Specchio d’un ritratto

*
La mia infanzia è un ricordo della piazza San Pietro
d’ un balcone sui tetti dove i gatti vi giocavano;
la gioventù nell’isola che ancor mi segna il metro;
la mia storia: dei fatti che interesse non cavano.
 
Mai Don Giovanni io fui e neppur Casanova
– ben lo vedete tutti che son goffo maldestro –
ma Cupido pur seppe ben mettermi alla prova
e del disio d’amore nell’anima ebbi l’estro.
 
 Nel mio sangue vi filtra un che di ribellione
ma il mio verso ricerca la pace che io spero;
e, più che un uom compreso della sua condizione,
sono, nel vero senso della parola, vero.
 
 Adoro la bellezza e la moderna estetica,
colsi le antiche rose nel veriger di Rudel;
banalità non amo truccate da cosmetica
né penso che artifici mi sollevino al ciel.
 
Detesto le romanze che amore tengon sbieco,
romanza amo davvero sol la filologia
cerco tener distinta la voce e la sua eco
e fra le voci ascolto quella che faccio mia.
 
Son per la tradizione o la modernità?
Non so, ma sono certo che v’è la poesia
se si ritrova il senso nel suono ch’esso dà,
non negli schemi astratti, privi di maestria.
 
Converso volentieri con chi mi vuol parlare
– pensa parlar con Dio chi parla solo a sé? –
parlo con me se agli altri la parola so dare,
se all’amico so chiedere la ragione e il perché.
 
Infin nulla vi devo; quanto ho scritto rendete,
lavoro e vivo il giusto, pago col mio denaro
la veste che mi copre, la casa che vedete,
il pane che mi nutre, e il letto: paro paro.
 
E quando giunga il giorno dell’ultimo mio viaggio
e partirà la nave che non sa ritornare
a bordo sul bagaglio certo non farò aggio:
quasi nudo sarò come i figli del mare.
 
mVis (attraverso Antonio Machado).   Cagliari 18 gennaio 2012.
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 LA MATRICE. Antonio Machado, Retrato
*
Mi infancia son recuerdos de un patio de Sevilla,
y un huerto claro donde madura el limonero;
mi juventud, veinte años en tierras de Castilla;
mi historia, algunos casos que recordar no quiero.
 
Ni un seductor Mañara, ni un Bradomín he sido
?ya conocéis mi torpe aliño indumentario?,
más recibí la flecha que me asignó Cupido,
y amé cuanto ellas puedan tener de hospitalario.
 
Hay en mis venas gotas de sangre jacobina,
pero mi verso brota de manantial sereno;
y, más que un hombre al uso que sabe su doctrina,
soy, en el buen sentido de la palabra, bueno.
 
Adoro la hermosura, y en la moderna estética
corté las viejas rosas del huerto de Ronsard;
mas no amo los afeites de la actual cosmética,
ni soy un ave de esas del nuevo gay-trinar.
 
Desdeño las romanzas de los tenores huecos
y el coro de los grillos que cantan a la luna.
A distinguir me paro las voces de los ecos,
y escucho solamente, entre las voces, una.
 
¿Soy clásico o romántico? No sé. Dejar quisiera
mi verso, como deja el capitán su espada:
famosa por la mano viril que la blandiera,
no por el docto oficio del forjador preciada.
 
Converso con el hombre que siempre va conmigo
?quien habla solo espera hablar a Dios un día?;
mi soliloquio es plática con ese buen amigo
que me enseñó el secreto de la filantropía.
 
Y al cabo, nada os debo; debéisme cuanto he escrito.
A mi trabajo acudo, con mi dinero pago
el traje que me cubre y la mansión que habito,
el pan que me alimenta y el lecho en donde yago.
 
Y cuando llegue el día del último vïaje,
y esté al partir la nave que nunca ha de tornar,
me encontraréis a bordo ligero de equipaje,
casi desnudo, como los hijos de la mar.
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