La lingua batte dove il dente duole. Riflessioni sul nodo lingua-nazione in Sardegna

La lingua batte dove il dente duole.
Riflessioni sul nodo lingua-nazione in Sardegna

Maurizio Virdis

Riflettere sul nesso lingua/nazione può parere cosa ovvia, di fatto scontata. Nel senso comune odierno europeo le due entità vanno più o meno di pari passo, almeno in molti stati europei: l’una si identifica e corrisponde/corrisponderebbe all’altra. Ma, è ben noto, le eccezioni sono più d’una; e la stessa idea di ‘nazione’ ha ed ha avuto, di volta in volta e di caso in caso, fondamenti ideali o concreti diversi: sì che la lingua, intesa come uno dei fattori fondamentali e costitutivi della nazione, è (stata) spesso un qualcosa che motiva e giustifica a posteriori ciò che antecedentemente è già costituito o si vuol costituire. L’idea di nazione – fatto, abbastanza recente, della modernità, anzi uno dei dati costitutivi della stessa modernità politico istituzionale europea – si trasforma poi, nella concretezza politica, come un dato che, a complicare le cose, si intreccia non solo con l’idea, ma anche con la prassi dello/degli stato/i e del loro reggimento istituzionale. Sappiamo che fattori come la lingua, la letteratura, le sacre memorie storiche (un po’ meno invero quelle demologiche: ma anche qui bisognerebbe distinguere caso da caso), i condivisi orizzonti d’attesa e quant’altro sono andati via via assumendo il ruolo e la funzione di ciò che, innanzi la modernità, veniva assunto e ricoperto dalla religione e dalla religiosità tradizionali: sempre più confinate – nello stato “laico” moderno – entro la sfera dell’intimità soggettiva e personale. Ma, in tale processo, la modernità ha ereditato dalla religione molti atteggiamenti e strutture di comportamento psicosociale, oltre che tanta forma mentis: non ultima quella del conformismo.

Anche la Sardegna si è inserita in tale processo: di volta in volta secondo le determinazioni e le declinazioni che i tempi proponevano, e nei limiti in cui la propria parabola storica l’ha ridotta e condizionata, ma anche con l’originalità della sua, ancora una volta storica e ancor più geopolitica, situazione. Fino all’età e ai giorni attuali e a noi prossimi. Mi limito giusto a ricordare – poiché non ho qui intenzione di tracciare alcun quadro neppure sunteggiato della storia della lingua sarda – che in epoca medievale la lingua sarda era impiegata nella sfera giuridica e nella produzione documentaria e amministrativa. La cosa è da tener bene a mente se si vogliono comprendere molti degli atteggiamenti e dei riflessi dell’età moderna e contemporanea, insieme alla storia della Sardegna e della sucondizione statuale: basterà ricordare che i viaggiatori e gli osservatori catalani registravano certo l’uso ed anzi il buon uso della lingua catalana in Sardegna, soprattutto negli ambienti e nei ceti nobiliari ed urbani, tuttavia non mancavano di osservare come nell’Isola esistesse e si parlasse “l’antica lingua del Regno”, e che questa era conosciuta e impiegata da praticamente tutta la popolazione. Per esempio, il Despuig ci dice che, nel 1557, in Sardegna si parla la llengua antigua del regne, dando così al Sardo una certa qual patente di dignità e di importanza. Nel 1565 il Parlamento riunito dalviceré Àlvaro de Madrigal chiede che gli statuti di Iglesias e di Bosa, ancora redatti solo in Italiano, vengano tradotti in una lingua del Regno, ossia in Sardo o in Catalano, e riconosce così una implicita dignità al Sardoanche se poi la scelta si orienterà, ovviamente, in direzione catalana. Infine è ancora da ricordare che nel secolo alla fine XVI si pose la questione di quale dovesse essere la lingua veicolare dell’insegnamento superiore in Sardegna, il Sardo o lo Spagnolo, con successiva ed anche qui ovvia opzione per lo Spagnolo. Né va dimenticato che in Sardo è scritta e letta la Carta de Logu, legge di principale riferimento dei Sardi, e la cui vigenza si protrarrà fino ai primi decenni del secolo XIX, quando sarà sostituita, nel 1827, dal Codice feliciano. Né andrà dimenticata in proposito la considerazione che ebbe Antonio Ludovico Muratori riguardo alla esperienza storico-linguistica della Sardegna medievale:non credo che si possa dubitare che i Corsi e Sardi prima degl’Italiani cominciassero a valersi della lor lingua volgare negli atti pubblici, o che nei Latini frammischiassero molte voci e forme di dire volgari.

Però sull’esempio suddetto anche la lingua volgare Italiana, che fino al secolo XIII era stata solamente in bocca degli uomini, cominciò in quello stesso secolo a farsi vedere ne’ versi de’ poeti, nelle lettere, ne’ libri, e in altre memorie1. Considerazioni e giudizio che saranno uno degli inneschi delle riflessioni linguistiche e dell’operazione di Matteo Maria Madao, ma forniranno poi anche esca e materiale da ardere ai falsari d’Arborea, come vedremo in seguito2

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