Vindice Satta. Profilo umano e caratteri della sua Poesia. Presentazione delle due raccolte inedite: Il giorno qualunque e Una solitudine.

Nel 1985 uscì, per le Edizioni Trois di Cagliari, la silloge poetica di Vindice Satta dal titolo Parole a una donna bella, unica sua raccolta finora pubblicata. Nel 1983 l’Autore ne aveva consegnato a Ugo Collu il dattiloscritto, affinché ne curasse, come poi è stato, l’edizione; ed insieme a tale dattiloscritto, Vindice gli consegnò anche quelli delle sillogi Il giorno qualunque e Una solitudine: sillogi che oggi qui si presentano, e che, curate anch’esse da Ugo Collu, vedono ora la luce per le Edizioni il Maestrale e con il patrocinio del Comune di Nuoro.

L’Autore non poté vedere però pubblicata la sua prima raccolta, riuscì solo a vederne le bozze della prima parte: la morte lo colse non molto tempo prima che l’opera vedesse la luce editoriale. Gli venne a mancare così quel compimento, quell’uscita dall’ombra che egli avrebbe desiderato, sovrastato com’era dall’imponente ombra e figura del padre, Sebastiano, al quale quasi chiede scusa:

Niente è mio…

il giorno e la notte mi giungono

attraverso le parole tue….

All’amore di oggi,

alla memoria di ieri

debbo l’esigua parola

del mio pensiero,

che, ad onore di te,

vorrei fosse poesia.

Di più non so,

di più non chiedo,

di più non posso.

Sii indulgente alla mia modestia.

                                                                       [Di più non chiedo iGQ]

«Restò così sospeso, incompiuto, postumo a se stesso», dice Ugo Collu nel suo saggio di presentazione alle due raccolte, Vindice e la sua poesia. L’umiltà di una vita degna. Ed è doveroso aggiungere che queste due raccolte vedono la luce grazie a Massimo Satta – figlio di Vindice e nipote di Sebastiano, ultimo e ormai unico testimone di questa grande famiglia – che ne ha concesso la pubblicazione.

***

Poeta della conoscenza metafisica potrebbe esser definito Vindice Satta, forse un poeta della linea montaliana di chi subisce “gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede”.

In colore d’estate grande

salivamo il monte

alla fonte di Solotti

che vince il sole.

Nel fondo verde della foresta

smarrivamo i passi

dicendo cose che non sono:

dicevamo il vero.

 

Questa composizione di Vindice può dirsi la cifra del suo pensiero poetico.

L’ossimoro, apparente, che dire la verità è dire cose che non sono, definisce il vero come ciò che è al di là del reale,  come ciò che non segue né l’oggettività,  né la logica: la verità infatti si coglie nell’intrico, nel perdersi in una foresta (smarrivamo i passi) e nell’ammaliamento naturale.

Ma certo, benché echi della poesia e della poetica di Eugenio Montale non manchino in quella di Vindice Satta, la poesia di quest’ultimo, più che un montaliano ragionare lucido e a freddo, è un’adesione coerente e chiara al dato sentimentale ed intimo. Che però non si fa mai traboccante, Vindice non si abbandona al sentimentalismo come un’onda di piena. Anzi tale sentimentalità ha in genere i toni di chi è perplesso nel dire e nel dirla. Né è, la sua, una poesia dell’ineffabile, ma semmai è la poesia del limite: del limite e dell’insufficienza che ha la parola nel poter e nel dover dire tutto: Non ho versi per la tua grazia/ma parole immaginate, così in Sardegna, poesia che apre la raccolta Una solitudine. Idea ribadita, nella stessa raccolta, in Terra: Non dirò una parola,/debbo immaginare le stelle. Un dire in cui il legame fra significato e significante, tra la parola e il concetto che essa veicola è sempre problematico. Quella di Vindice è una consapevolezza che si lega strettamente a una ricerca che non si limita all’esperienza più immediata, essa attinge invece a una dimensione che non si riduce all’intimismo, ma che ha una significativa rilevanza poetica e  morale: che è eminentemente riflessione della mente, e illuminazione intuitiva: pensiero nel varco dei momenti.

«Poeta pensoso è dunque Vindice Satta, capace di sollevarsi dalla routine alla domanda metafisica, accattivante per la eccezionale freschezza espressiva, pervasa da riferimenti alti e da riflessioni mai scontate o di superficie», così Ugo Collu nel citato saggio.

Già nella composizione intitolata Poesia, che apre la raccolta Il giorno qualunque, l’io poetante aspira a un fare poetico che ecceda i limiti intimi e intimistici soggettivi:

Non voglio essere costretto

A vivere vicino a me stesso

 

Egli rifiuta cioè un eccessivo guardarsi interiore un troppo specchiarsi. Concetto ribadito poco dopo, in Il ruscello:

Voglio fuggire i miei versi

dove sempre affiora il tuo dominio

[…]

scendere a valle nel ruscello scoscesa

fino alla tanca bruciata

libero da dominio.

Dirò ai pastori il tuo nome

ne faranno una leggenda umana

Un riflettere che certo poggia proprio sul dato dell’esistenza personale e soggettiva, ma che la trapassa e la trascende, e dà luogo a una misura e a una dimensione, come diceva, metafisica: non irreale, ma derealizzata, ancorata e parimenti disancorata rispetto alla dimensione d’esistenza. Lo stesso paesaggio, tanto presente nella sua scrittura, si scarnifica e si denaturalizza, non è una rappresentazione realistica del vero e di ciò che i sensi percepiscono, ma diventa immagine concettuale e magari iperreale. Un paesaggio che ha dei toni pittorici che potrebbero far pensare a Cosmè Tura, a Carrà o a De Chirico.

La Sardegna, la memoria che egli ha della sua terra è spesso al centro del poetare del Nostro, e la sua immagine memoriale è in genere affidata al paesaggio; la sua terra antica e di giovinezza viene da lui elaborata in mito ed in immagine ancora una volta metafisico simbolica.

È in lui infatti costante il «riferimento alla terra d’origine (Nuoro e la Sardegna), considerata da lui non a modo di memoria nostalgica, ma come autentica radice, imprinting, modello di vita, ricovero di quiete al suo tormento. Nuoro un topos dell’anima, un paradiso perduto, il porto sospirato della sua identità», così Ugo Collu.

 Si veda Pastore (uSol), dove sull’erranza scabra del pastore isolano egli proietta, simbolicamente, il proprio affanno, in assenza di una memoria salvifica, nel mutismo anche dei morti:

Nessuna voce di nuovo canto,

l’ovile è chiuso lontano.

Il pastore ha tanche di povertà

e pietre d’affanno

nella polvere di lento gregge.

Un lentischio, un mirto

un’erica:

è grave andare senza meta,

i morti sono immobili.

Come immobili sono i pastori nuoresi di Nuoro (iGQ), sua città di vita lieta, dove, nella prima sua età, visse felice/nei lentischi intensi a stordire,/nel cielo come un’alcova. Una Sardegna dunque che vive eminentemente nel ricordo, un ricordo fitto come una lama, e che è il reagente contro lo sradicamento della sua essenziale, costitutiva e perdurante contingenza di uomo; di un uomo il cui più vero essere, ora perduto, sta e si proietta, egli dice, nel passato di giovani valenti,/di madri sagge di consiglio, di uomini che portano/fatica come vanto: l’eco del padre Sebastiano è qui evidentissimo, ma, vi aggiunge il figlio, sono uomini che non hanno rimpianto perché solo chi non ha avuto gioia non ha rimpianto: siamo fra paesaggio fisico e paesaggio antropologico, un paesaggio psichico e della memoria.

Quella di Vindice Satta è una Sardegna che è madre dolceamara, così come il suo amaro miele, frutto di api che suggono nettare dalle pietre/nella morte dei fiori – così egli dice nell’Isola dei mandorli (iGQ ) – isola metafora di sradicamento totale della sua esistenza, dolce al ricordo, amara all’attualità dell’esistenza; ragion per cui altro non resta che sognare la tanca che è madre, nel cui silenzio solo si può udire la verità (La tanca iGQ). Una madre la cui vita è sempre stata per lui una prigione, uterina e cagione di claustrofobia si direbbe, una madre che è stata una notte che gli ha sempre chiuso il tempo, che ha vissuto in una solitudine tale che da lei gli è stata impressa in stigma (Una solitudine, uSol).

Altro nodo, e direi fondamentale e insistito della poetica e del pensiero di Vindice, è il tempo, anch’esso visto in una dimensione metafisica e trascendentale. «Una poetica del tempo è ciò che sta come sottofondo a tutta l’esperienza psicologica, a tutta l’opera del Nostro, direi alla sua stessa meccanica compositiva», così dice Leandro Muoni nel suo Preludio alla poesia di Vindice, che introduce la raccolta di Vindice, Parole a una donna bella. Un riflettere che, anche qui, rielabora, concettualmente e intellettualmente, le esperienze della vita in una prospettiva fenomenologica, nell’alveo di tanta filosofia del Novecento: Husserl, Heiddegger, Bergson, giusto per citare qualcuno. In una dimensione che abolisce l’abituale ed empirica misurazione cronologica, quella degli orologi e dei calendari; per caricarsi invece di un tempo-gomitolo, come avrebbe detto Bergson, e non un tempo geometrico e lineare che si dipana come un filo. «Il tempo – così interpreta Ugo Collu  – è la sua ossessione. Dolcezza e delusione, certezza e illusione, promessa e inganno. Esso ci svuota mentre pare alimentarci, si nega mentre si afferma. La meditazione di Heiddegger in Essere e tempo sembra dettare la melanconia diffusa di Vindice. Si vive morendo e si muore vivendo. Vita e morte apparentemente contrapposte sono nella stessa clessidra».

Una esemplare concettosa metafora del tempo di Vindice può trovarsi in Vela (uSol):

La sera d’inverno

Tra acque grigie e bianche

Attendo il mare che sale.

Andiamo, coll’andare

si abbreviano tempo e cammino.

Nella sera d’inverno,

tra acque grigie e bianche,

tu sei ancora e vela.

Il fatto che lei, l’amata, sia àncora e vela, fermezza e procedere, ben indica il sentimento di un tempo che, nel suo svolgersi, avvolge e raccoglie, più che non il senso di un tempo che trascorra in modo lineare. Con l’andare, tempo e cammino si abbreviano, si rapprendono: e la vita perde la dimensione di uno svolgimento, per assumere quella di un avvolgimento, di un avvolgersi che accumula tutte le sue vicende, raccolte l’una sull’altra, tutte compresenti in un sol momento.

Da qui e da tutto ciò, scaturisce una concezione d’amore, altro dato cardinale e centrale del pensiero e della poetica di Vindice Satta: una concezione che è ad un tempo aspra e profondamente interiore. Una concezione che non concede nulla al sentimentalismo più facile; ma che si esamina e si interroga, in modi non irrazionali ma certo non succubi della razionalità.

Ma per tornare al tema, all’ossessione del tempo, una rigorosa coscienza si coagula, con forte lucidità,  in una considerazione che potremmo dire iper-leopardiana, nella lirica intitolata Il lunedì: quivi anche il più, dei sette, gradito giorno si depriva del segno del desiderio e rende triste l’intera settimana. La quale se ne spoglia nel pensiero del successivo lunedì: perché è volgendosi a guardare proprio dalla specola del lunedì che viene considerato il sabato, e non, come nel Recanatese, da quella domenicale:

È triste attendere

una settimana

la speranza del sabato,

per giungere infine

a una deserta domenica

di ore morte

tra fiori che si chiudono.

Vanità, anzi insensatezza di un’attesa che ambisce ad essere colmata.

La tinta di paradossalità – che è vera cifra di tanta poesia di Vindice Satta – è utilizzata in altri grumi tematici e problematici del suo pensiero poetante. Straordinariamente pregnante è Verità. Dialettica morale del vero posta a risiedere su di una paradossale provocazione semantica e morale:

L’incomprensione, il disprezzo,

nascono dalla verità.

 

Nella morte del male, dice ancora questa lirica, ove troverebbe fine la menzogna, la verità sarebbe superflua, fatta inutile. Per questo, se la verità fosse nuda, allora la nostra vita sarebbe coperta di ferite. Ma la nuda verità non si dà, la verità è qualcosa che si costruisce come riparo alle piaghe dei colpi inferti dall’esistere; la verità nuda, che, se ci fosse, potrebbe esserci solo in un impossibile al di là del male, vivrebbe, nudo corpo, in cielo vestita di luna. È, soprattutto, il Vindice che ben conosce le pratiche, i procedimenti e le procedure forensi quello che qui parla. E che sa come e quanto la verità (una verità) prodotta nel processo giudiziario possa essere velenosa, oppure usata da copertura ‘di parte’ a schivare possibili ferite altrettanto partigiane, che lasciano interdetta una delle due parti. E fin oltre la morte.

La verità non è infatti certezza: questa è solo mare insonne/nella terra deserta, appunto,  di verità. D’altronde (in Le leggi) sogni, poesia, giovinezza/spiacciono alle leggi, delle quali il poeta auspica il rogo, nel mentre stesso che desidera “papaveri roventi per i tuoi occhi stupiti”: ché solo l’ardore del pathos è norma di verità.

Tempo e amore, concetti e temi cardine della poesia di Vindice sono sintetizzati mirabilmente in La strada del mare. Qui è il tempo, il tempo del ricordo, che trasforma in amore un’apparizione (l’apparire di un’immagine femminile, archetipica, torbida nello splendore del suo corpo di femmina, e dall’ambrato volto di giovinezza); ma tutto in un processo non chiaro né perspicuo alla coscienza: è, dice infatti, è forse amore. Forse. La signoria che tale femminilità esercita sull’io risiede proprio nel fatto che questa rimanga a lui ignota. Il voltarsi di lei – inversa Euridice o, chissà, novella sposa di Lot – a guardar lui, è però gesto ed atto esiziale: che provoca l’affondare e il dissolversi di tale figura-apparizione in una non attinta e non esaudita volontà di conoscenza: in un fantasma. L’illuminazione-apparizione, fantasmatica ed erotica, che sbaraglia le certezze sentimentali ed esistenziali (il poeta dice infatti: ho grazia di compagna, certezza di figlio), l’apparizione non si fa concreta: e dunque è forse amore il ricordo che tale apparizione lascia all’io soggetto poetante. ‘Forse’ giustappunto. Il gesto umano e concreto del di lei voltarsi a guardarlo reifica la valenza archetipica dell’apparizione e la dissolve. Ne emerge così indirettamente una verità che si scopre risiedere nella non-concretezza, nell’astrazione conoscente che deve proiettare il dato in idea. Ma emerge pure la fragilità di tale via cognitiva, l’inevitabilità del concretizzarsi, significati da quel forse, e dalla domanda del ‘perché ti volgesti a guardarmi?.

***

Pare evidente il debito che la scrittura poetica di Vindice Satta contrae con Giuseppe Ungaretti. Soprattutto l’Ungaretti del Sentimento del tempo. Il verso breve, la scrittura per frammenti – che sta nel mezzo fra una brevità compositiva e una sentenziosità, illuminata e illuminante, che si erge a rinvenimento interiore immediato; il verso breve che spezza la linea sintattica, non per enjambement, ma per scissione di dettatura interiore pausata:

La terra è sola

nel cielo immenso:

cenere di luce,

deserto di voce

ed anche:

È triste attendere

una settimana

la speranza del sabato,

per giungere infine

a una deserta domenica

di ore morte

tra fiori che si chiudono.

 

O che spezza il ragionamento in sintagmi, per rendere questi ultimi quali nuclei costitutivi di un tale riflettere: che si viene così a porre nel suo farsi:

Il tempo non ha stagioni,

la notte ha cespugli d’insonnia.

Non dirò una parola,

    debbo immaginare le stelle

E tipiche sono modalità quali la consecuzione logica sottintesa e sottaciuta, da decrittare e da sciogliere, che è uno degli stilemi argomentativi, più frequenti e caratteristici del nostro poeta, attraverso il quale egli dà concreto corpo alla sua sfiducia nei confronti del ragionare o della parola che ha pretesa di significare; per la qual cosa al significato si giunge attraverso l’abolizione dei nessi grammaticali, affinché tali nessi vengano ritovati da chi legge e fruisce in una opaca rivelazione, e così poi offerti ad una riflessa e non lineare elaborazione argomentativa, e ad una congetturale deduzione:

Non vedo un orizzonte,

i sogni non contano:

ma tu mi hai dato una parola

 

Sono modi di scrittura, questi, che con abbastanza facilità riconducono a Ungaretti. Dal quale peraltro Vindice diverge per orizzonte d’ispirazione, per concezione di vita e d’esistenza. Riguardo alla quale, forse, e con cautela, potremmo avvicinarlo a Montale; ma non saprei con quanta consapevolezza o deliberata volontà e adesione da parte di lui, Vindice. Certo Vindice è assai poeta del dubbio o quanto meno della perplessità: ciò che lo avvicina a Eugenio e lo tiene discosto dalla, pur tormentata e non lineare, necessità di fede propria di Giuseppe. Ma certo da Ungaretti Vindice Satta deriva diversi tasti tematici e timbri stilistici: l’umbratilità e il rifuggire luce e sole che tutto disseccano; l’inclinazione per l’elemento acquoreo con le sue archetipiche valenze, metaforico simboliche, erotiche ed uterine; il silenzio e l’assenza, che sono entrambi la stigma contraria al chiasso ingombrante e vacuo del raziocinio. E soprattutto il duplice atteggiamento nei confronti del linguaggio e della parola, e con ciò della ragione (o della grammatica avrebbe detto Montaigne): rifuggita nella sua presunzione di poter giungere alla verità, all’essenza delle cose e dell’esistere; ma d’altra parte alla parola poetica, alla ‘sentenza’, o magari a quel che è il rovescio del dire che è il silenzio, Vindice affida la possibilità di giungere a un senso. Atteggiamento da cui derivano, come in Ungaretti, la modalità procedente, nel suo discorso poetico, per ossimori e per espressioni contraddittorie. E vi si deve aggiungere la maniera paradossale, lo smacco alla logica e alla razionalità più viete e attese. Su una linea di pensiero che troverebbe i suoi repères in Agostino, Pascal, Bergson e, certo, nel suo amato e compulsato Montaigne.

Infatti. dice ancora Ugo Collu, «La concezione del mondo e della vita, ispirata allo stoicismo e all’epicureismo, fruisce anche del contributo originale del vero amore filosofico di Vindice: Montaigne. Il pensatore asistematico per eccellenza, incredulo su qualsiasi modello d’uomo: “L’uomo è un soggetto meravigliosamente vano, vario e ondeggiante… noi non siamo mai in noi, siamo sempre al di là…”. L’uomo, quindi, instabile e mutevole, mai identico a se stesso, mai definito o definitivo. Di lui si può dire chi è, solo quando già “è stato”, dopo morte. […] l’impronta più marcata del pensiero di Vindice sembra proprio questa. Stoicismo ed Epicureismo: ma ammorbiditi da una saggezza più alta, capace di smorzare eroismi e cinismi per approdare ad una umiltà esistenziale di invito all’equilibrio e alla vita buona e degna».

MAURIZIO VIRDIS

Letto a Nuoro, il 5 dicembre 2014.

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