credo che si possa dubitare che i Corsi e Sardi prima degl’Italiani cominciassero a valersi della lor lingua volgare negli atti pubblici, o che nei Latini frammischiassero molte voci e forme di dire volgari.

Però sull’esempio suddetto anche la lingua volgare Italiana, che fino al secolo XIII era stata solamente in bocca degli uomini, cominciò in quello stesso secolo a farsi vedere ne’ versi de’ poeti, nelle lettere, ne’ libri, e in altre memorie1. Considerazioni e giudizio che saranno uno degli inneschi delle riflessioni linguistiche e dell’operazione di Matteo Maria Madao, ma forniranno poi anche esca e materiale da ardere ai falsari d’Arborea, come vedremo in seguito2

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Periferie del Sardo

MAURIZIO VIRDIS
Periferie del Sardo
***
Il Sardo è una lingua che dà ampio spazio all’utilizzo delle periferie della frase, sia destra che sinistra. Oltre ai ben noti fenomeni di dislocazione, diffusi in varie lingue neolatine, è ormai noto pure come in Sardo siano presenti largamente fenomeni di fronting, come sia cioè possibile lo spostamento in prima posizione di frase con valore pragmatico di focalizzazione anche non contrastiva, Hanno dato contributi di rilievo a tale fenomeno M.A. Jones, E, Remberger e G. Mensching.
Molto strettamente legata a questo fenomeno, da un punto di vista strutturale, è la funzione pragmatica ed il funzionamento sintattico della particella a come introduttrice di proposizioni interrogative, elemento che certamente occupa lo stesso nodo strutturale dell’elemento focalizzato o dell’elemento WH: infatti a è incompatibile con la presenza di un pronome interrogativo o di un participio passato o gerundio di un verbo composto, o ancora di un predicato che sia stato mosso in posizione iniziale di frase (* a cant’er mannu?, *a bénniu est?, *a ruju fit? ma: cant’er mannu ?, bénniu est?, ruju fit?). La posizione che va a occupare tale particella è sotto il nodo SpecComp, al pari degli elementi WH e dei participi o predcati ivi mossi dalla loro posizione non marcata: donde la reciproca incompatibilità dei fenomeni: se ce n’è uno non possono starvi gli altri.

Oltre tutto ciò, oltre questo complesso di fenomeni che oramai prende una ben definita fisionomia e spiegazione, altri elementi occupano la periferia sinistra della frase sarda, e a due di essi mi dedicherò in quest’intervento: si tratta degli elementi ello e già. Entrambi sono introduttori di frase: il primo, ello, è introduttore di frase interrogativa (ma, vedremo poi, non soltanto, in quanto esso introduce altro tipo specifico di frase di cui si dirà in seguito), il secondo, già, introduce frasi affermative con forte valore assertivo e asseverativo. Entrambi, pur obbedendo a regole strutturali differenti, svolgono la funzione pragmatica di connettori, in quanto collegano la frase – interrogativa o assertiva – che essi introducono a un contesto precedente, esplicito o presupposto, oppure, altresì, crea o contribuisce a creare, un contesto di presupposizione o di ‘datità’, di ‘già noto’.
Cominciamo dal primo di questi due elementi, ello, introduttore di frasi interrogative e connettore di queste ultime al contesto esplicito o implicito. Dico subito che l’elemento ello, pur se introduce le interrogative come l’elemento a, ha, rispetto a quest’ultimo, una funzione e un comportamento sintattico differente.
Esaminerò separatamente prima le funzioni pragmatiche poi il comportamento sintattico.
Esempi di funzione pragmatica:
1)
a) Ello su zornale as letu?
ELLO il giornale hai letto?
[potrei/dovrei dedurre dalle tue conoscenze che le hai acquisite dalla lettura del giornale, e/ma ne chiedo conferma]
b) Ello tue pure benis?
ELLO anche tu vieni
[ho il sospetto, il timore il desiderio, o posso arguire che venga anche tu, è così?]
c) Ello itte pessas?
ELLO che cosa pensi?
[e dunque, riguardo alla questione di nostra conoscenza, che ne pensi?]
Ello mandigamus? [sarà dunque il caso di mangiare (abbiamo fame, è l’ora, ecc.]
d) Ello ite novas?
ELLO che nuove?
[E che nuove (dunque)? // visto che si qui e potresti o dovresti averne]
e) Ello a benis o nono?
Ello vieni o no?
[e allora ti vuoi decidere o no: vieni o non vieni?]
Da un punto di vista sintattico, già la frase 1e) mostra che ello e a non sono in rapporto di mutua esclusione ma possono coesistere: ciò significa che essi non solo svolgono funzioni diverse, ma che diversa è pure loro sintassi, ossia che occupano posizioni strutturali diverse. Ello inoltre è compatibile e può cooccorrere con gli elementi WH o con elementi posti a fronting nell’interrogazione:
2)
a) Ello it’ar fatu?
ELLO che hai fatto?
b) Ello chie lu cheriat comporare?
ELLO chi lo voleva comprare?
c) Ello travallande ses?
ELLO lavorando stai?
d) Ello mannu fiat?
ELLO era grande?
e) Ello bene ti cheret?
ELLO bene ti vuole?
Da tutto ciò dovrebbe risultare che l’elemento ello è sovraordinato rispetto alla proiezione massima Comp, la quale proiezione Comp potrebbe, ipoteticamente, essere pensata come un complemento di una appunto sovraordinata proiezione massima dentro cui il nostro ello è contenuto. Se così fosse, bisognerebbe stabilire quale nodo questo nostro elemento occupa, posto che, nell’ipotesi che qui formuliamo, sotto il nodo Compl sta Comp (ossia la frase interrogativa), rimane da
chiedersi se ello sia la testa della proiezione massima o il suo specificatore. Sarei per l’ipotesi che ello si collochi sotto il nodo dello Specificatore di una testa che potremmo chiamare CIT = Connettore Illocutivo Topicale. Che si tratti di un connettivo, abbiamo cercato di dimostrare e argomentare poc’anzi qui sopra, e in quanto tale esso assumerebbe anche il valore e la funzione di far assumere all’interlocutore, nello scambio comunicativo, un antecedente già enunciato, o presupposto/fatto presupporre. Sulla illocuzione (interrogativa ovviament) potrebbe esserci qualche problema, dato che questa poggia, oltre che sulla intonazione frasale, anche, eventualmente, sul pronome interrogativo o comunque l’elemento WH, sul movimento di fronting dei predicati o dei verbi non finiti in tempi o modi aspettuali composti, o ancora, infine, sull’introduttivo a. Tuttavia, a parte il caso particolare di uso di ello, di cui s’accennava e di cui brevemente appena più in là diremo, ello introduce una interrogativa, è una marca che preannuncia all’interlocutore una domanda: dunque potrebbe essere una replica anticipata (se mi si passa la contraddizione) della marca illocutiva o del sostegno dell’illocuzione che sarà poi esplicitata debitamente nella frase a seguire. Non andrà dimenticato che ello può essere impiegato ellitticamente da solo, col significato e la valenza fatica e/o interlocutoia:
3) Ello?
[cioè? (non ho mica capito), cioè? (dimmi/ripeti non ti ho sentito),
cioè che significa/che vuoi dirmi/che intendi?]
ed anche qui col valore funzione di connessione discorsiva.
Dunque tornando all’ipotesi, collocherei ello sotto il nodo dello Specificatore di una tale supposta proiezione massima CIT, la testa essendo occupata dal materiale topicale presupposto, quindi quasi sempre frasticamente vuota,
ma che può pure essere riempita di materiale frastico:
4)
a) Ello cudhu libru, letu l’aias?
E quel libro, l’avevi letto?
b) Ello a frade tuu, nadu li l’aias ca eris inoghe at pròpiu meda?
E a tuo fratello gliel’avevi detto che ieri qui ha piovuto molto?
Va da se che la dislocazione tropicalizzante può essere anche a destra:
5)
a) Ello letu l’aias, cudhu libru?
E quel libro, l’avevi letto?
b) Ello nadu li l’aias, a frade tuu, ca eris inoghe at pròpiu meda?
E gliel’avevi detto, a tuo fratello, che ieri qui ha piovuto molto?
** Coindicizzazione o (de)focalizzazione diversa?
Un operatore discorsivo parrebbe dunque ello.
Ma il suo uso pone più difficili domande e più sottili questioni. Ello infatti può essere usato in ulteriori forme ellittiche:
6)
a) Ello Bachis?
E Bachis? [che ne è ? (non ne ho più saputo nulla)]
b) Ello cudha machina?
E quella macchina? [che ci fa lì? / Perché hai quella e non la tua solita]
Inoltre può avere un impiego olofrastico, non interrogativo, ma come risposta affermativa asseverativa-confermativa, spesso esclamativa:
7)
a) (Ello) ses tue su menzus? – Ello !
Sei tu il migliore ? – E certo !
b) (Ello) Colau l’as s’esame? – Ello!
L’hai superato l’esame? – E certo!
L’elemento ello è però spesso usato in risposte o repliche affermative, ma con valore antifrastico ironico (con valenze talvolta addirittura sarcastiche), per negare, totalmente o parzialmente quanto detto in precedenza:
8)
a) Eris appo biu una tassa ’e binu – Ello un’ibbia (at a esser istada)!
Ieri ho bevuto un bicchiere di vino – E, uno solo (sarà stato)! [certo è stato più d’uno] un affermazione
b) Maddalena m’at nadu chi mi cheret bene – Ello bene ti cheret!
Maddalena m’ha detto che mi vuole bene – Bene ti vuole ! [ossia, non credo proprio che te
ne voglia]
c) Sa petta ’e anzone t’aggradat? – Ello de cane…!
La carne d’agnello ti piace? – E no, di cane (allora)…!
d) Andande est? Ello andande at a èssere…
Sta andando? – starà andando… [cerrto che no, non credo proprio]
Ma con valenza antifrastica, ello può essere impiegato, con specifica intonazione, per negare, più o meno recisamente, un’affermazione, una richiesta, un ordine:
9)
a) A mi los prestas chimbighent’euros? – Ello!
Mi presti cinquecento euro? – E certo, come no? [non sarai mica matto, non ci penso neppure]
b) Creo pròpiu de b’èssere resessiu – Ello!
Credo proprio di esserci riuscito – E come no? [non mi pare proprio]
Anche in questi casi ello si conferma un CIT, in quanto connette una risposta o una replica a un contesto previo, funge da sostegno a una forza illocutiva, anche se qui non interrogativa ma d’altro tipo (ironico.antiftastica appunto), *e contiene un topic.
Ello però non introduce mai un’asserzione positiva:
10)
a) (Ello) Cantas sone? – *Ello son duas
Quante sono? – Sono due
b) (Ello) Comente est andau s’esame? – *Ello l’appo colau
Come è andato l’esame? – L’ho superato
Il fatto dunque che ello introduce, connettivamente, o delle domande o delle affermazioni antifrastiche ( 8) – 10) ), a me pare significhi che questo elemento sintattico introduca una non-realtà, o proponendo un dato da accertare tramite domanda, o rendendo controfattuale, per via antifrastica, in una frase non interrogativa, una asserzione precedente. Lo stesso uso di ello usato isolatamente come risposta affermativa a una precedente domanda che abbiamo visto in 7) [(ello) Colau l’as s’esame? – Ello!], può fungere da controreplica che nega una supposizione avanzata dalla domanda che lo precede, ne indica la non-realtà. Così come il suo impiego in funzione fatica, come abbiamo visto in 3) nega un dubbio avanzato intorno a qualcosa: mentre in 7), ello usato olofrasticamente come replica, indica e rimarca la controfattualità di una affermazione, di una richiesta o di un ordine avanzato precedentemente.
***

LA PERIFERIA DESTRA
I clitici anticipatori: accordo e funzione pragmatica
Per ciò che concerne la periferia destra, un fenomeno da prendere in considerazione la questione dell’anticipo dei complementi tramite i clitici. Cosa che trova largo uso in Sardo, e a partire da qui si pone, a mio avviso, la questione della posizione strutturale del Soggetto.
In Sardo un medesimo contenuto nozionale può essere espresso con o senza l’anticipo dei clitici coreferenti e anticipatori dei complementi del verbo, o almeno di alcuni di essi; ma l’uso o il non uso di essi dà sfumature semantico-pragmatiche diverse alle rispettive frasi:
11)
a) Immoi mi papu una pira
Ora mi mangio una pera
b) Immoi mi dha papu una pira
Ora me la mangio una pera
La sfumatura, a volte sottile, sta a mio avviso nel fatto che 29a) indica ed enuncia un semplice dato oggettivo: l’intenzione da parte del soggetto di mangiare una pera; 29b) invece dà alla frase il senso di una decisione già presa o nell’atto di prender forma, connette, anche qui, la frase ad un contesto, il più delle volte non detto, ma fatto assumere al parlante proprio tramite l’espediente dell’anticipo col clitico. Si veda ancora:
12)
a) Imoi bandu a nai a Giovannicu ca est ora e dh’acabbai
Ora vado a dire a Giovannicu che è ora di finirla
b) Immoi bandu a si dhu nai a Giovannicu ca est ora e dh’acabbai
Ora vado a dirglielo a Giovannicu che è ora di finirla
Più o meno anche per queste frasi, 11a) e 11b), potremmo dire la stessa cosa che abbiamo detto per le precedenti 12a) e 12b). La differenza di 12b) rispetto a 12a) potrebbe consistere nel fatto che 12b) fa intendere una precedente intenzione poi solo abbozzata e/o rimandata di dire a Giovannicu che è ormai ora di finirla, e che insomma il locutore è proprio stufo ed ha pazientato fin troppo.
Il processo sintattico è ben ovviamente e manifestamente quello della dislocazione a destra. Ma le funzioni e gli effetti sono alquanto diversi rispetto a quelli di una più comune dislocazione a destra. Si noti che in 11b) l’elemento dislocato è un indeterminato (è preceduto da un articolo indeterminativo) cosa che non dovrebbe essere lecita in una costruzione dislocata; il complemento oggetto dislocato (una pira) non è la ripresa di un già detto e aggiunto come coda al discorso, come in genere nelle frasi con dislocazione a destra. È dunque la funzione pragmatica della dislocazione che bisogna meglio analizzare e, da qui, il suo funzionamento sintattico. In frasi come quelle qui sopra – 11) e 12) – l’oggetto e/o l’oggetto indiretto, alla luce di considerazioni pragmatiche, parrebbero fungere da focus interno alla frase, donde l’effetto di determinatezza che gli esempi qui sopra visti assumono. La copia anticipata per mezzo del clitico serve allora ad attribuire, a distanza, il caso che poi viene a ricadere sull’elemento dislocato-focalizzato per coindicizzazione, dato che ormai parrebbe chiaro che il caso non viene di necessità assegnato localmente ma anche appunto a distanza.
Resta però il fatto che il Sardo fa uso di clitici anche laddove questi non siano anticipo o replica di alcun elemento frasticamente realizzato, il che accade soprattutto con i locativi e, in misura minore, con gli strumentali:
13)
a) mi ‘nd’at pigau totu,
me ne ha preso tutto
b) mi ‘nci at piagu una sprama,
me ne ha preso unospavento
c) custu est unu martedhu po ‘nci pistai.
Questo è un martello pèer pestarci
Una coreferenza con degli elementi assenti, con delle posizioni che restano vuote, quasi che la IP si desse schematicamente al completo, e poi eventualmente si apponessero, all’interno della frase, gli elementi coindicizzati (il piede della catena testa-clitici) in funzione di topic o di focus appunto interni alla frase ma al di fuori della proiezione flessionale IP e non dunque in posizione Comp. Vi sarebbero quindi dei complementi astratti da non necessariamente realizzare, almeno nei casi di 13a-b-c) quasi delle manifestazioni palesi delle virtualità selettive semanticamente intrinseche a V.
Il problema che si pone è se gli elementi di TOPIC E FOCUS (TP e FP) interni siano delle ‘semplici’ posizioni aggiunte dentro IP o sono invece dentro la IP medesima per sub-ramificazione di V che si riscrive come V+ elementi astratti, il che potrebbe spiegare la differenza fra la possibilità di V+clitico per i locativi e gli strumentali anche senza il riempimento frastico del piede della catena e la di fatto impossibilità per l’Oggetto e l’Oggetto indiretto, in quanto questi sono selezionati direttamente da V, dal verbo, ne sono degli argomenti, e costituiscono parte integrante del VP, diversamente da verbi di movimento o che implicano strumentalità i cui complementi stanno nella sfera semantica del verbo ma non ne sono argomenti. Ci si deve dunque chiedere se anche nel caso di un O, o di un OI in posizione di TOPIC / FOCUS, si tratti di di una sub-ramificazione o di un’aggiunzione: in pratica se il TOPIC / FOCUS interno sia da considerare un’aggiunzione o una sub ramificazione: aggiunzione nel senso che V di VP’ si riscrive, e in questa riscrittura ramifica appunto gli elementi astratti. Dipende poi dalle necessità pragmatiche dell’atto locutivo se spostare in AgrO gli elementi concreti sottoramificati da V’ o quelli astratti sottoramificati da V. In quest’ultimo caso l’accordo è manifestato dai clitici, mentre gli elementi concreti ramificati da V’ ricevono il caso a distanza dalla posizione AgrO riempita dai clitici. In caso contrario la riscrittura di V semplicemente non avviene.
Voglio nsomma dire che la posizione di TOPIC / FOCUS interno consiste nella riscrittura stessa di V e nelle operazioni suddette. Nel caso di complementi astratti, locativi e strumentali, senza realizzazione di quelli concreti si ha la riscrittura di V e il non riempimento di materiale frastico dei complementi ramificati da V’: come dire un TOPIC / FOCUS irrealizzato o virtuale. Il che potrebbe forse significare che, in tali casi, il procedere per strutture TOPIC / FOCUS virtuali sia la condizione formale non-marcata.
Problema della posizione del Soggetto in strutture VOS.
La costruzione VOS può essere non marcata quando tutto il contenuto della frase si propone come NUOVO, non se il Soggetto è il NUOVO rispetto a una domanda su di esso
14) Chini dh’aiat scrita cudha litera? – *? Aiat scritu cudha litera Bachis
Ma se la domanda è su un altro elemento allora la costruzione VOS è ammessa
15) It’a scritu Bachis? – At scritu s’arrelata Bachis
qui con Soggetto marginalizzato e de focalizzato. Nel caso in cui tutto è NUOVO si
può avere il Soggetto in coda
16) Itt’est sutzédiu?
Che cosa è successo?
16 a) Est intrau in s’aposentu Giannetu,
È entrato nella stanza Giannettu
16b) At tentu su bandidu sa giustizia,
Ha arrstato il bndito la polizia/i Carabinieri
16c) Funti spraxendi giarra in s’arruga is manobras .
Stanno spargendo la ghiaia nella strada i manovali
Anche in questi esempi tuttavia non si sfugge all’idea che il Soggetto sia marginalizzato e defocalizzato, quasi una sorta di TOPIC posposto, l’intonazione stessa marca una pur leggera pausa prima del Soggetto.
Nel Sardo medievale una costruzione sintattica del genere, ossia VOS con Soggetto in ultima posizione, era possibile soltanto se O e/o eventualmente OI erano anticipate da un clitico, ossia:
17)
a) V+clit icoO(OI)S
b) *VO(OI)S
Come se O dovesse risalire in una posizione in cui possa trovare l’accordo, in quanto con un Soggetto posposto non la trova: ciò è a dire che in un costruttp VO(OI)S O e OI si trova(no) dislocati in una posizione focalizzata rispetto a un Soggetto defocalizzato e marginato; quasi la marginalizzazione del Soggetto implicasse di per sé la focalizzazione dell’Oggetto (anche indiretto). I clitici sono dunque la marca dell’accordo e il segnale della dislocazione focalizzante: segno della messa in rilievo della determinatezza di cui sopra si diceva. L’obbligatorietà del clitico anticipatore di O (ed eventualmente di OI) in costruzioni VOS nel Sardo medievale, si spiega a mio avviso col fatto che la struttura basica non-marcata del Sardo medievale era VSO con Soggetto postverbale ma antecedente all’Oggetto, risultato che era l’effetto dello spostamento di V in Comp, effettuato dopo che V aveva attribuito il caso a O. Una costruzione VOS implicava quindi uno spostamento di O e di OI in posizione antecedente al Soggetto non più governata dal Verbo che deve assegnargli il caso, pertanto si rendeva necessario l’anticipo del clitico che è appunto l’anticipata realizzazione dell’attribuzione del caso.
Oggigiorno i costrutti VO(OI)S non necessitano più del clitico, in quanto la struttura basica del Sardo moderno è SVO(OI) e non più VSO, pertanto i costrutti VOS possono sussistere anche senza anticipo clitico: il che può essere interpretato col fatto che è tutto il sintagma VO(OI) che viene focalizzato e il caso è attribuito direttamente, localmente da V ai suoi complementi (giusta l’ipotesi Benincà-Poletti 2004).
Le proposizioni infinitive
Un fenomeno va ancora analizzato a proposito della posizione in coda del Soggetto in Sardo: si tratta delle costruzioni infinitive con soggetto non controllato dalla proposizione principale. Nelle varietà sarde centro-settentrionali un tale infinito, introdotto da preposizione e non da congiunzione subordinante, può (ma può anche non essere) coniugato e presenta delle forme del tutto uguali a quelle dell’imperfetto congiuntivo di queste stesse varietà. Il fenomeno appare, sotto molti punti di vista, essere analogo a quello dell’infinito coniugato del Portoghese, pur presentando parecchie differenze rispetto ad esso: quella che qui maggiormente ci interessa consiste nel fatto che mentre in Sardo il Soggetto è rigorosamente non solo postverbale ma pure in fondo alla frase, in Portoghese invece il Soggetto può occupare anche altre posizioni. Nelle varietà meridionali del Sardo troviamo una struttura analoga tranne che per il fatto che l’infinito non viene coniugato; ed è da osservare che in tali varietà, il congiuntivo imperfetto ha assunto forme diverse, analoghe a quelle dell’italiano:
18)
a) log. Est bénniu innanti de torraren/torarre a domo sos amigos
a’) camp. Est bénniu innanti de torrai a domu is amigus
È venuto prima di tornare / [tornare-3°-pl] a casa gli amici
È venuto prima che tornassero a casa gli amici
b) log. Est andau gas’e totu chene li daret(e) su premissu su babbu
b’) camp. Est andau aicci e totu chene dhi donai su premissu su babbu
È andato ugualmente senza gli dare / [dare-3a- sing] il permesso suo padre
È andato ugualmente senza che suo padre gli desse il permesso
c) log. Su dottore m’at nadu a no mandicares/mandicare tropu durches tue
c’) camp. Su dottore m’at nadu a no papai tropu drucis tui
Il dottore mi ha detto di non mangiare / [mangiare-2°- sing] troppi dolci tu
Il dottore mi ha detto che tu non devi mangiare troppi dolci
Ritengo, sulla base di quanto argomenta RAPOSO 1987 a proposito degli i flessi portoghesi, che, anche in Sardo, V si sposta in una posizione Comp, ed è a osservare che questo movimento è in Sardo, diversamente dal Portoghese, sempre obbligatorio, così come obbligatoriamente l’infinitiva è introdotta da preposizione, perfino quando è nominalizzata:
19)
a) Su de t’inci essi andau aicci allestru tui mi fait feli meda
Il di te ne essere andato così in fretta tu mi fa rabbia assai
L’essertene tu andato così in fretta mi fa assai rabbia
b) No appo agradessiu su de t’inci essi andau tui aicci allestru tui
Non ho gradito il di te ne essere andato tu così in fretta
Non ho gradito/non mi è piaciuto/mi è dispiaciuto che tu te ne sia
andato così in fretta
L’infinito sardo dunque, che assuma o meno la flessione personale, ha comunque la capacità di avere un accordo col Soggetto. È da chiedersi perché il Soggetto possa e debba rimanere in posizione finale marginalizzata, defocalizzata, pur assumendo il caso nominativo, come gli esempi 36c-c’) dimostrano. Sono anch’io del parere che vi sia una proiezione massima di accordo nel cui Specificatore sta un pro e cui pare interdetto l’accesso di un DP o di un pronome forte che devono rimanere invece nella posizione strutturale iniziale senza risalire in AccordoS, ciò che si sposta è invece V, che va a occupare la posizione sotto il nodo Comp, mentre O rimane al suo posto e S sta marginalizzato in fondo alla frase. Come si trattasse di un AccordoS parziale o virtuale, potenzialmente capace di generare la flessione, senza per altro doverla necessariamente realizzare (così è sempre nelle varietà meridionali e opzionalmente nelle Centro-setentrionali), e senza poter riempire di materiale frastico il suo Specificatore, ma permettendo tuttavia l’accordo a distanza col Soggetto dislocato: una sorta di coniugazione semifinita, più che non-finita, insomma. Una coniugazione che insomma permette la manifestazione realizzata del Soggetto (e dotato di caso) ma soltanto se marginalizzato. E d’altra parte va pure notato che se il Soggetto è privo di riferimento o ha riferimento generico, non vi è nessun elemento che lo realizzi, restando pur sempre l’infinito introdotto da una preposizione:
20) No bollu a buffai binu
Non voglio a bere vino
Non voglio che si beva vino