Archivi del mese: novembre 2013

‘Narratività sarda medievale

maurizio virdis

‘Narratività’ sarda medievale

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condaghe 56

I Condaghes sardi sono stati certamente oggetto di studio storico, giuridico e filologico-linguistico, ma non sono mai stati presi come oggetto di studio letterario. Certo quando parlo di letteratura, non intendo affrontare alcun discorso estetico, né teorico, né porre o pormi la questione del che cosa debba considerarsi letterario o afferente alla sfera di ciò che si è soliti chiamare letteratura, o quali (tipi di) scrittura debbano o possano considerarsi letterari.

Voglio solo dire che non sempre le scritture dei Condaghes devono ritenersi delle scritture puramente strumentali e con valore esclusivamente pragmatico e probatorio, quali la mera e sola registrazione di un fatto che abbia una qualche rilevanza nella vita economica o giuridica delle entità monastiche che questi testi producevano. O meglio, se anche ciò è vero, è vero pure che  le registrazioni di tali fatti sono sottoposte a un andamento narrativo che in qualche modo ‘drammatizza’, se così può dirsi, in forme appunto di narrazione, l’iter attraverso il quale tali entità giungevano ad una certa situazione o ad acquisire un diritto o un possesso.

È merito indubbio di Ignazio Delogu l’aver intuito che le scritture dei Condaghes andavano oltre la mera annotazione memoriale, pur dotata di valore giuridico e probatorio ed erano corredate pure di un certo tasso di letterarietà che si esplicava in termini eminentemente narrativi: «i Condaghes […], oltre a costituire un materiale quantitativamente imponente, di straordinario interesse linguistico, si impongono spesso come documenti letterari e narrativi».[1]  Nei Condaghes «la scrittura fa valere i suoi diritti, nel senso che dalla automatica e impersonale registrazione di un evento o di un negotium si passa, evidentemente, a una scrittura che, in quanto tale, cioè in quanto frutto della mediazione dello scriptor rispetto all’evento, costituisce una realtà a sé e per sé, non riconducibile a un calco dell’evento del quale costituisce al massimo una testimonianza», con evidente consapevolezza dello scriptor, che, in quanto tale, non può non avere coscienza dei margini di autonomia che gli sono concessi.[2]

Più recentemente Patrizia Serra, recependo e portando a compiuta maturazione gli stimoli offerti dal Delogu, afferma che i Condaghes, collocantisi fra oralità e scrittura, mantengono «le modalità narrative proprie di una cultura prevalentemente orale, filtrate e rielaborate tuttavia attraverso moduli stilistici desunti dal patrimonio culturale di scriptores monastici non certo illetterati, che sono appunto in grado di riplasmare la lingua dell’oralità, il volgare sardo, sul modello retorico e stilistico costituito dalla Bibbia in latino. Questo conduce, nelle prime scritture in volgare sardo, a quella commistione tra piano pragmatico-documentario e modalità letterario-narrative, che è stata letta come segno di arcaicità culturale e come prova della totale assenza di modelli colti, e che ci consegna invece una lingua scritta che ha già raggiunto un notevole grado di formalizzazione e la cui “narratività”, certamente non ancora del tutto disgiunta dalle strutture del discorso orale, risulta tuttavia mediata e condizionata da ben radicate tradizioni scrittorie di matrice ecclesiastica, che attestano, ancora una volta, la complessità e la ricchezza di apporti culturali che hanno caratterizzato il processo di elaborazione e affermazione della lingua sarda».[3]  continua a leggere

copista

[1] Cfr. I. Delogu, Introduzione, in Il Condaghe di San Pietro di Silki, ed. di G. Bonazzi, Sassari, Dessì, 1997, p. 37. Si tratta della riedizione del testo del Condaghe edito da Giuliano Bonazzi nel 1900 e qui ripresentato da Ignazio Delogu che ne ha curato la traduzione in Italiano, apponendovi le note e rivisitando il glossario.

[2] Cfr. I. Delogu, op. cit. p. 40.

[3] Cfr. P. Serra, Spunti narrativi nel medioevo sardo, in Insularità e cultura mediterranea nella lingua e nella cultura italiane, Atti del XIX Convegno AIPI, Associazione Internazionale Professori di Italiano (Cagliari, 25-28 agosto 2010), in stampa [per gentile concessione dell’Autrice].  continua a leggerenarratività sarda 1 

La varietà di Cagliari e le varietà meridionali del Sardo.

Maurizio Virdis  

La varietà di Cagliari e le varietà meridionali del Sardo.

Cagliari arquer

È ben noto che il Sardo ha una fondamentale divisione diatopica che divide il suo spazio  geografico in due metà, l’una settentrionale, l’altra meridionale. I principali tratti che distinguono queste due aree possono essere riassunti nella seguente tabella:

Base originaria latina NORD SUD

 -E, -O (finali)-e, -o-i, -uĈ / Ĝ + E, Iĉ/ĝ + e, ič/ǧ + e, i;-L-l (dentale)ʟ (velare), ṛ, b, (g)w, ʔL + Jǧ > dzllT/C + Jth > t/tqtsR-r-ar + r-S + Consonanteis + consonante(i)s + consonanteQU (+ vocale)bbqw

Se vogliamo aggiungere alcuni tratti morfologici, aggiungeremo la neutralizzazione di genere dell’articolo determinativo in is a meridione contro l’opposizione sos m. ~ sas f. a settentrione, e le diverse forme dei pronomi clitici derivati da ILLUM/-A /-I/-OS/-AS/-IS che, a sud, mantengono la consonante geminata, pur evoluta nella retroflessa ḍḍ (e magari, in determinate condizioni fonotattiche, tali pronomi mantengono anche la forma piena: (i)ḍḍu/-a/-i/-a/-os/-as/-is); di contro all’area settentrionale che presenta forme degeminate e sempre aferetiche: lu/-a/-i/-a/-os/-as/-is.

È ben chiaro che le isoglosse relative a questi duplici esiti delle due macroaree non coincidono, esse tuttavia tengono comunque un andamento est-ovest che divide le due metà dello spazio in un’area settentrionale e in un’area meridionale. Chiameremo le due macroaree, secondo tradizione e per brevità, Campidanese la meridionale e Logudorese la settentrionale, prescindendo dalla loro coincidenza rispetto alle regioni geografiche da cui prendono nome: il Campidano e il Logudoro.

 Massimiliano Medda

   Ci sarebbe da comprendere le ragioni di questa differenziazione fra queste due macroaree. Tradizionalmente si parla dell’area logudorese come più conservativa rispetto all’area campidanese più innovativa, anche perché più esposta alle influenze linguistico culturali esterne. In realtà le cose, e le definizioni, sotto questo profilo, appaiono meno statiche e semplici di quanto non paia e tradizionalmente si sia detto. Perché se è, per esempio, pur vero che il Logudorerse conserva le velari latine e le vocali medie finali, mentre il Campidanese volge a palatale le velari davanti ad e ed i, e muta in -i-u le vocali medie finali, d’altro lato il Campidanese si mostra più conservativo negli esiti di -L- : infatti gli esiti  e ʔ mostrano un’articolazione posteriore che fa presupporre come base di evoluzione una laterale velare, quale era originariamente la laterale latina; gli esiti bw e (g)w -L- possono intendersi come ulteriori evoluzioni che partono da un suono articolato posteriormente: ciò perché tanto i suoni con articolazione posteriore quanto quelli con articolazione anteriore sono entrambi suoni acusticamente gravi e, come noto, suscettibili di essere acusticamente confusi e dunque spesso intercambiabili; né va dimenticato che nella parlata cagliaritana, come pure nell’Italiano Regionale di Cagliari, la laterale ha in determinate fasce diastratiche un’articolazione velare [ʟ]. La laterale [l] logudorese ha invece un’articolazione dentale, quale quella che si è imposta nella tarda latinità in gran parte dello spazio romanzo. Conservativo  è il Campidanese pure per quanto riguarda il pronome clitico di terza persona, ḍḍu: infatti il mantenimento della geminata, e in alcune varianti contestuali, il mantenimento della forma piena non aferetica, è chiaramente un fatto di conservazione rispetto alla forma logudorese. Fatto conservativo è pure la prostesi vocalica davanti alla R- iniziale, se è vero che si tratta di una caratteristica proveniente dal sostrato iberico; tratto poi cancellato e comunque non presente nel Logudorese; il quale ultimo, d’altra parte, in presenta la costante presenza di una -i prostetica davanti alla sibilante S posizione preconsonantica, tratto anch’esso della tarda latinità, presente pure, ma non certo con regolarità, nel Campidanese. D’altra parte se il Campidanese innova palatalizzando in č (< Ĉ iniziale o postconsonantica) o ž (< Ĉ intervocalica) e in ǧ (< Ĝ) le originarie velari latine davanti a vocale anteriore, va detto – e ribadisco quanto anni or sono avevo affermato in altra sede: Virdis (1978) e Virdis (1988) – che tale palatalizzazione è, a mio avviso, non dovuta a influsso esogeno toscano, ma va ascritta alla comune evoluzione latino volgare e romanza di cui anche il Campidanese partecipa; ma va pur aggiunto che il dominio campidanese manifesta, in alcune aree periferiche, relativamente a questo fenomeno, tratti di conservazione: infatti nella Barbagia meridionale la velare intervocalica latina evolve in una affricata alveopalatale sonora, ģ (o [ʥ]): DECEM > [’deʥe]; mentre l’odierno suono palatale di molti centri dell’Ogliastra, ossia la affricata postalveolare sonora ǧ  (o [ʤ]), ([’deʤe< DECEM), parrebbe essere l’evoluzione di una alveopalatale: fenomeno evolutivo che si può osservare oggi  in atto nella Barbagia meridionale. L’evoluzione appare compiuta dunque nel Campidanese generale che presenta la fricativa postalveolare ž (o [ʒ]): [’deʒi]. E se è pur vero che i documenti medievali provenienti dall’area campidanese mostrano inequivoci segni di mantenimento della velare – come dimostrano diverse grafie delle CV: kertukidakidru (XVII, 11), binkidu (XVI, 3), archiepiscopadumerkei (XII, 2), pischina (XI, 2), piskina (XI, 7), connoschit (XII, 5) – essi mostrano alcuni, almeno, indizi di una avvenuta e comunque compresente palatalizzazione: ienniru (XIII, 4, 10; XIV, 14) <GENERU(M). D’altra parte se è vero che, come si diceva, il Logudorese mantiene intatte le vocali medie finali che non vengono innalzate in -i e in -u, va pur detto che si possono, almeno a me pare, avvertire, in questa varietà, alcuni fenomeni di ipercorrettismo nel passaggio di -i  in -e: UBI > ùve, TIBI > be (alternante, è vero, con bi); e aggiungerei il Frotoriane, del CSMB 132.22, e varianti Frodoriane 161.16, 162.6, Fodoriane 176.4, Frontoriane 145.8, ma anche, va pur detto, Fotoriani 122.6 < FORUM TRAIANI: l’odierna Fordongianus.  continua a leggere