Archivio dell'autore: Maurizio Virdis

Midons, Ma siete certa …?

 

Lovers – Paintings – Art – Amanti veronesi by Alexander Daniloff

Ma siete certa,
Midons, 
che il vostro svicolare
in allure impostata, astratta e un poco tòpica
a voi renda giustizia che il saluto richiede? 
E che significa, al tròpico tornar di vostra mente, 
ciò che l’ingegno non illumina 
di vostra potestà – non fo per vacua laude –
intima in voi riposta, sì che ‘l cor 
pò (e può, sì ribadisco) rendere intera la vostra epifania.
L’intrinseco talento, di cui siete maestra, palesate;
e, più, voi l’evocate – che dico: revocate – 
che non sia suggestione, ma il simbolo
sapiente che affiori non utopico.
Che fu in un meriggiar pallido e assorto,
di quelli che frammenti vaghi eccerpi
dentro il rimemorar, presso un rovente 
molo al porto, trasognato, 
d’estate, fra sterpi inopinati incespicante,
del pensar rimuginando
(talvolta microscopico inferire).
Ecco, io mi rammento, tra portici marini 
nell’errar caleidoscopico.
Non era – sì, ma pur – la lieve veste
da voi, qual abito portata,
ma quella fiera effigie, 
carca e onerosa della scienza vostra
– a voi ignota in possesso,
ed implausibilmente obliterata – 
che congettura scivolar non lascia 
dell’enigma vostro (colpo d’ascia),
che a vostra costumanza, 
non mica impermeabile,
aderir fate impigliata. 
Sciarada no, ma a divinatio offerto arcano:
durezza ambita ad ogni inconsistenza
che mai fin qui quagliò;
da promuover difficile lezione.
Midons, che voi sapete ch’io non so,
diffratta nell’assenza, a me presente. 
E l’allure si fa passo troppo umano
e strugge le certezze, e cedo.
Come corpo vivo cade.
[mv, 27.02.2018]

 

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Geostorica sarda. Produzione letteraria nella e nelle lingue di Sardegna

Maurizio Virdis

Rhesis 8.2Geostorica sarda.
Produzione letteraria nella e nelle lingue di Sardegna

Rhesis. International Journal of Linguistics, Philology, and Literature (ISSN 2037-4569), 8.2 (2017).

Abstract
The question of a Sardinian literature and of a literary language begins to appear in the 16th century and is affirmed in the 18th. The 19th century shows a split, a schisis, in Sardinian intellectuality, which was divided between loyalty to the Sardinian national values and the new Italian nationality. This fracture is still unresolved, and also manifests itself in a diversified literary production: one in the Sardinian language, and another one in an Italian mixed with Sardinian, so typical today of Sardinian nouvelle vague. The two “tribes” often look at each other with mutual suspicion, without seeking a fruitful connection.
Key words – Sardinia; the language question; Sardinian literature; literatures of Sardinia

La questione di una letteratura e di una lingua letteraria sarda comincia ad apparire nel XVI secolo, e si afferma nel secolo XVIII. L’Ottocento mostra una scissione, una schisi, all’interno dell’intellettualità sarda, che si divide fra la fedeltà ai valori nazionali sardi e la nuova nazionalità italiana. Frattura tutt’oggi irrisolta, che si manifesta anche in una diversificata produzione letteraria: in lingua sarda, e in un Italiano mescidato di sardo, così proprio della nouvelle vague isolana odierna. Le due “tribù” spesso si guardano con reciproco sospetto, senza cercare un fruttuoso punto d’incontro.
Parole chiave – Sardegna: questione della lingua; letteratura sarda; letterature di Sardegna.

Scrivere in lingua sarda oggigiorno può essere, a seconda dei casi o dello sguardo
con cui si voglia guardare al fenomeno, un’operazione snob, oppure un atto di pervicace
ostinazione; un atteggiamento retrò, o, al contrario, un gesto di coraggio. E forse tutte, o
più d’una di queste cose insieme.
Adire alla “genuinità”, più profonda, di una cultura, ancorché “dialettale”? Marcare una differenziazione identitaria? Tenere teso il filo della nazionalità (qualunque connotazione, temporale/intemporale/atemporale, storica o astorica, si voglia dare alla parola)? Ma è comunque una percezione e una nozione – quella di nazione – che in Sardegna data almeno dal XVIII secolo, seppure, e ce ne sarebbe pure il tanto, non si voglia risalire indietro al XVI secolo.
Scrivere in Sardo, comunque, significa innanzitutto stabilire un rapporto, sempre
complicato, con la lingua dominante. Con la sua semantica e la sua semiotica, con le sue ideologie. E significa necessariamente fare i conti con la storia.

magritte_decalcomania-1024x829-420x330La questione si estende su di un arco di tempo di alquanto ampia profondità ed
estensione: ed è sul metro di questa estensione che tale problema e tale problematica vanno letti e compresi. Ed è una questione, questa, che ha una lunga vicenda dietro di sé, che non si pone dunque nel puro oggi, ma che costeggia la storia, anche europea.
Non è dunque un’emergenza della cultura contemporanea, ma semmai una riemergenza, in tempi e in termini nuovi, di una storia antica, accidentata e radicata. È il riproporsi di una questione irrisolta.
Ecco allora: è da questa irrisoluzione, è a partire da essa che si deve guardare e
cercare di comprendere il senso della produzione in lingua sarda e il suo fondamento.

Che va compreso in un quadro specifico e particolare quale è quello odierno, quello
della situazione di attualità storica in cui ci troviamo; e in cui le istanze plurivoche
dell’attualità rendono il quadro complesso e intricato. Le istanze identitarie, intendo dire. Il tutto in un quadro di complessa geografia culturale.
La cultura e la socialità sarda sono state e sono sottoposte a spinte diverse e
contrastanti, non è certo oggi la prima volta che ciò capita. Quanto meno l’epoca
spagnola, nella sua fase matura, sottoponeva la società sarda ad una scissione intima e costitutiva, fra desiderio di assimilazione omologante ed emergenza della propria specificità, anche sotto il profilo linguistico e letterario. E già dal XVI secolo vedeva per la prima volta la luce, nell’Isola, una produzione letteraria in lingua sarda, accanto a una produzione, pure di una qualche consistenza, in Spagnolo, oltre che una riflessione umanistico-scientifica sulla Sardegna (mi limito a citare i nomi di Francesco Fara e di Girolamo Araolla). Tale situazione di tensione, di duplicità e di scissione non fu certo né speciale né unica, tutt’altro: così come avviene laddove vi sia stato e vi sia un rapporto di potere asimmetrico e sbilanciato; e allorché vi sia e vi sia stato, come in quell’epoca accadde ed oggi si ripropone, un radicamento nel “sé”, collettivo e culturale, ed una elaborazione storica interna che autorifletteva su questo “sé” e sul suo esser-ci: allora entro una geografia politica consistente in una costellazione federata di
regni, ciascuno con le proprie istituzioni, e tutti riuniti sotto la corona e la regia del
sovrano di Spagna, costellazione entro la quale l’aristocrazia locale ambiva ad acquisire status anche attraverso la promozione della cultura locale, o direi meglio ‘propria’, da accostare a quella iberica in un rapporto di parità, e di pari dignità con essa; ed oggi all’interno dello Stato italiano, in una dimensione e in una prospettiva di plurilinguismo nazionale ed europeo.

Geostorica sarda. Continua qui

Emozioni dominate. Sentimenti liberati. Gauvain nell’Atre Périlleux

Maurizio Virdis
Emozioni dominate. Sentimenti liberati. Gauvain nell’Atre Périlleux

ABSTRACTL’articolo intende fare il punto sul sistema che informa la rappresentazione della sfera emotiva dell’Atre Périlleux, romanzo francese arturiano, post-chrestieniano, del XIII secolo. Si tratta di un romanzo in parte parodico, in parte – e a partire da una acuta e incisiva critica della tradizione cortese pregressa – ricostruttivo di un complesso di valori sociali e morali che vengono proposti da una “nuova”, e comunque differente emittenza, in forma di allegoria più o meno celata o sottesa. Pertanto sarà interessante indagare e analizzare come la rappresentazione delle
emozioni, proposta, a livello primario, secondo i canoni più tradizionalmente frui-
bili, sia sottilmente piegata a una critica al fine della costituzione di una più solida
razionalità che governi le emozioni stesse, che non vengono abolite o represse, ma
che si trasformano in un sentimento di interiorità sul quale si costruisce il sé.

Buona parte del romanzo L’Atre Périlleux, anonimo post-chre-
stieniano del XIII secolo, 1 sembra centrato sulla rappresentazionedelle emozioni dominate da parte del protagonista Gauvain; sulla
freddezza imperturbabile di costui davanti agli eventi che ci si aspet-
terebbe inducessero alla manifestazione di passioni o comunque di
reazioni d’impulso. Un agire contenuto, un comportamento, quello
del nostro eroe, improntato a uno spirito un tantino britannico, men-
tre il pubblico si attenderebbe, in più di una circostanza, reazioni
emotive anche forti da parte di lui. Ma l’emozione agisce in lui sot-
tostantemente, al di là delle apparenze, e fa ritorno come successiva
resipiscenza o come intuizione che stimola l’agire: come sentimento
interiorizzato. Dal punto di vista emozionale, questo nostro romanzo
è costruito e gioca entro l’opposizione fra, da un lato, il protagonista che in maniera così trattenuta si comporta, e la manifestazione
dell’emotività, dall’altro lato, dei vari personaggi che egli incontra
e con cui si confronta.
Raffrenare le emozioni: è questa dunque la cifra dell’Atre
Périlleux. Soprattutto dalla parte del protagonista, Gauvain: l’im-
perturbabile. Tale imperturbabilità va pur tuttavia gestita e portata
a significato.

1.  L’Atre Périlleux, romanzo arturiano in versi databile intorno alla metà del
XIII secolo, ci è stato tramandato da tre manoscritti : B.N. fr. 2168, (ff. 1r-45r),
della fine del XIII secolo = N 1 ; B.N. fr. 1433 (ff. 1r-60r) del XIII secolo = N 2 ;
Chantilly 472 (ff. 57r-77v) della fine del XIII secolo = A (le sigle dei manoscritti
sono quelle dell’edizione di Brian Woledge). Il romanzo è stato edito da B. Wo-
ledge: L’Atre Périlleux. Roman de la Table Ronde, Paris, Champion, 1936. Sulla
tradizione manoscritta si veda Id., L’Atre Périlleux. Études sur les manuscrits, la
langue et l’importance littéraire du poème. Avec un spécimen du text, Paris, Droz,
1930; M. Virdis, Per l’edizione dell’‘Atre Périlleux’, in «La parola del testo», XI
(2005), pp. 247-283. Brian Woledge ritiene spurio l’episodio della Rouge Cité,
tràdito dal solo manoscritto N 2 , che il filologo pubblica separatamente, in appendice
alla succitata edizione del testo; più di recente M. Maulu, La Rouge Chité: l’epi-
sodio ritrovato dell’Atre Périlleux. Con edizione critica, in «Annali della Facoltà
di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari», n.s., XXI, vol. LVIII (2004), pp. 175-241, ha convincentemente dimostrato che tale episodio è parte integrante del
testo. Nei riferimenti e nelle citazioni di tale episodio seguirò la numerazione dei
versi facendoli precedere da asterisco, secondo il testo dell’edizione Woledge. Fra
gli studi ricorderò: S. Atanossov, Le Corps mis en morceau dans l’Atre perilleux:
illusion, sorcellerie, magie, in AA. VV., Magie et illusion au Moyen Âge, Aix-en-
Provence, Université de Provence, 1999, pp. 11-19; K. Busby, Gauvain in the Old
French Litterature, Amsterdam, Rodopi, 1980; A. Combes, Sens et abolition de la
violence dans ‘L’Atre Périlleux’, in AA. VV., La Violence dans le monde médiéval,
Aix-en-Provence, Centre Univ. d’Études et de Recherches Médievales d’Aix, 1994,
pp. 151-164; A. Combes, ‘L’Atre Périlleux’. Cénotaphe pour un héros retrouvé, in
«Romania», CXIII (1992-1995), pp. 140-174; S. López Martínez-Morás, Gauvain,
son identité et ses adversaires dans ‘L’Atre Périlleux’, in Homenaxe ó profesor
Camilo Flores, II, Literaturas especificas, a c. di X. L. Couceiro et al., Santiago
de Compostela, Universidade, Servicio de Publicaciónes e Intercambio Científico,
1999, pp. 452-470; L. Morin, Le soi et le double dans ‘L’Atre Périlleux’, in «Études
françaises», XXXII (1996), pp. 117-128; M. Virdis, Percorsi e metodi del tardo
romanzo cortese, in «Critica del testo», VIII (2005), pp. 629-642; Id., Gauvain e il
corpo smembrato: allegorie nell’‘Atre Perilleux’, in «Carte romanze», I (2013), 1,
pp. 131-156; L. J. Walters, Resurrecting Gauvain in L’Atre périlleux and the Mid-
dle Dutch Walewein, in Por le soie amisté. Essays in Honor of Norris L. Lacy, Am-
sterdam, Rodopi, 2000, pp. 509-537; F. Wolfzettel, Arthurian adventure or quixotic
struggle for life, in An Arthurian Tapestry. Essays in memory of Lewis Thorpe, a
c. di K. Varty, Glasgow, University of Glasgow, 1981, pp. 260-274. Sui rappor-
ti fra L’Atre Périlleux e Hunbaut, romanzi accomunati da diversi motivi narrativi
e da una medesima ideologia sottostante, ed entrambi tramandati dal manoscritto
Chantilly Condé 472, si veda P. Serra, ‘Hunbaut’: il percorso allegorico di un ro-
manzo parodico, in «Rhesis. International Journal of Linguistics, Philology and
Literature», 3 (2012), 2, pp. 143-183 (il contributo è consultabile in rete al sito web
http://www.diplist.it/rhesis/articoli/rhesis_7_2_Serra._Definitivo.pdf). Le citazioni
dell’Atre Périlleux, riportate nel corso di questo articolo, sono tratte dall’edizione
B. Woledge.

Continua a leggere qui Emozioni dominate.

Anima Velata: poesie in voce (Quarta radio)

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Pagina iniziale

Òmini ‘e su tempus miu

Ses ancora su de sa perda e de sa frunda,
òmî ‘e su tempus miu. Fias in sa carlinga
cun is alas intragnadas, is meridianas de morti
– t’apu biu – inintru su carru ‘e fogu, and’e is furcas,
a is rodas ‘e trumentu. T’apu biu: tui fias,
cun sa scièntzia tua precisa, cumbinta a su degollu,
chene amori, chene Cristu. As bociu ancora,
coment’e sempri, cumenti ant mortu a is babus, cumenti ant mortu
is pegus chi t’ant biu a primu.
E custu sànguni fragat che in sa dì
candu su fradi iat nau a s’atru fradi:
«Ajò a campagna». E cudh’arretumbu friu e tostu
fintz’a tui e’ arribau, intru ‘e sa giorronada tua.
Scaresceisì, o fillus, is nuis de sànguni
pesadas de sa terra. Scarescisì de is babbus:
is losas insoru in su cinixu aciuvant,
pillonis niedhus, su entu, su coru ‘ndi dhis tudant.
[Salvatore Quasimodo]

Matteo Madao e la questione della lingua sarda

Matteo Madao e la questione della lingua sarda

in QB Quaderni Bolotanesi, 40, 2014, pp. 75-92

Maurizio Virdis

(Università degli Studi di Cagliari)

Va riconosciuta a Matteo Madao1 la proposizione e la messa in campo della questione della lingua sarda in senso moderno, con una acutezza ed anche con un coraggio, oltre che con una lucidità e una passione, che forse mai più dopo di lui hanno trovato pari riscontro.

Le sue posizioni, sullo scorcio degli ultimi decenni del secolo XVIII, presentano e dimostrano una capacità di stare al passo coi tempi, soprattutto quando si pensi che il suo discorrere sulla questione linguistica si mostra del tutto in linea con le istanze dell’epoca e con le proposte culturali coeve.

Se pure è vero che egli è in larga misura tributario di concezioni e cognizioni linguistiche talvolta alquanto attardate, ma cionondimeno ampie, tributarie della cultura primo settecentesca se non pure seicentesca (fra gli studiosi di lingue da lui citati, a parte i classici latini, il Covarruvia, il Du Cange, Charles Rollin, Pietro Bembo, Francesco Redi, Anton Maria Salvini, e soprattutto Ludovico Antonio Muratori), vissute pure nell’angustia dell’isola, fuori dalla quale egli non aveva mai in vita sua messo piede, ciò che primariamente spicca in senso non trascurabilmente moderno, nella sua posizione propositiva, è lo stabilirsi per la prima volta in Sardegna del nesso lingua-nazione, in linea con l’affermarsi delle aspirazioni nazionali dei popoli europei, e in un periodo storico che anche in Sardegna si presenta denso di riflessioni e di eventi e gravido di futuro, alla vigilia del cosiddetto triennio rivoluzionario. In lui spicca la modernità nella considerazione sulla lingua (e sulle lingue) in seno alla società e alla sua dinamica. E se anche il suo proposito di ripulire la lingua in senso classico può apparire, come ebbe a dire Girolamo Sotgiu, utopistico e magari antiquato, tuttavia è certo attuale il valore della lingua quale fattore di civiltà in senso non più solo erudito, ma progressivo.

Le posizioni del Madao non partono certo dal nulla: hanno infatti alle spalle quanto meno la riflessione, la pratica e l’opera poetica di Gerolamo Araolla, che già, sul finire del XVI secolo, non solo proponeva, ma anche additava ed attuava, con ragione e vigore, la lingua sarda come lingua letteraria: con risultati di elaborazione e di eloquio letterario più che ragguardevoli, e certamente raffinati; ed anzi con una eccellente riflessione estetica e di poetica, al pari della conoscenza ch’egli possedeva dell’attività, della produzione e della maniera letteraria, europea, a lui contemporanea. Per l’Araolla si trattava però ancora ‘soltanto’ di letteratura, pur nella coscienza di quanto, soprattutto all’epoca, la letteratura potesse costituire non soltanto il blasone, ma anche la stoffa e la sostanza della qualità di un organismo sociale, che già, benché ancora auroralmente, cercava i propri connotati identitari, quanto meno nella costruzione di una élite colta nelle proprie specifiche fattezze. E in un’epoca in cui la Sardegna, politicamente organizzata nel Regnum Sardiniae (all’interno della confederazione dei regni iberci), andava scoprendo o forse meglio iniziava a costruire se stessa come soggetto storico e culturale sulla scena europea. Anche se mancava all’Araolla qualunque ragionamento metalinguistico, benché non fosse assente in lui una chiarezza metapoetica.

Tentativo che a suo modo fruttificò. E non va certo, a questo proposito, dimenticato Gian Matteo Garipa (che visse a cavaliere dei secoli XVI e XVII, nacque a Orgosolo, resse le parrocchie di Perdasdefogu, di Baunei e di Triei, ed ebbe modo di soggiornare a Roma), il quale vedeva il sardo quale lingua più che degna in quanto simile al Latino. Così, nel Prologo al lettore, egli dice di aver voluto tradurre in Sardo, nel 1627, il Leggendario delle Santissime Vergini (Roma, 1620), col titolo di Legendariu de sas Santas Virgines et Martires de Iesu Christu a sas honestas et virtuosas iuuvenes de Baonei & Triei:

pro esser sa limba Sarda tantu bona, quanto participat dessa Latina, qui nexuna de quantas limbas si platican est tantu parente assa Latina formale quantu sa Sarda, pro tenner sa majore parte dessos vocabulos usuales, & quotidianos dessos quales si seruit, ò latinos veros, e formales, ò latinos corruptos, cun sa differencia specifica qui la differencia de totas sas ateras. Pro su quale si sa limba Italiana si preciat tantu de bona, & tenet su primu logu inter totas sas linguas vulgares pro esser meda imitadore de sa Latina, non si diat preciare minus sa limba Sarda pusti non solu est parente de sa Latina, pero ancora sa majore parte est latina comente sa isperiencia lu mostrat (à benes qui cun sa mala pronunciatione, e malu iscrier, sos naturales la apan fata barbara, e qui sia tenta pro tale dessos furisteris).

Et quando cussu non esseret, est suficiente motiuu pro iscrier in Sardu, vider qui totas sas nationes iscrien, & istampan libros in sas proprias limbas naturales in soro, preciandesi de tenner historias, & materias morales iscritas in limba vulgare. Pro qui totus si potant de cuddas aprofetare.2

1 Riporto, con qualche taglio, alcune notizie biografiche su Matteo Madao, che traggo dal Dizionario Biografico degli Italiani Volume 67 (2007) (Treccani.it. L’enciclopedia italiana, pagina web http://www.treccani.it/enciclopedia/matteo-madao_(Dizionario-Biografico)/) alla voce MADAO (Madau) Matteo di Pietro Giovanni Sanna.

Matteo Madao (o Madau),  nacque a Ozieri, da Pietro e Martina Sanna il 17 ottobre 1733.

Studiò grammatica e retorica presso i gesuiti del paese natale e, già quasi ventenne (18 aprile 1753), entrò nella Compagnia. Fu novizio a Cagliari nella domus probationis della provincia sarda, vivace comunità di giovani provenienti da ogni parte dell’isola, dove completò gli studi inferiori. A Cagliari, il 29 aprile 1755, prese gli ordini minori e la prima tonsura. Destinato allo studio e all’insegnamento, si trasferì nel 1757 nel collegio di Iglesias, dove insegnò grammatica, e nel 1760 in quello di Alghero, dove intraprese gli studi superiori e insegnò grammatica e retorica.

Nel 1763, alla vigilia delle riforme dei due atenei sardi, giunse a Sassari, nel collegio di S. Giuseppe, dove completò gli studi di filosofia e intraprese il corso quadriennale di teologia: visse qui il momento più delicato delle riforme scolastiche sabaude, quando il ministro G.B. Bogino, varati i nuovi ordinamenti delle scuole inferiori, si accingeva a estromettere dalle università le comunità gesuitiche locali (espressione della vituperata cultura spagnolesca) e a rilanciare gli studi con un corpo docente radicalmente rinnovato. In particolare, mentre il collegio gesuitico sassarese si preparava a reagire alla perdita del controllo sugli insegnamenti, il ministro reclutava dai collegi della penisola, d’intesa col generale della Compagnia e con i gesuiti della provincia lombarda, i professori per le facoltà di arti e teologia.

M. apparteneva a una generazione di studenti solo marginalmente toccata dalle riforme; tuttavia finì nell’occhio del ciclone quando il suo nome comparve nella lista dei gesuiti sardi che il provinciale, il p. P. Maltesi, aveva proposto per ricoprire le cattedre vacanti dell’Università riformata (è “un gran genio delle lingue orientali, e ben istruito nella greca”, aveva scritto a Bogino, proponendolo per la cattedra di Sacra Scrittura).

Nel 1765, era stato ordinato sacerdote. Negli anni successivi l’insegnamento nelle scuole dell’Ordine fu il suo impegno prevalente: dal 1767 peregrinò tra Ozieri, Cagliari e, di nuovo, Sassari (ma nel collegio Gesù Maria), dove nel 1773 seppe della soppressione della Compagnia. Per il M., ormai quarantenne, che aveva pronunziato i voti solenni solo tre anni prima, fu un colpo durissimo. In Sardegna, dove la Compagnia contava più di 300 membri, le disposizioni attuative del breve di Clemente XIV assegnavano ai professi che intendevano vivere in comunità due principali residenze: il collegio di S. Giuseppe a Sassari, dove già erano i docenti universitari, e il collegio di S. Michele a Cagliari, dove il M. si trasferì e dove trascorse il resto della vita, dividendosi tra le attività di devozione, gli studi classici e le predilette ricerche linguistiche.

N1782 pubblicò a Cagliari il suo lavoro più significativo: il Saggio d’un’opera, intitolata Il ripulimento della lingua sarda lavorato sopra la sua analogia colle due matrici lingue la greca e la latina, primo studio sistematico sulla lingua sarda e tentativo già organico di rivalutarne le origini e il ruolo, di ricostruirne la grammatica e le etimologie e di predisporne un dizionario, peraltro incentrato sui vocaboli di derivazione greca e latina.

Malgrado i limiti di una cultura relativamente provinciale, il M. fu un interprete precoce delle inquietudini di tipo identitario che serpeggiavano nella società isolana. Non a caso l’orgogliosa e commossa riscoperta delle tradizioni e del ricco patrimonio poetico-musicale delle popolazioni dell’isola divenne il fulcro della sua seconda importante fatica letteraria, Le armonie de’ Sardi (Cagliari 1787).

La terza, significativa opera del M., Dissertazioni storiche apologetiche critiche delle sarde antichità (ibid. 1792), fu il coronamento del suo programma “patriottico”: intrecciando disinvoltamente Sacre Scritture e autori classici, falsi conclamati e “autori favolosi”, l’ex gesuita si spinse verso la più remota preistoria, con una farraginosa narrazione biblico-mitologica delle origini della “sarda nazione”.

Peraltro, il M., pur autore di testi che tanto contribuirono a forgiare i sentimenti e la cultura politica dei patrioti sardi, non risulta né tra i protagonisti né tra i testimoni partecipi delle vicende che sconvolsero la vita pubblica del Regno tra il 1793 e il 1796. Nella vasta documentazione sulla “sarda rivoluzione” l’unico riferimento alla figura e all’opera del M. sembra essere un avviso del Giornale di Sardegna, gazzetta del movimento patriottico, che nel marzo del 1796 raccomandò le Dissertazioni storiche avvertendo i lettori che difficilmente avrebbero potuto trovare “in un altro libro certi aneddoti e pezzi di storia patria che qui si contengono”.

L’ex gesuita non esitò invece a gettarsi in polemiche religiose: nel 1784 con una focosa Lettera apologetica aveva strapazzato il domenicano G. Hintz, professore di Sacre Scritture a Cagliari, per la sua versione del salmo Exsurgat Deus. Nel 1792 stampò clandestinamente e sotto pseudonimo una requisitoria contro il presunto ispiratore di un anonimo opuscolo che lo accusava di profittare della credulità popolare rinverdendo i fasti dei miracoli eucaristici e della “frequente comunione”. Instancabile promotore dell’uso dell’ “idioma patrio” nelle cerimonie religiose e nelle pratiche devozionali, il M. aveva pubblicato, l’anno prima, la Versione de su Rythmu eucharisticu cun paraphrasis in octava rima, facta dae su latinu in sos duos principales dialectos, traduzione in sardo logudorese e campidanese di alcune preghiere e del celebre ritmo Adoro te devote attribuito a Tommaso d’Aquino.

Nel 1799 nel corso della permanenza della corte sabauda in Sardegna, Carlo Emanuele IV gli concesse una pensione sulle rendite della mitra cagliaritana. Conquistò la stima di Maria Clotilde di Francia, cui aveva donato un suo profilo biografico di G.B. Vassallo, gesuita piemontese morto a Cagliari venticinque anni prima, in odore di santità. Tra gli inediti, i biografi ottocenteschi segnalano una Relazione dell’invasione della Sardegna tentata dai Francesi nel 1793 e un Catalogo istorico di tutte le più illustri famiglie sarde: ma di esse si era perduta traccia già nel secolo XIX.

Degli ultimi anni di vita del M. s’ignora quasi tutto, inclusa la data di morte: i primi biografi concordano per il 1800 (a settembre, secondo Martini), ma i Quinque libri cagliaritani non ne recano traccia.

2 Ioan Mattheu Garipa, Legendariu de Santas Virgines, et Martires de Iesu Crhistu, Nuoro, Papiros, 1998, pp. 59-60

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FUEDHUS INGRUXIAUS DE AMORI

Stinta ia bolli biri
sa màgini scuncòrda, mein sa pèiga
arrèscia ‘e su giannili chi sceberat,
sunteris chi si sfridat s’intentzioni:
smèngua in su liminàrgiu ‘e un ‘ta dhi nanta
– ausèntzia –
muda cravada a sa definitzioni.
Ma, na’, (deu miu), poit’est chi no m’istimas?
poit’est chi atru no scis essi che cudh’umbra
de su de tropu podi ‘eu (no) ti biri?
Ch’ insandus trasladada atru iat essi
s’essèntzia cumpratzida de sa peca
de una casedha ߴe duda de prenai
de lìtera scabbùllia:
e iat torra a acucurai ancora,
mancai in sa contralluxi damascena, a mimi puru,
custa figura, intramesu strambecu de incruxai,
intzertendi sa transa alluinendi,
po stransiri s’arrècia ch’imprisonat
Ma su chi atollat puru est – a origa puxi –
giustu s’enigma, una paràula in gruxi.

OGUS DE PREXU

Su gosu a mei at benni, e is ogus tuus
ant’essi una paràula prena,
che lampu chi si scàmpiat inghetendi
su tempus a su grei.
Cun ogus tuus su gosu a mei at benni
e at a sciacuai s’assurdu de ogna vìssiu,
cusendi apari, che àngiulu, is chirriolus,
novìssimu in s’obresci.
At a benni sa morti e is ogus tuus
at a tenni. E nisciunu cudhus ogus
m’at a podi furai:
cudhus ogus chi nemmancu su sprigu podit biri,
ni a tui porrit in presenti.
Donai atinu at essi a unu machiori
in s’isperu logradu a buca strinta.
Sa buca muda tua at essi cantu a sa ‘oxi mia.
Bistendudì su sinu de axubori,
t’ap’ a imprassai a chintzu cun is manus
de custus bratzus mius chi a ambròsia torras.
Adhia ’e su tempus, ànima mia,
sorri drucci che una folla
chi si tremit sciarbolia.
M’app’a pesai ampuendinci in pitzu ’e ballu ’e prexu.

Ello, i clitici e le periferie del Sardo.

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ELLO, I CLITICI E LE PERIFERIE IN SARDO

Maurizio Virdis
Università degli Studi di CagliariDipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica virdis@unica.it
in Rossana Martorelli (a cura di), Itinerando. Senza confini dalla preistoria ad oggi. Studi in ricordo di Roberto Coroneo. Peruggia, Morlacchi, 2015, vol. 3, pp. 1733-1745
Riassunto. La lingua sarda sfrutta assai le posizioni periferiche della frase, siaa destra che a sinistra; ciò eminentemente per scopi pragmatici e/o effetti di senso, checonnettono una certa catena frastica a un contesto (il)locutivo espresso o presupposto o dafar presupporre. Uno degli elementi di questo tipo alla periferia sinistra è l’elemento ‘ello’,che ha funzioni e finanche sfumature diverse.Alla periferia destra troviamo i complementi del verbo talvolta anticipati mediante deiclitici: questa anticipazione marginalizza sintatticamente tali complementi in funzione ditopic o di focus. Anche la posizione del Soggetto, in una lingua pro-drop come il Sardo, puòessere interessata da processi di defocalizzazione, e il Soggetto può essere marginalizzato adestra, quale un topic-coda.Parole chiave: sintassi sarda, periferie, ‘ello.
 Abstract. 󰀀e Sardinian language frequently exploits the peripheral positions of thesentence, both on the right and the le, for pragmatic purposes; in this way a phrastic chainis connected to a wider (il)locutional context: which may be expressed, or assumed, or tobe assumed. One of such elements, in the le periphery, is ‘ello’, which may have different functions and even different hints and undertones. At the right periphery, the Complements of the Verb are oen anticipated by clitics; thisanticipation marginalizes Verb Complements, giving them the function of a topic or a focus.Even the position of the Subject as well, in a pro-drop language as Sardinian, may be affectedby defocusing processes, so that the Subject can be marginalized to the right, as a topic-tail,or an aerthought.Keywords: Sardinian syntax, Periphery, ‘ello’.

SINTESA

SINTESA

CARATTERI E STRUTTURE FONETICHE, FONOLOGICHE E PROSODICHE DELLA LINGUA SARDA. IL SINTETIZZATORE VOCALE SINTESA.

A cura di Riccardo Mura e Maurizio Virdis

Condaghes Edizioni, Cagliari, 2015  –  ISBN 978-88-7356-271-9

Il Libro

SINTESA-1

Indice

Presentazione 7
Il progetto 7
Sa chirca (Francesco Cheratzu) 9
Introduzione. Fonetica e fonematica della lingua sarda (Maurizio Virdis) 13
1. Premessa metodologica (Riccardo Mura) 31
1.1. Quale sardo 31
1.2. Le fasi operative e la metodologia della ricerca 33
1.3. L’ambiente di sviluppo informatico (Massimo Cireddu) 35
2. Foni, fonemi e sillabe (Riccardo Mura) 39
2.1. Vocali 42
2.2. Adeguamento vocalico 48
2.3. Durata dei vocoidi 56
2.4. Consonanti 62 2.5.
Durata dei contoidi 70
2.6. Strutture sillabiche 79
2.7. La trascrizione fonetica per SINTESA 85
2.8. Implementazione informatica (Massimo Cireddu) 88
3. Trascrizione delle parole (Riccardo Mura) 97
3.1. Problemi nella trascrizione fonetica in IPA 98
3.2. Un esempio di fonodizionario sardo 103
3.3. Problemi nella trascrizione fonetica per SINTESA 109
3.4. Un estratto del fonodizionario per SINTESA 116
4. Fonetica sintattica (Riccardo Mura) 123
4.1. Consonanti finali 123
4.2. Consonanti iniziali 133
4.3. Geminazione sintagmatica delle consonanti 138
4.4. Altri fenomeni fonosintattici 145
4.5. Implementazione informatica (Massimo Cireddu) 150
5. Accento e intonazione (Riccardo Mura) 169
5.1. Ritmo e accentazione 170
5.2. La scansione ritmica delle frasi in SINTESA 173
5.3. Intonazione 178
5.4. I modelli intonativi per SINTESA 193
5.5. Implementazione informatica (Massimo Cireddu) 201
6. Collaudo del prototipo (Daniela Boeddu) 215
6.1. Prima fase: pronuncia di parole non indicizzate 215
6.2. Seconda fase: pronuncia di parole indicizzate 217
6.3. Terza fase: pronuncia di frasi indicizzate 222
6.4. Quarta fase: pronuncia di frasi non indicizzate 224
6.5. Quinta fase: retest 227
6.6. Problemi risolti 228
6.7. Problemi noti 229
7. Possibili sviluppi e utilizzi (Roberto Bolognesi) 233
Bibliografia e sitografia 237

Presentazione

di Francersco Cheratzu

IL PROGETTO

I sistemi di sintesi vocale (meglio noti nel settore con l’espressione inglese Text-to-Speech systems, da cui l’acronimo tts) sono delle applicazioni informatiche che riproducono il linguaggio umano a partire da un testo scritto.
Dai primi sintetizzatori elettronici degli anni Sessanta, i sistemi tts
sono notevolmente migliorati e hanno ormai raggiunto un buon livello di verosimiglianza e comprensibilità, anche grazie alla sperimentazione di diverse metodologie di analisi, acquisizione, concatenamento e riproduzione della voce umana.
Attualmente, con l’esponenziale progresso e diffusione dei sistemi
informatici, le applicazioni di sintesi vocale hanno acquisito un’importanza strategica e cominciano a essere utilizzate da un numero sempre maggiore di persone. Basti pensare alle comunicazioni di servizio nel sistema dei trasporti, ai risponditori automatici dei centri di assistenza e ai servizi informativi degli operatori telefonici, ai navigatori gps, ai videogiochi interattivi, ai sintetizzatori musicali, ai siti web e a tutte le applicazioni che consentono di ascoltare un testo (un bollettino, un articolo di giornale, un libro…). Questi sistemi sono poi di grande utilità per le persone ipovedenti, per chi ha difficoltà alla lettura (analfabeti, dislessici, bambini in età prescolare) e per chi è affetto da varie disfunzionalità dell’apparato fonatorio. Inoltre, i sintetizzatori vocali costituiscono la base d’implementazione dei sistemi di riconoscimento vocale, con i quali possono essere integrati per creare sistemi complessi di comunicazione uomo-macchina o tra persone con disfunzionalità comunicative (uomo-macchina-uomo). Combinando un sistema di riconoscimento vocale con un traduttore automatico e un sintetizzatore vocale si realizza un interprete automatico utile per effettuare conferenze, in presenza o a distanza, tra persone di lingue diverse. 

Sa chirca
Su progetu de chirca de base “Caratteri e strutture fonetiche, fonologiche
e prosodiche della lingua sarda” de s’Universidade de Casteddu est unu traballu innovativu meda pro sa limba sarda e ponet impare, fortzes pro sa prima borta in Sardigna, diversas disciplinas linguìsticas e informàticas.
Su fatòrgiu s’est isvilupadu in duos annos – dae su 2013 a su 2015 – e at impignadu, a tìtulu diferente, una deghina de persones. Su risultadu
prus figurosu est chi, pro sa prima borta, unu computer podet faeddare
in sardu partende dae s’iscritura, fintzas si est unu protòtipu. Pro dda
nàrrere in un’àtera manera, como su sardu tenet unu sintetizadore vocale TTS (Text To Speech, est a nàrrere ‘dae su testu a s’allega’) isperimentale chi amus numenadu sintesa (sintetizadore de sa limba sarda). Si podet bìdere, e intèndere, in su giassuhttp://www.sintesa.eu.
Custu no est unu risultadu de pagu contu, ca non sunt meda sas limbas
in su mundu chi tenent ainas de custa genia. Segundu Ethnologue (www.
ethnologue.com), sas limbas classificadas in su mundu sunt prus de sete
mìgia. Sas limbas suportadas cun sintetizadores in sos smartphones sunt
pagu prus o mancu una barantina. Ddo’at però una sèrie de sintetizadores isperimentales e contende cussos mentovados in Wikipedia (in sa pàgina https://en.wikipedia.org/wiki/Comparison_of_speech_synthesizersarribamus a chimbantaghimbe limbas (non semus contende sas variantes de sas limbas prus ispartzinadas in su mundu che a s’inglesu, s’ispagnolu, su portoghesu o su frantzesu). Si abarramus largos e ponimus setanta, podimus afirmare tando chi su sardu faghet parte de s’unu pro chentu de sas limbas de su mundu chi tenent unu sintetizadore vocale.
Amus naradu chi custu est su risultadu prus figurosu, ma ddo’at unu risultadu prus mannu meda chi abarrat “cuadu”: est totu su traballude chirca chi at permìtidu de fabbricare su programma e chi est ispricadu in sos capìtulos chi sighint. Su computer est una màchina complicada meda, ma est semper unu “eletrodomèsticu” chi depet tènnere istrutziones pro funtzionare. Sas istrutziones cherent codificadasin programmas rispetende règulas pretzisas. E custas règulas cherent istudiadas e iscritas in manera unìvoca. Fintzas a immoe, nemos aiat aguantadu un’istùdiu de sa fonètica sarda in unu modu gasi sistemàticu: pro iscrìere sas règulas chi permitint a una màchina de “chistionare” in una limba, sos fenòmenos fonèticos, fonològicos e prosòdicos de cussa limba cherent abrancados in manera cumpleta si nono s’efetu finale no est atzetàbile. Naradu cun àteras paràulas, sa descritzione “bastante cumpleta” de sa limba depet èssere a intro de su computer pro ddi permìtere de furriare sos testos in sonos intellegìbiles e atzetàbiles dae una persone chi connoschet su sardu. Est craru chi su traballu no est perfetu, e no est mancu agabbadu, ca sas limbas sunt sistemas complicados, ma sas fundamentas pro andare a in antis sunt istadas postas. Su progetu est fintzas unu sinnale importante de rinnovamentu de sa linguìstica sarda chi istentat galu a atzetare metodologias innovativas. 

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Introduzione. Fonetica e fonematica della lingua sarda.

di Maurizio Virdis

Il lavoro di ricerca e analisi fonetica relativo e finalizzato alla realizza-Il lavoro di ricerca e analisi fonetica relativo e finalizzato alla realizza-zione del progetto Caratteri e strutture fonetiche, fonologiche e prosodichedella lingua sarda – finanziato dal Dipartimento di Filologia Letteraturae Linguistica dell’Università degli Studi di Cagliari con i fondi dellaRegione Autonoma della Sardegna, Legge Regionale n° 7 del 7 agosto2007 sulla Promozione della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnolo-gica in Sardegna – e mirante alla realizzazione del sintetizzatore vocaledella lingua sarda (Sintetizzatore Sardo, o Sintesa, come lo si è volutodenominare) ha portato in luce dati e fenomeni di rilevante impor-tanza nel campo della fonetica della lingua sarda, pur essendosi taleanalisi dovuta, forzatamente, limitare ai dati del parlato di due soliinformatori (M 55 anni e F 16 anni di Scano di Montiferro/Iscanu, OR),che hanno prestato la loro voce per le operazioni di sintesi vocale delsintetizzatore.Si è ora infatti in grado di dire, grazie al preciso e accurato lavo-ro analitico di Riccardo Mura, i cui risultati vengono presentati quidi seguito, qualcosa di più certo nei confronti della durata vocalicae sillabica in Sardo, e delle sue svariate e diversificate realizzazioninelle differenti situazioni contestuali; e inoltre delle diverse realizza-zioni delle consonanti – occlusive in primo luogo, ma non solo – e dellaloro durata: punto nevralgico e finora non pienamente indagato dellafonetica del Sardo. Ma pure si sono raccolti dati sul comportamentodelle vocali medie nei diversi contesti fonosintattici, sia dal punto divista articolatorio (metafonesi e fenomeni affini come dato unifican-te) che da quello della lunghezza. Tutto ciò in modo tale da avere unquadro più preciso dell’aspetto fonetico e fonemico della lingua sarda.Particolarmente innovativo è anche il lavoro sperimentale di analisi erappresentazione dei principali schemi ritmici e intonativi della lingua.Si è indagato inoltre sulla fonosintassi e sui fenomeni di variabilità aessa connessi, nonché sui rapporti, talvolta anche assai complessi, cheintercorrono fra il piano propriamente fonetico e quello fonemico del13Il sintetizzatore vocale SINTESASardo e la loro rappresentazione in una ortografia standardizzata, cheè quella della lsc (Limba Sarda Comuna), che qui si è scelto, e che almomento opera ancora entro un quadro provvisorio e sperimentale, eda meglio definire.Innanzitutto è da sottolineare la ricerca e i risultati analitici riguar-do le consonanti occlusive. Viene ribadita l’assenza di una opposizione /scempia/ ~ /geminata/: le occlusive non-sonore del Sardo risultano es-sere realizzate, da un punto di vista fonetico, come delle semi-geminatecon una lunghezza minore rispetto alle geminate dell’Italiano e ancherispetto alle geminate grafiche del Sardo (quelle cioè che hanno valoreoppositivo e sono rappresentate in grafia: ss, dd, ll, nn, mm). Questa oppo-sizione si verifica semmai nella serie sonora, dove le occlusive si oppon-gono alle approssimanti dello stesso punto di articolazione.Da un punto di vista diacronico, l’opposizione originaria latina /P,T, K/ ~ /PP, TT, KK/, ossia l’opposizione /-continua, -sonora, -lunga/~ /-continua, -sonora, +lunga/, si realizza come /-continua, -sonora/(che in contesto posvocalico si realizza come semi-geminata (semi-lun-ga)) ~ /+continua, +sonora/, vale a dire che si generano le seguentiopposizioni fonematiche: /p/ ~ /β/, /t/ ~ /δ/, /k/~ /ɣ/. Da un puntodi vista sistematico fonemico, a livello sincronico, abbiamo una dop-pia serie consonantica occlusiva (/-continua/): la serie /-sonora/ e laserie /+sonora/: /p, t, k/ e /b, d, ɡ/. Se la serie /-continua, +sonora/ha una corrispondente serie /+continua/, la serie /-continua, -sonora/non ha una serie corrispondente. In altre parole, se la serie delle occlu-sive sonore /b, d, ɡ/ si oppone alla serie delle approssimanti /+conti-nua, +sonora/ /β, δ, ɣ/, la serie occlusiva sorda /p, t, k/ non ha unacontropartita in una serie approssimante /+continua, -sonora/. Un si-stema che apparirebbe dissimmetrico. Sarebbe forse a questo punto ilcaso di fare una specificazione: in realtà potremmo considerare quelleche abbiamo fin qui chiamato approssimanti sonore /β, δ, ɣ/ come re-alizzazione fonetica delle sonore scempie /b, d, ɡ/, mentre quelle cheabbiamo fin qui chiamato occlusive sonore sarebbero delle occlusive(semi-)geminate /bb, dd, ɡɡ/ [bb, dd, ɡɡ]. In tal caso dovremmo dire al-lora che mentre per le sonore abbiamo una opposizione /scempia/ ~ /geminata/, per le non-sonore invece non abbiamo una tale opposizione,dandosi soltanto la serie /p, t, k/ foneticamente realizzata come serie[-sonora, semi-geminata]: [pp, tt, kk], senza che vi sia una corrispettivaserie non-sonora scempia [p, t, k]. Ma dell’opposizione /scempia/ ~ /geminata/ nella serie delle occlusive non-sonore, in Sardo, dovremo frabreve riparlare. Se in queste pagine introduttive ci atteniamo alla pri-14Introduzionema soluzione interpretativa qui proposta del sistema fonematico sardo,cioè a una opposizione /β, δ, ɣ/ ~ /b, d, ɡ/ ([+sonora, +continua] ~[+sonora, -continua]), piuttosto che alla seconda, cioè /b, d, ɡ/ ~ /bb,dd, ɡɡ/ (/+sonora, -lunga/ ~ /+sonora, semi-lunga/), ciò facciamo siaper ragioni di rispetto della tradizione degli studi di fonetica (storica)sarda, sia perché l’opposizione /scempia/ ~ /geminata/ è problematicain Sardo: più che di vere e proprie geminate si tratta di semi-geminate,come abbiamo visto e vedremo ancora. Va aggiunto peraltro che il ren-dimento dell’opposizione /β, δ, ɣ/ ~ /b, d, ɡ/ è in Sardo alquanto basso(prossimo allo zero), mentre più alto rendimento ha l’opposizione /p, t,k/ ~ /β, δ, ɣ/ che è l’esito, nella più gran parte delle parlate sarde, diuna originaria opposizione latina (e/o protoromanza) /pp, tt, kk/ ~ /p,t, k/, per fenomeno di lenizione, che porta le originarie occlusive non-sonore latine /p, t, k/ appunto ad approssimanti sonore /β, δ, ɣ/ (p. es.:ACETUM > [aˈɣeːδu], NEPOTEM > [nɛˈβɔːδɛ]).Tuttavia bisogna vedere le cose da un punto di vista dia-/sin-cro-nico (pan-cronico?), in termini non statici, bensì dinamici: vedere cioè,vicendevolmente, l’evoluzione diacronica dentro la struttura sincronicae, in pari tempo, considerare la sincronia proiettata sullo schermo delladiacronia.Innanzitutto dobbiamo ribadire che l’opposizione fra le consonantiocclusive sonore (foneticamente semi-geminate) e le corrispondenti con-tinue approssimanti sonore è di scarso rendimento: [bb] è in genere il ri-sultato evolutivo, nei dialetti centrosettentrionali, della occlusiva velola-biale sonora latina QṶ, o di imprestiti italiani che presentino la geminata[bb]; e anche [ɡɡ] proviene, per lo più, da imprestiti esogeni ([aɡɡɾaˈδaːɾɛ]‘gradire’, [a ɡɡ atˈtaːɾɛ] ‘schiacciare’). Anche [dd] è il risultato di impresti-ti italiani, o comunque esogeni, o converge, nel sistema sincronico sar-do sottostante, con la retroflessa [ɖɖ] senza che si registri in pratica, alivello fonemico, una opposizione /dd/ ~ /ɖɖ/ 1 , peraltro la tendenzaevolutiva odierna vede sempre più la realizzazione di [ɖɖ] come [dd],con perdita dell’articolazione postalveolare che diventa dentale, il che hacome effetto quello di far aumentare, a livello fonemico, il numero dellecoppie minime in cui si oppongono /dd/ ~ /δ/ (o a /d/, se si preferisce):/ˈbidda/ (‘villa, villaggio’) ~ /ˈbiδa/ (o /ˈbida/, se si vuole – cf. sopra –‘vita’, o anche ‘veduta’), /ˈsiddi/ (‘Siddi’, toponimo e antroponimo)~ /1) In sardo meridionale può trovarsi qualche coppia minima / dd / ~ / ɖɖ/ (ossia an-che /d/ ~ /ɖ/): /dus/ (dus, ‘due’) ~ /(ɖ)ɖus/ (dhus, ‘li’: pronome accusativo atono di3a plurale); /duspiˈɡaus/ (dus pigaus, ‘due presi/matti’) ~ /(ɖ)ɖuspiˈɡaus/ (dhus pigaus,‘li prendiamo’); /addiˈnai/ (a dinai, ‘a/con denaro’) ~ /aɖɖiˈnai/ (a dhi nai, ‘a dirgli’).15Il sintetizzatore vocale SINTESAˈsiδi/ (o /ˈsidi/, ‘sete’), /ˈnudda/ (‘nulla’) ~ /ˈnuδa/ (o /ˈnuda/, ‘nuda’), /ˈpudda/ (‘gallina’) ~ /ˈpuδa/ (o, anche qui, /ˈpuda/ ‘pota’).E non va dimenticato che le consonanti geminate sonore originarielatine in Sardo evolvono in (semi-)geminate non-sonore: ADDUCERE> [batˈtiːɾɛ] (sardo antico batuker); (PRO) QUID DEU > [ˈittɛ] (‘checosa(?)’) e [pɾoˈittɛ] (sardo antico [pɾoitˈteːu] (‘perché’(?)); FRIG(I)DU(> *FRIDDU) > [ˈfɾittu]; HABEAT > *HABBJAT (o forse *HABBUAT,forma analogica costruita sul perfetto HABUIT) > [ˈappa(t)]; it. abba-te > sardo antico [apˈpattɛ]. Ciò fa pensare a una distribuzione dellaforza sulle non-sonore e della lenità sulle sonore, testimoniata da moltipassaggi di occlusiva sonora in approssimante sonora: [abbudˈdaːɾɛ] →[aβudˈdaːɾɛ]; [sa d ˈ d omo] → [saˈdomo]; o magari anche [saɡˈɡaːna] →[saˈɣaːna] (sa gana, ‘la voglia’).Sistematica è invece l’opposizione /-continua, -sonora/ ~ /+con-tinua, +sonora/: si veda per esempio [ˈpikku] (‘piccone’) ~ [ˈpiːɣu](‘prendo’), [ˈkɔkka] (‘oca’) ~ [ˈkɔːɣa] (‘strega’), [ˈfatta] (‘fatta’) ~[ˈfaːδa] (‘fata’), [ˈmuttu] (‘forma strofica, canzonetta’) ~ [ˈmuːδu](‘muto’), [ˈkuppa] (‘(sostegno del) braciere’) ~ [ˈkuːβa] (‘botte’); e, inSardo meridionale, [skɾotʃˈtʃaːi] (‘scortecciare’) ~ [skɾoˈʒaːi] (‘scuoiare,sbucciare’). I foni approssimanti sonori qui sopra riportati provengonoda originarie consonanti latine (o anche antico italiane) occlusive non-sonore scempie in posizione intervocalica. Come è noto questo processodi indebolimento avviene, in Sardo, anche in fonosintassi, ossia al confinedi parola: [ˈpɛːna] (‘pena’) → [saˈβɛːna] (‘la pena’), [ˈtɛˑrˑɾa] (‘terra’) →[saˈδɛˑrˑɾa] (‘la terra’), [ˈkaːzu] (‘cacio, formaggio’) → [suˈɣaːzu] (‘il ca-cio, il formaggio’), [ˈteˑmˑpuzu] (‘tempo’) → [ˌpiˑɣoˈδeˑmˑpuzu] (‘prendotempo’), [pitˈsiˑnˑna] (‘ragazza’) → [ˌbɛllaβitˈsiˑnˑna] (‘bella ragazza’),[ˈkuˑsˑtu] (‘questo’) → [ˌtottuˈɣuˑsˑtu] (‘tutto questo’), [ˈtottu] (‘tutto’)→ [deˈδottu] (‘di tutto’); con effetti anche sulla morfologia, soprattut-to nell’opposizione indicativo presente 3 a singolare ~ imperativo: /ˈpappat ˈkasu/ [ˌpappakˈkaːzu] (‘(egli) mangia cacio’) ~ /ˈpappa ˈkasu/[ˌpappaˈɣaːzu] (‘mangia cacio (tu)’); nell’ind. pres. 3 a sing. la mancatalenizione dell’occlusiva sorda iniziale è ovviamente dovuta alla -T dellaoriginaria finale latina che rimane soggiacente (ammutolita in superfi-cie, ma non caduta nella struttura profonda): PAPPAT CASEUM control’imperativo PAPPA CASEUM (vedi anche, p. es., l’opposizione, qui solofonetica, AD TERRAM > [atˈtɛˑrˑɾa] (con -D latina anche qui ammu-tolita, ma presente in soggiacenza) contro DE TERRA → [dɛˈδɛˑrˑɾa]:secondo la regola per cui:(1) /-C # C-/ → [-CC-]16Introduzioneo meglio(1a) /-C 1 # C 2 -/ → [-C 2 C 2 -].Ossia, una consonante finale di parola si assimila alla consonanteimmediatamente successiva.Tale regola alterna, in Sardo, con la regola per cui:e2(a) /V C (-continua, -sonora) # C (-continua, -sonora) -/ →→ [V C (+continua, +sonora) V C (+continua, +sonora) -](2b) /V C (-continua, -sonora) # V-/ →→ [V C (+continua, +sonora) (V) V-]oppure anche(2c) /V C (-continua, -sonora) # V-/ → [VV].Ossia, una consonante occlusiva non-sonora in fine di parola si leniscee genera una vocale epitetica e la consonante successiva a inizio di parolasi lenisce anch’essa (2a); in particolare, la vocale epitetica insorge davantia pausa dovuta a esitazione o alla normale scansione ritmica dell’enuncia-to (cf. avanti § 4.1.2). Oppure, se la parola successiva inizia per vocale laconsonante finale si lenisce (2b) o, in certe realizzazioni, cade (2c): feno-meno, quest’ultimo (2c), secondo il quale la consonante finale (limitata-mente a questo contesto fonosintattico) vien meno anche in soggiacenza.

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SINTESA-1IL PROGETTO (Sardegnacultura RAS)

Condaghes Edizioni, Cagliari, 2015  –  ISBN 978-88-7356-271-9

Le proposizioni infinitive in Sardo

Le proposizioni infinitive in Sardo-Leggi tutto

ABSTRACT. Le infinitive in Sardo possono essere anche senza controllo da parte del verbo della proposizione reggente. L’infinito, in Logudorese, può avere, ma non necessariamente ha, i tratti di accordo con il Soggetto, mentre in Campidanese tali tratti non si danno mai. Ciò perché le infinitive in Sardo si mostrano oscillanti rispetto all’Infl parameter, che assegna il valore ‘+’ o ‘-‘ nella attuazione della libera scelta di [± Tense] in una Flessione dotata di Accordo. Il Soggetto di tali infinitive è, di regola, sempre in fine di frase, e comunque sempre post-verbale. Tali infinitive sarde hanno diversi punti di contatto e di somiglianza con le infinitive portoghesi, ma anche profonde differenze. Quest’articolo cercherà di analizzare di tutto ciò, e di individuare i diversi tipi costruttivi delle infinitive sarde.

 

ABSTRACT. The infinitive sentences may be, in Sardinian, out of the main clause verb-government. The infinitive, in the Logudorese diatopic variety, can have, but not necessarily has, the agreement features with the subject, while in Campidanese diatopic variety, these features are always absent. That is because the infinitives, in Sardinian, wave with respect to the infl parameter, which assigns the value “+” or “-” in the fulfilment of the free choice of [± tense] in an Inflection having agreement features. The Subject of these infinitives is, as a rule, placed at the end of the sentence, and, anyway, after the infinitive verb. These Sardinian infinitives share many similarities with the Portuguese infinitives, but are distanced from many other points of view. This article explores these aspects, and identifies the different types of infinitive construction in Sardinian.

 

 

  1. Introduzione. Nelle pagine che seguono cercheremo di analizzare e di comprendere la struttura sintattica delle infinitive sarde con Soggetto non controllato dal vebo della proposizione reggente; la questione della presenza/assenza dei tratti di accordo nell’infinito; la posizione del Soggetto delle infinitive; i vari tipi (sostanzialmente due, allo stato delle conoscenze attuali) di tali infinitive non controllate.

 

  1. Generalità Il Sardo presenta, fra le sue strutture sintattiche, proposizioni infinitive senza controllo del Soggetto da parte del verbo della proposizione reggente: ovvero, come noto, proposizioni all’infinito aventi per soggetto un elemento che non compare, né è selezionato entro la proposizione reggente.

Le proposizioni con infinito controllato sono quelle del tipo qui sotto riportato in (1):

 

  • ti prometto di scrivergli
  1. ti avevo ordinato/consigliato/proibito di scrivergli

 

Dunque. oltre alle proposizioni infinitive del tipo che riportiamo qui sotto in (2) (e che traducono le proposizioni italiane qui sopra in (1)):

 

  • ti promittu de t’iscrìere
  1. t’aio cumandau/consizau/proibiu de l’iscrìere

 

in Sardo possiamo trovare proposizioni infinitive il cui Soggetto non ricade sotto il controllo del verbo della proposizione principale (esempi che riporto qui sotto in (3), nella doppia versione delle due principali varietà sarde, la settentrionale o Logudorese (d’ora in poi log.), e la meridionale o Campidanese (d’ora in poi camp.): ciò perché il comportamento morfosintattico delle infinitive non controllate presenta delle differenze fra tali due macro-varietà):

 

(3).      a.  log.             Est bénniu innanti de torraren/torarre a domo sos amigos

È venuto prima di tornare-3apl./tornare a casa gli amici

a’. camp.         Est bénniu innanti de torrai a domu is amigus

È venuto prima di tornare a casa gli amici

‘È venuto prima che gli amici tornassero a casa ‘

 

  1. log.        Est andau gas’e tottu chene li daret(e)/dare su premissu su

[babbu

È andato ugualmente senza gli dare-3asing.(+ vocale paragogica)/dare il permesso il padre

b’. camp.         Est andau aicci e tottu chene dhi donai su premissu su babbu

È andato ugualmente senza gli dare il permesso il padre

‘È andato ugualmente senza che suo padre gli desse il

permesso’

 

  1. log. Su dottore m’at nadu a no mandigares/mandigare troppu

[durches tue

Il dottore mi ha detto a non mangiare-2a sing./mangiare

[troppi dolci tu

c’. camp.         Su dottore m’at nadu a no papai tropu drucis tui

Il dottore mi ha detto  a  non mangiare troppi dolci tu

‘Il dottore mi ha detto che tu non devi mangiare troppi dolci’

 

  1. log.             No kerzo a bessire

d’. camp.         No bollu a bessiri

Non voglio a uscire

‘Non voglio che si esca (voglio che non esca nessuno)’

 

Le proposizioni infinitive in SardoLeggi tutto

Vindice Satta. Profilo umano e caratteri della sua Poesia. Presentazione delle due raccolte inedite: Il giorno qualunque e Una solitudine.

Nel 1985 uscì, per le Edizioni Trois di Cagliari, la silloge poetica di Vindice Satta dal titolo Parole a una donna bella, unica sua raccolta finora pubblicata. Nel 1983 l’Autore ne aveva consegnato a Ugo Collu il dattiloscritto, affinché ne curasse, come poi è stato, l’edizione; ed insieme a tale dattiloscritto, Vindice gli consegnò anche quelli delle sillogi Il giorno qualunque e Una solitudine: sillogi che oggi qui si presentano, e che, curate anch’esse da Ugo Collu, vedono ora la luce per le Edizioni il Maestrale e con il patrocinio del Comune di Nuoro.

L’Autore non poté vedere però pubblicata la sua prima raccolta, riuscì solo a vederne le bozze della prima parte: la morte lo colse non molto tempo prima che l’opera vedesse la luce editoriale. Gli venne a mancare così quel compimento, quell’uscita dall’ombra che egli avrebbe desiderato, sovrastato com’era dall’imponente ombra e figura del padre, Sebastiano, al quale quasi chiede scusa:

Niente è mio…
il giorno e la notte mi giungono
attraverso le parole tue….
All’amore di oggi,
alla memoria di ieri
debbo l’esigua parola
del mio pensiero,
che, ad onore di te,
vorrei fosse poesia.
Di più non so,
di più non chiedo,
di più non posso.
Sii indulgente alla mia modestia.
   [Di più non chiedo iGQ]

«Restò così sospeso, incompiuto, postumo a se stesso», dice Ugo Collu nel suo saggio di presentazione alle due raccolte, Vindice e la sua poesia. L’umiltà di una vita degna. Ed è doveroso aggiungere che queste due raccolte vedono la luce grazie a Massimo Satta – figlio di Vindice e nipote di Sebastiano, ultimo e ormai unico testimone di questa grande famiglia – che ne ha concesso la pubblicazione.

***

Poeta della conoscenza metafisica potrebbe esser definito Vindice Satta, forse un poeta della linea montaliana di chi subisce “gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede”.

 

In colore d’estate grande
salivamo il monte
alla fonte di Solotti
che vince il sole.
Nel fondo verde della foresta
smarrivamo i passi
dicendo cose che non sono:
dicevamo il vero.

 

Questa composizione di Vindice può dirsi la cifra del suo pensiero poetico.

L’ossimoro, apparente, che dire la verità è dire cose che non sono, definisce il vero come ciò che è al di là del reale,  come ciò che non segue né l’oggettività,  né la logica: la verità infatti si coglie nell’intrico, nel perdersi in una foresta (smarrivamo i passi) e nell’ammaliamento naturale.

Ma certo, benché echi della poesia e della poetica di Eugenio Montale non manchino in quella di Vindice Satta, la poesia di quest’ultimo, più che un montaliano ragionare lucido e a freddo, è un’adesione coerente e chiara al dato sentimentale ed intimo. Che però non si fa mai traboccante, Vindice non si abbandona al sentimentalismo come un’onda di piena. Anzi tale sentimentalità ha in genere i toni di chi è perplesso nel dire e nel dirla. Né è, la sua, una poesia dell’ineffabile, ma semmai è la poesia del limite: del limite e dell’insufficienza che ha la parola nel poter e nel dover dire tutto: Non ho versi per la tua grazia/ma parole immaginate, così in Sardegna, poesia che apre la raccolta Una solitudine. Idea ribadita, nella stessa raccolta, in Terra: Non dirò una parola,/debbo immaginare le stelle. Un dire in cui il legame fra significato e significante, tra la parola e il concetto che essa veicola è sempre problematico. Quella di Vindice è una consapevolezza che si lega strettamente a una ricerca che non si limita all’esperienza più immediata, essa attinge invece a una dimensione che non si riduce all’intimismo, ma che ha una significativa rilevanza poetica e  morale: che è eminentemente riflessione della mente, e illuminazione intuitiva: pensiero nel varco dei momenti.

«Poeta pensoso è dunque Vindice Satta, capace di sollevarsi dalla routine alla domanda metafisica, accattivante per la eccezionale freschezza espressiva, pervasa da riferimenti alti e da riflessioni mai scontate o di superficie», così Ugo Collu nel citato saggio.

Già nella composizione intitolata Poesia, che apre la raccolta Il giorno qualunque, l’io poetante aspira a un fare poetico che ecceda i limiti intimi e intimistici soggettivi:

Non voglio essere costretto
A vivere vicino a me stesso

 

Egli rifiuta cioè un eccessivo guardarsi interiore un troppo specchiarsi. Concetto ribadito poco dopo, in Il ruscello:

 

Voglio fuggire i miei versi
dove sempre affiora il tuo dominio
[…]
scendere a valle nel ruscello scoscesa
fino alla tanca bruciata
libero da dominio.
Dirò ai pastori il tuo nome
ne faranno una leggenda umana

Un riflettere che certo poggia proprio sul dato dell’esistenza personale e soggettiva, ma che la trapassa e la trascende, e dà luogo a una misura e a una dimensione, come diceva, metafisica: non irreale, ma derealizzata, ancorata e parimenti disancorata rispetto alla dimensione d’esistenza. Lo stesso paesaggio, tanto presente nella sua scrittura, si scarnifica e si denaturalizza, non è una rappresentazione realistica del vero e di ciò che i sensi percepiscono, ma diventa immagine concettuale e magari iperreale. Un paesaggio che ha dei toni pittorici che potrebbero far pensare a Cosmè Tura, a Carrà o a De Chirico.

La Sardegna, la memoria che egli ha della sua terra è spesso al centro del poetare del Nostro, e la sua immagine memoriale è in genere affidata al paesaggio; la sua terra antica e di giovinezza viene da lui elaborata in mito ed in immagine ancora una volta metafisico simbolica.

È in lui infatti costante il «riferimento alla terra d’origine (Nuoro e la Sardegna), considerata da lui non a modo di memoria nostalgica, ma come autentica radice, imprinting, modello di vita, ricovero di quiete al suo tormento. Nuoro un topos dell’anima, un paradiso perduto, il porto sospirato della sua identità», così Ugo Collu.

 Si veda Pastore (uSol), dove sull’erranza scabra del pastore isolano egli proietta, simbolicamente, il proprio affanno, in assenza di una memoria salvifica, nel mutismo anche dei morti:

Nessuna voce di nuovo canto,
l’ovile è chiuso lontano.
Il pastore ha tanche di povertà
e pietre d’affanno
nella polvere di lento gregge.
Un lentischio, un mirto
un’erica:
è grave andare senza meta,
i morti sono immobili.

Come immobili sono i pastori nuoresi di Nuoro (iGQ), sua città di vita lieta, dove, nella prima sua età, visse felice/nei lentischi intensi a stordire,/nel cielo come un’alcova. Una Sardegna dunque che vive eminentemente nel ricordo, un ricordo fitto come una lama, e che è il reagente contro lo sradicamento della sua essenziale, costitutiva e perdurante contingenza di uomo; di un uomo il cui più vero essere, ora perduto, sta e si proietta, egli dice, nel passato di giovani valenti,/di madri sagge di consiglio, di uomini che portano/fatica come vanto: l’eco del padre Sebastiano è qui evidentissimo, ma, vi aggiunge il figlio, sono uomini che non hanno rimpianto perché solo chi non ha avuto gioia non ha rimpianto: siamo fra paesaggio fisico e paesaggio antropologico, un paesaggio psichico e della memoria.

Quella di Vindice Satta è una Sardegna che è madre dolceamara, così come il suo amaro miele, frutto di api che suggono nettare dalle pietre/nella morte dei fiori – così egli dice nell’Isola dei mandorli (iGQ ) – isola metafora di sradicamento totale della sua esistenza, dolce al ricordo, amara all’attualità dell’esistenza; ragion per cui altro non resta che sognare la tanca che è madre, nel cui silenzio solo si può udire la verità (La tanca iGQ). Una madre la cui vita è sempre stata per lui una prigione, uterina e cagione di claustrofobia si direbbe, una madre che è stata una notte che gli ha sempre chiuso il tempo, che ha vissuto in una solitudine tale che da lei gli è stata impressa in stigma (Una solitudine, uSol).

Altro nodo, e direi fondamentale e insistito della poetica e del pensiero di Vindice, è il tempo, anch’esso visto in una dimensione metafisica e trascendentale. «Una poetica del tempo è ciò che sta come sottofondo a tutta l’esperienza psicologica, a tutta l’opera del Nostro, direi alla sua stessa meccanica compositiva», così dice Leandro Muoni nel suo Preludio alla poesia di Vindice, che introduce la raccolta di Vindice, Parole a una donna bella. Un riflettere che, anche qui, rielabora, concettualmente e intellettualmente, le esperienze della vita in una prospettiva fenomenologica, nell’alveo di tanta filosofia del Novecento: Husserl, Heiddegger, Bergson, giusto per citare qualcuno. In una dimensione che abolisce l’abituale ed empirica misurazione cronologica, quella degli orologi e dei calendari; per caricarsi invece di un tempo-gomitolo, come avrebbe detto Bergson, e non un tempo geometrico e lineare che si dipana come un filo. «Il tempo – così interpreta Ugo Collu  – è la sua ossessione. Dolcezza e delusione, certezza e illusione, promessa e inganno. Esso ci svuota mentre pare alimentarci, si nega mentre si afferma. La meditazione di Heiddegger in Essere e tempo sembra dettare la melanconia diffusa di Vindice. Si vive morendo e si muore vivendo. Vita e morte apparentemente contrapposte sono nella stessa clessidra».

Una esemplare concettosa metafora del tempo di Vindice può trovarsi in Vela (uSol):

La sera d’inverno
Tra acque grigie e bianche
Attendo il mare che sale.
Andiamo, coll’andare
si abbreviano tempo e cammino.
Nella sera d’inverno,
tra acque grigie e bianche,
tu sei ancora e vela.

Il fatto che lei, l’amata, sia àncora e vela, fermezza e procedere, ben indica il sentimento di un tempo che, nel suo svolgersi, avvolge e raccoglie, più che non il senso di un tempo che trascorra in modo lineare. Con l’andare, tempo e cammino si abbreviano, si rapprendono: e la vita perde la dimensione di uno svolgimento, per assumere quella di un avvolgimento, di un avvolgersi che accumula tutte le sue vicende, raccolte l’una sull’altra, tutte compresenti in un sol momento.

Da qui e da tutto ciò, scaturisce una concezione d’amore, altro dato cardinale e centrale del pensiero e della poetica di Vindice Satta: una concezione che è ad un tempo aspra e profondamente interiore. Una concezione che non concede nulla al sentimentalismo più facile; ma che si esamina e si interroga, in modi non irrazionali ma certo non succubi della razionalità.

Ma per tornare al tema, all’ossessione del tempo, una rigorosa coscienza si coagula, con forte lucidità,  in una considerazione che potremmo dire iper-leopardiana, nella lirica intitolata Il lunedì: quivi anche il più, dei sette, gradito giorno si depriva del segno del desiderio e rende triste l’intera settimana. La quale se ne spoglia nel pensiero del successivo lunedì: perché è volgendosi a guardare proprio dalla specola del lunedì che viene considerato il sabato, e non, come nel Recanatese, da quella domenicale:

È triste attendere
una settimana
la speranza del sabato,
per giungere infine
a una deserta domenica
di ore morte
tra fiori che si chiudono.

Vanità, anzi insensatezza di un’attesa che ambisce ad essere colmata.

La tinta di paradossalità – che è vera cifra di tanta poesia di Vindice Satta – è utilizzata in altri grumi tematici e problematici del suo pensiero poetante. Straordinariamente pregnante è Verità. Dialettica morale del vero posta a risiedere su di una paradossale provocazione semantica e morale:

L’incomprensione, il disprezzo,
nascono dalla verità.

 

Nella morte del male, dice ancora questa lirica, ove troverebbe fine la menzogna, la verità sarebbe superflua, fatta inutile. Per questo, se la verità fosse nuda, allora la nostra vita sarebbe coperta di ferite. Ma la nuda verità non si dà, la verità è qualcosa che si costruisce come riparo alle piaghe dei colpi inferti dall’esistere; la verità nuda, che, se ci fosse, potrebbe esserci solo in un impossibile al di là del male, vivrebbe, nudo corpo, in cielo vestita di luna. È, soprattutto, il Vindice che ben conosce le pratiche, i procedimenti e le procedure forensi quello che qui parla. E che sa come e quanto la verità (una verità) prodotta nel processo giudiziario possa essere velenosa, oppure usata da copertura ‘di parte’ a schivare possibili ferite altrettanto partigiane, che lasciano interdetta una delle due parti. E fin oltre la morte.

La verità non è infatti certezza: questa è solo mare insonne/nella terra deserta, appunto,  di verità. D’altronde (in Le leggi) sogni, poesia, giovinezza/spiacciono alle leggi, delle quali il poeta auspica il rogo, nel mentre stesso che desidera “papaveri roventi per i tuoi occhi stupiti”: ché solo l’ardore del pathos è norma di verità.

Tempo e amore, concetti e temi cardine della poesia di Vindice sono sintetizzati mirabilmente in La strada del mare. Qui è il tempo, il tempo del ricordo, che trasforma in amore un’apparizione (l’apparire di un’immagine femminile, archetipica, torbida nello splendore del suo corpo di femmina, e dall’ambrato volto di giovinezza); ma tutto in un processo non chiaro né perspicuo alla coscienza: è, dice infatti, è forse amore. Forse. La signoria che tale femminilità esercita sull’io risiede proprio nel fatto che questa rimanga a lui ignota. Il voltarsi di lei – inversa Euridice o, chissà, novella sposa di Lot – a guardar lui, è però gesto ed atto esiziale: che provoca l’affondare e il dissolversi di tale figura-apparizione in una non attinta e non esaudita volontà di conoscenza: in un fantasma. L’illuminazione-apparizione, fantasmatica ed erotica, che sbaraglia le certezze sentimentali ed esistenziali (il poeta dice infatti: ho grazia di compagna, certezza di figlio), l’apparizione non si fa concreta: e dunque è forse amore il ricordo che tale apparizione lascia all’io soggetto poetante. ‘Forse’ giustappunto. Il gesto umano e concreto del di lei voltarsi a guardarlo reifica la valenza archetipica dell’apparizione e la dissolve. Ne emerge così indirettamente una verità che si scopre risiedere nella non-concretezza, nell’astrazione conoscente che deve proiettare il dato in idea. Ma emerge pure la fragilità di tale via cognitiva, l’inevitabilità del concretizzarsi, significati da quel forse, e dalla domanda del ‘perché ti volgesti a guardarmi?.

***

Pare evidente il debito che la scrittura poetica di Vindice Satta contrae con Giuseppe Ungaretti. Soprattutto l’Ungaretti del Sentimento del tempo. Il verso breve, la scrittura per frammenti – che sta nel mezzo fra una brevità compositiva e una sentenziosità, illuminata e illuminante, che si erge a rinvenimento interiore immediato; il verso breve che spezza la linea sintattica, non per enjambement, ma per scissione di dettatura interiore pausata:

La terra è sola
nel cielo immenso:
cenere di luce,
deserto di voce
 
ed anche:
 
È triste attendere
una settimana
la speranza d
el sabato,
per giungere infine
a una deserta domenica
di ore morte
tra fiori che si chiudono.
  

O che spezza il ragionamento in sintagmi, per rendere questi ultimi quali nuclei costitutivi di un tale riflettere: che si viene così a porre nel suo farsi:

Il tempo non ha stagioni,
la notte ha cespugli d’insonnia.
Non dirò una parola,
debbo immaginare le stelle

E tipiche sono modalità quali la consecuzione logica sottintesa e sottaciuta, da decrittare e da sciogliere, che è uno degli stilemi argomentativi, più frequenti e caratteristici del nostro poeta, attraverso il quale egli dà concreto corpo alla sua sfiducia nei confronti del ragionare o della parola che ha pretesa di significare; per la qual cosa al significato si giunge attraverso l’abolizione dei nessi grammaticali, affinché tali nessi vengano ritovati da chi legge e fruisce in una opaca rivelazione, e così poi offerti ad una riflessa e non lineare elaborazione argomentativa, e ad una congetturale deduzione:

Non vedo un orizzonte,
i sogni non contano:
ma tu mi hai dato una parola

 

Sono modi di scrittura, questi, che con abbastanza facilità riconducono a Ungaretti. Dal quale peraltro Vindice diverge per orizzonte d’ispirazione, per concezione di vita e d’esistenza. Riguardo alla quale, forse, e con cautela, potremmo avvicinarlo a Montale; ma non saprei con quanta consapevolezza o deliberata volontà e adesione da parte di lui, Vindice. Certo Vindice è assai poeta del dubbio o quanto meno della perplessità: ciò che lo avvicina a Eugenio e lo tiene discosto dalla, pur tormentata e non lineare, necessità di fede propria di Giuseppe. Ma certo da Ungaretti Vindice Satta deriva diversi tasti tematici e timbri stilistici: l’umbratilità e il rifuggire luce e sole che tutto disseccano; l’inclinazione per l’elemento acquoreo con le sue archetipiche valenze, metaforico simboliche, erotiche ed uterine; il silenzio e l’assenza, che sono entrambi la stigma contraria al chiasso ingombrante e vacuo del raziocinio. E soprattutto il duplice atteggiamento nei confronti del linguaggio e della parola, e con ciò della ragione (o della grammatica avrebbe detto Montaigne): rifuggita nella sua presunzione di poter giungere alla verità, all’essenza delle cose e dell’esistere; ma d’altra parte alla parola poetica, alla ‘sentenza’, o magari a quel che è il rovescio del dire che è il silenzio, Vindice affida la possibilità di giungere a un senso. Atteggiamento da cui derivano, come in Ungaretti, la modalità procedente, nel suo discorso poetico, per ossimori e per espressioni contraddittorie. E vi si deve aggiungere la maniera paradossale, lo smacco alla logica e alla razionalità più viete e attese. Su una linea di pensiero che troverebbe i suoi repères in Agostino, Pascal, Bergson e, certo, nel suo amato e compulsato Montaigne.

Infatti. dice ancora Ugo Collu, «La concezione del mondo e della vita, ispirata allo stoicismo e all’epicureismo, fruisce anche del contributo originale del vero amore filosofico di Vindice: Montaigne. Il pensatore asistematico per eccellenza, incredulo su qualsiasi modello d’uomo: “L’uomo è un soggetto meravigliosamente vano, vario e ondeggiante… noi non siamo mai in noi, siamo sempre al di là…”. L’uomo, quindi, instabile e mutevole, mai identico a se stesso, mai definito o definitivo. Di lui si può dire chi è, solo quando già “è stato”, dopo morte. […] l’impronta più marcata del pensiero di Vindice sembra proprio questa. Stoicismo ed Epicureismo: ma ammorbiditi da una saggezza più alta, capace di smorzare eroismi e cinismi per approdare ad una umiltà esistenziale di invito all’equilibrio e alla vita buona e degna».

MAURIZIO VIRDIS

Letto a Nuoro, il 5 dicembre 2014.