Archivi del mese: gennaio 2013

Prospettive identitarie in Sardegna: fra lingua e letteratura.

 

Maurizio Virdis

Prospettive identitarie in Sardegna:  fra lingua e letteratura.

L'identità sarda del XXI secolo In: L’identità sarda del XXI secolo tra globale, locale e postcoloniale, a cura di  Silvia Contarini, Margherita Marras e Giuliana Pias. NUORO, Il Maestrale, 2012 – ISBN: 978-88-6429-136-9

 

Guardare ai tempi più recenti in relazione all’immagini che i Sardi danno di se stessi, significa rendersi conto che si è usciti da uno stereotipo a lungo durato: da una prospettiva di esotismo tanto interno quanto esterno; e che molte polemiche ha generato. Quello di una Sardegna antica arcaica appartata quasi residuale, miracolo della storia da cui non sarebbe neppure stata toccata, e pertanto fascinosa affascinante. Una sorta di mondo distaccato, primitivo, resistente. Anche se questa impostazione – alla base della quale ci sono stati in buona misura, forse, i Sardi stessi, e da tempo –  continua comunque a permanere entro un immaginario diffuso, ancora, tanto fra noi quanto fra gli altri da noi, tuttavia qualcosa da un po’ d’anni si muove, parrebbe, a invertire la tendenza stereotipa. Troppo spesso e troppo a lungo si è opposta una Sardegna vera e genuina a una Sardegna più compromessa con l’altro da sé e quindi in parte sfigurata e svisata  Su questo nucleo a lungo si è costruita l’identità della Sardegna, che andava cioè distinta e delineata con nettezza rispetto al resto del mondo, tratteggiata a colori forti, alterizzata quanto più fosse possibile. Ci sono cascati pure linguisti come Wagner che individuavano nella Sardegna interna la variante più genuina del Sardo, meno compromessa e realmente *autoctona.

Dunque i paradigmi cambiano, finalmente e se Dio vuole, e la (auto)osservazione dei Sardi profitta dei tempi nuovi cercando un’altra rappresentazione di sé. Anche perché la questione e il problema identitario pare ora toccare e interessare i ceti urbani e non solo quelli più legati al mondo rurale, quasi ridefinendo o riunificando in una problematica comune, sia pure sfaccettata, il problema identitario. Ciò è dovuto in parte a una presa di coscienza del ceto urbano sul ruolo che esso in quanto sardo deve giocare, ma anche ad una accresciuta urbanizzazione e a quel processo, che ne è la causa, che svuota progressivamente i centri dell’interno, ma che al contempo porta in città elementi del ceto rurale. La contrapposizione città campagna viene così attenuandosi, in un rimescolamento reciproco, e si fa strada l’idea e la pratica di un destino maggiormente condiviso e non spartito, anche perché i centri minori che peraltro decrescono, sono in maggior misura legati, a causa di un processo di omogeneizzazione economica e sociale, ai centri urbani e alle loro aspettative. D’altra parte gli stessi centri urbani, da parte loro sono stati largamente compenetrati dall’elemento altro e rurale per i diversi processi di inurbamento che ha determinato una maggiore dialettica fra città e campagna.   continua a leggere

La lingua batte dove il dente duole. Riflessioni sul nodo lingua-nazione in Sardegna

La lingua batte dove il dente duole.
Riflessioni sul nodo lingua-nazione in Sardegna

Maurizio Virdis

Riflettere sul nesso lingua/nazione può parere cosa ovvia, di fatto scontata. Nel senso comune odierno europeo le due entità vanno più o meno di pari passo, almeno in molti stati europei: l’una si identifica e corrisponde/corrisponderebbe all’altra. Ma, è ben noto, le eccezioni sono più d’una; e la stessa idea di ‘nazione’ ha ed ha avuto, di volta in volta e di caso in caso, fondamenti ideali o concreti diversi: sì che la lingua, intesa come uno dei fattori fondamentali e costitutivi della nazione, è (stata) spesso un qualcosa che motiva e giustifica a posteriori ciò che antecedentemente è già costituito o si vuol costituire. L’idea di nazione – fatto, abbastanza recente, della modernità, anzi uno dei dati costitutivi della stessa modernità politico istituzionale europea – si trasforma poi, nella concretezza politica, come un dato che, a complicare le cose, si intreccia non solo con l’idea, ma anche con la prassi dello/degli stato/i e del loro reggimento istituzionale. Sappiamo che fattori come la lingua, la letteratura, le sacre memorie storiche (un po’ meno invero quelle demologiche: ma anche qui bisognerebbe distinguere caso da caso), i condivisi orizzonti d’attesa e quant’altro sono andati via via assumendo il ruolo e la funzione di ciò che, innanzi la modernità, veniva assunto e ricoperto dalla religione e dalla religiosità tradizionali: sempre più confinate – nello stato “laico” moderno – entro la sfera dell’intimità soggettiva e personale. Ma, in tale processo, la modernità ha ereditato dalla religione molti atteggiamenti e strutture di comportamento psicosociale, oltre che tanta forma mentis: non ultima quella del conformismo.

Anche la Sardegna si è inserita in tale processo: di volta in volta secondo le determinazioni e le declinazioni che i tempi proponevano, e nei limiti in cui la propria parabola storica l’ha ridotta e condizionata, ma anche con l’originalità della sua, ancora una volta storica e ancor più geopolitica, situazione. Fino all’età e ai giorni attuali e a noi prossimi. Mi limito giusto a ricordare – poiché non ho qui intenzione di tracciare alcun quadro neppure sunteggiato della storia della lingua sarda – che in epoca medievale la lingua sarda era impiegata nella sfera giuridica e nella produzione documentaria e amministrativa. La cosa è da tener bene a mente se si vogliono comprendere molti degli atteggiamenti e dei riflessi dell’età moderna e contemporanea, insieme alla storia della Sardegna e della sucondizione statuale: basterà ricordare che i viaggiatori e gli osservatori catalani registravano certo l’uso ed anzi il buon uso della lingua catalana in Sardegna, soprattutto negli ambienti e nei ceti nobiliari ed urbani, tuttavia non mancavano di osservare come nell’Isola esistesse e si parlasse “l’antica lingua del Regno”, e che questa era conosciuta e impiegata da praticamente tutta la popolazione. Per esempio, il Despuig ci dice che, nel 1557, in Sardegna si parla la llengua antigua del regne, dando così al Sardo una certa qual patente di dignità e di importanza. Nel 1565 il Parlamento riunito dalviceré Àlvaro de Madrigal chiede che gli statuti di Iglesias e di Bosa, ancora redatti solo in Italiano, vengano tradotti in una lingua del Regno, ossia in Sardo o in Catalano, e riconosce così una implicita dignità al Sardoanche se poi la scelta si orienterà, ovviamente, in direzione catalana. Infine è ancora da ricordare che nel secolo alla fine XVI si pose la questione di quale dovesse essere la lingua veicolare dell’insegnamento superiore in Sardegna, il Sardo o lo Spagnolo, con successiva ed anche qui ovvia opzione per lo Spagnolo. Né va dimenticato che in Sardo è scritta e letta la Carta de Logu, legge di principale riferimento dei Sardi, e la cui vigenza si protrarrà fino ai primi decenni del secolo XIX, quando sarà sostituita, nel 1827, dal Codice feliciano. Né andrà dimenticata in proposito la considerazione che ebbe Antonio Ludovico Muratori riguardo alla esperienza storico-linguistica della Sardegna medievale:non credo che si possa dubitare che i Corsi e Sardi prima degl’Italiani cominciassero a valersi della lor lingua volgare negli atti pubblici, o che nei Latini frammischiassero molte voci e forme di dire volgari.

Però sull’esempio suddetto anche la lingua volgare Italiana, che fino al secolo XIII era stata solamente in bocca degli uomini, cominciò in quello stesso secolo a farsi vedere ne’ versi de’ poeti, nelle lettere, ne’ libri, e in altre memorie1. Considerazioni e giudizio che saranno uno degli inneschi delle riflessioni linguistiche e dell’operazione di Matteo Maria Madao, ma forniranno poi anche esca e materiale da ardere ai falsari d’Arborea, come vedremo in seguito2

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Su Seru de sa dì ‘e festa

SU SERU DE SA DÌ ’E FESTA 

la sera del dì di festa
Druci e crara est sa noti e chene bentu,
e sèria asua ’e is teuladas e  e mein ’s ortus
pasat sa luna, e dë atesu apubat
sulena dogna monti. O donna mia,
giai dogn’àndala est muda, e mein is lollas
lena est luxendi sa làntzia de noti:
drumendi sesi, ca lèviu t’at reciu
su sonnu in logu ’e pàsiu; e no ti mùssiat
perunu annùgiu; e giai  no scis, ni pensas
canta lïaga in petus m’as abertu.
Dromendi ses; deu custu celu caru
a is ogus mius a saludai m’aceru,
e sa natura antiga poderosa,
chi m’a’ intregau a s’axiu. A tui s’isperu
negu, m’iat nau, fintzas su speru; e d’atru
is ogus  tuus no luxant si no est prantu.
Custa dì fut nodia: ’moi de is apentus
t’assèbias tui; e fortzis giai t’amentas
in bisu a cantus oi  ses praxa e cantus
praxus ti sunt: deu no, giai no, ch’ isperi,
in pensu tuu t’arribbu. E mi dimandu
cantu a bivi m’abarra’, e innoi deu in terra 
mi ghetu e tzèrriu in frènia. O dis de arrori
in cust’edadi noa! Ohi, ch’in sa via
intendu apròbiu s’assoladu cantu
de su maistu, adenoti torrendi,
pusti su spàssiu, a domu sua sciadada;
e forti mi si minimat su coru,
pensendi ca in su mundu totu passat,
e arrastu pagu lassa’. Acò si fuit
sa dì ’e sa festa, e a sa dì nodida
sa fitiana sighit, e su tempus
si leat ogna acontèsssia. Abi est su sonu
de cudha genti antiga? Aund’est su tzèrriu
de is mannus fentomaus, s’imperu mannu
de cudha Roma, e is armas, e sa moida
chi fiat andendi in terra e in s’Oceanu?
Totu est paxi e mudori, e tutu est pasu
su mundu, e d’issus prus nemu arrexonat.
In s’istadu miu primu, chi abetaus
sa festa cun disìgiu, e immoi apustis
ch’est finia, deu doloriu, billendi,
mi ’nd’abarrau crocau ; e a tard’ ’e noti
unu cantu chi atesu fia intendendi,
stesiendusì e morendi a pagu a pagu,
totu chepari mi serràt su coru.
                                 [Giaime Leopardi]
furriau in Sardu de Maurizio Virdis su 2 de gennaxu 2013

A sa luna

O luna gratzïosa, deu m’ammentu
ca, un’annu imoi est furriendi, in custa sedha
deu benia prenu ’e axiu a ti mirai
e tui ’nsandus pendias in cussu litzu,
cumenti oi puru, chi totu dhu scraris.
Ma anneulada e tremendi eu in su prantu
chi m’apillàt a cillus, a is ogus mius
sa cara tua apariat, chi trabballosa
mi fiat sa vida: e est, ni andòngiu mudat,
o luna mia nodia. Ma aici etotu
mi giuat s’arregodai, ramonendinci
s’era ’e su dolu. Ohi c’abberu est gradèssiu,
in giovinesa, candu longu tenit
tretu s’isperu, e crutzu sa memòria,
su s’ammmentai de is cosas sciadhias,
mancai in tristura, e sighendi in peleas.
[Giacomo Leopardi]leopardi 2