De s’imitassione de Cristos. Traduzione del De Imitatione Christi di Tommaso da Kempis ( ?) (1380 – 1471), ad opera di Giovanni Battista Casula, 1871.

De s’imitassione de Cristos.

Traduzione del De Imitatione Christi di Tommaso da Kempis ( ?) (1380 – 1471), ad opera di

Giovanni Battista Casula, 1871.

Pubblicato in ASDCA “Notiziario dell’Archivio Storico Diocesano di Cagliari” Anno VIII, n° 16, giugno 2010

Tommaso da Kempis                                                                             De Imitatione Christi, Bruxelles, Bibliothèque royale

Può sembrare fuori tempo oggigiorno la riproposizione di un’opera quale L’imitazione di Cristo (De Imitatione Christi) attribuita, pur fra più di un dubbio a Tommaso di Kempis (al secolo Thomas Haemerkken) (1380 – 1471), mistico, tedesco di nascita – nato a Kempen appunto – ma vissuto per quasi tutta la vita nel monastero agostiniano di Monte Sant’Agnese presso Zwolle nella’archidiocesi di Utrecht. Fu monaco e copista, dunque dedito alla quiete meditazione e, se l’opera è sua – altri concorrenti alla paternità sono Jean Gerson (teologo francese contemporaneo di Tommaso) e Giovanni Gersen (monaco vercellese del XIII sec.) – per i monaci egli la scrisse. Opera di meditazione e di addestramento alla vita interiore e all’ascesi, con l’appello al contemptus mundi, e l’ammonizione, rivolta alla coscienza dei monaci, a guardare il mondo e la sapienza mondana come vanitas vanitatum: presunzione inammissibile se non rischiarata alla luce dell’umiltà dello spirito.

Può sembrare strano. Eppure L’imitazione di Cristo fu nel passato una delle opere più riprodotte, più stampate e più lette in Europa; fu guida spirituale per molti devoti e credenti, ed amata non solo da religiosi, come Teresa di Lisieux, o Jacques Bossuet che la definì il quinto evangelio, o ancora Giovanni XXIII, o da un laico quale Silvio Pellico che vi trovò conforto alla sua prigionia, ma perfino da un intellettuale, che certo religioso non poté né può dirsi, come Voltaire. Il fatto è che un’opera tanto grande e profonda come è questa, da un lato è comunque adiacente a temi e problemi che stanno al di fuori della problematica religiosa e mistico-ascetica, dall’altro mostra le pur obliterate ma profondamente cristiane, e direi pure monastiche, radici del pensiero e dell’intellettualità dell’Europea moderna. Il ripensamento dell’intellettualità, la necessità di ricondurre l’intelletto all’interiorità dell’uomo e allo scavo della coscienza sono infatti oggi appannaggio anche del pensiero che si autodefinisce ‘laico’. Attraverso quest’opera ritroviamo il pensiero agostiniano, le declinazioni poetico filosofiche di esso da parte del Petrarca, l’ansia della conoscenza piena attraverso e aldilà dei limiti dell’umano, l’insensatezza delle cure mondane, la necessità dell’abbandonarsi al divino che altro non è che l’autocoscienza e la consapevolezza del limite, il socratico “saper di non sapere”, ma con in più il desiderio insaziabile di un sapere, mancante alla classicità, che s’acqueta, all’infinito, solo in Dio. In quest’opera troviamo la matrice del pensiero ma pure della pratica devozionale della cristianità postridentina, e l’ispirazione di tanti poeti del tardo Cinquecento e del Seicento, di ispirazione religiosa e non, tra i quali mi piace ricordare il nostro Gerolamo Araolla, ma pure certo Giovanni Della Casa e Gabriel Fiamma e tutto il petrarchismo a lo divino.

Il De Imitatione Christi, scritto in latino, oltre aver avuto tante copie manoscritte ed edizioni a stampa, fu pure tradotto in molte lingue. Fra le tante vi fu anche una tradizione in lingua sarda; tardiva, certo, rispetto ad altre, ma non per questo meno significativa. L’opera fu infatti tradotta in Sardo da Giovanni Battista Casula ed edita col titolo De S’Imitassione de Cristos, a Sassari, per l’editore Chiarella nel 1871, e ristampata nel 1901. Oggi di tale traduzione appare una nuova edizione per le edizioni Papiros di Nuoro, curata da Tonino Cabizzosu e Matteo Porru. Giovanni Battista Casula, nato a Thiesi nel1802, laureato in Teologia a Sassari, fu canonico turritano, arciprete del Capitolo dell’Archidiocesi di Sassari, poi, sempre a Sassari, Vicario Generale e giudice sinodale.

Una fervente introduzione del Casula precede la traduzione da quest’ultimo approntata. Doppiamente fervida: nell’apologia della religione messa in pericolo – per usare le sue stesse parole, da riferirsi al contenuto e allo spirito dell’opera – da una ragione abbandonata a se stessa, e dunque vana e fallace, e dai tempi in cui egli operava, quali quelli di fine secolo XIX in cui l’anticlericalismo era diffuso e insistente; ma fervida pure essa è nell’apologia della lingua sarda. In quest’ultima il Casula vede uno strumento valido e opportuno per la diffusione del De imitatione Christi, in un’epoca in cui da un lato la cultura e l’alfabetizzazione va diffondendosi anche in Sardegna, ma in cui, pure, il Sardo resta la lingua compresa e impiegata dai più. Non si tratta però di una “dialettizzazione” di un’opera che aveva ormai un’aura eminente, il Casula tesse un plaidoyer in favore del Sardo, evidenziandone la storia e la nobiltà. Ciò facendo, egli si mostrava erede e continuatore di una lunga tradizione che i tempi unitari dell’italianità tendevano a far dimenticare o comunque a sminuire; ma a lui, uomo di Chiesa, era ben presente la tradizione dell’omiletica in Sardo, della poesia religiosa in limba, della grande tradizione del poetare, religioso o meno, nella lingua isolana. E insieme a tutto ciò era a lui presente il dibattito plurisecolare intorno alla lingua sarda, ai suoi tentativi (semi)riusciti di innalzamento al rango di lingua letteraria, per la creazione, questa sì riuscitissima, di un registro che trascendesse il quotidiano e che si ponesse come sovralocale, e individuava tale registro nel cosiddetto logudorese illustre che fu dell’Araolla e di Giovanni Spano. Di questi ultimi, ma, aggiungerei anche di Matteo Maria Madao e di Vincenzo Porru, egli tratteneva nella propria mente, ma pure nel proprio amore, la lezione. Il Sardo non è lingua inferiore a nessuna e del latino mantiene, fra le lingue moderne, la dignità, dopo essere passato attraverso il filtro della meditazione letteraria.

Una lezione anche per noi, Sardi del XXI secolo, la riproposizione di questa traduzione donataci dalla passione, dalla sapienza e dal coraggio di Tonino Cabizzosu e di Matteo Porru, oltre che delle Edizioni Papiros. Una lezione duplice: perché ripropone a un mondo troppo distratto dall’utile e dal vano, una meditazione che anche chi religioso non vuol dirsi, può, come già Voltaire, meditare e gustare e magari intrecciare e far interagire con il sapere e con la cultura ‘laica’. Ma pure perché ci pone davanti un bell’esempio di impiego della lingua sarda in un momento, come quello d’oggi, in cui questa è oggetto di dibattito, di attenzione da parte degli intellettuali – pur se molti di essi son distratti nei suoi confronti, e finanche ostili – ed anche della politica regionale che comincia a comprendere il significato e il valore di un bene culturale quale la lingua. La quale, tramite quest’opera ora riproposta, si riappropria, in maniera esemplare, di un suo documento e di un suo monumento.

maurizio virdis

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