Archivi del mese: giugno 2010

L’ultima menzogna

Certo va pure trovato quel fine,

lo dicono, e magari ci s’illude

che ce lo porti in mano la corrente

della vita, ed in vero la natura

dovrebbe riportarci al suo richiamo:

ma il fatto è pure che la vita sogna.

Va fatto tutto quello che bisogna,

è  questo certo il punto alla fin fine.

Sì, ma è questione d’ordine, e il richiamo

è più d’uno, l’amore che m’illude

per esempio, ed il tempo a sua natura

si stinge via con furia trascorrente.

Ora mi trovo qui con l’occorrente,

e pare che mi mettano alla gogna.

Com’è che penso – quasi si snatura –

ch’io tutto resti fermo, e tutto fine

fine si muova intorno a me, e m’illude

abbagliato alla luce d’un richiamo?

Come vedessi di sbieco nel richiamo

d’uno specchio il mio viso concorrente

che con faccia di suola disillude

a poco a poco pure la vergogna.

Ma è pure è giusto che vi metta fine.

Che vengo a dire? E dunque a mia natura

mi metto a raccontare la natura

di quello che è successo, e richiamo

una parola che mi paia fine

e sia bastante a imbrigliar la corrente

di tutto quanto questa storia agogna,

sospeso su di un filo in cui s’illude

tale peripezia: perché, chi illude

il bandolo, funzione, la natura:

che non si dica che solo una carogna

io sia? Ventriloquo frugo il richiamo

e l’istanza che dentro, ricorrente,

mi parla dalla soglia, sul confine

in cui è imminente il quid dell’amor fine,

aliena grazia che ordina e che illude,

come una scossa viva di corrente

elettrica, e riscuote la natura

d’un desiderio che mi fa richiamo

e dice «io (…?.)» nell’ultima menzogna.

 

m!Vis   Cagliari, 1 luglio 2008.

Monolinguismo forzato e Bilinguismo possibile

L’idea di bilinguismo dovrebbe diventare luogo comune per tutti, per i Sardi per lo meno, così come è stata luogo comune l’idea che il bilinguismo e soprattutto il “dialetto” (virgolette d’obbligo) sminuiva e ostacolava l’apprendimento dell’Italiano. Oggi gli studi di psicologia dimostrano proprio il contrario, e a mio avviso anche l’osservazione diretta di chi ha un po’ di cervello ed opera nella scuola: la lingua italiana si è impoverita da quando i Italia non si parlano più i dialetti, e non si fa più quel sano esecizio di passare “tradurre” dal dialetto all’Italiano e viceversa. Il bilinguismo allarga il cervello e non solo per ciò che concerne la/le lingue.

Vi sono poi effetti sul piano culturale quali quello di una vera interazione fra culture diverse, magari anche interne una macro area culturale linguistica e politica. Il totem “uno stato (o patria) una lingua” credo che sia ormai scaduto e i simboli di coesione e di lealtà possono essere molteplici anche nel rispetto delle diversità; grazie a Dio non siamo più giacobini, o almeno si spera. Una cultura articolata, plurivoca e plurilingue può solo far bene a tutti: al macro e al micro. Nel reciproco rispetto.

La tata di bambini bilingui racconta la sua esperienza

*

Posted in Famiglie by Bilingue Per Gioco
Tags Baby sitter madrelinguaTrilinguismo

Ultimamente abbiamo parlato moltissimo di tate madrelingua e bambini bilingui, sempre dal punto di vista della famiglia. Ecco invece un punto di vista diverso e interessantissimo, quello della tata stessa. Sara ci racconta la sua esperienza.

Buongiorno. Sono estremamente felice di aver trovato il vostro sito e di poter condividere le mie esperienze con voi.
Sono una tata e vivo con le famiglie dove lavoro.
Le famiglie con cui lavoro sono sempre bilingue, almeno bilingue perchè per la maggiorparte parlano tre anche quattro lingue in casa quotidianamente; cio’ significa che ogni adulto parla specificamente una lingua al o ai bambini della famiglia.
Ognuno di noi puo’ parlare anche le altre lingue, quindi se necessario si passa da una all’altra senza problemi né schemi di insegnamento vari.
I risultati ottenuti sono incredibili, stupiscono normalmente tutti quelli che incontrano questi bambini specialmente gli insegnanti, nonchè gli ortofonisti che pur essendo “esperti” non credo abbiano ancora molti strumenti per poter lavorare in modo spontaneo con bambini multilingue.
E qui arriva il nodo delle domande che la lettura delle vostre lettere mi ha suscitato:
metodo o spontaneità assoluta ?
lasciare il bambino completamente libero e adattarsi o insistere su diversi aspetti?
Se si decide di usare un metodo , quale? Continua

* continua clicca qui

*

***********************

clicca qui

sito Bilinguismo per gioco

**

clicca qui

vedi anche su

la Repubblica.it10 luglio 2009

Il bilinguismo? Un vantaggio


Si impara meglio fin da piccoli

CRESCERE in una casa in cui si parlano due lingue avvantaggia il bambino, che non solo impara fin da piccolo a cavarsela fra quella di mamma e quella di papà nello stesso tempo in cui i suoi coetanei ne imparano solo una, ma acquista anche una marcia in più: le sue capacità cognitive sono più agili rispetto a quelle dei suoi coetanei monolingue.

E’ la conclusione di uno studio pubblicato su PNAS e condotto dal professor Jacques Mehler insieme ad Agnes Kovacs della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste. I bambini esposti a due lingue, fin da piccoli sviluppano strategie di apprendimento più flessibili. E a un anno sono in grado di imparare in maniera più veloce ed elaborata rispetto ai bambini della stessa età che di lingue ne ascoltano solo una. In particolare, vivere a fianco di mamma e papà ad esempio inglese ed italiano o spagnola e tedesco, migliora nei piccoli le funzioni esecutive, processi fondamentali per eseguire compiti non solo verbali, ma di gestione e pianificazione di attività e coordinazione delle azioni.

Da anni il professor Mehler, direttore del laboratorio Linguaggio, cognizione e sviluppo della SISSA, studia la plasticità del cervello, che permette di imparare due o più lingue. In questo studio sono stati osservati bambini di 12 mesi – sei bilingue, sei monolingue – impegnati in un compito che richiede il controllo delle funzioni esecutive, ed i risultati dei due gruppi sono stati messi a confronto. Sottoposti a stimoli sonori sotto forma di parole differenti, con strutture differenti, i bambini dovevano capire in quale lato dello schermo di un computer sarebbe comparsa la figura di un pupazzo, che attraeva la loro attenzione: a certe parole il pupazzo appariva a destra, ad altre a sinistra. I bilingue hanno dimostrato di capire subito il trucco e hanno risposto bene e rapidamente, mentre i loro coetanei monolingue hanno fatto più fatica ad associare la differenza fra le parole al alto in cui sarebbe spuntato il pupazzo.

“Ancora prima di parlare, un bambino esposto a due idiomi dalla nascita sa distinguere la lingua materna da quella paterna ed apprende regolarità linguistiche più in fretta rispetto ad un bambino monolingue”, spiega il professor Mehler. Il suo cervello, infatti, “è più duttile perché è più allenato a distinguere fra stimoli provenienti da lingue diverse, senza che queste interferiscano fra di loro”.

In precedenza il professore e colleghi avevano studiato il comportamento di bambini monolingue e bilingue di sette mesi, osservando che già a questa età i secondi mostravano abilità cognitive di controllo superiori rispetto ai primi. Ora la ricerca su Science dimostra che ad un anno il cervello di un bambino cresciuto in un ambiente bilingue sviluppa funzioni esecutive accresciute. Attenzione, però: “Questo non significa essere più intelligenti, solo più allenati: una competenza che in qualche modo i bilingue acquisiscono passivamente”, chiarisce Mehler.

“Il cervello umano ha, entro certi limiti, un’enorme plasticità e non si confonde di fronte a stimoli diversi. Dai 7 ai 12 mesi c’è un progresso, e un bambino bilingue impara a gestire con successo compiti più complessi, ad acquisire e distinguere strutture linguistiche diverse e monitorarle simultaneamente in modo più efficace rispetto ad un coetaneo monolingue”, conclude Mehler. Va aggiunto, però, che “se il vantaggio è evidente in tenera età, ai monolingue non mancheranno più avanti con gli anni le occasioni per recuperare e colmare il dislivello”.

PERCEVAL: PER UN’E(STE)TICA DEL POETICO

MAURIZIO VIRDIS

PERCEVAL: PER UN’E(STE)TICA DEL POETICO

Fra immaginario, strutture linguistiche e azioni

S’Àlvure Editrice Oristano 1988

S’Àlvure ORISTANO 1988

Alla memoria del mio maestro Alberto Limentani

1) Tra madrelingua e lingua del padre.

Ricerca del padre e ricerca della parola può dirsi l’oggetto della quête di Perceval, come acquisizione di un luogo dimen sionato in un “giusto” rapporto con la realtà: che significa eminentemente, più che un pervenire ad una qualsiasi oggetti vità, immettersi nel gioco calibrato della domanda e della ri­sposta con l’alterità. E la giusta distanziazione che l’eroe, per il tramite del simbolo, deve acquisire per la prima volta; e in que sto percorso egli si pone, nella fiction narrativa, come paradig ma di ogni crescita umana, anche, se, come vedremo, attraver sando un percorso straniato, alla ricerca di un “senso”, che non è proiettato su nessuna dimensione escatologica o mistica, ma, come osserva J. Frappier(l), è un senso del tutto ovvio: quello verso cui tutti procedono nella parabola di una vita che sembra già predeterminata dagli altri, dall’esterno, nel suo pro cesso e nei suoi valori. Ed è un percorso che trova come neces sari punti di svolta il gesto e l’atto mancato, l’esperienza dello scacco e del nulla, nello specchio della castrazione e dell’impo tenza non riconosciuta: un nulla che sostanzialmente consiste nel non saperlo vedere, in una situazione in cui il sapere e il lin guaggio fino a quel punto acquisiti non servono e non giovano, fino a che esso non trascenda la sua dimensione di codice, per arrivare a quella di tramite. Il peccato di Perceval è infatti un peccato di silenzio, una domanda non posta; ma è proprio nel vuoto della domanda, nel suo detto, che il dire acquista i suoi significati e assume il suo valore.

1) Cfr. J. Frappier, Chrétien de Troyes et le Mythe du Craal, Paris, S.E.D.E.S., 1972, p. 156: “11 n’y a rien de bien nouveau dan ces [dell’Eremita] conseils: en dehors du respect dû au prêtre, l’eremite répète ce qu’avaient déjà dit la mère de Perceval et Gornemant de Goort. C’est l’indice que Chrétien n’envisageait pas pour son héros une fin ascétique et mystique: la règle morale et religeuse qui est recommandée à Perceval est simplement celle d’une chevalerie très pieuse vivant dans le siècle”. continua

In ogni caso, è nella situazione e nella condizione particolare dell’esistenza di Perceval che il suo percorso va visto nella sua istanza significativa, nel ruolo sociale e morale che egli è chiama to ad assumere. Anche se la figura del nostro eroe è, o può esse re considerata, paradigmatica, si tratta però, paradossalmente, di una paradigmaticità che potremmo dire angolata; con C. Lévi-Strauss’2′ potremmo definirlo infatti un Edipo a rovescio alla ricerca del padre, o della sua istanza, anziché alla ricerca della sua eliminazione. E ciò in quanto a lui manca una sovrade-terminazione che lo significhi, un codice che lo renda soggetto d’azione. Ma l’essere paradigmatico del protagonista viene ad assumere tutto il suo significato, qualora si voglia vedere nella parabola narrativa di Perceval un intento propositivo mediato dall’Autore attraverso la messa a fuoco (appunto angolata) di una parabola di vita e delle sue peculiari condizioni di esistenza e di sviluppo. Il romanzo raffigura in un tempo che è relativamen te breve dal punto di vista referenziale, ma che è lungo dal punto di vista del discorso narrativo, le condizioni esemplari in cui è possibile che si sviluppino al massimo grado le potenzialità, eti camente e socialmente positive di ogni essere che, sia pure in po tenza e non ancora in atto, sia destinato, per indole propria e per l’eredità di un patrimonio morale e sociale di classe, ad occupare un ruolo di primo piano nel contesto socio-culturale che gli è proprio, ma che per altro aspira a trascendere, ponendosi

**


Continua

IL LANVAL DI MARIE DE FRANCE: LA COSTRUZIONE DI UNA ALLEGORIA

Nel complesso mondo immaginario che viene a porsi sulla scena dei Lais di Marie de France l’Autrice dà luogo ad una altrettanto articolata e multiforme testualità dove il ‘traslato’ intrattiene rapporti volta a volta diversi con la ‘lettera’: rapporti che legano immaginario e metaforico, l’ ‘oggettivo’ simbolico e l’ ‘al di là’ allegorico, o la discesa nella sfera profonda dell’interiorità con la delineazione di un senso morale che ne deve scaturire. In tale ambito il Lanval trova la sua particolare posizione, forse unica fra tutti i Lais di Marie, per cui la dimensione simbolica e quella allegorica, pur entrambe presenti, non si rimandano simmetricamente l’una con l’altra come abbiamo visto nel Guigemar, né, come nell’Eliduc – anche se a questo lai, forse, maggiormente il Lanval si avvicina – la dimensione allegorica si propone, tramite soprattutto il ‘pensare (e l’agire !) interpretativo’ di Guildeluec, in clausola all’azione narrativa, quale necessità a posteriori per i protagonisti che tale azione conducono1. Nell’Eliduc infatti i protagonisti dovranno prima scorgere il lato simbolico (che qui, a differenza di quasi tutti gli altri lais non si dà manifestamente, se non forse nel finale) di molti degli eventi della loro vicenda, per connetterli poi nell’unità di un discorso in cui i fatti loro occorsi vengono assunti quali elementi da interpretare.

Nel Lanval i due versanti testuali sembrano invece rimanere reciprocamente antonimi. E se anche delle correlazioni possono essere trovate fra sezioni, o episodi, o personaggi del testo, tali correlazioni permangono come correlazioni di antonimia – si pensi alla correlazione fra la dama-fata e la regina, Ginevra personaggi che assumono rispettivamente i tratti del benigno e del maligno: dell’altro mondo l’una, ben di questo mondo l’altra. Il mondo reale-storico prende quindi l’aspetto di un mondo irriducibilmente negativo, mentre l’altro mondo assume, per dirla con J. Ribard2, il carattere dell’utopia del non-luogo, del luogo non possibile, se non nella mente fantastica. Nessun parallelo dunque fra due misure, nessuna commensurabilità, fra i due ordini, che si possa effettuare per il tramite dell’ ‘analogo’: semmai la dimensione allegorica scaturisce per contrasto.

Certamente anche qui, infatti, i due mondi si compenetrano l’uno nell’altro: la fata può lasciare il suo mondo fatato per parlare all’umano protagonista e donargli il suo amore, così come Lanval, può, alla fine della storia, lasciare questo mondo per seguire, ‘in utopia’, la fata (amante-amata): ma l’uno e l’altro mondo rimangono estranei l’uno all’altro e fermi nei loro valori rispettivamente negativo e positivo (mentre abbiamo visto che nel Guigemar il bene e il male erano equamente distribuiti fra i due mondi). Anche per il Lanval si può certo dire che, come già è stato per Guigemar, l’ ‘altro mondo’ è un sogno, la prefigurazione di un mondo migliore, utopico appunto, e ciò tanto dal punto di vista dell’individuo, quanto da quello della società.

Ma qui sta il punto: ciò che è il (ciò che sta nel) sogno di Lanval non è la conoscenza che, preclusa al mondo della veglia, una volta posseduta in sogno, a tale mondo deve far ritorno; il sogno è qui una invenzione prefigurativa che ha la valenza del come ‘dovrebbe essere/come dovrebbe andare’. Un’utopia irrealizzabile, o realizzabile solo al di fuori del tempo ‘storico’.

Il pensiero di Marie sembra così farsi pessimista.

Tutto ciò può meglio apparire quando si esamini la struttura compositiva dei due lais: non abbiamo infatti nel Lanval, come invece, ci è parso, nel Guigemar, quella divisione netta fra i due mondi (sogno e realtà) che per altro sembrano corrispondersi, quasi punto per punto, come il riflesso l’uno dell’altro. Qui abbiamo invece il mescolarsi dell’un mondo nell’altro; e il mondo del sogno, utopico, prende il sopravvento sul mondo reale, assurgendo a valenza ideale, pur rimanendo compenetrato nel e col reale.

Infatti mentre Guigemar cade nel deliquio onirico causato dalla ferita e sprofonda nel sonno che genera il meraviglioso, per trovarsi poi, al risveglio, nuovamente nel mondo reale, fra le sue regole; Lanval  invece

Le pan de sun mantel plia

Desuz sun chief, puis se cucha.

Mut est pensis pur sa mesaise,

Il ne veit chose ki li plaise.

La u il gist en teu maniere,

Garda aval lez la riviere,

Si vit venir deus dameiseles:

Unkes n’en ot veü plus beles!

(vv. 49-56)

La visione occorre dunque a Lanval mentre egli è “mut pensis“, mentre considera la sua ‘mesaise‘, il suo disagio: si tratta di un sogno ad occhi aperti, di una immaginazione volontaria che prefigura una situazione migliore. Tanto che egli, una volta congedato dalla dama – fata che gli ha donato il suo amore, “mut est en grant esfrei” (v. 196), egli

De s’aventure vait pensaunt

E en sun curage dotaunt;

Esbaïz est, ne seit que creire,

Il ne la quide mie a veire.

(vv. 197-2OO)

Egli stesso dunque sta in un atteggiamento di semicredulità, o di semi-incredulità, nei confronti di ciò che ha ‘visto’, di ciò che gli è capitato, della sua ‘aventure‘: reale e onirico non sono solo contigui, ma interferiscono e interagiscono l’uno sull’altro. E d’altronde la dama-fata impone a Lanval di allontanarsi: “Vus n’i poêz demurer plus:/Alez vus en! Jeo remeindrai” (vv. 159-16O): egli va via, ella rimane, i loro rispettivi mondi sono diversi; tuttavia vi è lasciata la possibilità che essi, i due mondi, estranei l’uno all’altro, possano incontrarsi e mescolarsi: la dama, come si sa, sarà pronta a correre verso il desiderio di Lanval, ogni volta che esso si manifesti, non ci sarà momento o luogo, ella dice,

Que jeo ne vus seie en present

A fere tut vostre talent.

(vv. 167-168)

dove la pregnanza dell’espressione ‘en present‘ evidenzia la congiunzione di ciò che è manifesto, istantaneo, ma anche offerto, donato3: la visione, l’apparizione, il ‘fantasma’ è originato dal dono gratuitamente ricevuto: dalla predisposizione di colui  che è stato ‘gratificato’

Cosicché il lai parrebbe assumere una dimensione maggiormente allegorica che non più propriamente simbolica, dimensione, quest’ultima, che ci è sembrata essere quella prevalente del Guigemar.

Anche per Lanval possiamo certo dire che egli, come già Guigemar, doppia, nell’esperienza che egli vive e di cui si narra nel ‘suo’ lai, la posizione medesima che, nel processo, nell’esperienza testuale, deve assumere il lettore; egli stesso, Lanval, deve saperla leggere, prima ancora del lettore, per poterne venire a capo: e questa lettura che egli fa in proprio, la porge, la offre poi al lettore. Ed è una lettura, questa, che trasforma la primaria esperienza – che egli, con una lettura limitata: ‘letterale’, vorremmo dire, aveva reso negativa e dannosa a se stesso – in ciò che potrà e dovrà essere sensato. Qualcosa di simile, certo, a ciò che accadeva a Guigemar: anch’egli, come altrove avevamo detto4, ha dovuto imparare, attraverso una esperienza onirica, dunque simbolica, a comprendere – a leggere – quel dato e quella parte di sé che altrimenti gli sarebbe restata preclusa e inaccessibile, e quindi a dotarla di senso. Simile, ma non uguale, è però il percorso interpretativo cui Lanval deve sottomettere la sua esperienza e lungo il quale deve farla correre: nel lai che in queste pagine esaminiamo infatti, il protagonista – questo vorremmo dimostrare – è certamente posto, anche lui, nella situazione problematica di dover interpretare la propria esperienza, che è, a tutta prima, anche questa volta, esperienza immaginaria e fantastica, sebbene diverso sia il percorso e il suo modo. Lanval infatti non tanto deve intraprendere un cammino dentro la propria interiorità, quanto deve saper portare a senso quel dato meraviglioso che senza alcuna mediazione – ‘gratuitamente’ abbiam detto –  si porge dinnanzi a lui, a lui che vi è predisposto e che è dunque, nei confronti di esso, il prescelto. Ciò che è qui problematizzato non è dunque, ripetiamo, la dimensione dell’interiorità e/o l’accesso ad essa né il rapporto di questa con l’esteriorità e con l’agire – contrastato rapporto che avevamo visto risolversi per Guigemar tramite la mediazione del simbolico che legava i due versanti del reale e del fantastico (meraviglioso e onirico): qui viene proposto invece il ‘trasferimento’ che porti il dato immediatamente fantastico su di un piano di senso che lo trascenda, al di là della mediazione simbolica.

Nel Lanval dunque, il meraviglioso non è il versante simbolico del mondo reale, ma si trasmuta in quel sovrappiù di senso (quel ‘del sens le surplus ‘ di cui Marie dice nel Prologo) che deve essere apposto alla pura materialità delle cose.5

Si è come di fronte ad un diverso accesso alla conoscenza. Sarà la forza pura e semplice dell’ideale, di un ideale ‘gratuitamente’ prefigurato, che porrà (dovrà porre) fine a un mondo retto da quelle, insufficienti, categorie che finora l’hanno sostenuto. Per cui un certo ottimismo ‘storico’ che ancora sembrava operare nel consimile  Graelent, trova fine nel Lanval, e prepara la via d’uscita, la (ri)soluzione  che sarà propria dell’Eliduc, il cui protagonista saprà ridurre entro la sfera di una spiritualità religiosa l’utopia della storia. Se dunque, nel Guigemar, l’allegoria era un mezzo proposto alla lettura del testo e doveva scaturire dal simbolico medesimo, qui l’allegorico è la dimensione del testo, non uno strumento offerto al fine del comprendere – e che pertanto scaturisce dal simbolico – ma una dimensione del pensare proposta come il significato stesso di ciò che viene letto.

Il parallelo col Graelent si impone, ovviamente, ed è, per il Lanaval, una fortuna, come è noto, poter avere un termine di paragone contro cui stagliarne il testo ed esaminare il processo compositivo secondo cui Marie tratta e manipola la materia narrativa al fine di costruire il senso della narrazione. Innanzitutto, si sa, l’episodio della tentata seduzione della regina nei confronti dell’eroe, e la comparsa-apparizione della dama-fata sono rispettivamente invertiti nei due lais: nel Graelent si ha prima il tentativo della regina di sedurre l’eroe e successivamente l’apparizione della dama-fata, l’inverso è invece nel Lanval; non solo, ma le motivazioni e gli effetti dell’apparizione della fata sono anch’essi diversi nei due testi, in quanto motivazioni ed effetti di entrambi i lais, sono sì connessi col disagio dei rispettivi eroi, ma un disagio che è diversamente motivato. Nel testo di Marie infatti, il disagio dell’eroe deriva da una gratuita dimenticanza del sovrano nei suoi confronti, dall’avere Artù ‘dimenticato’ di ricompensare di doni Lanval: da una mancanza di riconoscenza, e quindi di riconoscimento, dell’eroe da parte del ‘suo’ sovrano; e così, per contrappunto, gratuito sarà il dono d’amore, il dono di sé, che la dama-fata farà a Lanval. Nel Graelent invece il disagio dell’eroe è dovuto all’ira della regina offesa dal rifiuto che questi le ha opposto respingendone i tentativi di seduzione, la regina offesa ha così messo in cattiva luce l’eroe nei confronti del re, il quale pertanto gli ritira ogni favore morale e materiale. Nel Lanval quindi il tentativo di seduzione dell’eroe da parte della regina, tentativo anche qui dall’eroe respinto, avviene dopo che a questi è apparsa la munifica fata che di lui ha trasformato la vita interiore e sociale: è a questo punto che Lanval esce dall’anonimato in cui egli è sempre vissuto e diventa, può essere, tra l’altro, oggetto di desiderio. Il disagio cui è costretto Graelant appare quindi narrativamente motivato, il disagio di Lanval non ha alcuna apparente motivazione.

Basterebbe già questa diversa disposizione testuale dei medesimi episodi lungo la linea narrativa dei due racconti in questione a mettere in evidenza il diverso significato assunto in ciascuno dei due testi dal disagio dei rispettivi eroi – e ciò anche affatto prescindendo dalla questione dei rapporti genetici fra i due6. Nel Graelent l’ingiustizia del re assume un valore contingente e non assoluto, valori opposti a quelli che nel Lanaval assume il medesimo atto di ingiustizia regale, in quanto esso si pone, come abbiamo visto, in termini di immotivata gratuità. L’apparizione della dama-fata si pone, nel Graelent come antitesi alla seduzione della regina, al contrario di quanto avviene nel Lanval dove è la regina a porsi come antitesi e alterità negativa rispetto alla fata.

Dato tutto ciò, il manifestarsi e il donarsi di quest’ultima all’eroe significa nel Graelent, ripianare il torto subito dall’eroe: ma un torto che ha un carattere eminentemente privato, sia pure con delle conseguenze e delle implicazioni sociali per chi deve soffrirne; esso è un inciampo, un malinteso forse, comunque un evenienza che ha preso le mosse soltanto da una contingenza privata: una dama d’alto rango, quale è la regina, che, offesa nella sua vanità, si vendica con la maldicenza nei confronti di colui che gli sfugge, mettendolo in cattiva luce agli occhi del sovrano: “a son segnor mal le metoit/e volentiers en mesdisoit” (vv. 139-140), tanto che il re finisce per fargli mancare qualsiasi sostegno economico.  Il torto subito da Lanval ha invece immediatamente un significato sociale, in quanto la mancanza di ogni apparente motivazione che lo generi, mette fin da principio in rilievo come, sul piano della messa in pratica, diventino iniqui, o almeno di insufficienti proprio quei legami di lealtà che devono vincolare reciprocamente il vassallo e il suo sovrano e che devono costituire la base fondamentale dei rapporti sociali all’interno della società feudale: il re a tutti i baroni “Asez i duna riches duns/[…] fors a un sul” (vv. 13-18): a tutti quindi, tranne che a Lanval, nonostante che questi “l’ot servi” (v. 18), perché quegli, il re, “ne l’en sovint” (v. 19), né gli altri baroni sembrano accorgersi del torto commesso dal re: “Ne nuls des soens bien ne li tint” (v. 2O). Pertanto, nel Lanval, la dama-fata ripiana e supplisce a un torto che ha origine proprio nel sociale, a una mancanza che ha sede proprio, se non nei principi che reggono la società, quanto meno nel modo con cui questi non sono messi in pratica e vengono misconosciuti e traditi: i baroni che pur vedono la valur, la largesce, la bealtè, la pruesce di Lanval, proprio essi e proprio per questo gli portano invidia (“L’envïoent tuit li plusur” v. 23).

Tutta un’altra serie di particolari segnano poi la divergenza fra questi due testi fra loro così simili;  particolari che contribuiscono a determinarne il diverso significato letterario e a confermarci in quella valenza allegorica, in quella necessità, che prima abbiamo enunciato, di leggere tutto il Lanval come allegoria. Come si diceva, il fantasma della fata che appare a Lanval assume i caratteri dell’onirico, del sogno, ma, si diceva pure, di un sogno ad occhi aperti che è prefigurazione dell’utopia; questi tratti rendono l’aventure di Lanval diversa da quella di Guigemar; ma la rendono diversa anche rispetto a quella di Graelent, tanto che anche nei confronti della storia di quest’ultimo, la storia di Lanval ci si conferma nella sua allegoricità piena.

Vogliamo mettere innanzitutto l’accento sulla diversa modalità con cui i rispettivi eroi dei due lais in questione hanno l’incontro apparizione con la dama-fata. Nel Graelent l’incontro avviene durante l’inseguimento da parte dell’eroe a una cerva bianca – che, come è noto, ha tradizionalmente la  funzione di trascinare o di condurre l’eroe predestinato verso la sua aventure8 – e presso una fonte dove si bagna nuda la fata. Se, come è stato detto9, l’acqua è la manifestazione esteriore e materiale della femminilità, l’incontro dell’eroe con la fata avviene proprio all’interno del mondo di quest’ultima, all’interno del mondo della femminilità, all’interno dell’ ‘altro mondo’. Il paritetico incontro di Lanval avviene certamente anch’esso in un paesaggio segnato dall’acqua: “fors de la vile […] en un prè […] sur un ewe curaunt” (vv. 43-45); ed egli

Garda aval lez la riviere,

Si vit venir deus dameiseles

(vv. 54-55)

Le damigelle sono ovviamente messaggere della dama-fata, ed esse vanno verso Lanval il quale quindi non deve passare il fiume, non deve cioè passare all’interno del mondo della fata, della femminilità, all’interno dell’ ‘altro mondo’: sono anzi le damigelle e la stessa fata, come ella stessa sottolinea fin dalle prime parole che rivolge all’eroe, a venire a lui, nel suo mondo:

“Lanval, fet ele, beus amis,

Pur vus vinc jeo fors de ma tere:

De luinz vus sui venue quere!

(vv. 11°-112)

Inoltre diversi sono i modi di approccio fra i due eroi e le rispettive due dame-fate. Graelent ruba le vesti alla fata per potersi congiungere carnalmente con lei; tale congiungimento avviene contro la volontà della fata stessa, la quale però, successivamente, non solo perdona l’eroe divenuto suo amante, ma gli offre la sua druerie rivelandogli che era proprio lui che ella aspettava e offrendogli, insieme al suo amore, quei doni materiali che gli permetteranno di reintegrarsi nella società.

Lanval si pone invece, fin dal principio, devotamente ai piedi della dama-fata che subito gli ha rivelato il suo amore per lui; l’unione fra i due è detta in maniera del tutto reticente: ella “s’amur et sun cors li otreie” (v. 133), “il la baisa” (v. 172), “s’amie baisout sovent/E acolot estreitement!) (vv. 187-188). Durante l’incontro inoltre, i due consumano insieme il pranzo, che stando a uno dei livelli di interpretazione possibile proposti da J. Ribard, potrebbe anche assumere il valore di una comunione eucaristica, particolare che confermerebbe il valore allegorico del testo1O

L’ ‘acquaticità’ dei personaggi femminili – la dama-fata e le sue damigelle – è confermata inoltre, ma in termini nettamente diversi rispetto al Graelent, dai bacili che sono portati da una delle accompagnatrici della fata e che serviranno in seguito al lavaggio (lustrale?) di Lanval prima che questi consumi il pasto eucaristico in compagnia della sua signora.

La femminilità è così simbolizzata due volte, nel senso che la figura femminile porta (magari per il tramite di un personaggio, anch’esso femminile, del suo seguito), usa e dispensa essa stessa  il suo stesso simbolo: dispensa e offre se stessa (anche) in quanto  simbolo, il suo stesso simbolo; il quale viene inoltre finalizzato ad una funzione purificatrice. La femminilità è dunque purificatrice in quanto simbolo.

Precedentemente, nel Guigemar, e nel Graelent, avevamo visto il simbolo della femminilità porsi come elemento contiguo a colei che ne era simbolizzata: la dama-fata appariva al di là del mare o presso una fonte; qui, nel Lanval, pur ripetendosi la situazione consueta   (è presso un fiume che l’eroe incontra la fata) l’elemento-simbolo, l’acqua, non è semplicemente contiguo ma diventa in qualche modo strumento di chi da esso è simbolizzato.  Guigemar e Graelent, dovevano dunque, come poi dovrà anche Eliduc,  passare al di là del simbolo (al di là dell’acqua cioè) per trovarne il simbolizzato, a Lanval ciò non basta: egli presso il simbolo (l’acqua) – e non al di là di esso ! – (ri)trova, usato e portato da chi ne è simbolizzato (una figura femminile al seguito della dama-fata), il raddoppio del simbolo medesimo (i bacili). Simbolizzante e simbolizzato stanno iconicamente congiunti: una figura femminile che reca con sé il simbolo della femminilità diventa figura allegorica della femminilità stessa: figura iconicamente concreta di un’astrazione concettuale, più che simbolo immaginario di una indeterminazione psicologica.

È così offerto in anticipo, nel testo medesimo, l’itinerario che il protagonista della storia dovrà percorrere. Itinerario certamente simile a quello dei protagonisti delle altre storie di cui si è appena detto; ma tale itinerario non è, in queste altre storie, anticipato preliminarmente: Lanaval è insomma, al contrario degli altri eroi, preliminarmente – prefigurativamente, si potrebbe forse dire –  immesso in quella dimensione a cui dovrà pur giungere, così come gli altri eroi, attarverso le proprie vicende.

Questa prefigurazione – che però lascia del tutto inalterata, al protagonista, la necessità della ‘vicenda’, della ‘storia’, affinché egli possa attualizzare il pre-della figurazione – risulta dunque essere eminentemente un segnale per il fruitore, un segnale che lo indirizza e lo avvia preliminarmente all’interpretazione: al tipo di interpretazione che egli dovrà dare  del testo; il protagonista si trova di fronte ad un’immagine fantasmatica, a un prodotto del suo immaginario che dovrà poi saper  trasporre su di un piano simbolico; il lettore si trova già in presenza di una situazione rituale e simbolica che predispone la lettura della narrazione, e comunque del testo, in chiave allegorica, pur senza  che il testo si presenti come integralmente allegorico.

Questa predisposizione diventa attuale nel procedere della vicenda narrativa e proprio – ma si vedrà poi meglio in seguito anche grazie ad altre considerazioni – proprio in virtù del fatto che i segnali che abbiamo visto, uniti alla comparazione con il Guigemar, ci inducono ad andar oltre la tentazione di vedere l’esperienza dell’incontro con la dama-fata come un’esperienza del e nell’immaginario, esperienza, quest’ultima, che non è per altro assente o negata, ma che si pone come la base necessaria che condiziona la possibilità, sia per il protagonista che per il lettore, di una dimensione allegorica. Se si vuole, questa storia ci mostra il procedere di un itinerario che va dall’esperienza immaginaria alla dimensione allegorica, itinerario che passa certamente attraverso il simbolico, ma che lo trascende servendosene solo come strumento.

Altri segnali del narratore ci avvisano della necessità di interpretare il lai secondo la linea qui sopra espressa: i primi sono d’ordine strettamente lessicale, gli altri si appuntano precipuamente sulla coerenza logica della narrazione: sulla necessità cioè di dare coerenza a delle apparenti contraddizioni.

Veniamo ai primi segnali, due, che si trovano entrambi compresi nel discorso indiretto con cui il narratore ci presenta la munifica elargizione della dama-fata che sovviene alla ingenerosa mancanza di donazione da parte di Artù:

Un dun li ad duné après:

Ja cele rien ne vudra mes

Que il nen ait a sun talent;

Doinst e despende largement,

Ele li troverat assez.

Mut est Lanval bien assenez:

Cum plus despendra richement,

E plus avra or e argent!

(vv. 135-142)

La fata annuncia quindi a Lanval che ella per lui troverat assez: ella non  semplicemente darà, donerà del suo, ma saprà trover: ‘trovare’?, certamente! ma trover è anche ben evidentemente ‘inventare’, ‘creare’: sembrerebbe quindi che le risorse materiali che la dama-fata elargisce a Lanval non derivino tanto da un magico e fantastico potere proprio di un personaggio soprannaturale: esse sono assai affini a quelle proprie di una capacità immaginativa tutta umana – consustanziale, vorremmo dire, alla capacità creativa letteraria: trover, per l’appunto! E in seguito a questa elargizione ‘trovata’ dalla dama per Lanval, questi può dirsi bien assenez: ‘assegnato’? certamente, poiché a lui è stato ‘ben assegnato’ qualcosa, gli è stato dato ciò che la giustizia degli uomini, e comunque la società non ha saputo/voluto riconoscergli; egli è stato ‘ben fornito’ di ciò di cui ha bisogno. Ma assenez è anche ‘assennato’, assener significa pure ‘(ri)trovare la ragione’, ‘rendere saggio’ ‘ritrovare il senno/il senso’: Lanval ha dunque il senno, il ‘suo’ senso, ‘ore est Lanval en dreite veie!‘ (v. 134)11. Il dono della fata è principalmente il ritrovamento di un senso all’interno di un contesto che sembra negarglielo, in quanto lo relega nella marginalità e che neanche si accorge di lui12. Questa solitudine emarginante, ma  corrisposta e, in qualche modo, voluta dallo stesso eroe, fa essa stessa e di per se stessa sorgere la rêverie, induce a uscire fuori di sé. Ma proprio con la fuga nell’immaginario l’eroe sa ritrovare (trover) un senso (per cui egli è assenez) che si costituisce primariamente come via d’uscita alla propria penosa alienazione, ma che poi si impone come senso generale per tutta la società. E nell’immaginario gli è rivelato che la sua alienazione deriva innanzitutto da mancanza d’amore: come dal testo si deduce, Lanval è en dreite veie proprio in seguito al dono d’amore della fata, per la di lei completa dedizione nei suoi confronti.  E va notato che il dono d’amore precede l’elargizione dei beni materiali, che il testo ci dice che Lanval è en dreite veie prima che sia detto dell’elargizione di cui diciamo: è l’amore che pone Lanval in quella dreite veie che gli fa trover il modo di essere assenez. Ma, è quasi un paradosso, questa reciproca dedizione, di Lanval e della fata, riesce a generare una pratica e un ideale che saprà fruttificare in una direzione non solo individuale, soggettiva, ma, alla fine, in una direzione anche e soprattutto sociale. Ciò in quanto l’immaginario soggettivo del protagonista viene ad essere riconosciuto, in un processo graduale, come ideale – trascendente – sia del protagonista medesimo, sia dell’intera società.

E in una  dimensione, che non è solo quella della prassi testuale, della retorica modalità comunicativa, ma che è anche quella che costituisce segnatamente la modalità di comprensione nel testo, da parte del protagonista, in tale dimensione dunque procede il percorso del testo che porterà dall’individuale al sociale, e che, in tale procedere, si sovrappone al cammino che va dall’immaginario al simbolico, come meglio vedremo quando si parlerà degli episodi conclusivi: infatti è la particolare conclusione della storia a rendere attuale, tramite il particolare dispiegarsi del simbolico medesimo, quella predisposizione all’allegoria che il testo ha indicato fin qui in via soltanto preliminare.

Per venire agli altri segnali del narratore che ci son parsi utili per definire la linea interpretativa che andiamo seguendo, uno vorremmo proporne che, a tutta prima potrebbe apparire specioso, ma che potrebbe essere comunque, se non altro un indizio su cui riflettere. Si esamini il seguente passo:

Fiz a rei fu, de haut parage,

Mes luin ert de sun heritage!

De la meisniee le rei fu?

Tut sun aveir ad despendu,

Kar li reis rien ne li dona

Ne Lanval ne li demanda.

Ore est Lanval mut entrepris,

Mut est dolenz, mut est pensis!

(vv. 27-34)

L’interpretazione più ovvia di questi versi sarebbe quella secondo cui Lanval, lontano dalla propria terra e dal proprio patrimonio, ha dovuto spendere tutto quanto aveva con sé, in quanto il re non lo ha fornito di niente: la congiunzione kar del verso 31 dovrebbe connettere, con nesso causale, l’ingratitudine del re (causa) con lo stato di   necessità di Lanval che ha dovuto spendere tutto il suo avere (effetto): Lanval ha speso tutto ‘perché’ il re non gli ha donato. Non si può certo contrastare questa ovvia e piana interpretazione, né abbiamo quindi intenzione di farlo: tuttavia resta come un senso di indeterminazione e di illogicità fattuale (indotto, ci pare, anche dall’uso dei modi e tempi verbali) in questa connessione causa-effetto, in quanto qui è marcato più il fatto (ad despendu) che non il nesso, necessitante e costringente, che determina il fatto medesimo, ossia è marcato più l’ ‘avere [già!] speso’ che non ‘l’aver dovuto/il dover spendere’, logico sarebbe pensare che Lanval è povero a causa di una mancata  donazione,  più che dire che egli ha speso a causa di questa stessa mancanza. Invero maggiormente esplicito si mostra, nell’episodio narrativo a questo corrispondente, il Graelent, che ci dice come il re trattenga la paga dell’eroe, il quale è così costretto a vendere tutto per potersi mantenere e, alla fine, è ridotto in povertà. Nella scabra concisione del testo del Lanval, che sembra comprimere il tempo, la relazione di causa-effetto tra l’aver l’eroe speso e la mancata donazione, conferisce alla lettura una sensazione di illogicità fattuale, mentre la logica andrebbe cercata su un altro piano: sul piano della soggettività psicologica dell’eroe. Si verrebbe allora a creare una certa ambiguità sulla quale il testo gioca, sarebbe posto un contrasto fra apparenza e realtà, uno scambio fra causa ed effetto la cui valenza è tutta psicologica e che si basa su una indeterminazione temporale.   Insomma: Lanval è ‘realmente’ diseredato, o non è piuttosto che egli ‘si sente’ tale, visto che egli quasi si autoemargina non reclamando né controbattendo all’ingiustizia? segno, quest’ultimo fatto, di una scarsa fiducia nel proprio valore, nella propria essenza di soggetto sociale.

Il testo descrive quindi una realtà psicologica soggettiva, rendendola però oggettiva: di una oggettività che però è vista come tale  proprio da  chi in quella soggettività è preso in mezzo. È come se Lanval proiettasse in oggettività immediata la propria riflessa soggettività; ma di questa proiezione il testo si appropria e la rende omogenea a sé. Il lettore è allora come imbrigliato, con fare oggettivo, dentro la psicologia soggettiva di Lanval, al pari del protagonista: il lettore vede come dato oggettivo, ciò che è invece una deformazione, già immaginaria, dell’eroe; mentre il testo, da parte sua, lascia solo la spia dell’ambiguità del kar, insieme con l’indeterminatezza temporale di cui sopra si diceva.

Un’altra contraddizione, questa volta di tipo fattuale, più che logico, si impone forse con maggiore evidenza di quella che abbiamo appena discusso e può contribuire a rafforzare la debolezza intrinseca dell’argomentazione che abbiamo qui sopra sostenuto. Inizialmente il narratore ci aveva detto che Lanval era stato abbandonato da tutti nel bisogno senza che nessuno gli portasse soccorso:

Ne nuls de soens bien ne li tint.

[……………………………………]

Tels li mustra semblant d’amur,

S’al chevalier mesavenist,

Ja une feiz ne l’en pleinsist!

(vv. 20-26)

Successivamente però, dopo l’incontro con la  dama-fata e la gratificazione morale e materiale che Lanval da lei riceve, e soprattutto dopo che egli ha impiegato i beni materiali ricevuti secondo una finalità e in una dimensione morale, cristiana si può anche dire, e comunque certamente altruistica, Walwain  si ‘accorge’ di lui e rimprovera i compagni per l’atteggiamento che questi hanno tenuto nei confronti di Lanval:

Ceo dist Walwain, li francs, li pruz,

Ki tant se fist amer de tuz:

“Par Deu, seignurs, nus feimes mal

De nustre compainun Lanval,

Ki tant est larges e curteis

E sis peres est riches reis,

Qu’od nus ne l’avum amené.”

A tant sunt ariere turné;

A sun ostel revunt ariere,

Lanval ameinent par priere

(vv. 227-236)

Ma precedentemente il narratore non ci aveva descritto una situazione di completo isolamento morale nella quale Lanval si trovava ? Certo potremmo dire che egli può ora essere accettato a causa della sua  ritrovata capacità di largesce e per la sua  nobile  origine (“tant est larges e curteis/E sis peres est riches reis“, così si esprime  Walwain): ma se è così perché ci è stato detto inizialmente che “L’envïoent tuit li plusur” proprio, fra l’altro, “pur sa largesce“?  Come spiegare questa contraddizione ?  Forse Walwain fa eccezione rispetto ai plusur? niente ci induce a pensare così. Allora non  sarà, ancora una volta, che l’eroe ha proiettato su di uno schermo oggettivo il proprio vedere e sentire  soggettivo?  Non è tutto questo che ha allontanato Lanval dai suoi e/o gli ha allontanato i suoi?  Non sarà forse il suo stesso volontario autoemarginarsi ad averlo tenuto discosto dagli altri, ad averlo fatto sentire più invidiato che amato? Non sarà che egli ‘si sente’ respinto più di quanto non lo sia in realtà? non sarà questo atteggiamento di ripiegamento su se stesso che lo occulta agli altri, così che il re medesimo, di lui “ne l’en sovint” (v. 19) ?  E infatti, se Artù “rien ne li dona“, Lanval, dal canto suo, “ne li demanda” (vv. 31-32). Il narratore ci aveva detto in principio che Lanval possedeva la virtù della largesce, ma l’affermazione aveva avuto il tono dell’affermazione generale, senza che venisse specificato, né esplicitato il modo in cui tale virtù si attuasse praticamente; successivamente, dopo la gratificazione, il testo si effonde per quattordici versi dal v. 2O5 al v. 214 – non pochi nell’economia narrativa di un racconto breve come il lai – a dirci come Lanval attui la sua largesce. Ancora una volta la rappresentazione testuale si costruisce sull’oggettiva modalità con cui la voce narrante sembra omologarsi all’evoluzione soggettiva del protagonista, il quale passa dallo stadio di un’etica intesa come principio generale allo stadio della sua pratica attuazione; e il lettore si trova ancora imbrigliato nella rete del testo, alla quale egli può sfuggire qualora soltanto sia sensibile ai deboli segnali del narratore: tra la rappresentazione data come oggettiva e il dato soggettivo che vuol esservi rappresentato, sta l’intercapedine di alcune contraddizioni (o di alcune voci lessicali polisemiche) che funge da foglio sul quale si viene a ‘scrivere’ la voce dell’autore e sul quale si  deve ‘leggere’ la verisimile (ri)costruzione della  storia; e il lettore dovrà, anch’egli, saperla ‘trover‘, farsi e/o essere, anch’egli, ‘assenez13.

È forse a questo punto, a partire da questa che a tutta prima si presenta come una contraddizione, che tanta parte del significato del testo comincia ad emergere. E il significato, almeno fino a questo momento, ci pare essere quello per cui il testo viene a rappresentare l’evoluzione psicologica, ma soprattutto etica, del protagonista. L’atteggiamento di questi, così come ci era presentato al principio della narrazione, può ricondursi a quella che Jürgen Habermas14 definisce, sulla scorta di L. Kohlberg, il primo stadio evolutivo del progresso morale dell’individuo, stadio caratterizzato da una prospettiva egocentrica, da un’obbedienza all’autorità esclusivamente in quanto è tale, da una complementarità fra ingiunzione e obbedienza, e, soprattutto per quel che qui ci riguarda, da un’idea del ‘giusto’ inteso come simmetria dei risarcimenti: e in effetti l’iniziale presentazione di Lanval è stata quella di un individuo chiuso in sé, non aperto al contesto sociale: egli si sente offeso perché il sovrano ha mancato nel compiere ciò che per lui, Lanval, sarebbe un equo e simmetrico rapporto di prestazione-risarcimento (Artù rien ne li dona), senza che d’altra parte questi abbia il coraggio di opporsi all’autorità che ‘gli tocca’ invece subire (Lanval infatti ad Artù ne li  demanda): né va dimenticato che ciò che congiunge, da una parte, questa attesa di un comportamento simmetrico, che riconosce un risarcimento alla prestazione, e, dall’altra, la sottomissione all’autorità, è sottolineato dalla rima: [Artù] ne li dona/[Lanval] ne li demanda. Solo successivamente, quando Lanval comincia a vedere il ‘mondo della vita’ sotto una prospettiva aperta al sociale, le ‘persone sociali’ si aprono a loro volta a lui. Si deve allora pensare che è la sua immaturità, immessa in un mondo già ‘adulto’ – di adulti – a tenerlo in ombra nei confronti degli altri – tanto cioè nei confronti dell’autorità, quanto dei suoi pari; altri che egli non può intendere se non come ‘alterità’ oppositiva. Ed è questa specificità del contenuto rappresentato, questo rappresentare un individuo che, per l’età e per la condizione in cui si trova a vivere, saremmo propensi a immaginare come già maturo, adulto, ma che si trova invece ancora immerso nel mondo e nei modi infantili, è proprio questo, dicevamo, ciò che costituisce la specola ‘estetizzante’, il punto di vista straniante proprio di questo testo, in cui, lo si è già ben visto, la voce narrante assume, almeno al principio, il punto di vista soggettivo del protagonista e con esso coincide: coincidenza che per altro non è immediatamente percettibile, ma che va recuperata attraverso il procedere della lettura, come anche abbiam detto.

L’apertura sul mondo – che mette in crisi il suo punto di vista con cui Lanval guarda ad esso – avviene ovviamente tramite quella che può essere ancora una volta e paradossalmente una fuga dal mondo: una rêverie. Ma è proprio qui che, come meglio diremo fra breve, la rappresentazione cessa forse di essere ‘naturalistica’; qui Lanval ‘idealizza’ una condizione di esistenza, condizione che però egli vuole imporre, così ‘idealizzata’ – forse al di là del suo volere, ma certo con propria partecipazione, e comunque tramite un agire procedurale che si instaura nella dinamica dell’azione – al contesto sociale.

E ciò che da lui viene sottoposto a ‘idealizzazione’ non è altro che la stessa posizione iniziale – lo stesso primo ‘stadio’ dell’evoluzione morale – in cui egli si trova: anche la dama-fata è infatti una autorità, di cui ella ha tutti i connotati esteriori; e il rapporto che si stabilisce fra i due è un rapporto simmetrico del tipo prestazione-remunerazione; si stabilisce infine, tra loro, un rapporto di ingiunzione-obbedienza all’interno di una dimensione egocentrica. Pure, paradossalmente, tale situazione produce un’uscita da questo stadio iniziale, infantile, ‘preconvenzionale’: ma il paradosso consiste nel contenuto con cui viene riempito lo schema formale, ‘attualizzato’ nella situazione di rêverie che idealizza il rapporto di simmetria, e nella maniera con cui avviene tale riempimento. Infatti, come è noto e ovvio, il rapporto che lega i due termini, le due persone, che sono coinvolti in tale rapporto medesimo, è un rapporto d’amore. Lanval ‘trasferisce’ (allegorizza ?) su  un piano generale la situazione, lo stadio morale – che è quello d’infanzia – in cui psicologicamente di fatto egli si trova: stadio dominato ora da quel principio d’amore che invece fin qui mancava alla propria dimensione reale – reificata? – di esistenza vissuta. La reciprocità simmetrica iniziale viene ora interpretata non più in maniera utilitaristica, e l’autorità non ha più il carattere del puro arbitrio, del dato che si dà di per sé: se pure essa è gratuita (come ogni fonte d’amore) non è però ingiustificata, in quanto manifesta un interesse (nel senso di ‘essere interessato a’) nei confronti dell’oggetto cui si rivolge e che è oggetto d’amore. È questa situazione che apre l’ego di Lanval nei confronti dell’alter, in quanto dispiega la capacità di interessamento reciproco. Lanval può ora esplicare la sua capacità di largesce non più come l’ossequio immotivato a un codice di cui non si cerca giustificazione o fondamento, ma in quanto questo dispiegamento procede da un interesse d’amore, da un principio riconosciuto.

Tutto ciò è però più intuito che non compreso da Lanval; il quale, se può farsi accettare all’interno del gruppo dei pari, non è però capace di discernere le ragioni, né di comprendere la distinzione intercorrente fra idealizzazione della realtà e realtà effettiva, in quanto egli vorrebbe imporre ‘direttamente’, senza alcuna mediazione, la dimensione idealizzante-idealizzata al piano del reale. Ed è per questo che lo scontro con la regina possiamo dire assuma il carattere dello iato, per lui al momento incolmabile, che separa ideale e realtà.

È proprio qui però che si misura lo scarto estetico della rappresentazione: che non procede seguendo parallelamente lo svolgersi delle tappe della evoluzione ‘naturale’ di una/di ogni coscienza morale. Non viene cioè rappresentata una persona che passa, e ‘naturalisticamente’ evolve attraverso i tre ‘naturali’ stadi: ‘preconvenzionale’, ‘convenzionale’, ‘postconvenzionale’. Si consideri il seguente passo di Habermas: «Le rappresentazioni degli obblighi e la lealtà preconvenzionali si fondano […] o sulla complementarità di comando e obbedienza, oppure sulla simmetria dei risarcimenti. Entrambe queste forme della reciprocità costituiscono il germe naturalistico, immanente alla stessa struttura dell’azione, delle idee di giustizia. Ma queste ultime vengono concepite come idee di giustizia soltanto nello stadio convenzionale. E soltanto nello stadio postconvenzionale emerge, per così dire, la verità del mondo rappresentativo preconvenzionale: che, cioè, l’idea della giustizia può venir attinta solamente dalla forma idealizzata di una reciprocità ammessa nel discorso»15. Dunque lo stadio ‘postconvenzionale’ è un ritorno circolare allo stadio primario ‘preconvenzionale’, è un riemergere, ma in forma idealizzata, della verità (del rapporto reciproco) propria di quest’ultimo. La particolarità della prospettiva ‘estetizzante’ di Lanval – e del Lanval – consisterebbe allora nel fatto che egli salta, per così dire, lo stadio intermedio ‘convenzionale’: egli passa in modo immediato e diretto dallo stadio primario infantile a uno stadio maturo, a uno stadio cioè, idealizzante-idealizzato, che è più che quello dell’adulto; ed il passaggio avviene senza che vi sia la mediazione, ‘convenzionale’, dello stadio intermedio, quello che impone la legge propria del mondo sociale: stadio in cui «la moralità non si è ancora affrancata dall’eticità di una particolare forma di vita in cui si è abituati senza problemi, non si è ancora autonomizzata come moralità. I doveri sono inseriti in concrete abitudini di vita […]. I problemi della giustizia si pongono nell’ambito delle questioni già da sempre risolte della vita buona» 16 .

Questa rappresentazione particolare – non ‘naturalistica’ – che il testo ci offre di Lanval, questo suo, ricoeurianamente, ‘liberarci dal quotidiano’ è costituito proprio dalla non-naturalità di ciò che è rappresentato. La aisthesis che in questo nostro testo si costruisce, può considerarsi quel ricoeuriano ‘intero complesso di effetti che può essere ricondotto alla catharsis’, effetti che producono un discorso critico intorno alla morale convenzionale, quella propria del secondo stadio, lo stadio appunto ‘convenzionale’. E la critica viene esercitata in una doppia dimensione: critica delle convenzioni sociali, o meglio della convenzionalità con cui viene vissuta e praticata la morale adottata e fatta propria da un intera società; ma anche critica – più d’ambito formale forse, ma non certo, per questo, meno cogente e significativa – rivolta a stigmatizzare, e diciamo pure a fondare, la necessitante e stretta relazione che chiude in un circolo, come sopra si è visto, lo stadio primario ‘preconvenzionale’, e lo stadio ultimo ‘postconvenzionale’: quello di «una idea della giustizia attinta dalla forma idealizzata», dalla forma che idealizza cioè, «nel discorso», quanto è proprio dello stadio primario.

L’aisthesis è quindi quel ‘discorso’, quell’effetto di discorso, che può ‘essere ricondotto alla ‘catharsis‘, essa è quella procedura discorsiva instaurata fra autore e lettore (che, dopo quanto abbiamo detto sopra, non staremo più a chiamare implicati) in cui vengono a porsi le ragioni di un etica. Discorso quindi che non è quello degli attori o fra gli attori/attanti della narrazione, ma proprio quello che si instaura fra  autore e lettore17.

Se cosi è stato allora di Lanval, si può dire che la rêverie, la fulminazione intuitiva della possibilità d’amore, che è anzitutto reciprocità, ha fatto mutare l’atteggiamento del protagonista nei confronti di ciò e di chi è’ altro’ da lui; non dunque una resipiscenza di Walwain – figura topica che funge da portaparola del gruppo – ma una mutata disposizione di Lanval. Tutto ciò non attenua però di certo le colpe della società, del re e del gruppo dei pari, colpevoli, se non d’altro, e non è certo poco, di non aver saputo riconoscere le potenzialità di Lanval, di non saper, né voler vedere l’alterità di lui.

Come abbiamo più volte sottolineato, ci siamo in realtà finora trovati di fronte a degli indizi, a dei segnali che potevano indirizzarci verso una interpretazione anche, se pur non esclusivamente, allegorica di questo testo: tali indizi e segnali possono però solo confermarci la natura fantasmatica della visione di Lanval, fantasma a cui egli certo pare, in qualche modo, predisposto data la sua tendenza a proiettare la propria soggettività su un piano oggettivo. Date queste necessarie premesse argomentative, una comparazione un po’ più stretta col Guigemar potrà metterci finalmente sulla via definitiva di quanto andiamo cercando, successivamente saranno episodi propri del Lanval a venir presi in considerazione a tal fine.

S’è già fatto osservare precedentemente che nel Guigemar era stato il protagonista a, per così dire, recarsi nell’ ‘altra terra’ dove egli fa l’incontro col proprio fantasma onirico; Lanval, sappiamo, è in una situazione nettamente inversa: è il fantasma onirico, la dama-fata, che lascia la propria,  l’ ‘altra’ terra per venire in questo  mondo presso l’eroe umano – “Pur vus vinc jeo fors de ma tere:/De luinz vus sui venue quere!” (vv. 111-112) aveva detto infatti la dama-fata a Lanval.  Guigemar ha dunque dovuto trovare nel sogno, attraverso un completo distacco dalla realtà, o almeno dagli appigli che lo legano ad essa, la piena coscienza del suo essere interiore, Lanval invece crea, così potremmo dire, il proprio fantasma, la propria immagine ideale mantenendo un certo appiglio alla realtà: egli, ricordiamolo, non è caduto nel deliquio onirico, il suo è stato, anche fuor di metafora, un sogno a occhi aperti.

Il fatto è che, per Lanval, il problema è immediatamente sociale e la dimensione erotica è una via, certamente importante, ma appunto solo una via per risolvere il suo problema; per Guigemar invece è la conquista e la scoperta della propria eroticità che gli conquistava a sua volta una dimensione sociale e in essa si concretizzava: Guigemar, si ricordi, era emarginato dalla società in quanto incapace di amare, e per tanto contro-natura.

In entrambi i casi, nel Lanval e nel Guigemar, l’erotismo funziona certamente come modello della ristrutturazione sociale, ma mentre Lanval è già immediatamente in una situazione di disagio sociale, è conscio della sua mesaise, Guigemar invece deve scoprire il proprio disagio, la propria diversità nel sogno. Tale differenza fra i due eroi si scopre anche nella parte finale dei due lais: infatti, una volta fatta la conoscenza che solo nel sogno può darsi, Guigemar ben si radica nella realtà alla quale egli applica il modello che nel sogno e dal sogno ha appreso; Lanval invece, una volta ‘riaggiustata’ la realtà, da questa realtà fugge perché essa pare refrattaria ad ogni mutamento sostanziale e strutturale, essa è sensibile solo alla superficie delle cose: Lanval conclude radicandosi volontariamente nell’autoesclusione, che lo conduce però, adesso, non più in uno stato di mesaise, ma in Avalon, nell’ ‘altro mondo’ paradossalmente appagato di uno stato di desiderante. Per Lanval dunque il sogno è la condizione finale e conclusiva e non un necessario passaggio che consente di conoscere e vivere la realtà.

Potrebbe apparire una concezione pessimista, se non negativa, nei confronti del sociale questa enunciata qui da Marie de France, e in effetti vi sarebbe materia per affermare ciò: ma vi si potrebbe anche scorgere la necessità di mantenere intatto lo stato psicologico di desiderio perennemente insoddisfatto in questo e di questo mondo, come solo dato che possa tenere in equilibrio la dimensione soggettiva e quella sociale: il perfezionamento del sociale è quello che può realizzarsi soltanto in un tempo trascendente, nel tempo di Avalon, nell’intemporalità dell’eterno: oltremondo del mito celtico, che è raggiungibile anche dalla dimensione terrena.

E d’altronde, questa decisione di seguire la dama in Avalon non nasce improvvisa in Lanval, ma sembra essere la logica conseguenza di un atteggiamento che egli ha sempre mantenuto costante, egli infatti era rimasto quasi dimentico di tutto ciò che gli succedeva intorno,  quasi che l’imputazione cui doveva soggiacere non lo riguardasse: egli era già in Avalon! La dama-fata cessa allora di essere solo una raffigurazione dell’immaginario e diventa, anche qui, rappresentante, allegoria di quella intemporalità di cui si diceva.

Questo statuto allegorico però la dama-fata lo raggiunge per gradi, col procedere della narrazione medesima, cioè con il progressivo manifestarsi di lei a tutta la corte: la società. Progressivo, certo: e non solo perché il suo arrivo è preannunciato due volte da una delle sue damigelle che si presentano davanti alla corte riunita, in attesa che venga emesso il verdetto su Lanval: sul ‘colpevole’; progressivo anche perché quell’atteggiamento di Lanval, dimentico del mondo, viene, se non condiviso, almeno partecipato dai compagni di lui. Il suo tenace attaccamento a ciò che per lui è ancora un dato immaginario, turba primariamente i suoi compagni;  egli aveva infatti rifiutato il collettivo gioco cortese del facile corteggiamento e di ciò che per lui è solo un flirt, fino a rifiutare, come sappiamo, le profferte d’amore della regina, anzi fino a ribattere con l’insulto all’insulto di lei che, sdegnata dal rifiuto, l’ha offeso: Lanval replica alla regina che una qualunque delle ancelle, (“une de celes ki la sert” (v. 298)) di colei che egli, riamato, ama, “Tut la plus povre meschine“, vale assai più di lei (Vaut mieuz de vus, dame  reïne” (vv. 299-3OO). Ancora una volta Lanval si è volontariamente autoescluso dalla collettività!

Ma questa volta i compagni non sono dimentichi di lui. La sua nuova dimensione di amante/amato l’ha comunque reso partecipe del mondo collettivo: egli, anche suo malgrado, vi si è rivelato. Certo il primo atteggiamento dei compagni nei suoi confronti è quello, sì del dolore (“Mut furent tuit pur lui dolent” (v. 419)), del desiderio di poterlo liberare dall’imputazione, ma è anche quello dell’incredulità e dell’incomprensione per il suo attaccamento all’immagine da lui idealizzata, e per il suo sentirsi perso a causa della perdita di tale immagine:

Mut l’ont blasmè e chastïè

Qu’il ne face si grant dolur,

E maudient si fole amur.

Chascun jur l’aloent veeir,

Pur ceo qu’il voleient saveir

U il beüst u il  mangast:

Mut dotouent k’il s’afoalst !

(vv. 4O8-414)

Ma sono forse proprio loro, i suoi compagni, a rendersi, in qualche modo, artefici del nuovo riapparire della dama-fata: essi stessi, certo per impulso della incrollabile fedeltà di Lanval, sono propensi a credere ciò stesso che Lanval crede: ne manifestano forse lo stesso bisogno e la stessa necessità. E sono loro, col fermo farsi garanti nei confronti dell’amico imputato, sono loro a vedere, a voler vedere, a sperare di vedere, nelle damigelle del suo seguito, che preparano il suo arrivo, la dama-fata che lo salvi. E i giudici,  da parte loro, non paiono trovare un bandolo sensato per il loro giudizio, se non nella tautologia per cui, se il re accusa Lanval, al re va reso onore: nessuno lo chiama in causa se non il re, per cui non si potrebbe neppure dar luogo alla difesa:

Nuls ne l’apele fors le rei.

Par cele fei que jeo vus dei,

Ki bien en veut dire le veir,

Ja n’i deüst respuns aveir

Si por ceo nun qu’a sun seignur

Deit hum partut fairê honur.

(vv. 443-448)

Così tutto il processo si trasforma in una farsa dove la vuota retorica tecnico-giuridica copre l’insostanzialità dell’imputazione e l’indimostrabilità dell’accusa. E il primo a non credere in questa farsa è proprio il re  che pone fretta ai giudici, che “les hastot durement” per “la reïne, kis atent.” (vv. 469-47O); che sollecita l’emissione del verdetto, “Que le jugement seit renduz:/Trop ad le jur estè tenuz” (vv. 543-544), fretta dovuta al fatto che “la reïne s’en curuçot,/Que trop lungement jeünot” (vv. 545-546): il motore di tutto questo processo sta solo nella capricciosa e ricattatoria civetteria della regina, delle cui lagnanze il re vuole al più presto liberarsi.

In questa impossibilità di trovare un qualche verdetto che sia giustificabile su un piano oggettivo, si inseriscono i tre interventi dell’ ‘altro-mondo’18: la prima coppia delle damigelle della dama-fata, successivamente la seconda coppia, e infine lei, la dama-fata medesima. È come se la verità si presentasse, per la sua stessa potenza ed evidenza, a chi non può che essere incapace di trovarla laddove essa non può sussistere di fatto, visto che la si vuol far dipendere solo da regole formali di procedura; e d’altronde se per Lanval non c’è prova d’innocenza, non ci può essere neppure prova di colpevolezza.

La dama-fata, nel suo apparire, come la prova cercata, di fronte alla corte e ai giudici riuniti in consiglio giudicante, si presenta allora come allegoria della verità medesima: non più un fantasma dell’immaginario di Lanval né dell’immaginario collettivo, bensì la convinzione collettivamente condivisa   dell’inanità di una prassi giuridica e di regole sociali ridotte ormai a vuota formalità, o comunque intimamente ingiuste nel loro modo di essere applicate: come ingiusto è stato il re quando ha ‘dimenticato’ di applicare, nei confronti dell’eroe, una delle virtù massime della morale cortese: la largesce. In questo condividere – i giudici, il re, i compagni di Lanaval, la società cortese tutta – insieme con l’eroe una medesima convinzione di verità; in questo convergere di tutti verso una figura nata dall’immaginario di un solo soggetto – verso l’immaginario del ‘soggetto’, si potrebbe dire – può forse scorgersi quel processo di maturazione che porta il soggetto a proiettare il proprio immaginario sulla rete simbolica fornitagli dalla ‘grammatica’ del sociale: solo che qui il processo sembra andare in maniera rovesciata. Infatti, lo abbiamo appena detto, è la società che adatta la sua verità, la propria ‘grammatica’ al fantasma del soggetto, in un processo che ricalca – e dunque qui, metatestualmente, raddoppia – l’attività creatrice artistica medesima e la sua fruizione: il fantasma – immaginario, e pertanto instabile ed evanescente – è diventato figura di una ‘sostanza’ necessaria: di una sostanza che cioè si impone per la necessità che, tanto a priori quanto anche poi pragmaticamente, si ha di esso: di questo fantasma d’amore, di largesce, di grazia, di un tale fantasma gratuitamente (auto)proposto (d)al soggetto, ma trasceso da e in una collettività intera; la quale, ormai, abbagliata dalla bellezza della dama-fata-verità, si pone al servizio di lei che fugge via rimanendo imprendibile:

Ne la peot li reis retenir;

Asez gent ot a li [la fata/la verità] servir

(vv. 631-632)

E forse non è casuale la disposizione, che potrebbe anche apparire almeno parzialmente illogica, delle due frasi qui sopra riportate: come si può ‘servire’ colui che ‘fugge’, ciò che ‘sfugge’, ciò che non si può ‘retenir‘? la dama fugge via senza che nessuno la possa retenir, tuttavia molti sono lì pronti a li servir. Ci si rende conto di una verità sfuggente – che la verità sfugge! e per sua natura – e proprio per questo si è pronti a servirla desiderandola. Dato il contesto, la metafora ricalca certamente il servizio d’amore dell’idealità cortese: ma, dato pure quanto abbiamo argomentato, tale metafora si trascende nel proporre la figura di tale servizio d’amore quale allegoria della verità.

Solo Lanval si pone, “De plain eslais” (v. 64O), all’inseguimento di lei e alla rincorsa della propria utopia: anzi insegue lei nell’isola di ‘utopia’, in Avalun, in quell’ “isle ki mut est beaus” (v. 643); solo lui, il nostro eroe, è capace di quello slancio, di quell’eslais, il quale, mettendo colui che lo compie in grado di trapassare dalla lettera che stava per ucciderlo al sen che lo vivifica, lo immette di per ciò stesso nella verità in quanto dotato, lo sappiamo ormai, di quel surplus del sen, per cui egli, bien assenez, si sa “garder/De ceo k’i [est] a trespasser” (Prologo, vv. 21-22): Lanval insomma ‘sa’ (è dotato della capacità di) stare ben attento a ciò che può/deve essere trespassé, ossia ‘superato’ portato ‘al di là’ della ‘lettera’; egli sa stare in guardia rispetto alle difficoltà – ai tranelli ? – che può celare una ‘lettera’ che non venga superata, trespasee: e superata ‘oltrepassata’ nella giusta direzione, a meno di non voler restare invischiati in essa. Questo gloser una lettre, il cui senso nessun altro sa retenir, si rivela essere allora nient’altro che quell’eslais che permette di trespasser in allegoria la lettre medesima: azione quest’ultima, o se si vuole, processo per cui non basta quel servir, per il quale chi vi è immesso “estudïer deit e entendre/A grevose ovre comencier” (Prologo, vv. 24-25). Parafrasando ancora il Prologo alla luce del Lanval, potremmo dire che estudïer e grevose ovre comencier può essere utile per de vice se defendre, per s’en esloignier, ma tutto ciò non è sufficiente per trespasser ceo k’i….est: senza l’eslais, la lettre non la si saprebbe proprio trespasser, e altro non si farebbe che girare tautologicamente intorno a se stessa, così come intorno al loro formalismo retorico giravano tautologicamente, s’è visto, i giudici di Lanval: senza che riuscissero a trovare il senso del proprio operare; così pure come Lanval, dal suo canto, non faceva che girare intorno al proprio vacuo fantasma che tanto voleva essere chiamato a esistere quanto più svaniva.

I giudici e la società tutta, cui è ora chiara la glossa-verità-allegoria, possono ora comencier la grevose ovre del servir la verità: il che significa, una volta che essa sia stata percepita, cercare di definirla e determinarla, rendendosi magari infine capaci – chi può e sa – di quell’eslai in cui Lanval li anticipa. Essi però non sono stati gli artefici del processo che ha portato il fantasma immaginario a trasformarsi in allegoria-verità, essi sono solo i fruitori di esso: l’artefice ne è stata l’incrollabile fedeltà che Lanval ripone nel proprio fantasma e la forza che tale fedeltà comunica agli altri. Giudici e società non sono però certo elemento inessenziale in questo processo dove la verità, manifestandosi, si pone: come s’è detto, è stata la necessità del fantasma, a loro comunicato  da Lanval, che in esso ha fede, a trasformare questo in allegoria, dunque in bisogno di verità.

La dama-fata diventa così l’ipostasi della verità, di una verità che si è venuta però imponendo progressivamente di pari passo al procedere del testo: e che si impone nel testo e col testo. Così che il modo con cui la dama si manifesta, può farsi allegoria di quel processo dove la verità (letteraria ?!) – che è quella che sta insita nella lettre mentre allo stesso tempo la trascende – si costruisce e si costituisce. Un’allegoria dunque, questo lai: un’allegoria che viene, in quanto tale, costituendosi man mano, e che non si autopropone in partenza a partire da una chiave di lettura predeterminata; un’allegoria che, venendosi a proporre con tale gradualità, diventa anche allegoria di quel medesimo processo – di scrittura e di lettura – da cui essa è pur stata (pro)posta e determinata.

Lanval, ha ben giustamente fatto osservare M. Koubichkine, è anagramma di Avalun19: Lanval, manipolando la ‘lettera’ – la sua propria lettera di/da cui è costituito – non solo raggiunge, ma è, …… si fa egli stesso Avalun. E la narrazione del lai è così quella che narra questa manipolazione, questo processo. Dopo che la narrazione della storia approda in Avalun, dopo che in Avalun, nella verità, “fu raviz li dameiseaus“, (v. 644), nessun altra storia, nessun altro tempo può darsi: “Nuls hum n’en oï plus parler/Ne jeo n’en sai avant conter” (vv. 645-646). Questa verità, ormai trespassee, al di là del tempo e dello spazio, nell’inenarrabile Avalun, lascia a chi è rimasto nel mondo – Artù, i giudici, i compagni di Lanval, i……lettori ? – la grevose ovre di li servir, di ripercorrere, tramite la glossa, lo stesso itinerario percorso da Lanval, quell’itinerario che  porta a (se ?) trespasser, a superar(si): e così questa storia mette in scena se stessa, allegorizza se stessa e il suo processo, mentre il lettore vi legge la sua stessa (il suo proprio e medesimo atto di) lettura.

Sarebbe poi da notare che questo è l’unico lai di Marie che manchi del consueto epilogo – che non manca invece nel Graelent, e in cui il narratore ci dice che l’aventure du cevalier,/com il s’en ala o s’amie,/fu par tote Bretaigne oïe./Un lai en firent li Breton,/Graalent l’apela on. (vv. 728-732): l’aventure è stata udita e ri-detta dall’anonima voce collettiva dei Bretons – sarà forse che, qui, nel Lanval, il lai è già contenuto nella scrittura autoriflessiva che l’ha proposto ?  Perché, se i Lais di Marie sono la riproposizione di un’aventure il cui sen viene, nel lai e dal lai, trespassé, qui è il ripropor(si), il trespasser medesimo che viene rappresentato: questo lai sarà riproposto e (ri)scritto da tutte le letture che verranno.

Ancora una volta, pensiamo, non sarà fuor di luogo un confronto col Graelent per confermare, a contrario, l’ipotesi di lettura allegorica che abbiamo proposto per il Lanavl. Certamente anche qui, come nel Lanval, la dama-fata appare pubblicamente davanti alla corte e al giudizio riunito che dovrebbe condannare Graelent; e anche qui ci si dovrebbe trovare di fronte al trasmutarsi del fantasma evanescente del soggetto in simbolo e in allegoria, tanto più che, anche qui i presenti ne sentono una prepotente necessità: la necessità di superare una routinaria costume – quella per cui i baroni devono lodare e il re affermare la superiorità della regina che viene ‘esposta’ dal re allo sguardo di tutti dopo averla fatta “monter/sor un haut banc e deffubler” (vv. 417-418) – costume sentita da tutti, anche dal re medesimo, come un’imposizione:

A tox le convenoit loer,

e au roi dire e afremer

k’il ne sevent nule si bele

(vv. 423-425)

il solo Graelent osa rompere la tradizione portandosene le conseguenze che conosciamo: egli ha gettato onta sulla regina non solo affermando di conoscere chi è più bella di lei, ma stigmatizzando anche l’assurdità e il non-senso della costume. Egli va pertanto sottoposto a giudizio, mentre ai baroni, dal canto loro, “molt lor poise del cevalier/s’il le voulent par mal jugier” (vv. 553-554).

Tuttavia – qui nel Graelant – il mutarsi del fantasma, e quindi della storia, in allegoria se anche può darsi in certa misura, riesce tuttavia solo in parte. Manca infatti il progressivo e graduale processo di convincimento dei compagni e, di riflesso del re e dei giudici; anzi nel in tale lai non si può neppure parlare di compagni dell’eroe che soffrano insieme a lui e sperino per lui: qui si può solo parlare tutt’al più di un senso di disagio e di dolore da parte dei baroni di fronte allo stato di imputazione dell’eroe. Né si può poi qui parlare  di un processo giuridico travagliato, della difficoltà di emettere un verdetto, un esgart, non si può parlare di un contrasto fra il re che vuole spicciare in fretta la faccenda né del presentarsi a corte delle damigelle, messaggere e (pre)annunciatrici della dama-fata, che ritardano il processo e che accrescono nei compagni la convinzione di verità e la speranza di salvezza nei confronti dell’eroe amico.

È proprio il diverso trattamento dell’episodio dell’arrivo delle damigelle che annunciano l’epifania della dama a convincerci della necessità di interpretare il Lanval in chiave allegorica, chiave che sembra almeno più difficile, e comunque in maniera assai meno evidente trovare nel Graelent. Nel lai di Marie infatti l’arrivo delle due coppie di damigelle, e infine della dama avviene in maniera cadenzata a interrompere il processo giuridico contro l’eroe: avviene la prima volta “quant il [i giudici] deveient departir“, proprio mentre essi stavano per deliberare 20; tale arrivo lascia i giudici en esfrei, in agitazione, li confonde: e mentre essi sono “en cel esfrei” (v. 5O9) giunge la seconda coppia di damigelle; infine la dama arriva quando i giuduci “Ja departissent a itant” (v. 547), ancora una volta cioè quando essi stavano per emettere la sentenza. Non si può non vedere in questo esfrei la turbata perplessità dei giudici – che insieme fungono da Erode e da Pilato – ad emettere una sentenza che affermi una verità cui non credono. Turbamento e perplessità che mancano totalmente nel Graelent: qui si può solo parlare di partecipato dolore per la sorte che aspetta l’eroe, ma “Ja est bien drois que mal li tort” (v. 483), nonostante che “plusor l’en plaignent en la cort” (v. 484); e le riportate parole del verso 483, enunciate dalla voce narrante, paiono riferire tanto il pensiero dell’eroe, tanto quello della corte, quanto la logica delle cose: insomma, se anche la ritualità, che ha messo in evidenza le contraddizioni fra l’interiorità e l’esteriorità, è un dato vuoto e sorpassato, Graelent ha comunque recato affronto al re e alla regina, dunque est bien drois que….

Ma c’è di più, nel Graelent le prime due damigelle annunciano al re esplicitamente che la loro Signora sta per venire a parlare con lui appositamente per liberare l’eroe, “por le cevalier delivrer” (v. 578), successivamente, senza che null’altro si frapponga nell’azione narrativa arrivano altre due damigelle che chiedono al re di attendere la dama, la quale infine arriva senza che, di nuovo, null’altro si frapponga, se non la generale constatazione che le damigelle superano in bellezza la regina. Nel Lanval oltre la cadenzata interruzione del processo di cui s’è già detto, va notato che nessuna delle damigelle annuncia l’arrivo della loro Signora come intervento che proscioglierà e libererà l’eroe; la prima coppia infatti ordina cortesemente al re di preparare le camere in cui ospitare la loro dama la quale “Ensemble od vus [voi, il re] veut ostel prendre” (v. 494); la seconda coppia chiede ancora al re  di preparare albergo per la dama perché “Ele vient ci a tei parler” (v. 537). Questi inviti che hanno il tono di un, sia pur cortese, ordine, paiono in logica contraddizione con quanto avviene subito dopo: la dama-fata infatti arriva a corte e vi si trattiene solo lo stretto tempo necessario per manifestare la propria meravigliosa bellezza e per pronunciare le parole che, insieme con la propria epifania, prosciolgono Lanval; dopo di che, lo sappiamo, ella se ne va senza che nessuno possa trattenerla. Che senso ha allora il precedente invito rivolto al re dalle damigelle di lei che domandavano albergo per la loro Signora ?  Il fatto è che colei che deve albergare presso il re, garante dell’ordine e della giustizia, non è tanto la dama come tale, quanto ciò di cui ella è diventata ormai la figura: non lei dovrà albergare a corte, ma la verità; ed è per questo che, sebbene il re non possa retenir la dama che fugge via, rimane comunque asez gent a li servir: non lei è servita, ma la figura – allegorica – di lei. Di nessun servir, di nessun servizio alla dama si parla invece nel Graelent: che anzi tutti continuano il loro plait, il loro parlamentare quando la dama prende congedo e l’eroe decide di seguirla.

Dementres que li plais dura,

Graelens pas ne s’oublia.

………………………………

o s’amie s’en veut aler.

(vv. 639-642)

La verità, che ella pure ha portato, rimane, nel Graelant, una verità che ancora permanente dentro l’ordine dell’immaginario e del fantasmatico: la dama fata all’immagine femminile che si incarnava, con la costume, nella figura della regina, sostituisce la sua propria immagine: o l’immaginario in quanto tale; dopo di che ella va via lasciando tutti al proprio plait.

Certo la verità è chiamata direttamente in causa dalla dama-fata del Graelent: se infatti, ella dice, “Veritès est il mesparla/puisque li rois s’en coreça” (vv. 623-624), pure “de ce [del fatto che la fata sia superiore alla regina] dist il veritè” (v. 625). Ma è una verità che si esaurisce in se stessa, che non genera desiderio di verità; la fata ha mutato il senso, la direzione dell’immaginario collettivo, ma l’immaginario non si è, né per opera di Graelent, né per opera della fata, trasmutato in qualcosa d’altro: esso non si pone  come l’immagine dietro la quale si può, per il tramite dell’eslais dell’allegoria, scorgere un senso. Dalla insufficienza della società della costume che schiaccia l’immaginario individuale si è certo passati, per merito di Graelent e della fata, alla società (dell’amor) cortese, basata sulla lealtà e sulla largesce, e che pone l’individuo come misura del sociale, liberandolo dall’imposizione sociale che a lui convenoit.

Non è certo poco tutto ciò: ma dalla metafora quanto meno si stenta a passare all’allegoria, intesa quest’ultima come organico ordinamento dei dati che dall’immaginario passino in un/nel codice simbolico della moralità; nel Graelent la corte, lungi dal porsi al servizio della dama, ne resta  solo affascinata: quanto al resto, essa continua nel suo (vano?) plait. E Graelent medesimo manca di quel plain eslais che abbiamo visto essere proprio di Lanval, e grazie al quale egli s’en vait od li [la dama-fata] en Avalun: Lanval cammina di pari passo con la dama-verità, od li, ma solo e proprio in quanto ne è capace, de plain eslais, Graelent invece può raggiungere l’altra terra, qella della dama, solo con l’aiuto di lei, che “par les flans saisist son ami“, altrimenti il suo tentativo sarebbe votato allo scacco e alla morte: Graelant è ancora sorretto e ‘portato’ dal proprio immaginario, mentre Lanval può, da sé solo, procedere accanto ad esso – od li – e alla pari con esso al di là di esso .

MAURIZIO VIRDIS

NOTE

1 Si ricordi quanto già visto nel capitolo precedente sul Guigemar, mentre appena anticipiamo quanto si vedrà nel capitolo a questo successivo sull’Eliduc

2 Cfr J. Ribard, Le Lai de Lanval: essai d’interprétation polysémique, in Mélanges de Philologie et de Littératures romanes offerts à Jeanne Wathelet-Willem, Liège, 1978, pp. 529-544. Alla fine della storia, Lanval, ‘graziato’ dall’amore – l’ «Amour, posé comme un absolu» – ‘prenderà il volo’ «vers une autre forme de société qui n’est encore, d’ailleurs, que rêvée, pressentie, irréelle – un monde de l’utopie peut-être, cette “isle, ki mut est beaus” et dont on ne sai “avant cunter” (vv. 643-46)» p. 532.

Present significa “presente”, “manifesto”; en present significa “aussitôt, a l’instant” (cfr. F. Godefroy, Dictionnaire de l’ancienne langue fran‡aise et de tous ses dialectes, Paris, Champion, 1880-1902 (d’ora in poi Godefroy), vol VI, p. 389). Present è inoltre “manifestazione” (cfr. A. Tobler – E. Lomatzsch, Altfranzösisches Wörterbuch, Berlin-Wiesbaden, Preussichen Akademie der Wissenschaft 1925 ss. (d’ora in poi Tobler-Lomatzsch), vol VIII, p. 1794,25: “Erscheinung”, “Auftreten”); presenter significa infatti “mostrare”,” manifestare” (cfr. Tobler-Lomatzsch, VIII: “darstellen”, p. 1802,39, “jem. vorstellen”, vorführen”, p. 1802,49). Ma nel termine present è anche contenuto (pur se lessicalmente non vi coincide) il senso  di “dono”, “offerta”, ossia il senso di afr. presente (cfr. Godefroy, VI, 390, al lemma presenter: “proposer”, “offrir”, “dédier”, “faire des presents”). Present è comunque sostantivo di genere maschile col significato di “accord”, (cfr. Godefroy,VI,389). Il pronto amore della dama-fata è insomma una ‘manifestazione’ proposta in ‘dono’ e in ‘immediato’ ‘accordo’ al ‘talent‘, al desiderio di Lanval.

4  Cfr. il precedente capitolo.

5  L’esperienza di Lanval, qui narrata, si potrebbe forse proporre come insieme di quelle tappe che costituiscono l’ermeneutica estetico-letteraria, così come impostata da P. Ricoeur. La dimensione di Lanval – il prescelto, l’eletto – visitato graziosamente e gratuitamente da ciò che è il prodotto medesimo della propria capacità e attività fantastico-immaginativa (dalla dama-fata in altre parole !) – può essere considerata come la dimensione della aisthesis, intesa in quanto ciò che «libera il lettore dal quotidiano» (P. Ricoeur,  Temps et récit III. Le temps raconté, Paris, Seuil, 1985, trad. it. Tempo e racconto, vol. 3. Il tempo raccontato, Milano, Jaca Book, 1988, p. 273): in quanto ciò  che è «rivelante e trasformante» grazie al «contrasto che stabilisce immediatamente con l’esperienza quotidiana» (ivi, p. 272, corsivo nostro); «’refrattaria’ nei confronti di ogni altra cosa, essa [l’ esperienza estetica] si afferma in grado di trasfigurare il quotidiano e di trasgredirne le norme ammesse» (ibidem); tale esperienza ha tra i suoi effetti «la seduzione e l’illusione perseguite dalla letteratura popolare, […] la mitigazione della sofferenza e l’estetizzazione dell’esperienza del passato, fino alla sovversione e all’utopia, tipiche di numerose opere contemporanee» (ibidem). Lanval produttore-preda delle immagini sue proprie medesime, del proprio immaginario è, come abbiamo detto più sopra e ancora vedremo, intento a sfuggire dalle costrizioni e dalle angustie del reale, a contrastarle: a vedere ‘altrimenti’ ciò che il reale presenta e impone, tramite un’esperienza che ‘rivela e trasforma‘, senza che per altro tale produzione-seduzione immaginaria sia estranea rispetto a ciò che la realtà è e manifesta: che anzi Lanval non fa che ‘immaginare’, in forma per così dire ideale e depurata, la realizzazione di quei valori che a lui sono trasmessi dalla società in cui egli vive. Tale esperienza, lo sappiamo, gli è, però, da sola, insufficiente e sta per perderlo.

Ma, nel pensiero ricoeuriano, la aisthesis, che pur è complessa e necessaria, che pur va al di là della «comprensione immediata», e attraversa «tutti gli stadi della ‘sottigliezza’ ermeneutica», non può far sì che si possa «considerare quale criterio ultimo dell’ermeneutica letteraria la dimensione estetica che accompagna il piacere nella sua traversata dei tre stadi ermeneutici» (ibidem); tre stadi che P. Ricoeur, riprendendoli da Jauss, concepisce come un «triplice compito, prima evocato, di comprendere (subtilitas intelligendi), di spiegare (subtilitas explicandi), di applicare (subtilitas applicandi)» (ivi, p. 269). Ora infatti anche se «contrariamente ad una posizione superficiale, la lettura non deve essere limitata nel campo dell’applicazione» (ibidem), l’ ‘applicazione‘ non può neppure, d’altro canto, restare confinata all’esperienza estetica (neanche a quella gadamerianamente e jaussianamente concepita come processo di lettura e rilettura sotteso al gioco della ‘domanda’ e ‘della risposta’): in quanto «è comunque possibile riconoscere all’applicazione un profilo più distinto se la collochiamo al termine di una triade che Jauss incrocia con quella delle tre ‘sottigliezze’, senza fissare tra le due serie una rigida corrispondenza; la triade poiesis, aisthesis, catharsis. Un intero complesso di effetti può essere ricondotto alla catharsis. Quest’ultima designa anzitutto l’effetto più morale che estetico dell’opera; valutazioni nuove, norme inedite vengono proposte mediante l’opera, che affrontano o scuotono i ‘costumi’ correnti» (ivi, pp. 272-273). Questo effetto catartico, che è «particolarmente legato alla tendenza del lettore a identificarsi con l’eroe, e a lasciarsi guidare dal narratore» (ibidem), diventa «ancor più sottile» «grazie alla chiarificazione che essa [la catharsis] esercita, la catharsis abbozza un processo di trasposizione, non solo affettiva ma cognitiva, che può essere accostato all’allegoresi, la cui storia risale all’esegesi cristiana e pagana. C’è allegorizzazione nel momento in cui si inizia a “tradurre il senso di un testo dal suo primo contesto in un altro contesto, e ciò equivale a dire: conferirgli un significato nuovo che supera l’orizzonte del senso delimitato dall’intenzionalità del testo nel suo contesto originario” (H.R Jauss, Ueberlegungen zur Abgrenzung und Aufgabenstellung einer literarischen Hermeneutik in Poetik und Hermeneutik, IX, München, W. Fink, 1980; trad. fr. Limites et tâches d’une herméneutique littéraire, «Diogène», n° 109 (1980); in traduzione italiana nel testo)).» (ivi, pp. 273-274, corsivo nel testo)».

Nel Lanval, questo processo di allegorizzazione ‘abbozzato’ dal processo della catharsis – crediamo, e le pagine che seguono vorrebbero dimostrarlo – prima ancora che essere un dato metatestuale, un dato dell’interazione fra autore, testo e lettore, è un dato della rappresentazione del testo narrativo medesimo; prima ancora che il lettore, sono gli stessi attori della storia che compiono questa operazione di ‘trasposizione’ allegorica: essi tutti – e non solo il protagonista, Lanval – dovranno vedere nella dama-fata, nel suo manifestarsi, nel suo donar(si), ‘qualcosa d’altro’; Lanval dovrà rinunciare alla immediata ‘realizzazione’ del suo fantasma, proprio nel momento in cui egli è costretto a (ma leggasi: vuole !) leggerlo e (ri)dirlo come tale: nei termini ‘letterali’ della sua propria ‘personale’ aisthesis che gli fa superare le ristrettezze della realtà e che ‘lo libera dal quotidiano’: egli, tale fantasma, dovrà assumerlo come dimensione morale limite, come una verità che si incarna trasponendola; gli altri protagonisti – i compagni di Lanval prima,

e poi tutta la società – dovranno riconoscere nella follia di Lanval niente di meno che la verità.f

Così questa allegoria fatta oggetto di rappresentazione diventa allegoria di secondo grado, un’allegoria che viene a rappresentare il medesimo processo testuale-letterario e il suo tormentato costruirsi:  Lanval, l’autore(!), comunica e chiarifica, in un tormentato processo che giunge fino alle soglie della follia, un proprio significato ai suoi. ‘lettori'(!)– ossia Gauvain, Artù e tutto il mondo cortese – ma è questo un significato che essi stessi, i lettori, costruiscono proprio in forza di questa follia, la follia di quel pervicace credere fino all’alienazione da sé: di quel pervicace rimanere fedele ai dati della aisthesis letteraria, che però proprio in quanto follia è già stato ‘trasposto’ in altro.

6 Su tale questione si veda C. Segre, Lanval, Graelent, Guingamor, in Studi in onore di Angelo Monteverdi, Modena Società Tipografica Editrice Modenese, 1959, pp. 756-77O; e R.N. Illingworth, The Composition of Graelent and Guingamor, «Medium Aevum», XLIV (1975), pp. 31-5O.

7 Citiamo qui, e poi di seguito, da P.M. O’Hara Tobin, Les lais anonymes des XIIe et XIIIe siècles. Edition critique de quelques lais bretons, Genéve, Droz, 1976 (il Graelent è alle pagine 83-125).

8  Come già avevamo avuto modo di osservare qui sopra alla nota n° 3 del precedente capitolo sul Guigemar, la cerva svolge il ruolo, tradizionale nella letteratura celtica, di attirare l’eroe verso una presenza femminile, di cui, tradizionalmente, essa è un emissario.

9 Sulla simbolicità dell’acqua come manifestazione del femminile, cfr. G. Chandés, Recherche sur l’immaginaire des eaux dans l’oeuvre de Chrétien de Troyes, «Cahiers de Civilisation médiévale», LXXIV (1976), pp. 151-164.

1O fr. J. Ribard, Le Lai de Lanval: essai d’interprétation polysémique, cit.: «on ne peut pas ne pas proposer, pour finir, une interprétation mystico-religeuse de cet admirable poème. Nous serions même assez tenté de penser qu’au XIIe siècle, en pleine chrétienté médiévale, cette interpeétation ne pouvait manquer d’être présente, plus que toute autre, à l’ésprit de l’auter quand il écrivait son oeuvre comme à celui de ses lecteurs.» (p. 54O); le damigelle, interpretate come profetesse che chiamano Lanval alla purificazione e alla penitenza, lo invitano alla presenza della dama-fata, nella tenda, in cui ella sta, e che assume la «figure de sanctuaire divin. Ce sera alors, dans tout son lumineux éclat, la révélation de l’amour divin, qui engage toute une conversion, l’acceptation de nouveaux “comandemenz” (v. 127) et d’une nouvelle échelle des valeurs. Cet amour exclusif et extatique que les compagnons de Lanval, pour ne l’avoir pas compris, qualifieront de “fole amur” (v. 410). Folie aux yeux des hommes, sagesse aux yeux de Dieux» (p. 541).

11 cfr. Godefroy,I,p. 434 alla voce assené cui è dato  il valore di “nanti”, “loti”, bien assené: “bien placé”; e fra i valori della voce assener (ivi, pp. 432-434) troviamo quelli di “destiner”, “assurer par destination”; assener qn de qch: “lui donner assignation”; così pure, alla stessa voce, il Tobler-Lomatzsch, I, pp.576,39-579,34 dà “etw. anweisen” (577,38), “jem. unterbringen, versorgen” (577,46), “jem. versehen, in Besitz setzen” (578,16). W. von Wartburg, Französisches Etymologisches Wörterbuch. Eine Dartellung Galloromanischen Sprachschatzes, Tübingen, J.C.B. Mohr, poi Basel, Hebing und Lichtenhahn,1922 ss. (d’ora in poi FEW), vol. XVII, sotto il lemma SINNO, troviamo, a p. 73, asener “instruir qn (aprov. asenar: “rendre sensé”); afr. ensené: “sage, prudent”; afr. dessassené: “privé de bon sens”; mentre per afr. assenance il FEW dà “donation”.

Si sarebbe poi quasi tentati, dato il contesto in cui ci troviamo, di far retrocedere al sec. XII il valore – che si registra a partire dal sec. XVI – attribuito dal  FEW (ivi, p. 71) a asenne f.: “mfr. don par lequel un gentilhomme assigne aux cadets de quoi s’établir”; se così potesse essere, potremmo dire che la dama-fata supplisce, anche da un punto di vista giuridico e socio-economico, alla mancanza del re di cui si pone come sostituto: il fantasma non si pone più soltanto quale compenso psicologico intimo, ma pur prendendo le mosse da questa dimensione, farebbe sorgere, nel soggetto che lo evoca e lo produce, la coscienza della propria dimensione sociale.

12 Cfr. J. Ribard, Le Lai de Lanval: essai d’interprétation polysémique, cit. «On nous y montre un jeun homme qui se sent comme incompris de ceux qui l’entourent, étranger (vv. 36-37) à ce monde des adultes – la cour du roi Arthur – au milieu desquels il est appelé à vivre – ces mêmes adultes, d’ailleurs, qui semblent lui dénier, d’entrée de jeu, toute capacité d’insertion sociale: ne lui donner ni terre, ni femme (vv. 17-18), n’est-ce pas lui contester d’emblée le rôle de seigneur et d’époux ? D’où l’incompréhension réciproque: l’ “oublie”  dont est victime Lanval de part du roi (v. 19) comme le désinterêt que marque le héros à se rappeler à son souvenir» (p. 533). Si veda anche M. Koubichkine, A propos du Lai de Lanval, «Le Moyen Age» XXVI (1972), pp. 467-488: «L’absence de dons attribués à Lanval n’est pas une agression délibérée ou une ignorance volontaire, mais un oubli du roi, oubli qui suppose l’inexistence de Lanval aux yeux d’Arthur. […] Enfin Lanval lui-même, par son caractère, est un agent de son isolament et de son ostracisme puisqu’il refuse de rappeler son existence au roi: “Ne Lanval ne li demanda” v. 32.» (pp. 471-472.Cfr. anche J.C. Aubailly, La fée et le chevalier. Essai de mythanalyse de quelques lais féerique des XIIe et XIIIe siècles, Paris, Champion, 1986: «Parvenu à la fin de sa période d’adaptation au réel et d’acquisition d’une Persona ainsi qu’en témoignent ses qualités reconnues, il entre tout naturellement dans cette crise névrotique du milieu de la vie dont parlait C.G. Jung, marquée par un désinterêt et une prise de distance à l’égard de ce qui paraissait naguère fondamental» (p. 80).

13 Ci troviamo qui, in pratica, di fronte a una contraddizione testuale, prevista dalla strategia dell’autore implicato e che si attua – per dirla con W. Iser, The Act of Reading. A Theory of Aestetic Response, Baltimore, The John Hopkins University Press, 1978, trad. it. L’atto della lettura. Una teoria della risposta estetica, Bologna, il Mulino, 1987, in particolare pp. 169-205 – tramite il ‘punto di vista errante‘: la prospettiva (che abbiamo sopra  evidenziato, fornita al lettore dalla voce narrante, al principio della narrazione, circa la condizione di Lanval che ha dovuto spendere tutto il suo patrimonio, e circa il suo essere posto ai margini dai propri compagni e dalla società tutta) non coincide con la prospettiva successivamente imposta dall’intreccio, prospettiva, quest’ultima, che qui stiamo esaminando. Tale disformità prospettica è, dunque ben evidentemente, ciò che va colmato dal lettore – dal lettore, ci piacerebbe dire, assenez! – chiamato così all’interno del testo affinché lo (ri)costruisca con il suo sen(s).

Questo farsi assenez da parte del lettore ameremmo intenderlo come un caso specifico di quella «concretizzazione del lettore implicato» nel «lettore reale» (cfr. P. Ricoeur, Tempo e racconto vol 3, cit., p. 263: «da una parte, l’autore implicato è un travestimento dell’autore reale, il quale scompare facendosi narratore immanente all’opera-voce narrativa. Per contro, il lettore reale è una concretizzazione del lettore implicato, previsto dalla strategia di persuasione del narratore; in rapporto a lui il lettore implicato resta virtuale fin tanto che non è attualizzato»; è il lettore reale «che rappresenta il polo opposto rispetto al testo nell’interazione da cui procede la significazione dell’opera» (ibidem). Il lettore implicato, virtuale del Lanval, si attualizza in un ‘reale’ lettore assenez, qualora trasferisca su di sé quella marca che il testo dà al protagonista: l’essere assenez appunto; non soltanto cioè recependo strategie testuali, ma assumendo dal testo dati che si riferiscono alla materia primariamente  significativa del testo medesimo, trasferendo su di sé quanto è proprio di Lanval.

14 Cfr. J. Habermas, Moralbewusstsein und kommunicatives Handeln, Frankfurt am Main, Suhrkamp Verlag, 1983; trad. it. Etica del discorso, Roma-Bari, Laterza, 1985 (citiamo dalla ristampa del 1989).

15 ivi, p. 179, sottolineatura nostra.

16 ivi, p. 178, sottolineatura nostra.

17 D’altronde in un passo assai importante per noi, J. Habermas così si esprime: «il partecipante al discorso che verifica le ipotesi vede impallidire l’attualità del suo contesto d’esperienza del mondo vitale; la normatività delle istituzioni esistenti gli appare altrettanto frantumata quanto l’oggettività delle cose e degli eventi. Nel discorso noi percepiamo il mondo vissuto della prassi comunicativa quotidiana per così dire da una retrospettiva artificiale; infatti alla luce di rivendicazioni di validità considerate ipoteticamente, il mondo delle azioni istituzionalmente ordinate viene moralizzato così come il mondo dei dati di fatto esistenti viene  teoricizzato – ciò che fino a ora era stato considerato indiscutibilmente come fatto o come norma, ora può anche accadere, essere valido o non valido. L’arte moderna del resto, ha ricondotto nel regno della soggettività un’analoga spinta problematizzante; il mondo delle esperienze vissute viene estetizzato, cioè affrancato dalla ovvietà della percezione quotidiana e dalle convenzioni dell’agire quotidiano» (ivi p. 118, corsivi nel testo, sottolineature nostra). Eliminando la limitazione all’arte moderna, tali riflessioni habermasiane possono ben evidentemente essere riferite al nostro lai.

18 Si consideri ancora J. Ribard, Le Lai de Lanval: essai d’interprétation polysémique, cit. «A Lanval […] on ne cesse de demander “Où est donc ton Dieux ?” (vv. 462-64, 482, 523), mais c’est en vain. Mais Dieux n’abbandonne pas les siens, même pécheurs. Et ce sera l’apparition en majesté, en gloir, de la divinité apportant à Lanval, avec la grâce gratuite de son retour, la salut qu’il attend» (p. 542). In questa prospettiva di lettura, le damigelle, messaggere e segni della dama-fata, preparerebbero – potremmo dire ! – le vie del…..la Signora.

19 Cfr. M. Koubichkine, A propos du Lai de Lanval, cit. «La succession de ces deux vers [640-641: “De plain eslais Lanval  sailli!/Od li s’en vait en Avalun” où l’on note dans l’un, une dernière fois, le nom de Lanval et dans l’autre, pour la première fois, le nom d’Avalon comme étant ce païs de “luin”, permet une curieuse remarque. En effet, et cette constatation est plus nette encore dans le manuscrit C anglo-normand où Lanval est noté Lanuval, le nom de Lanval est, à une lettre près, l’anagramme d’Avalun. Le l supplémentaire peut se justifier pour des raisons d’euphonie.» (p. 481).

2O Il glossario dell’edizione di J. Rychner dà in questo luogo, riprendendolo dal Tobler-Lomatzsch, per departir il significato di “trancher une cause”.


LA TEMPESTA E IL MANCATO NAUFRAGIO NELL’ELIDUC DI MARIE DE FRANCE

A un punto nodale della vicenda narrata nel lai di Eliduc di Marie de France è collocato l’episodio  dello scatenarsi della tempesta che fa rischiare il naufragio al protagonista della storia e a coloro – e soprattutto a colei – che condividono con l’eroe la medesima sorte in questo viaggio che vorrebbe giungere all’impossibile composizione del reale e dell’immaginario, termini fra i quali si divide e si dibatte l’eroe.

Né il  tema di questa frattura e di questa composizione, né il tema del viaggio per mare, che vi è strettamente connesso – come pure strettamente connesso ad entrambi è il tema dell’ homme entre deux femmes – sono nuovi all’opera e, se vogliamo dirlo, alla poetica di Marie1.

È dunque durante e a causa della tempesta, che sta per perdere la nave e i naviganti, che la verità viene a galla, e il nodo che lega i tre protagonisti comincia a sciogliersi: nel naufragio si salvano i naviganti – e con essi la verità – e perisce la menzogna, o meglio viene meno il groppo dell’indecisione che teneva immoto lui, Eliduc. E qui, ora, l’uomo che non sa decidersi fra le due donne cui è legato, che non vuole e non sa tradire né l’una né l’altra, l’uomo dal temperamento e dall’indole indecisa, riesce finalmente a trovare una propria autonoma, sia pur drammatica, capacità decisionale, prendendo il governo della nave e guidandola fino al porto. E inoltre in questo tempestoso episodio si ha comunque una morte, quella di una delle due donne, che, anche se solo apparente e momentanea, è comunque, nel pur breve lasso di tempo, tale: perché tale è creduta. Ed è una morte che non è causata immediatamente dalla tempesta che incombe, ma dalla verità che essa, la tempesta, fa emergere. Questo almeno sul piano della lettera; ma, se sul piano metaforico la tempesta che si scatena sul mare è il traslato della tempesta interiore che si scatena nell’anima dell’indeciso Eliduc, allora la morte apparente, che riduce la donna del desiderio a un fantasma, è davvero immediato effetto di questa intima e traslata tempesta, e del suo significato.

Infatti l’intera  vicenda del nostro lai può dirsi segnata da un costante e pendolare movimento fra le due sponde della Manica e/o fra  Guildeluec e Guilliadun, le due donne di Eliduc; inoltre tale navigazione, fino a questo episodio, è sempre stata pacifica, anche se piena d’angoscia (ossia pacifica sul piano della materialità del dato, ma tormentata sul piano dell’interiorità del protagonista, navigatore pendolare).

La navigazione diventa difficile e tormentata, anche materialmente, proprio quando i due piani della rappresentazione stanno per venire ad unificarsi e a congiungersi: la tempesta si scatena infatti in prossimità – spaziale e temporale – dell’approdo: quando cioè si vorrebbe ridurre, o anzi annullare lo iato, almeno quello interiore, che tiene separate le due terre e le due donne, e più precisamente quando si vorrebbe condurre la donna dell’ ‘altra’ terra (della terra altra) nella terra propria: ossia quando si vorrebbe ricondurre l’immaginario al reale; ma tutto ciò vorrebbe essere attuato solo attraverso una volontà alla quale non corrispondono, da parte del soggetto del volere, né mezzi, né capacità che la portino ad effetto: la volontà è in balia del nulla, del vuoto, o meglio di un’assenza; un’assenza che è soprattutto mancanza di un ordine e di un principio cui la volontà possa appoggiarsi, mancanza di un progetto che la consolidi. Mentre sarà poi dunque proprio lo scampato naufragio, e soprattutto le sue conseguenze a far scaturire un ordine.

Siamo forse di fronte ad un progresso, comunque ad un’evoluzione del pensiero poetico di Marie de France. Se è vero infatti, come stiamo dicendo, che questo lai, alla pari di vari altri di Marie, si presenta tematizzato sul contrasto fra immaginario e reale, termini antonimi, assai spesso in scena nella narrativa di Marie (tramite, per esempio, l’opposizione  attanziale di due donne nel Lanval, in modo diverso nel Guigemar dove le ‘due’ donne non sono in contrasto attanziale, ma solo in contrasto tematico), se dunque questo è vero, qui nell’Eliduc l’opposizione attanziale fra le due figure femminili si presenta in principio come imminente, incombente e preannunciata: ma, sappiamo, la storia prenderà la via di una soluzione diversa che risolve l’opposizione in una concordia, e l’avvicina pertanto alla figura narrativa che era già quella del Guigemar, conclusosi anch’esso con la concordia dei due antonimi. E in tale conclusiva concorde armonia sta la novità di questo componimento rispetto alla precedente produzione dell’Autrice: novità della quale ella sembra essere ben cosciente, se nei versi che introducono la storia vien detto che il lai era precedentemente intitolato a Eliduc, al protagonista maschile, (Elidus fu primes nomez, v.23), mentre ora esso  ha mutato nome e intitolazione (est li nuns remüez, v.24): ora il lai porta il nome-titolo delle due donne (D’eles deus ad li lai a nun/Guildelüec ha Guilliadun, vv. 21-22); e ciò perché è di loro che la storia tratta (Kar des dames est avenu, v.25): il tema è dunque chiaramente posto sulla dualità della figura femminile. Tuttavia, qui nel nostro lai l’opposizione, anche se non arriverà allo scontro, è comunque in campo, e il suo deviare verso l’accordo armonico passa attraverso la tempesta e il rischio del naufragio.

Siamo dunque di fronte a un episodio ben centrale nell’economia di questa narrazione.  E lungo questa linea evolutiva l’episodio in questione diventa segno tangibile di tale novità ed evoluzione perché è qui che si aggrappa la svolta della poetica.

Infatti, se si può parlare di una opposizione fra immaginario e reale, ciò lo si può fare non tanto attraverso la esclusiva lettura di questo lai, quanto mettendo quest’ultimo a confronto con gli altri – il Guigemar e il Lanval soprattutto, come s’è detto. È in queste composizioni infatti che le due donne tra le quali il protagonista di ciascuna storia si trova ad essere, assumono, tramite l’uso del meraviglioso, il significato traslato che andiamo dicendo (quello dell’immaginario e del reale per l’appunto): infatti una delle due donne del Guigemar è da lui conosciuta in una esperienza onirica, e l’una delle due del Lanval è, in tutta evidenza, una fata, mentre l’altra donna di ciascuna coppia appartiene a questo mondo reale. Qui, nell’Eliduc, invece entrambe le figure femminili, Guildeluec e Guillaidun, sono due figure del mondo della realtà e nessuna delle due appare segnata da alcun tratto o indizio che possa farla apparire come di un altro mondo. E tuttavia una di esse, Guillaidun, è comunque rappresentante di un’alterità: è la donna di un’altra terra, contro Guildeluec che è la moglie legittima del protagonista. La diversità e la novità di questa composizione, collocata in sede conclusiva nella silloge poetica di Marie, consistono allora in una diversa chiave di lettura e in un diverso percorso di interpretazione che il testo offre al lettore riguardo a ciò che concerne i poli di tale antinomia.

Come dice infatti Edgard Sienaert2, il meraviglioso si fa strada, nell’Eliduc, solo pian piano, le protagoniste assumono gradatamente la figura di esseri fuori dalla norma, o meglio fuori dalla verisimiglianza soprattutto psicologica, quando invece tanto la dama del Guigemar, quanto quella del Lanval mostravano si può dire immediatamente i caratteri dell’alterità. Il meraviglioso è allora, nell’Eliduc, più che un dato di fatto, una dimensione da raggiungere, una valenza possibile e una eventuale prospettiva del dato reale, una possibilità insomma che può diventare attuale e manifesta a determinate condizioni. Ed anche sotto questo riguardo, è la tempesta che fa scattare verso l’attualità ciò che è potenziale: o quanto meno essa funge da momento di discrimine fra le due valenze: prima di questo episodio tutto procede secondo una logica che in nulla è diversa dal quotidiano e che genera delle attese conformi a questa logica; dopo tale episodio tutto procede su un binario logico diverso, e le attese sono, non già deluse, ma portate su di un altro piano. E solo allora che il testo assumerà un andamento metaforico che costringe allo scioglimento interpretativo, è allora che le due donne si pongono come figure, e non più solo come agenti della storia, di una storia (d’amor) cortese.

Perché dunque una figura di naufragio a segnare questo discrimine? Il naufragio, da cui pure si salvano gli uomini e la storia, fa forse perire un modo di rappresentazione e di figurazione che non può più essere, e ne annuncia uno nuovo. Infatti, lo abbiamo detto poc’anzi, la tempesta porta a galla la verità; ma è soltanto la verità della lettera questa che viene alla superficie: quella verità che è pronunciata dal marinaio angosciato e atterrito dalla situazione contingente che egli vede, ‘legge’ come punizione divina; egli infatti intende che Eliduc, portando a bordo una donna che non è sua moglie, porta a bordo il peccato medesimo, il peccato di adulterio, e pertanto il marinaio grida che si getti a mare, quale via di salvezza, proprio colei, Guillaidun, in cui il peccato appare concretizzarsi3. Questa verità della lettera ne nasconde però un’altra, ed è una doppia verità allora quella che si presenta; uno dei termini di questa duplice verità, il primo, deve però essere trascinato via dalla corrente insieme con il cadavere del marinaio che viene gettato in mare da Eliduc, come unico rottame del naufragio: naufragio della verità letterale e di ciò che essa rappresenta. Tale verità della lettera deve dunque perdersi e naufragare affinché l’altra, il suo doppio, giunga in porto, o vi giunga almeno nel suo germe, quel germe che farà proseguire la storia dopo averla salvata. Ma la fine per naufragio della verità letterale è opera solo indiretta della tempesta: il marinaio che pronuncia la verità, o meglio un aspetto della verità, questo versante della verità, perisce, insieme a ciò di cui egli si fa interprete, in quanto è gettato in mare da  Eliduc e non in quanto è direttamente travolto dalla tempesta. In tanta indecisione Eliduc trova se non altro il coraggio di scegliere fra due verità4 – anche se non fra le due donne; né e mai lo farà: altri sceglierà per lui! – scelta, questa che egli qui compie, che è anche, primariamente, una protesta di innocenza contro l’accusa che gli viene rivolta, e che è poi la concretizzazione di quanto egli non sa pronunciare neppure a se stesso. È dunque una funzione maieutica che svolge la tempesta nella storia (interiore) di Eliduc e che dinamizza quello che forse sarebbe altrimenti rimasto un moto pendolare di durata tendenzialmente infinita. La storia e il suo procedere si rifigurano in maniera diversa a partire da quest’episodio: sia perché, come appena detto, il movimento narrativo prenderà una forma di itinerario diversa, sia perché le figure protagoniste assumeranno il loro vero statuto, lasciando però evidenti e recuperabili tutte le tracce del loro trasmutarsi e del loro procedere.

Nel venire a sapere la verità – che cioè Eliduc ha già una donna, la propria moglie! nella propria terra – Guillaidun, immagine dell’altra donna/della donna altra, viene meno, cadendo in uno stato di svenimento che assume i connotati esteriori della morte; ella  perde la propria realtà, ma non la propria esistenza: rimanendo un dato potenziale in attesa che un qualcosa, semmai sia possibile, possa renderla all’attualità. Nella morte apparente, ella assume fin nell’aspetto, quel doppio statuto che il testo le assegna: quello di un essere immaginario e reale al contempo. Il suo pallore esangue che richiama l’aspetto di morte, ma che di morte non è, le rende il significato che, pur non esplicitato, ella, in quanto essenzialmente oggetto del desiderio e raddoppiamento del dato reale, aveva sempre avuto, nella e per la soggettività di Eliduc: quello di un’ombra incorporea che poteva esistere solo in quanto era tale;  ma in quanto la morte è appunto solo apparente, Guillaidun non perde la propria realtà materiale. Nel vortice della tempesta perisce la presunzione dell’eroe di portare allo statuto di realtà il fantasma immaginario. Ma la tempesta è anche impulso a un nuovo, sia pur drammatico, itinerario che porterà verso il finale e inaspettato scioglimento della storia: naufraga un impossibile desiderio ed una ignara ed innocente presunzione, ma si salva, o meglio, viene a proporsi una possibilità intrinsecamente ancora racchiusa nei dati e nei fatti, ma non ancora capace di passare dal piano della soggettività del protagonista, al piano dell’oggettività: ciò che potrà avvenire col risveglio di Guillaidun dalla morte apparente.

È dunque un groviglio ben annodato quest’episodio, vero centro dinamico di tutta la narrazione, vortice in cui tutto si rimescola, dove ciò che è stato non è più, e dove in potenza si propone ciò che sarà; inoltre proprio a partire da qui si svela il dipartirsi dei diversi punti di vista, delle diverse prospettive di narrazione.

In realtà la protesta di Eliduc, rivolta contro la condanna morale che viene su di lui riversata, esprime, da parte di lui, l’intuizione di un’innocenza che egli non sa peraltro affermare altrimenti, mentre la fine del marinaio-voce-della-morale-comune esprime il punto di vista del lettore, il quale per altro si è trovato ad essere fin qui nella stessa posizione intuitiva del protagonista, ma, come lui, incapace di esplicitare questa intuizione. L’episodio porta, al livello delle azioni e dell’intreccio, anche se non ancora a quello dei personaggi, ad una riproposizione dei valori in gioco: e la posta del gioco è proprio lei, Guillaidun, ignara dell’intrecciarsi che intorno a lei si svolge; elemento neutro che non può che assorbire le transizioni, le trasformazioni e i trapassi che il testo dispone e progetta, alterazioni che la mutano da donna reale, a segno del peccato altrui, senza essere lei, ignara di tutto, in alcun modo peccatrice; fino a diventare ella, in ultimo, indice dell’immaginario. Certamente la rivelazione di questa plurivalenza di Guillaidun avverrà poi, negli episodi successivi, quando si avrà l’incontro delle due donne, il reciproco riconoscersi ciascuna nel proprio relativo statuto; ma è l’episodio della tempesta a fungere da momento di trasformazione e di inversione della linea narrativa.

Non può non porsi a questo punto un raffronto con un altro episodio narrativo di Marie de France in cui è presente un viaggio per mare, se vogliamo misurare la novità dell’Eliduc e valutare la funzione che l’episodio della tempesta vi gioca. Ci riferiamo ovviamente alla navigazione di Guigemar sulla nave magica che fa la spola fra questo e l’altro mondo. Orbene tutto questo navigare, nel lai di Guigemar, procede sempre pacifico; il travaglio è spostato altrove, nell’una e nell’altra terra, oltre che nell’interiorità dei protagonisti, ma il passare da un mondo all’altro non trova ostacoli: pur causato dal travaglio, il trapasso non è insomma travagliato; ciò perché l’altro mondo assume, come abbiam detto innanzi, fin da subito il suo proprio statuto di mondo altro per chi sappia ben leggere i neppure tanto reconditi indizi narrativi; anzi, a meglio vedere, ci si trova in un mondo onirico5, in cui l’eroe precipita in seguito alla ferita – ferita d’amore – che ha ricevuto. Qui nell’Eliduc invece l’alterità del meraviglioso fa comparsa soltanto alla fine del racconto, ma il suo apparire e il suo significato è preparato attraverso il processo narrativo: la doppia polarità delle due donne, il continuo viaggiare e passare del protagonista dall’una all’altra, da un polo all’altro, senza che il viaggiatore possa acquietarsi in alcuno di essi, la sua costante indecisione, il suo scrupolo per la fedeltà e per la parola data alla moglie, e, al contempo, l’imperativo della soggettività e del desiderio, sono tutti elementi dati che preparano  il significato finale della storia come quella che racconta il disagio dell’essere presi fra questi due poli e la necessità di una loro unificazione quale dato risolutivo. Ma affinché questa si ponga, i due poli devono assumere un diverso statuto rispetto a quello che fin qui essi hanno avuto; devono diventare nell’oggettività della storia, e non più solo nella soggettività del protagonista, qualcosa di diverso da ciò che fin qui sono stati, qualcosa di diverso rispetto all’opposizione desiderio/dovere, qualcosa di differente rispetto all’opporsi dell’evasione (intesa come colpa) rispetto alla fedeltà (intesa come ciò che è giusto e onesto): antinomia che è poi quella della morale comune, quella espressa dal marinaio che appunto, durante la tempesta, accusava Eliduc di adulterio.

Affinché dunque l’antinomia venga superata, una nuova morale deve emergere, ma questa, a sua volta, deve passare attraverso lo scombinarsi dei valori che i personaggi fin qui hanno incarnato. Ciò implica una presa di coscienza, sia pure ancora confusa, da parte del protagonista, ossia una messa a confronto della di lui soggettività con l’oggettività: della sua dimensione interiore con l’esteriorità, della di lui “lettura” della storia che fin qui si è svolta, con la “lettura” altrui. Si deve cioè passare attraverso lo scontro polemico fra le due “letture”; l’episodio della tempesta è il mezzo narrativo che Marie si dà per pervenire a questo scontro: anzi meglio, la tempesta è il mezzo che è necessario alla narrazione per manifestare entrambe le dimensioni e le parti dello scontro medesimo, mentre finora si era visto e letto soltanto il punto di vista di Eliduc. Ma questo espediente non rimane estrinseco, in quanto esso è reso figura  di ciò che era rimasto implicito sia per il lettore, sia per il protagonista: la tempesta, avevamo detto al principio, raffigura il dilaceramento interiore di Eliduc, ma, dopo quanto abbiamo poi fin qui visto e detto, essa rappresenta pure il contrasto, questa volta nel e del lettore, che oppone da una parte quanto questi ha fin qui appreso, e che lo porterebbe a parteggiare, o per lo meno a comprendere le ragioni del protagonista, e, dall’altra parte, la propria morale che fa resistenza a questa comprensione: il nostro episodio oggettivizza questa ambiguità.

E ciò che avviene durante questo drammatico frangente avvia a risoluzione l’ambiguità, non foss’altro per il fatto che Eliduc opera una scelta se non rispetto alle due donne e/o ai due poli fra cui è preso, almeno rispetto alle due verità e alle due posizioni morali: Eliduc rifiuta la proposizione della morale e dell’opinione comunemente condivisa, rifiuta di ‘leggere’ secondo tali coordinate ciò che sta avvenendo nel drammatico frangente. La sua reazione è però soltanto in negativo e non si fa propositiva di soluzioni qualsivoglia. La figuralità della tempesta non è quindi un testo sufficiente allo svolgimento e alla risoluzione, essa è soltanto una conditio sine qua non: essa è, precisando quanto detto poc’anzi, il luogo, il tempo e il modo dello scontro polemico.

Poiché però lo scontro è fra due verità morali antinomiche e non fra i due poli in questione, Eliduc cessa, dopo tale tempestoso frangente, di essere l’eroe – il soggetto – della storia: egli è colui che, paradossalmente, salva una verità, o ‘la’ verità se vogliamo, senza però realizzarla, senza portarla al suo termine. Se infatti egli placa la tempesta oggettiva, tramite un atto di finalmente trovata decisione, egli non  placa però ciò di cui la tempesta è segno: il suo cuore continua ad essere dilacerato e ancor più appesantito.

La tempesta è dunque soltanto un, sia pur importante, intermezzo: luogo e segnale drammatico di una svolta strutturale e tematica della costruzione e del tessuto testuale; polivalente segno – almeno fino a questo punto della narrazione – dove qualcosa affonda e qualcos’altro si salva; strumento dell’inversione del registro retorico del testo; luogo in cui si può valutare la reazione del lettore, e luogo a partire dal quale può cominciare, in una seconda lettura che vi si soffermi, la costituzione della semantica testuale e la ricostruzione del significato. Ed è forse proprio a partire da qui che Marie ha ‘mutato’, come sopra si diceva, l’intitolazione del lai, perché è qui che appunto Eliduc cessa di essere protagonista, e il filo della storia passa alle due donne; o per meglio dire passerà a Guildeluec, la ‘donna di qua’, e al suo interagire con l’ ‘altra’. Le due donne, a partire da qui, cesseranno di essere l’oggetto delle considerazioni di Eliduc per diventarne il soggetto, in quanto dal loro dialogo saprà scaturire quella parola che, pur aleggiando durante tutta la tempesta, non si era saputo far accedere all’espressione diretta.

Se  dunque un naufragio vi è, in questa tempesta che ben si risolve sul piano della lettera, esso è il naufragio della vecchia storia folclorica che sta, come fonte letteraria, alla base del nostro lai; e così, come nella metafora testuale affondava una verità e un’altra ne veniva a galla, altrettanto questo episodio dà anche figura, nell’attività creatrice di Marie, al perire, al venir meno di una interpretazione di una già antica verità, e all’affiorare di un’altra. La tempesta è dunque anche l’incrocio del piano testuale con quello pre-testuale e intertestuale: l’incrocio di linee che stanno sia all’interno del testo sia al di fuori di esso (almeno intraviste queste ultime, ma forse più chiare al lettore dell’epoca, che poteva fruire meglio di noi del retroterra mitico che invece ora sfugge). L’inserimento dell’episodio della tempesta sembrerebbe essere dunque in funzione di questo reinterpretare la storia come anche già a suo tempo (1907-1908) J. Matzke6 aveva supposto, ripreso poi, più recentemente (1974) da W. Ann Trindade7. Secondo questi studiosi infatti, tale episodio e quello della morta che torna alla vita sarebbero dovuti o alla stessa Marie o a un rimaneggiatore celtico, al fine di armonizzare il motivo tradizionale dell’uomo fra due donne all’interno di una narrazione che si muova sulle linee di un etica cristiana, e che porti la narrazione stessa verso uno happy end, verso un finale che sia cioè l’opposto del finale tragico che concludeva le storie consimili della tradizione folclorica da cui il nostro lai muove8. In tali storie infatti la seconda delle due donne moriva di vergogna nel momento in cui veniva a sapere del legame che univa il protagonista alla prima, la quale prima a sua volta moriva di dolore per la morte dell’altra9. Qui, come abbiamo detto ormai più volte, entrambe le donne si salvano, anche se entrambe sfiorano la morte, e si salvano proprio in virtù del loro agire e del loro comprendere.

Questa salvezza – che non è soltanto loro, ma anche di lui, di Eliduc, di tutta la storia e del suo senso – questa salvezza dunque, è frutto di una nuova tempesta, che non avviene però durante una navigazione sul mare, ma durante una navigazione interpretativa che è compiuta innanzi tutto da Guildeluec, e che comporta anch’essa in parte un naufragio, una perdita, e in parte un recupero: anzi un’acquisizione. Naufraga e perisce, anche questa volta, una vecchia concezione di considerare l’immaginario, concezione che si incarna in  Eliduc, e secondo la quale l’immaginario non può avere i connotati altro che della morte, in quanto trasforma in fantasma l’oggetto del desiderio; colei che appare morta  è di fatto morta per lui e per la sua storia: per la storia cioè di cui egli è stato fino a questo punto il soggetto: per Eliduc, Guillaidun l’ ‘altra donna’ – o il desiderio – può esistere solo come ricordo, memoria, può essere solo nel monumento che se ne costruisce, può vivere solo come tombale freddezza marmorea presso la quale il protagonista, diventando soggetto di canto, possa, refreindre il proprio dolur, possa, come interpreta Howard Bloch, quietare il proprio dolore attraverso il proprio canto che non potrà che essere – visto che è un refraindre – un monotono e continuo refrain10. Guildeluec – la donna della terra di qua, del mondo reale – sconvolge questa logica – di Eliduc e del lettore – in un modo che può a tutta prima apparire un puro atto di remissione, di sacrificio, di pietosa carità, come spesso e a lungo, ed anche giustamente, s’è detto; in vero però Guildeluec non fa che assumere il proprio ruolo, quello che la storia le ha dato: quello appunto di essere un dato, ‘il’ dato, reale. La nuova tempesta, la silenziosa e serena tempesta, che ella ora scatena, consiste in una operazione che ella compie su se stessa. Rinunciando al mondo e lasciando il secolo, e rendendo al marito la libertà di avere l’altra: l’ ‘altra’ donna dell’ ‘altra’ terra, ella fet sun chief veler (v.1142): pone cioè sul proprio capo, dopo averlo liberamente scelto, il velo monacale, mentre lui, Eliduc, costruirà il monastero, dove ella vivrà la sua nuova vita contemplativa, nel luogo stesso in cui  egli avrebbe invece voluto costruire il freddo monumento su cui perpetuare, nel monotono refrain, il proprio rimpianto per l’ideale irrealizzato. Guildeluec, ovvero la ‘realtà’, pone, o meglio fa porre se stessa, proprio in quanto realtà, dietro un velo, diventando insomma realtà velata, e pertanto realtà significata, diventando, per meglio dire, che è poi lo stesso, verità: la verità di questa storia. Ponendosi come realtà da scoprire, da rivelare…., da interpretare, ma che anche allo stesso tempo interpreta, Guildeluec può far rivivere ciò che è il suo doppio, Guilliaidun: l’ideale; e infine assimilarlo a sé. Il canto, il refrain…. il lai… di Eliduc, insomma tutta questa storia, diventa  auto-interpretativa, si pone cioè come l’interpretazione di se medesima, operando secondo quel «gloser la lettre» che è proprio della poetica di Marie.

L’episodio della tempesta che segnava il fondamentale trapasso dal piano della lettera a quello del traslato, trova, nell’episodio finale, una reduplicazione che lo abbraccia e lo sorpassa ricalcandone metaforicamente i contorni e così consolidandoli: la verità che durante la tempesta era, pur se fortemente affermata, soltanto intravista e intuita, assume alla fine il proprio statuto di esistenza e, se è permesso dirlo, di funzionamento. Il senso di una verità, che si affermava nella tempestosità dell’essere, a metà fra il letterale e il traslato, trova definitivo assestamento nella quiete della serena tempesta che è il (ri)generarsi – continuo – del senso.

NOTE

1 Il tema è certamente presente, se non altro, nel Guigemar e nel Lanval, dove appare evidente l’esser preso del protagonista fra due personaggi femminili fra i quali egli deve operare una scelta; e in entrambi i lais le due donne si ponevano come rappresentanti di mondi diversi e in alterità: il reale e l’immaginario; sicché i due lais possono essere considerati come la modulazione del medesimo tema, e il nostro, l’Eliduc, un successivo ritornare al tema medesimo con un altra prospettiva: prospettiva che sembrerebbe voler sanare la dimensione di pessimismo, o quanto meno di attesa e sospensione che si era creata nel Lanval con il suo inaspettato e in qualche modo enigmatico finale.

Ciò anche perché sembra mutarsi ancora una volta la valenza discorsivo-testuale che governa il complesso del componimento poetico. Se infatti il Guigemar sembra essere la messa in campo del simbolo quale unico elemento capace di tenere insieme immaginario e reale, attraverso il pleit-plait – ossia, come abbiam visto sopra, attraverso il legame annodato tramite il patto fra i due termini antonimi; se il Lanval d’altra parte trasferisce la possibilità di realizzazione dell’immaginario su di una dimensione allegorica: la dama fata ‘immaginata’ da Lanval può essere riconosciuta e ‘vista’ da un’intera società, qualora ella si ponga quale allegoria della verità; se così dunque è per il Guigemar e per il Lanval, nell’Eliduc invece le due figure femminili risultano, entrambe, appartenere del  tutto al mondo reale; e nessuna delle due  risulta essere il prodotto di un’attività onirica o volta al fantastico – come era stato per la dama-fata del Lanval, o per la dama dell’ ‘altra terra’ del Guigemar. Se nel corso di questo lavoro ci riferiremo a Guilliadun come al rappresentante dell’immaginario (del desiderio) e/o come all’ ‘altra donna’, alla donna dell’ ‘altra terra’, ciò sarà perché è in tale maniera che viene investita, nel testo (dal testo), dal protagonista Eliduc: è lui che la vive, la trasfigura, tramite il desiderio, come donna altra; e la terra di lei viene vista, fin dal primo momento e prima ancora che Guilliadun entri in scena, come la terra che, pur ben reale – si tratta dell’altra sponda della Manica ! – viene eletta da Eliduc quale terra nella quale egli possa evadere da una condizione di ristrettezza morale. Se il nostro lai supera, come abbiamo già detto, la prospettiva aperta di  volta in volta dagli altri due – e soprattutto la prospettiva lanvaliana, incline al pessimismo, e comunque dal tono enigmatico e sospeso – ciò è perché le due dimensioni, l’immaginario e il reale, cui le due donne fanno capo, non sono più valenze del testo che il lettore deve interpretare in quanto tali, ma modi d’essere del protagonista che i coprotagonisti – anzi, le coprotagoniste ! – saranno chiamate, Guildeluec soprattutto, a render chiari a se stesse: … e a lui! Le due donne devono cioè comprendere – per sé e per lui – le rispettive posizioni di significasto che, nei fatti, egli ha loro imposto; devono insomma compiere  un atto interpretativo. Dalla necessità del simbolo, attraverso l’enigma dell’allegoria, si passa, qui nell’Eliduc, alla pratica dell’interpretazione che si autorappresenta all’interno del testo stesso.

2 Cfr. E. SIENAERT, Les lais de Marie de France. Du conte merveilleux à la nouvelle psychologique, Paris, Champion, 1978, pp. 210-211 «Cette ascension [che porta verso l’umano] est la véritable disposition mentale du recueil entier. Ouvert par un lai merveilleux qui se termine par le bonheur perfait d’un héros devenu, après maintes péripéties, image de la perfection, il se referme  par un lai qui renie le merveilleux traditionnel pour une nouvelle conception de la merveille, non magique, mais chrétienne, non contraignante, mais librement consentie, non imposée du dehors, mais vécue de l’intérieur, et qui ne console pas par négation de la mort, mais par la trascendance de cette réalité inéluctable et par la restitution à cette réalité de son vrai sens de passage. Passant de la vérité merveilleuse, qui est evasion éphémère, à la vérité éternelle, le lai d’Eliduc retrouve en quelque sort le sens premier de l’aventure mythique.»

3 Si veda a questo proposito B.E. Fitz, The Storm Episode and the Weasel Episode: sacrificial Causistry in Marie de France’s Eliduc, “Modern Languages Notes», LXXXIX (1974), pp. 542-549: «The storm episode is a rather good example of what René Girard has called the sacrificial crisis.The sailor’s suggestion makes explicit the need to abate the violence that is threatening the entire community in a unanimous act of violence. The desire for unanimity is denoted by the sailor’s use of the first person plural pronoun: “Lessiez la nus geter en mer”. (verse 845; my italics) Guilliadun has qualities prerequisite for sacrificial victimage: Owing both to her sex and nationality she is different from the rest of the community, which is male and French, yet owing to her humanity she is like those whom her death will save.» (pp, 545-546)

4 “The sailor’s expulsion from the boat marks the reception of mercy for which the passengers clamored. This mercy does not come in the form of the storm’s being stilled, rather it comes as Eliduc’s decision to re-assume an active role. The obstacle to be overcome was not the storm per se, but the predicament that on the individual and social level deprived the community of an able leader.” ivi, p.547 [il primo corsivo è nostro].

5 Si veda, a proposito, il precedente capitolo sul Guigemar, e i saggi ivi citati: A. SALY, Observations sur le lai de Guigemar, in Mélanges …Charles Foulon t.I, cit. pp. 329- 339, e in particolare pp. 336-337; e Ch. MELA, Le Lai de Guigemar. “Selon la lettre et l’écriture”, ivi, t. II, pp. 193-202.

6 Cfr.  J. MATZKE, The Lay of Eliduc and the Legend of the Husband with two Wives, «Modern Philology», V (1907-1908), pp. 211-239; e inoltre, ID, The Source and Composition of Ille et Galeron, «Modern Pholology», IV (1906-1907), pp.471-479.

7 Cfr. W. A. TRINDADE, The Man With Two Wives.Marie de France and an Important Irish Analogue, «Romance Philology», XXVII (1973-1974), pp. 466-478: «It is therefore possible that Marie’s Lai of Eliduc (as well as Fresne) is modelled on a Breton story similar in structure to Marie’s finished version. The story seems to tell of one lady who has been wooded by a man and the sudden unexpected introduction of another, closely related or similarly named. Though rivals, the ladies are united in mutual consternation, but after this dénouement this situation is ultimately resolved. The title of the lai was Guildeluec ha Guilliadun because, as Marie states, the story was principally about the ladies rather than the hero, who may originally have appeared in a rather unflattering light.» (p.471)

8 Cfr. inoltre ivi p. 470: «Adding a Chrisian setting and her own peculiar concept of morality, then, Marie refashioned the story of Eliduc and added some plot elements absent from other variants of the Man with Two Wives tale. Matzke singled out the two episodes which engineer the turning points in the story, the shipwreck and the resuscitation, as the most important examples»; e si veda ancora più in là, p. 475-476: «We have noted that the Irish tale ends in the typical tragic death of the two ladies, and that such is not the case in the French lais. Though unhappy endings are not unknowren in the lais, many of them end with a formula like that in Guigemar: “A grant joie s’amie en meine: Ore ad trespassee sa peine”. Both in Fresne and in Eliduc the happy ending gives a certain impression of novelettish unreality; it is rather as if Marie, who like Thomas enjoed portraying motivation, found it difficult reconcile the desired happy ending with a traditional story, whose logical outcome could only be tragic. So in a sense the solution is imposed on the story»

9 Cfr. ivi pp. 472-473.

10 Cfr. H. BLOCH, New philology and Old French, «Speculum», LXV (1990), pp. 38-58. «To write or treat (traire) is to betray (traire); or to carry this idea further, to write immanence, whether figured as the body or the voice, is to betray it; or as in the case of the nightingale, [del Laustic] to ensnare and contain it in a laz, to kill it; and ultimately, to entomb the living voice in the dead letter of a text, to silence it.

This is why there are so many tombs in Marie’s works. […] the lai as a vestige or legs, [H. Bloch in questo stesso lavoro suggerisce l’omonimia-sinonimia della parola lai: che può significare sia ‘canto’, ‘poema, ecc., sia ‘lascito’] is the tomb of the voice and a monument to desire. Thus, in “Eliduc” the moment of the woman’s burialand the hero’s withdrawal from the world to the abbey is the moment he becomes a lyric poet: “Le jur que jeo vus enfuirai/ordre de moigne recevrai:/Sur vostre tumbe chescun jur/ferai refreindre ma dulur” (v. 947). […] Again the lai as legacy is the site of mourning of a loss, more precisely, of a loss of imagined plenitude.” (p. 57)

De s’imitassione de Cristos. Traduzione del De Imitatione Christi di Tommaso da Kempis ( ?) (1380 – 1471), ad opera di Giovanni Battista Casula, 1871.

De s’imitassione de Cristos.

Traduzione del De Imitatione Christi di Tommaso da Kempis ( ?) (1380 – 1471), ad opera di

Giovanni Battista Casula, 1871.

Pubblicato in ASDCA “Notiziario dell’Archivio Storico Diocesano di Cagliari” Anno VIII, n° 16, giugno 2010

Tommaso da Kempis                                                                             De Imitatione Christi, Bruxelles, Bibliothèque royale

Può sembrare fuori tempo oggigiorno la riproposizione di un’opera quale L’imitazione di Cristo (De Imitatione Christi) attribuita, pur fra più di un dubbio a Tommaso di Kempis (al secolo Thomas Haemerkken) (1380 – 1471), mistico, tedesco di nascita – nato a Kempen appunto – ma vissuto per quasi tutta la vita nel monastero agostiniano di Monte Sant’Agnese presso Zwolle nella’archidiocesi di Utrecht. Fu monaco e copista, dunque dedito alla quiete meditazione e, se l’opera è sua – altri concorrenti alla paternità sono Jean Gerson (teologo francese contemporaneo di Tommaso) e Giovanni Gersen (monaco vercellese del XIII sec.) – per i monaci egli la scrisse. Opera di meditazione e di addestramento alla vita interiore e all’ascesi, con l’appello al contemptus mundi, e l’ammonizione, rivolta alla coscienza dei monaci, a guardare il mondo e la sapienza mondana come vanitas vanitatum: presunzione inammissibile se non rischiarata alla luce dell’umiltà dello spirito.

Può sembrare strano. Eppure L’imitazione di Cristo fu nel passato una delle opere più riprodotte, più stampate e più lette in Europa; fu guida spirituale per molti devoti e credenti, ed amata non solo da religiosi, come Teresa di Lisieux, o Jacques Bossuet che la definì il quinto evangelio, o ancora Giovanni XXIII, o da un laico quale Silvio Pellico che vi trovò conforto alla sua prigionia, ma perfino da un intellettuale, che certo religioso non poté né può dirsi, come Voltaire. Il fatto è che un’opera tanto grande e profonda come è questa, da un lato è comunque adiacente a temi e problemi che stanno al di fuori della problematica religiosa e mistico-ascetica, dall’altro mostra le pur obliterate ma profondamente cristiane, e direi pure monastiche, radici del pensiero e dell’intellettualità dell’Europea moderna. Il ripensamento dell’intellettualità, la necessità di ricondurre l’intelletto all’interiorità dell’uomo e allo scavo della coscienza sono infatti oggi appannaggio anche del pensiero che si autodefinisce ‘laico’. Attraverso quest’opera ritroviamo il pensiero agostiniano, le declinazioni poetico filosofiche di esso da parte del Petrarca, l’ansia della conoscenza piena attraverso e aldilà dei limiti dell’umano, l’insensatezza delle cure mondane, la necessità dell’abbandonarsi al divino che altro non è che l’autocoscienza e la consapevolezza del limite, il socratico “saper di non sapere”, ma con in più il desiderio insaziabile di un sapere, mancante alla classicità, che s’acqueta, all’infinito, solo in Dio. In quest’opera troviamo la matrice del pensiero ma pure della pratica devozionale della cristianità postridentina, e l’ispirazione di tanti poeti del tardo Cinquecento e del Seicento, di ispirazione religiosa e non, tra i quali mi piace ricordare il nostro Gerolamo Araolla, ma pure certo Giovanni Della Casa e Gabriel Fiamma e tutto il petrarchismo a lo divino.

Il De Imitatione Christi, scritto in latino, oltre aver avuto tante copie manoscritte ed edizioni a stampa, fu pure tradotto in molte lingue. Fra le tante vi fu anche una tradizione in lingua sarda; tardiva, certo, rispetto ad altre, ma non per questo meno significativa. L’opera fu infatti tradotta in Sardo da Giovanni Battista Casula ed edita col titolo De S’Imitassione de Cristos, a Sassari, per l’editore Chiarella nel 1871, e ristampata nel 1901. Oggi di tale traduzione appare una nuova edizione per le edizioni Papiros di Nuoro, curata da Tonino Cabizzosu e Matteo Porru. Giovanni Battista Casula, nato a Thiesi nel1802, laureato in Teologia a Sassari, fu canonico turritano, arciprete del Capitolo dell’Archidiocesi di Sassari, poi, sempre a Sassari, Vicario Generale e giudice sinodale.

Una fervente introduzione del Casula precede la traduzione da quest’ultimo approntata. Doppiamente fervida: nell’apologia della religione messa in pericolo – per usare le sue stesse parole, da riferirsi al contenuto e allo spirito dell’opera – da una ragione abbandonata a se stessa, e dunque vana e fallace, e dai tempi in cui egli operava, quali quelli di fine secolo XIX in cui l’anticlericalismo era diffuso e insistente; ma fervida pure essa è nell’apologia della lingua sarda. In quest’ultima il Casula vede uno strumento valido e opportuno per la diffusione del De imitatione Christi, in un’epoca in cui da un lato la cultura e l’alfabetizzazione va diffondendosi anche in Sardegna, ma in cui, pure, il Sardo resta la lingua compresa e impiegata dai più. Non si tratta però di una “dialettizzazione” di un’opera che aveva ormai un’aura eminente, il Casula tesse un plaidoyer in favore del Sardo, evidenziandone la storia e la nobiltà. Ciò facendo, egli si mostrava erede e continuatore di una lunga tradizione che i tempi unitari dell’italianità tendevano a far dimenticare o comunque a sminuire; ma a lui, uomo di Chiesa, era ben presente la tradizione dell’omiletica in Sardo, della poesia religiosa in limba, della grande tradizione del poetare, religioso o meno, nella lingua isolana. E insieme a tutto ciò era a lui presente il dibattito plurisecolare intorno alla lingua sarda, ai suoi tentativi (semi)riusciti di innalzamento al rango di lingua letteraria, per la creazione, questa sì riuscitissima, di un registro che trascendesse il quotidiano e che si ponesse come sovralocale, e individuava tale registro nel cosiddetto logudorese illustre che fu dell’Araolla e di Giovanni Spano. Di questi ultimi, ma, aggiungerei anche di Matteo Maria Madao e di Vincenzo Porru, egli tratteneva nella propria mente, ma pure nel proprio amore, la lezione. Il Sardo non è lingua inferiore a nessuna e del latino mantiene, fra le lingue moderne, la dignità, dopo essere passato attraverso il filtro della meditazione letteraria.

Una lezione anche per noi, Sardi del XXI secolo, la riproposizione di questa traduzione donataci dalla passione, dalla sapienza e dal coraggio di Tonino Cabizzosu e di Matteo Porru, oltre che delle Edizioni Papiros. Una lezione duplice: perché ripropone a un mondo troppo distratto dall’utile e dal vano, una meditazione che anche chi religioso non vuol dirsi, può, come già Voltaire, meditare e gustare e magari intrecciare e far interagire con il sapere e con la cultura ‘laica’. Ma pure perché ci pone davanti un bell’esempio di impiego della lingua sarda in un momento, come quello d’oggi, in cui questa è oggetto di dibattito, di attenzione da parte degli intellettuali – pur se molti di essi son distratti nei suoi confronti, e finanche ostili – ed anche della politica regionale che comincia a comprendere il significato e il valore di un bene culturale quale la lingua. La quale, tramite quest’opera ora riproposta, si riappropria, in maniera esemplare, di un suo documento e di un suo monumento.

maurizio virdis

THOMAS À KEMPIS (?) (1380 – 1471) DE IMITATIONE CHRISTI

THOMAS À KEMPIS (?)
(1380 – 1471)

DE IMITATIONE CHRISTI

Liber Primus
Admonitiones ad Vitam spiritualem utiles.

Cap. I. De imitatione Christi et contemptu mundi omniumque eius vanitatum.

1. Qui sequitur me non ambulat in tenebris dicit Dominus. Hæc sunt verba Christi, quibus admonemur quatenus vitam eius et mores imitemur, si volumus veraciter illuminari, et ab omni cæcitate cordis liberari. Summum igitur studium nostrum, sit in vita Jesu meditari.

2. Doctrina Ejus omnes doctrinas Sanctorum præcellit, et qui spiritum haberet absconditum ibi manna inveniret. Sed contingit quod multi ex frequenti auditu Evangelii parvum desiderium sentiunt, quia spiritum Chrisi non habent. Qui autem vult plene et sapide verba Christi intelligere, oportet ut totam vitam suam illi studeat conformare.

3. Quid prodest tibi alta de Trinitate disputare, si careas humilitate unde displiceas Trinitati? Vere alta verba non faciunt sanctum et justum, sed virtuosa vita efficit Deo carum. Opto magis sentire compunctionem quam scire definitionem. Si scires totam Bibliam, et omnium philosophorum dicta quid totum prodesset, sine charitate et gratia?Vanitas vanitatum et omnia vanitas præter amare Deum et illi soli fervire. Ista est summa sapientia per contemptum mundi tendere ad regna cælestia.

4. Vanitas igitur est divitias perituras quærere, et in illis sperare. Vanitas quoque est honores ambire, et in altum se extollere. Vanitas est carnis disideria sequi, et illud desiderare unde postmodum graviter oportet puniri. Vanitas est longam vitam optare, et de bona vita modicum curare. Vanitas est præsentem vitam solum attendere, et quæ futura sunt non prævidere. Vanitas est diligere quod cum omni celeritate transit, et illuc non festinare ubi sempiternum manet gaudium.

5. Stude ergo cor tuum ab amore visibilium abstrahere, et ad invisiblia te transferre. Nam sequentes suam sensualitatem maculant conscientiam, et perdunt Dei gratiam.

Cap. 2. De humili scire sui ipsius.

1. Omnis homo naturaliter scire desiderat. Sed scientia sine timore Dei quid importat? Melior est profecto Rusticus humilis, qui Deo fervit, quam superbus Philosophus, qui se neglecto cursum cæli confiderat. Qui bene se ipsum cognoscit sibi ipsi vilescit, nec laudibus delectatur humanis. Si scirem omnia quæ in mundo sunt, et non essem in charitate, quid me juavert coram Deo, qui me judicaturus est ex facto?

2. Quiesce a nimio discendi desiderio, quia ibi magna incitatur distractio et deceptio. Scientes volunt libenter docti videri et sapientes dici. Multa sunt, quæ scire animæ parum vel nihil prodest. Et valde insipiens est, qui aliquibus magis intendit, quam his quæ saluti suæ deserviunt. Multa verba non satiant animam, sed bona vita refigerat mentem, et pura conscientia magnam ad Deum præstat confidentiam.

3. Quanto plus et melius scis, tanto gravius judicaberis inde nisi sancte vixeris. Noli ergo extolli de ulla arte vel scientia, sed potius time de data tibi notitia. Si tibi videtur quod multa scias et fatis bene intelligas, scito tamen quia sunt multo plura quæ nesci. Noli sapere altum, sed ignorantiam tuam magis fatere. Quid te vis alicui præferre, cum plures doctiores te inveniantur, et magis in lege periti. Si vis aliquid utiliter scire, et discere, ama nesciri, et pronihilo reputari.

4. Hæc est altissima et utilissima lectio, sui ipius vera cognitio, et despectio. De se ipso nihil tenere, et de aliis semper bene et alte sentire magna sapientia est, et perfectio. Si videres aliquem aperte peccare, vel aliqua gravia perpetrare, non deberes te meliorem exstimare. Omnes fragiles sumus, sed tu niminem fragiliorem te ipso tenebis.

Cap. 3. De doctrina veritatis.

1. Felix quem Veritas per se ipsam docet, non per figuras et voces transeuntes, sed sicuti se habet. Nostra opinion, et noster sensus sæpe nos falllit, et modicum videt. Quid prodest magna cavillatio de occultis, et obscuris rebus de quibus nec argueur in judicio, quia ignoravimus? Grandis insipientia quod neglectis utilibus, et necessariis, ultro intendimus curiosis, et damnosis. Oculos habentes, non videmus.

2. Et quid nobis de generibus et speciebus, cui æternum Verbum loquitur a multis opinionibus expeditur. Ex uno Verbo omnia, et unum loquuntur omnia et hoc estPrincipium quod et loquitur nobis. Nemo sine illo intelligit, aut recte judicat. Cuit omnia unam sunt, et qui omnia ad unum trahit, et omnia in uno videt, potest stabilis esse, et in Deo pacificus permanere. O veritas Deus, fac me unum tecum in charitate perpetua. Tædet mihi sæpe multa legere, t audire: in te toum est, quod volo et desidero. Taceant omnes doctores, sileant universæ creaturæ in conspectu tuo, tu mihi loquere solus.

3. Quanto magis aliquis unitus, et interius implicatus fuerit, tanto plura et altiora sine labore intelligit quia desuper lumen intelligentiæ accipit. Purus simplex et stabilis in multis operibus non dissipatur, quia omnia ad Dei honorem operatur, et in se otiose ab omni propria exquisitione esse nititur. Quis te magis impedit, et molestat quam tua immortificata cordis affectio? Bonus et devotus homo, opera sua intus prius disponit, quæ foris agere debet, nec illa trahunt ad desideria vitiosæ inclinationis, sed ipse inflectat ea ad arbitrium rectæ intentionis rationis. Quis habet fortius certamen, quam qui nititur vincere se ipsum? Et hoc deberet esse negotium nostrum, vincere scilicet se ipsum, et quotidie se fortiorem ipso fieri, atque in melius proficere.

4. Omnis perfectio in hac vita quamdam imperfectionem sibi habet annexam. Et omnis speculatio nostra quadam caligine non caret. Humilis tui cognitio certior via est ad Deum, quam profundæ scientiæ inquisitio. Non est culpanda scientia, aut quælibet rei notitia quæ bona est, in se confiderata, eet a Deo ordinata, sed præferenda est, semper bona conscientia, et vita, quia student magis plures scire quam bene vivere, ideo sæpe errant, et nullum vel modicum fructum ferunt.

5. O, si tantam adhiberent diligentiam ad extirpanda vitia, et virtutes inferendas, sicuti movendi quæstiones, non fierent tanta mala et scandala in populo nec tanta dissolutio in cænobiis. Certe adveniente e judicii, non quæretur a nobis quid legimus, sed quid fecimus; nec quam bene diximus, sed quam religiose visimus. Dic mihi, ubi sunt modo illi omnes Domini, et Magistri quos bene nosti dum adhuc bene viverent, et in studiis florerent? Jam eorum præbendas alii possident, et nescio utrum de eis recogitent. In vita sua aliquid videbantur et modo de illis tacetur.

6. O quam cito transit gloria mundi. Utinam vita eorum scientiæ concordasset eorum, tunc bene legissent et studuissent. Quam multi pereunt per vanam scientiam in hoc sæculo, qui parum curant de Dei fervitio. Et quia magis diligunt magni esse quam humiles, ideo evanuerunt in cognitationibus suis. Vere magnus est qui in si parvus est et pro nihilo omne culmen honoris ducit. Vere prudens est qui omnia terrena arbitratur uti stercora ut Christum lucrifaciat. Et vere bene doctus est qui Dei voluntatem facit et suam voluntatem relinquit.

Cap. 4. De prudentia in agendis.

1. Non est credendum omni verbo nec instinctui sed caute et longanimiter, res est fecundum Deum ponderanda. Proh dolor sæpe malum facilius quam bonum de alio creditur et dicitur ita infirmi sumus. Sed perfecti viri non facile credunt omni enarrant, quia sciunt humanam fragilitatem imo infirmitatem ad malum proclivem et in verbis fatis labilem.

2. Magna sapientia est non esse præcipitem in agendis, nec pertinaciter in sensibus stare. Ad hanc etiam non pertinet quibuslibet hominum verbis credere nec audita vel credita mox ad aliorum aures effundere.

3. Cum sapiente et sententioso viro consilium habe, et quære potius a melioribus instrui, quam tuas adinventiones sequi. Bona vita facit hominem sapientem secundum Deum, et expertum in multis. Quanto quis in se humilior fuerit, et Deo subjectior, tanto in omnibus erit sapientior et pacatior.

Cap. 5. De lectione scripturarum.

1. Veritas est in Scripturis sanctis quærenda, non eloquenda. Omnis Scriptura sacra eo spiritu debet legi, quo facta est. Quærere debemus potius utilitatem in Scripturis, quam subtilitatem sermonis. Ita libenter devotos et simplices libros legere debemus, sicut altos et profundos. Non te defendat auctoritas Scribentis utrum parvæ vel magnæ litteraturæ fuerit, sed amor puræ veritatis te trahat ad legendum. Non quæras quis hoc dixerit, sed quid dicatur attende.

2. Homines transeunt, sed veritas Domini manet in æternum. Sine personarum acceptione variis modis nobis loquitur Deus. Curiositas nostra sæpe nos impedit in lectione Scripturarum, cum volumus intelligere et discutere ubi simpliciter est transeundum. Si vis profectum haurire lege humiliter, simpliciter, et fideliter nec unquam velis habere nomen scientiæ. Interroga libenter, et audi tacens Sanctorum verba, nec displiceant tibi parabolæ Seniorum sine cause enim non proferuntur.

Cap. 6. De inordinatis affectibus.

1. Quandocumque homo inordinate aliquid appetit statim in se inquietus sit. Superbus et avarus nunquam quiescunt. Pauper et humilis spiritu in multitudine pacis conversatur. Homo qui necdum in se perfecte mortuus est, cito tentatur et vincitur in parvis et vilibus rebus. Infirmus in spiritu, et quodammodo adhuc carnalis ad sensibilia inclinatus, difficulter potest se a terrenis desideriis ex toto extrahere. Et ideo sæpe habet tristitiam cum se subtrahit. Leviter etiam dedignatur, si quis ei resistit.

2. Si autem profecutus fuerit quod concupiscitur, statim ex reatu conscientiæ gravatur, quia secutus est passionem suam, quæ nihil juvat ad pacem, quam quæsivit. Resistendo igitur passionibus invenitur vera pax cordis non autem serviendo eis. Non est ergo pax in corde hominis carnalis, non in homine in exterioribus dedito, sed in fervido spirituali.

Cap. 7. De vana spe et elatione fugienda.

1. Vanus est qui spem suam ponit in hominibus aut in creaturis. Non pudeat te aliis servire amore Domini nostri Jesu Christi, et pauperem in hoc sæculo videri. Non stes super teipsum, sed in Deo spem tuam constitue. Fac quod in te est, et Deus aderit bonæ voluntati tuæ. Non confidas in tua scientia, vel cujuscumque astutia viventi, sed magis in Dei gratia, qui humiles adjuvat, et de se præsumentes humiliat.

2. Non glorieris in divitiis si adsint, nec in amicis quia potentes sunt, sed in Deo qui omnia præstat, et se ipsum super omnia dare desiderat. Non te extollas de magnitudine vel pulchritudine corporis, quæ modica etiam infirmitate corrumpitur et foedatur. Non placeas tibi ipsi, de humilitate aut ingenio ne displiceas Deo, cujus est totum quidquid boni naturaliter habemus.

3. Non te reputes aliis meliorem, ne forte coram Deo deterior habearis qui scit quid est in homine. Non superbias de operibus bonis, quia aliter sunt judicia Dei quam hominum, cui sæpe displicet, quod hominibus placet. Si aliquid boni habueris, crede de aliis meliora, ut humilitatem conserves. Non nocet ut te hominibus supponas, nocet autem plurimum, si vel uni te præponas. Jugis pax cum humili, in corde autem superbi zelus et indignatio frequens.

Cap. 8. De cavenda nimia familiaritate.

1. Non omni homini reveles cor tuum, sed cum sapiente, et timente Deum age causam tuam? Cum juvenibus et extraneis rarus esto, cum divitibus noli blandiri, et coram magnatis non libenter appareas. Cum humilibus et simplicibus, cum devotis et morigeratis sociare, et quæ ædificationis sunt pertracta. Non sis familiaris alicui mulieri, sed in communi omnes bonas mulieres Deo commenda. Soli Deo et Angelis ejus opta familiaris esse, et hominum notitiam devita.

2. Charitas est habenda ad omnes, sed familiaritas non expedit. Quandoque accidit ut persona ignota ex bona fama lucescit, tum præsentia oculos intuentium offuscat. Putamus aliis placere ex convictione nostra, et incipimus magis displicere morum improbitate in nobis considerata.

Cap. 9. De obedientia et subjectione.

1. Valde magnum est in obedientia stare, sub Prælato se vivere, et sui juris non esse. Multo tutius est stare in subjectione, quam in prælatura. Multi sunt sub obedientia magis ex necessitate, quam ex charitate, et illi poenam habent, et leviter murmurant, nec libertatem mentis acquirent, nisi ex toto corde propter Deum se subjiciant. Curre hic vel ibi non invenies requiem, nisi in humili subjectione sub Prælati regimine. Imaginatio locorum, et mutatio multos fefellit.

2. Verum est quod unusquisque libenter agit pro sensu suo et inclinatur ad eos magis qui secum sentiunt. Sed si Christus est inter nos, tunc necesse est, ut relinquamus etiam nostrum sentire propter bonum pacis. Quis est ita sapiens, qui omnia plene scire possit? Ergo noli nimis in sensu tuo confidere, sed velis etiam aliorum sensum audire. Si bonum est tuum sentire, et hoc ipsum propter Deum dimittis, et alium sequeris, magis inde proficies.

3. Audivi enim sæpe, securius esse audire, et accipere consilium quam dare. Potest enim contingere ut bonum fit uniuscujusque sentire, sed nolle aliis acquiescere, cum id ratio aut causa postulat, signum est superbiæ aut pertinaciæ.

Cap. 10. De superfluitate verborum.

1. Caveas tumultum hominum, quantum potes. Multum nam impedit tractatus fæcularium gestorum, etiamsi simplici intentione proferantur. Cito enim inquinamur vanitate et captivamur. Vellem me pluries tacuisse, et inter homines non fuisse. Sed quare tam frequenter loquimur, et invicem fabulamur, cum tamen sine læsione conscientiæ raro ad silentium redimus? Ideo tam frequenter loquimur, quia per multas locutiones ad invicem consolari quærimus, et cor diversis cogitationibus fatigatum optamus relevare, et multum libenter, de his quæ diligimus, seu cupimus, vel quæ nobis sentimus contraria, libet loqui et cogitare.

2. Sed proh dolor sæpe inaniter, et frustra. Nam hæc exterior consolatio interioris et divinæ consolationis non modicum detrimentum est. Ideo vigilandum est et orandum ne tempus otiose transeat. Si loqui licet et expedit, quæ ædificabilia sunt loquere. Malus usus et negligentia profectus nostri multum facit ad incustodiam oris nostri. Juvat tamen non parum ad profectum spiritualem devota spiritualium rerum collatio, maxime ubi pares animo et spiritu in Deo sibi sociantur.

Cap. 11. De pace quærenda, et zelo proficiendi.

1. Multam possumus pacem habere, si volumus nos cum aliorum dictis et factis quæ ad nostram curam non spectant non occupare. Quomodo potest ille in pace die permanere, qui alienis curis se intermiscet, qui occasiones forinsecus quærit, qui parum vel raro se intrinsecur colligit? Beati simplices, quoniam multam pacem habebunt.

2. Quare quidam Sanctorum tam perfecti et contemplativi fuerunt? quia mortificari omnino ab omnibus terrenis desideriis studuerunt, et ideo totis medullis cordis Deo inhærere, atque sibi libere vacare potuerunt. Nos nimium propriis occupamur passionibus, et de transitoriis nimis sollicitamur. Raro nam vitium unum perfecte vincimus, et ad quotidianum profectum non attendimus, ideo frigidi et tepidi remanemus.

3. Si essemus nobismetipsis perfecte intenti, et exterius minime implicati, tunc possemus etiam divina sapere, et de cælesti contemplatione aliquid experiri. Totum et maximum impedimentum est, quia non sumus a passionibus, et concupiscentiis liberi, nec perfectam viam Sanctorum conamur ingredi. Quando etiam modicum adversitatis occurit, nimis cito dijicimur, et ad humanas consolationes convertimur.

4. Si niteremur sicut viri fortes stare in proelio, profecto auxilium Dominii super nos videremus de cælo. Ipse nam certantes, et de sua gratia sperantes paratus est adjuvare, qui nobis certandi occasiones procurat, ut vincamus. Si tantum in istis exterioribus observantiis profectum religionis ponimus, cito finem habebit devotio nostra. Sed ad radicem securim ponamus, ut purgati a passionibus pacificam mentem possideamus.

5. Si omni anno unum vitium extirparemus, cito viri perfecti efficeremur. Sed modo contrario sæpe sentimus ut meliores, et puriores in initio conversionis nos fuisse inveniamus quam post multos annos prosessionis. Fervor et profectus noster quotidie deberet crescere, sed nunc pro magno videtur si quis primi fervoris partem possit retinere. Si modicam violentiam faceremus in principio, tunc omnia possemus facere cum levitate et gaudio.

6. Grave est assueta dimittere, et gravius est contra propriam voluntatem ire. Sed si non vincis parva et levia, quando superabis difficiliora? Resiste in principio inclinatini tuæ, et malum defere consuetudinem, ne forte paulatim ad majorem te ducat difficultatem. O si adverteres quantum tibi pacem et aliis lætitiam faceres, temetipsum bene habendo, puto quod sollicitior esses ad spiritualem profectum.

Cap. 12. De utilitate adversitatis.

1. Bonum nobis est, quod aliquando habeamus aliquas gravitates et contrarietates, quia sæpe hominem ad cor revocant, quatenus se in exilio esse cognoscat, nec spem suam in aliqua mundi re ponat. Bonum est quod patiamur quandoque contradictiones, et male et imperfecte de nobis sentiatur, etiamsi bene agimus, et intendimus. Ista sæpe juvant ad humilitatem, et a vana gloria nos defendunt. Tunc enim melius interiorem testem Deum quærimus, quando foris vilipendimur ab hominibus, et non bene de nobis creditur.

2. Ideo deberet se homo totaliter firmare, et non esset ei necesse multas consolationes quærere. Quando homo bonæ voluntatis tribulatur vel tentatur aut malis cogitationibus affligitur, tunc Deum magis sibi necessarium intelligit, sine quo nihil omnino se posse testatur. Gemit et orat pro miseriis quas patitur. Tunc tædet eum diutius vivere, mortem optat venire, ut possit dissolvi, et esse cum Christi. Tunc etiam bene advertit securitatem et plenam pacem in mundo non posse stare.

Cap. 13. De resistendis tentationibus.

1. Quamdiu in mundo vivimus sine tribulatione et tentatione esse non possumus. Unde in Job scriptum est: Tentatio est vita hominis super terram. Ideo unusquisque sollicitus esse deberet circa tentationes suas, et vigilare in orationibus, ne Diabolus inveniret locum decipiendi, qui nunquam dormitat, sed circuit quærens quem devoret. Nemo tam sanctus et perfectus est, qui non habeat aliquando tentationes, et plene eis carere non possimus.

2. Sunt tamen tentationes hominibus valde utiles, licet molestæ sint et graves, quia in his homo humiliatur, purgatur et eruditur. Omnes Sancti per multas tribulationes et tentationes transierunt et profecerunt, et qui tentationes sustinere nequiverunt, reprobi facti sunt, et defecerunt. Non est aliquis ordo tam sanctus, et locus tam secretus, ubi non sint tentationes et adversitates.

3. Non est homo securus a tentationibus totaliter, quam diu vixerit, quia in nobis est unde tentamur. Ex quo in concupiscentia nati sumus, una tribulatione vel tentatione recedene alia supervenit, et semper aliquid ad patiendum habemus. Nam bonum felicitatis perdidimus. Multi quærunt tentationes fugere, et gravius incidunt in eas. Per solam fugam non possumus vincere, sed per patientiam et veram humilitatem, omnibus hositbus efficimur fortiores.

4. Qui tantummodo exterius declinat, nec radicem evellit, parum proficiet, imo citius ad eum tentationes redient, et pejus sævient. Paulatim, et per patientiam cum longanimitate Deo juvante melius superabis, quam cum duritia et importunitate propria. Sæpe accipe consilium in tentatione, et cum tentato noli duriter agere, sed consolationes ingere, sicut tibi optares fieri.

5. Initium omnium malarum tentationum inconstantia animi est, et parva ad Deum confidentia, quia sicut navis sine gubernaculo hinc inde a fluctibus impellitur, ita homo remissus, et suum propositum deferens varie tentatur. Ignis probat ferrum, et tentatio hominem justum. Nescimus sæpe quid possumus, sed tentatio aperit quid sumus. Vigilandum tum præcipue circa initium tentationis, quia tunc facilius hostis vincitur, si ostium mentis nullatenus intrare finitur, sed extra limen statim ut pulsaverit illi obviatur. Unde quidam dixit, Principiis obsta, sero medicina paratur. Nam primo occurrit menti simplex cogitatio, deinde fortis imaginatio, postea delectatio, et motus pravus, et assensio, sicque paulatim hostis malignus ex toto ingreditur, dum illi non resistitur in pricipio. Et quanto diutius ad resistendum quis torpuerit, tanto in se quotidie debilior fit, et hostis contra eum potentior.

6. Quidam in principio conversionis suæ graviores tentationes patiuntur, quidam in fine, quidam quasi per totam vitam suam male habent. Nonnulli fatis leviter tentantur, secundum divinæ ordinationis sapientiam et æquitatem, quæ statum, et hominum merita pensat, et cuncta ad electorum suorum salutem præordinat.

7. Ideo non debemus desperare, cum tentamur, sed eo ferventius Deum exorare, quatenus dignetur in omni tribulatione nostra nos adjuvare, qui utique, secundum dictum S. Pauli,etiam faciet cum tentatione proventum, ut possimus sustinere. Humiliemus ergo animas nostras sub manu Dei in omni tentatione et tribulatione, quia humiles spiritu salvabit, et exultabit.

8. In tentationibus et tribulationibus probatur homo quantum profecit, et ibi majus meritum existit, et virtus melius patescit. Nec magnum est, si homo devotus fit, et fervidus, cum gravitatem non sentit, sed si tempore adversitatis patienter se sustinet, spes magni profectus erit. Quidam a magnis tentationibus custodiuntur, et in quotidianis tam sæpe vincuntur, ut humiliati, nunquam de se ipsis in magnis confidant, qui in tam modicis infirmantur.

Cap. 14. De temerario judicio vitando.

1. Ad te ipsum oculos reflecte et aliorum facta caveas judicare. In judicando alios homo frustra laborat, sæpius errat, et leviter peccat. Se ipsum vero judicando et discutiendo semper fructuose laborat. Sicut nobis res cordi est, sic de ea frequenter judicamus. Nam verum judicium propter privatum amorem faciliter perdimus. Si Deus semper esset pura intentio desiderii nostri, non tam faciliter turbaremur pro resistentia sensus nostri.

2. Sed semper aliquid ab intra latet, vel etaim ab extra concurrit, quod nos etiam pariter trahit. Multi occulte se ipsos quærunt in rebus, quas agunt, et nesciunt. Videntur etiam in bona pace stare, quum res pro eorum velle fiunt. Propter diversitatem sensuum, et opinionum satis frequenter oriuntur diffensiones inter amicos et cives, inter religiosos et devotos.

3. Antiqua consuetudo difficulter relinquitur et ultra proprium videre nemo libenter ducitur. Si rationi tuæ magis inniteris vel industriæ, quam virtuti subjectivæ Jesu Christi, raro et trade eris homo illuminatus, quia Deus vult nos sibi perfecte subjicii, et omnem rationem per inflammatum amorem transcendere.

Cap. 15. De operibus ex charitate factis.

1. Pro nulla re mundi, et pro nullius hominis dilectione aliquod malum est faciendum. Sed pro utilitate indigentis bonum opus aliquando intermittendum aut quandoque pro meliori mutandum. Hoc nam facto opus bonum non destruitur, sed in melius commutatur. Sine charitate opus externum non prodest quemquam. Quicquid autem ex charitate agitur quantumcumque etiam parvum sit, et despectum totum efficitur fructuosum. Magis si quidem Deus pensat ex quanto quis agit, quam quantum quis facit.

2. Multum quis facit, qui multum diligit. Multum facit qui rem bene facit. Bene facit, qui magis communitati, quam suæ voluntati fervit. Sæpe videtur esse charitas, et est magis carnalitas, quia carnalis inclinatio, propria voluntas, spes retributionis, affectus voluntatis raro abesse volunt.

3. Qui veram et perfectam charitatem habet, in nulla re se ipsum quærit, sed Dei solummodo gloriam in omnibus fieri desiderat. Nulli etiam invidet, quia nullum privatum gaudium amat, nec in se ipso vult gaudere, sed in Deo super omnia optat bona beatificari. Nemini aliquid boni attribuit, sed totaliter ad Deum refert tota, unde omnia procedunt. In quo finaliter omnes Sancti fruibiliter quiescunt. O qui scintillam haberet veræ charitatis, perfecte omnia terrena sentiret plena vanitatis.

Cap. 16. De sufferentia defectuum aliorum.

1. Quæ rarissime homo in se vel in aliis emendare non valet, debet patienter sustinere, donec Deus aliter ordinet. Cogita quod sic forte melius est pro tua probatione et patientia, sine qua non sunt multum ponderanda merita nostra. Debes tamen pro talibus impedimentis supplicare, ut tibi dignetur Deus subvenire, ut possis benigne portare.

2. Si quis semel vel bis admonitus non acquiescit, noli cum eo contendere, sed totum Deo committe, ut fiat voluntas sua, et honor in omnibus servis suis, qui scit bene, malum in bonum convertere. Stude patiens esse in tolerando aliorum defectus, et qualescumque infirmitates, quia et tu multa habes, quæ ab aliis oportet tolerari. Si non potes te talem facere qualem vis, quomodo poteris alium habere ad beneplacitum tuum? Libenter videmus alios perfectos, sed tamen proprios non emendamus defectus.

3. Volumus quod alii districte corrigantur, et nos ipsi corrigi nolumus, aut negari quod petimus. Alios restringi per statuta volumus, et ipsi nullatenus patimur amplius cohiberi. Sic ergo patet, quam raro proximum, sicut nos ipsos pensamus. Si omnes essent perfecti quid tunc haberemus ab aliis pro Deo pati?

4. Nunc autem Deus sic ordinavit, ut discamus alter alterius onera portare, quia nemo sine defectu, nemo sine onere, nemo sibi sufficiens, nemo sibi satis sapiens, sed oportet invicem portare, invicem consolari, pariter adjuvare, et ammonere. Quantas autem virtutes quisque fecerit, melius patet occasione adversitatis. Occasiones namque hominem fragilem non faciunt, sed qualis sit, ostendunt.

Cap. 17. De monastica vita.

1. Oportet ut discas te ipsum in multis frangere, si vis pacem et concordiam cum aliis tenere. Non est parvum in onasteriis, vel in congregatione habitare, et in illis sine querela conversari, et usque ad mortem fidelis perseverare. Beatus qui ibidem bene visit, et feliciter consummavit. Si vis debite stare et proficere, teneas te tanquam exulem et peregrinum super terram. Oportet te stultum fieri propter Christum, si vis religiosam ducere vitam.

2. Habitus et tonsura modicum faciunt, sed mutatio morum et integra mortificatio passionem verum faciunt religiosum. Qui aliud quærit, quam pure Deum, et animæ suæ salutem, non inveniet nisi tribulationem et dolorem. Non potest etiam diu stare pacificus, qui non nititur esse minimus, et omnibus subjectus. Ad serviendum venisti, non ad regendum, ad paciendum et laborandum scias te vocatum, non ad otiandum, vel fabulandum. Hic ergo probantur homines sicut aurum in fornace. Hic nemo potest stare nisi ex toto corde si voluerit propter Deum humiliare.

Cap. 18. De exemplo Sanctorum Patrum.

1. Intuere Sanctorum Patrum vivida exempla, in quibus vera perfectio fulsit, et videbis quam modicum sit, et vere nihil, quod nos agimus. Heu quid est vita nostra, si illis fuerit comparata. Sancti et amici Christi Dominio servierunt in fame et siti, in frigore et nuditate, in labore et fatigatine, in vigiliis et jejuniis, in orationibus et sanctis meditationibus, in persecutionibus et opprobriis multis.

2. O quam multas, et graves tribulationes passi sunt Apostoli, Martyres et Confessores, Virginies et reliqui omnes, qui Christi vestigia voluerunt sequi. Nam animas suas in hoc mundo oderunt, ut in vitam æternam eas possiderent. O quam strictam et abdicatam vitam sancti Patres in eremo duxerunt, quam longas, et graves tentationes pertulerunt: quam frequenter ab inimico vexati sunt, quam graves, et fervidas orationes Deo obtulerunt, quam rigidas abstinentias peregerunt, quam magnum zelum, et fervorem ad spiritualem profectum habuerunt, quam forte bellum adversus edomationem vitiorum gesserunt, quam puram, et rectam intentionem ad Deum tenuerunt, per diem laborabant, et noctibus orationi diutinæ vacabant: quamquam laborando ab oratione mentali minime cessarent.

3. Omne tempus utiliter expendebant, omnis hora ad vacandum Deo brevis videbatur. Et præ magna dulcedine contemplationis, etiam oblivioni tradebatur necessitas corporalis refectionis. Omnibus divitiis, dignitatibus, honoribus, amicis et cognatis renuntiabant. Nihil de mundo habere cupiebant: vix necessaria vitæ sumebant, corpori servire etiam in necessitate dolebant. Pauperes igitur erant rebus terrenis, sed divites valde in gratia, et virtutibus. Foris egebant, sed intus gratia, et consolatione divina reficiebantur.

4. Mundo erant alieni, sed Deo proximi, ac familiares amici. Sibi ipsis videbantur tanquam nihili, et huic mundo dispecti, sed erant in oculis Dei prætiosi, et delecti. In vera humilitate stabant, in simplici obedientia vivebant, in charitate et patientia ambulabant, et ideo quotidie proficiebant, et magnam apud Deum obtinebant gratiam. Dati sunt in exemplum omnibus Religiosis et plus provocare nos debent ad bene proficiendum, quam tepidorum numerus ad relaxandum.

5. O, quantus fervor omnium Religiosorum in principio suæ sanctæ institutionis fuit; o, quanta devotio orationis, quanta æmulatio virtutis, quam magna disciplina viguit, quanta reverentia et obedientia sub regula in omnibus floruit. Testantur adhuc vestigia derelicta, quod vere viri sancti et perfecti fuerunt, qui tam strenue militantes, mundum suppeditaverunt. Jam magnus utique putatur, si quis transgressor non fuerit, si quis quod accepit cum patientia tolerare potuerit.

6. O, tepor et negligentia status nostri, quod tam cito declinamus a pristino fervore et jam tædet vivere præ lassitudine et tepore. Utinam in te penitus non dormiret profectus virtutum, qui multa sæpius exempla vidisti devotorum.

Cap. 19. De exercitiis boni Religiosi.

1. Vita boni Religiosi omnibus virtutibus pollere debet, ut sit talis interius qualis ab hominibus videtur exterius. Et multo plus debet esse intus, quam quod cernitur foris, quia inspector noster est Deus quem summopere revereri debemus ubicumque fuerimus, et tamquam Angeli in conspectu ejus mundi incedere. Omni die renovare debemus propositum nostrum, et ad fervorem nos excitare, quasi hodie primum ad conversionem venissemus ac dicere: Adjuva me Deus in bono proposito et sancto fervitio tuo, et da mihi nunc hodie perfecte incipere, quia nihil est, quod hactenus feci.

2. Secundum propositum nostrum est cursus profectus nostri, et multa diligentia opus est bene proficere volenti. Quod si fortiter proponens sæpe deficit, quid faciet ille qui raro aut minus fixe aliquid proponit? Variis tamen modis contingit defertio propositi nostri. Et levis omissio exercitiorum vix sine aliquo dispendio transit. Justorum propositum in gratia potius Dei, quam in propria patientia pendet. In quo et semper confidunt quidquid arripiunt. Nam homo proponit, sed Deus disponit, nec est in homine via ejus.

3. Si pietatis causa, aut fraternæ utilitatis proposito, quandoque consuetum omittitur exercitium, facile postea poterit recuperari. Si autem tædio animi, vel negligentia faciliter relinquitur, satis culpabile est et nocivum sentitur. Conemur quantum possumus, adhuc leviter deficiemus in multis. Semper tamen aliquid certi proponendum est, et proponenda sunt illa præcipue quæ amplius nos impediunt. Exteriora nostra et interiora pariter nobis scrutanda sunt, et ordinanda, quia utraque expediunt ad proprium profectum.

4. Si non continue te vales colligere, saltem interdum, et ad minus semel in die, mane videlicet aut vespere. Mane propone, vespere discute mores tuos, qualis hodie fuisti in verbo, opere et cogitatione, quia in his forsan Deum sæpius offendisti ex proximum. Accinge te sicut vir fortis contra diabolicas nequitias, fræna gulam et omnem carnis inclinatinem facilius frænabis. Numquam sis ex toto otiosus, sed aut legens, aut scribens, aut orans, aut meditans, aut aliquid utilitatis pro communi laborans. Corporalia tamen exercitia discrete sunt agenda, nec omnibus æqualiter assumenda.

5. Quæ communia non sunt, non sunt foris ostendenda, nam in secreto tutius exercentur privata. Cavendum tamen ne piger sis ad communia, et ad singularia promptior. Sed expletis integre et fideliter debitis, et injunctis, si jam ultra tempus vacat, redde te tibi, prout tua devotio desiderat. Non possunt omnes habere exercitium unum, sed aliud isti, aliud illi magis deservit, et pro temporis congruentia diversa placent exercitia, quia alia in festis, alia in feriatis magis sapiunt diebus, aliis indigemus tempore tentationis, et aliis tempore pacis et quietis. Alia, cum tristamur, libet cogitare, et alia, cum læti in Domino fuerimus.

6. Circa principalia festa renovanda sunt bona exercitia, et Sanctorum suffragia ferventius imploranda. De festo in festum proponere debemus quasi tunc de sæculo migraturi, et ad æternum festum perventuri. Ideoque sollicite nos præparare debemus in devotis temporibus, et devotius conversari, atque omnem observantiam strictius custodire, tanquam in brevi laboris nostri præmium a Deo percepturi.

7. Et si dilatum fuerit, credamus nos minus bene paratos, atque indignos tantæ gloriæ, quæ revelabitur in nobis tempore præfinito et studeamus nos melius ad exitum præparare. Beatus servus ait Evangelista Lucas, quem, cum venerit Dominus, invenerit vigilantem. Amen dico vobis, super omnia bona sua constituet eum.

Cap. 20. De amore solitudinis et silentii.

1. Quære aptum tempus vacandi tibi, de beneficiis Dei frequenter cogita. Relinque curiosa, tales potius perlege materias, quæ compunctionem magis præstent quam occupationem. Si te subtraxeris a superfluis locutionibus et curiosis circuitionibus nec non a novitatibus et remoribus audiendis, invenies tempus sufficiens et aptum bonis meditationibus insistendis. Maximi Sanctorum humana consortia ubi poterant vitabant et Deo in secreto vivere eligebant.

2. Dixit quidam: Quoties inter homines fui, minor homo redii. Hoc sæpius experimur, quando diu confabulamur. Facilius est enim tacere quam in verbo non excedere. Facilius est domi latere quam foris se posse sufficienter custodire. Qui igitur intendit ad interiora et spiritualia pervenire, oportet eum cum Jesu a turba declinare. Nemo secure apparet nisi qui libenter latet. Nemo secure præcipit nisi qui obedire didicit. Nemo secure gaudet nisi qui testimonium bonæ conscienitæ habet.

3. Semper tamen Sanctorum securitas plena timoris Dei extitit. Nec eo minus solliciti et humiles in se fuerunt, quia magnis virtutibus et gratia emicuerunt. Pravorum autem securitas ex superbia et præsumptione oritur et in fine in desperationem sui vertitur. Nunquam promittas tibi securitatem in hac vita, quamvis bonus videaris Coenobita, aut bonus Eremita.

4. Sæpe meliores in existimatione hominum magis periclitati sunt propter nimiam suam confidentiam. Unde multum utilius est, ut non penitus tentationibus careant, sed sæpius impugnentur ne nimium securi sint, ne forte in superbiam eleventur, ne etiam ad exteriores consolationes licentius declinent. O, qui nunquam transitoriam lætitiam quæreret, qui nunquam cum mundo se occuparet, quam bonam conscientiam servaret. O, qui omnem vanam sollicitudinem amputaret, et duntaxat salutaria ac divina cogitaret, et totam spem suam in Domino constitueret, quam magnam pacem et quietem possideret.

5. Nemo dignus est cælesti consolatione, nisi diligenter se exercuerit in sancta compunctione. Si vis corde tenus compungi, intra cubiculum tuum, et exclude tumultus mundi. Sicut scriptum est, In cubilibus vestris compungimini. In cella invenies, quod de foris sæpius amittes. Cella continuata dulcescit et male custodita tædium generat. Si in principio conversationis tuæ bene eam incolueris, et custodieris, erit postea tibi amica dilecta, et gratissimum solatium.

6. In silentio et quiete proficit anima devota, et discit abscondita Scripturarum. Ibi invenit fluenta lacrymarum, quibus singulis noctibus se lavet et mundet, ut Conditori suo tanto familiarior fiat, quanto longius ab omni sæculari tumultu degit. Qui ergo se substrahit a notis et amicis, approximabit illi Deus cum Angelis sanctis. Melius est latere et sui curam agere, quam se neglecto signa facere. Laudabile est homini religioso raro foras ire, fugere videri et nolle homines videre.

7. Quid vis videre, quod non licet habere? Transit mundus, et concupiscentia ejus. Trahunt desideria sensualitatis ad spatiandum. Sed cum hora transierit, quid nisi gravitatem conscientiæ, et cordis dispersionem portat? Lætus exitus tristem sæpe reditum parit et læta vigilia serotina triste mane facit. Sic omne carnale gaudium blande intrat, sed in fine mordet et perimit.

8. Quid potes videre alicubi, quod die potest sub solem permanere. Credis te forsitan satiari, sed non poteris pertingere. Si cuncta videres præsentia, quid esset, nisi visio vana? Leva oculos tuos ad Deum in excelsis, et ora pro peccatis tuis, et negligentiis. Dimitte vana vanis, tu autem intende illis, quæ tibi præcepit Deus. Claude super te ostium tuum, et voca ad te Jesum dilectum tuum. Mane cum eo in cella, quia non invenies alibi tantam pacem. Si non exisses nec quidquam de rumoribus audisses, melius in bona pace permansisses. Ex quo nova delectaris aliquando audire, oportet te exinde turbationem cordis tolerare.

Cap. 21. De compunctione cordis.

1. Si vis aliquid proficere, conserva te in timore Dei et noli esse nimis liber. Sed sub disciplina cohibe omnes sensus tuos, nec ineptæ te tradas lætitiæ, da te ad cordis compunctionem, et invenies devotionem; compunctio multa bona aperit, quæ dissolutio cito perdere consuevit. Mirum est, quod homo possit unquam perfecte lætari in hac vita, qui suum exilium, et tam multa pericula animæ suæ considerat, et pensat.

2. Propter levitatem cordis et negligentiam defectuum nosrorum non senstimus animæ nostræ dolores, sed sæpe vane reddimus verba, quandomerito flere deberemus. Non est vera libertas, nec bona conscientia, nisi in timore Dei. Felix qui abjicere potest omne impedimentum distractionis, et ad unionem se redigere sanctæ compunctionis. Felix qui a se abdicat quidquid suam conscientiam maculare potest, vel gravare. Certa viriliter. Consuetudo consuetudine vincitur. Si tu scis homies dimittere, ipsi bene dimittent te, tua facta facere.

3. Non attrahas tibi res aliorum, nec te implices causis majorum. Habeas semper oculum super te primum, et admoneas te ipsum specialiter, præ omnibus tibi dilectis. Si non habes favorem hominum noli exinde tristari, sed hoc tibi sit grave quia non habes te satis bene et circumspecte, sicut deceret servum Dei et devotum Religiosum conversari. Utilius est sæpe et securius, quod homo non habeat multas consolationes in hac vita secudum carnem, præcipue tamen, quod divinas non habemus, aut rarius sentimus nos devotos; in culpa sumus, quia compunctionem non quærimus cordis, ac vanas et extrinsecas non abjicimus.

4. Cognosce te indignum divina consolatione, sed magis dignum multa tribulatione. Quando homo perfecte est compunctus, tunc gravis et amarus est ei totus mundus. Bonus homo sufficientem invenit materiam dolendi et flendi: sive enim considerat se, sive de proximo pensat; scit quia nemo sine tribulatione hic vivit; et quanto strictius sese considerat, tanto amplius dolet. Materiæ justi doloris, et internæ compunctionis sunt peccata, et vitia nostra, quibus ita involuti jacemus, ut raro cælistia contemplari valeamus.

5. Si frequentius de morte tua, quam de longitudine vitæ tua cogitares, non dubium, quin ferventius te emendares. Si etiam futuras Inferni, sivi Pergatorii, poenas cordialiter perpenderes, credo quod libenter dolorem et laborem sustineres, et nihil rigoris formidares. Sed quia ista ad cor non transeunt, et blandimenta adhuc amamus, ideo frigidi et valde pigri remanemus. Sæpe est inopia spiritus unde tam leviter conqueritur corpus miserum. Ora igitur humiliter ad Dominum ut det tibi compunctionis spiritum; et dic cum Propheta, Ciba me Domine pane lacrymarum et potum da mihi in lacrymis in mensura.

Cap. 22. De conditione humanæ miseriæ.

1. Miser es ubicumque fueris, et quocumque te verteris, nisi ad Deum te convertas. Quid turbaris quia non succedit tibi sicut vis et desideras? Quis est qui habeat omnia secundum suam voluntatem? Nec ego, nec tu, nec aliquis hominum super terram. Nemo est in mundo sine aliqua tribulatione, vel angustia, quivis Rex, vel Papa. Quis est, qui melius habet? Utique qui pro Deo aliquid pati valet.

2. Dicunt multi imbecilles et infirmi, Ecce quam bonam vitam ille homo habet, quam dives et quam magnus, quam potens et excelsus. Sed attende ad cælestia bona, et videbis quod omnia ista temporalia nulla sunt, sed magis incerta, et valde gravantia, quia nunquam sine solicitudine, et timore possidentur. Non est hominis felicitas habere temporalia ad abundantiam, et sufficit ei mediocritas. Vere miseria est vivere super terram. Quanto homo voluerit esse spiritualior, tanto præfens vita sit ei amarior, quia sentit melius, videt clarius humanæ corruptionis affectus. Nam comedere, bibere, vigilare, dormire, quiescere laborare et cæteris necessitatibus naturæ subjacere vere magna miseria est, et afflictio homini devoto, qui libenter esset absolutus et liber ab omni peccato.

3. Valde enim gravatur interior homo necessitatibus ocrporalibus in hoc mundo. Unde Propheta devote rogat quatenus ab istis liber esse valeat, dicens, De necessitatibus meis erue me, Domine. Sed væ non cognoscentibus suam miseriam et corruptibilem vitam. Nam in tantum quidam hanc amplectuntur, licet etiam vix necessaria laborando aut mendicando habeant, ut si possent hic semper vivere, de regno Dei nihil curarent.

4. O insani, et infideles corde, qui tam profunde in terris jacent, ut nihil nisi carnalia sapiant. Sed miseri adhuc in fine sentient graviter, quam vile, et nihilum erat, quod amaverunt. Sancti autem Dei, et omnes devoti amici Christi non attenderunt, quæ carni placuerunt, nec quæ in hoc tempore floruerunt. Sed tota spes eorum, et intentio ad ætena bona anhelabat. Ferebatur totum desiderium eorum ad mansura et invisibilia, ne amore visibilium traherentur ad infima.

5. Noli frater amittere confidentiam proficiendi ad spiritualia. Adhuc enim habes tempus et horam, quare vis procrastinare propositum tuum? Surge, et in instanti incipe, et dic: Nunc est tempus faciendi, nunc tempus pugnandi est, nunc tempus aptum est emendandi. Quando male habes et tribularis, tunc tempus promerendi. Oportet te transire per ignem et aquam, antequam venia ad refrigerium, nisi tibi vim feceris, vitium non superabis. Quamdiu istud fragile corpus gerimus, sine peccato esse non possumus nec sine tædio et dolore vivere. Libenter haberemus ab omni miseria quietem, sed quia per peccatum perdidimus innocentiam, amisimus etiam veram beatitudinem. Ideo oportet nos tenere patientiam, et Dei exspectare misericordiam, donec transeat iniquitas hæc, et mortalitas abforbeatur a vita.

6. O quanta fragilitas humana, quæ semper prona est ad vitia. Hodie confiteris peccata tua, et cras iterum perpetras confessa. Nunc proponis cavere, et post horam ita agis, quasi nihil proposuisses. Merito ergo nosmetipsos humiliare possumus, nec unquam aliquid magni de nobis sentire, quia tam fragiles et instabiles sumus. Cito etiam potest perdi per negligentiam, quod multo labore vix tandem acquisitum est per gratiam.

7. Quid fiet de nobis adhuc in fine, qui tepescimus tam mane. Væ nobis si sic volumus declinare ad quietem, quasi jam pax sit et securitas, cum necdum appareat vestigium sanctitatis veræ in nostra conversatione. Bene opus esset quod adhuc institueremus, tanquam boni novitii, ad mores optimos, si forte spes esset de futurea emendatione, et majori spirituali profectu.

Cap. 23. De meditatione mortis.

1. Valde cito erit tecum hoc factum: vide aliter quomodo te habeas. Hodie homo est, et cras non comparet. Cum autem sublatus fuerit ab oculis, etiam cito transit a mente. O hebetudo, et duritia cordis humani, quod solum præsentia meditatur, et futura non magis prævidet. Sic te in omni facto et cogitatu deberes tenere, quasi statim esses moriturus. Si bonam conscientiam haberes, non multum mortem timeres. Melius esset peccata cavere quam mortem fugure. Si hodie non es paratus, quomodo cras eris? Cras est dies incerta, et quid scis si crastinum habebis?

2. Quid prodest diu vivere, quando parum emendamur? Ha, longa vita non semper emendat, sed sæpe culpam magis auget. Utinam per unam diem bene essemus conversati in hoc mundo. Multi annos computant conversionis, sed sæpe parvus est fructus emendationis. Si formidolosum est mori, forsitan periculosius erit vivere diu. Beatus qui horam mortis suæ semper ante oculos habet, et ad moriendum quotidie se disponit. Si vidisti aliquem mori, cogita quia tu per eandem viam transibis.

3. Cum mane fuerit, puta te ad vesperum non perventurum. Vespere autem facto, mane non audeas tibi polliceri. Semper ergo paratus esto, et taliter vive, ut nunquam imparatum te mors inveniant. Multi subito improvisi moriuntur. Nam hora, qua non putatur, Filius hominis veniet. Quando hora illa extrema venerit, multum aliter sentire incipies de tota vita tua præterita et valde dolebis, quia tam negligens, et remissus fuisti.

4. Quam felix et prudens qui talis nunc nititur esse in vita, qualis optat inveniri in morte. Dabit namque magnam fiduciam moriendi perfectus contemptus mundi, fervens desiderium in virtutibus proficiendi, amor disciplinæ, labor poenitentiæ, promptitudo, obedientiæ, abnegatio sui, et supportatio cujuslibet adversitatis pro amore Christi. Multa bona potes operari dum sanus es, sed infirmatus nescio quid poteris. Pauci ex infirmitate emendantur; sic et qui multum peregrinantur, raro sanctificantur.

5. Noli confidere super amicos et proximos, nec in futuris salutem tuam differas, quia citius obliviscentur tui homines, quam existimas. Melius est nunc tempestive providere et aliquid boni præmittere, quam super aliorum auxilio sperare. Si non es pro te ipso sollicitus modo, quis erit sollicitus pro te in futuro. Nunc tempus est valde prætiosum, sed proh dolor, quod hoc inutilius expendis, in quo promereri vales, unde æternaliter vivas. Veniet quando unam diem seu horam pro emendatione desiderabis, et nescio, an impetrabis.

6. Eia, charissime, de quanto periculo te poteris liberare, de quam magno timore eripere, si modo semper timoratus fueris, et de morte suspectus! Stude nunc taliter vivere, ut in hora moris valeas potius gaudere, quam timere. Disce nunc mori mundo, ut tunc incipias vivere cum Christo. Disce nunc omnia contemnere, ut tunc possis libere ad Christum pergere. Castiga nunc corpus tuum per poenitentiam, ut tunc valeas certam habere confidentiam.

7. Ha stulte, quid cogitas te diu victurum, cum nullum diem habeas securum? Quam multi decepti sunt et insperati de corpore extracti! Quoties audisti a dicentibus, quia ille gladio cecidit, ille submersus est, ille ab alto ruens cervicem fregit, ille manducando obriguit, ille ludendo finem fecit, alius igne, alius ferro, alius peste, alius latrocinio interiit: et sic omnium finis mors est, et vita hominum tanquam umbra cito pertransit.

8. Quis memorabitur tui post mortem, et qui orabit pro te? Age, age nunc charissime quidquid pro te agere potes, quia nescis quando morieris. Nescis etiam, quid tibi post mortem sequatur. Dum tempus habes, congrega divitias immortales. Præter salutem tuam nihil cogites. Solum quæ Dei sunt, cures. Fac nunc tibi amicos venerando Sanctos, et actus imitando, ut cum defeceris in hac vita, illi te recipiant in æterna tabernacula.

9. Serva te tanquam peregrinum et hospitem super terram, ad quem nihil spectat de mundi negociis. Serva cor liberum, et ad Deum sursum erectum, quia non habes hic manentem civitatem. Illuc gemitus et preces quotidianas cum lacrymis dirige, ut spiritus tuus mereatur post mortem ad Dominum feliciter transire.

Cap. 24. De judicio et poenis peccatorum.

1. In omnibus rebus respice finem, et qualiter ante districtum judicem stabis, cui nihil est occultum, qui muneribus non placatur, nec escusationes recipit, sed quod justum est, judicabit. O miserrime et insipiens, quid respondebis Deo, omniamala tua scienti, qui interdum times vultum hominis irati? Ut quid non prævides tibi in judicii die? Quando nemo poterit per alium excusari vel defendi, sed unusquisque sufficiens onus suum portabit sisi ipsi. Nunc labor tuus est fructuosus, fletus acceptabilies, gemitus exaudibilis, dolor satisfactorius et purgativus.

2. Habet magnum et salubre purgatorium homo patiens, qui suscipiens injurias, plus dolet de alterius malitia, quam de sua injuria, qui pro contrariantibus sibi libenter orat, et ex corde culpas indulget; qui veniam ab aliis petere non retardat, qui facilius miseretur quam irascitur, qui sibi ipsi violentiam frequenter facit, et carnem suam omnino spiritui subjugare conatur. Melius est modo purgare peccata, et vitia resecare, quam in futuro purganda reservare. Vere nos ipsos decipimus per inordinatum amorem, quem ad carnem habemus.

3. Quid aliud ille ignis devorat, nisi peccata tua? Quanto amplius nunc tibi ipsi parcis, et carnem sequeris, postea lues tanto durius, et majorem materiam comburendi reservas. In quibus homo peccavit, in illis gravius punietur. Ibi acidiosi ardentibus stimulis purgentur, et gulosi ingenti fame ac siti cruciabuntur. Ibi luxuriosi et voluptatum amatores ardenti pice et foetido sulphure perfundentur. Et sicut furiosi canes, præ dolore invidiosi ululabunt.

4. Nullum vitium erit, quod suum proprium cruciatum non habeat. Ibi superbi omni confusione replebuntur, et avari miserrima egestate arctabuntur. Ibi erit una hora gravior in poena, quam hic centum anni in amarissima poenitentia. Ibi nulla requies, nulla consolatio damnatis. Hic tamen interdum cessatur a laboribus atque amicorum fruitur solatiis. Esto modo sollicitus, et dolens pro peccatis tuis, ut in die judicii sis securus propetenus cum beatis. Tunc enim justi stabunt in magna constantia adversus eos, qui se angustiaverunt et depresserunt. Tunc stabit ad judicandum qui modo se subjicit humiliter judiciis hominum. Tunc magnam fiduciam pauper et humlis habebit, et pavebit undique superbus.

5. Tunc videbitur sapiens in hoc mundo fuisse, qui pro Christo didicit stultus esse et despectus. Tunc placebit omnis tribulatio patienter perpessa et omnis iniquitas oppilabit os suum. Tunc gaudebit omnis devotus et merebit omnis religiosus. Tunc plus exultabit caro afflicta, quam si semper in deliciis fuisset nutrita. Tunc splendebit habitus vilis, et obtenebrescet vestis subtilis. Tunc plus laudabitur pauperculum domicilium, quam deauratum palatium. Tunc plus juvabit constans pacientia, quam omnis mundi potentia. Tunc amplius exaltabitur simplex obedientia, quam omnis sæcularis astutia.

6. Tunc plus lætificabit pura et simplex conscientia et bona quam docta philosophia. Tunc plus ponderabit contemptus divitiarum, quam totus thesaurus terrigenarum. Tunc magis consolaberis super devota oratione, quam super delicata comestione. Tunc potius gaudebis de fervato silentio, quam de longa fabulatione. Tunc plus valebunt sancta sancta opera, quam multa pulchra verba. Tunc plus valebit stricta vita et ardus poenitntia, quam omnis delectatio terrena. Disce nunc in modico pati, ut tunc a gravioribus valeas liberari. Hic primo proba quid possis pati postea. Si nunc tam parum non vales sustinere, quomodo poteris æterna tormenta sufferre? Si modo modica passio te tam impatientem efficit, tunc gehenna quid facietur? Ecce vere non potes modo duo gaudia habere, delectari hic in mundo, es postea regnare cum Christo.

7. Si usque in hodiernum diem semper in honoribus et voluptatibus vixisses, quid totum tibi profuisset, si jam in instanti mori contingeret? Omnia ergo vanitas, præter amare Deum, et illi foli servire. Qui enim Deum ex toto corde amat, nec mortem, nec supplicium, nec judcium, nec infernum metuit, quia perfectus amor securum ad Deum accessum facit. Quem adhuc peccare delectat, non mirum, si mortem, judicium timeat. Bonum tamen est ut, si necdum amor a malo te revocat, saltem timor gehenæ te coerceat. Qui vero timorem Dei postponit, diu stare in bono non valebit, sed diaboli laqueos citius incurret.

Cap. 25. De ferventi emendatione totius vitæ.

1. Esto vigilans et diligens in Dei fervitio, et cogita frequenter ad quid venisti, et cur sæculum reliquisti. Nonne ut Deo viveres, et spiritualis fieres? Igitur ad profectum ferveas, quia mercedem laborum tuorum in brevi recipies. Nec erit tunc amplius timor aut dolor in finibus tuis. Modicum nunc laborabis, et magnam requiem, imo perpetuam lætitiam, invenies. Si tu permanseris fidelis et fervidus in agendo, Deus procul dubio erit fidelis, et locuples in retribuendo. Spem bonam retinere debes, quod ad palmam pervenies, sed securitatem capere non oportet ne torpeas, aut elatus fias.

2. Cum enim quidam anxius inter metum et spem frequenter fluctuaret, et quadam vice moerore confectus in ecclesia ante quoddam altare se in oratione prostravisset, hæc intra se resolvit dicens: O, si scirem, quod adhuc perserveratus essem; statimque audivit divinum intus responsum. Quid, si hoc scires, quid facere velles? Fac nunc quod facere velles, et bene securus eris. Moxque consolatus et confortatus divinæ se commisit voluntati, et cessavit anxia fluctuatio. Noluitque curiose se investigare, ut sciret quæ sibi essent futura, sed magis studuit inquirere quæ esset voluntas Dei beneplacens et perfecta ad omne opus inchoandum et perficiendum.

3. Spera in Domino et fac bonitatem, ait Propheta, et inhabita terram, et pasceris in divitiis ejus.Unum est quod multos a profectu et ferventi emendatione retrahit: horror difficultatis seu labor certaminis. Illi maxime præ aliis in virtutibus proficiunt, qui ea quæ sibi magis gravia et contraria sunt vincere nituntur. Nam ibi homo plus proficit, et gratiam meretur ampliorem, ubi magis se ipsum vincit, et in spiritu mortificat.

4. Sed non omnes habent æque multum ad vincendum et moriendum. Diligens autem æmulator valentior erit ad proficiendum, etiamsi plures habeat passiones, quam alius bene morigeratus, minus tamen fervens ad virtutes. Duo specialiter ad magnam emendationem juvant, videlicet subtrahere se violenter ad quod natura vitiose inclinatur, et ferventer instare pro bono, quo amplius quis indiget. Illa etiam magis studeas cavere et vincere quæ tibi in aliis frequentius displicent.

5. Ubique profectum tuum capies ut si bona exempla videas vel audias, de imitandis accendaris. Si quid autem reprehensibile confideraveris, cave ne idem facias, aut si aliquando fecisti, citius emendare te studeas. Sicut oculus tuus alios confiderat, sic iterum ab aliis notaris. Quam jucundum et dulce est videre fervidos et devotos Fratres bene morigeratos et disciiplinatos. Quam triste est et grave videre inordinate ambulantes, qui ea ad quæ vocati sunt non exercent. Quam nocivum est negligere vocationis suæ propositum, et ad non comissia sensum inclinare.

6. Memor esto arrepti propositi, et imaginem crucifixi tibi propone. Bene verecundari potes inspecta vita Jesu Christi, quia necdum magis illi te conformare studuisti, licet diu in via Dei fuisti. Religiosus qui se intente et devote in sanctissima vita et passione Domini exercet, omnia utilia et necessaria sibi abundanter ibi inveniet. Nec opus est ut extra Jesum aliquid melius quærat. O, si Jesus crucifixus in cor nostrum veniret, quam cito et sufficienter docti essemus. Religiosus fervidus bene omnia portat et capit, quæ illi jubentur.

7. Religiosus negligens et tepidus habet tribulationem super tribulationem et ex omni parte patitur angustiam, quia interiori consolatione caret, et exteriorem quærere prohibetur. Religiosus extra disciplinam vivens gravi patet ruinæ. Qui laxiora quærit et remissiora, semper in angustiis erit, quia unum aut reliquum displicebit sibi.

8. Quomodo faciunt tam multi alii Religiosi qui satis arctati sunt sub disciplina claustrali, rare execunt, abstracte vivunt, pauperrime comedunt, grosse vestiuntur, multum laborant, parum loquuntur, diu vigilant, mature surgunt, et orationes prolongant, frequenter legunt et se in omni disciplina custodiunt. Attende Cartusienses et Benedictinos, et Cistercienses ac diversæ religionis Monachos et Moniales qualiter omni nocte ad psallendum Deo surgunt. Et ideo turpe esset, ut tu debeas in tam sancto opere dormitare et pigritare, ubi tanta multitudo Religiosorum incipit Deo jubilare.

9. O, si nihil aliud faciendum incumberet, nisi Dominum Deum nostrum tot corde et ore laudare. O, si nunquam indigeres comedere, nec bibere, nec dormire, sed semper posses Deum laudare, et solummodo spiritualibus studiis vacare, tunc multo felicior esses, quam modo carni ex qualicumque necessitate serviens. Utinam non essent istæ necessitates, sed solummodo spirituales animæ refectiones, quas heu satis raro degustamus.

10. Quando homo ad hoc pervenit, quod de nulla creatura consolationem quærit, tunc ei Deus primo perfecte sapere incipit, tunc etiam bene contentus de omni eventu rerum erit, tunc nec pro magno lætabitur, nec pro modico contristabitur, sed ponit se integre, et fiducialiter in Deo, qui est ei omnia in omnibus, cui nihil utique parit, nec moritur, sed omnia ei vivunt, et ad nutum incunctanter deserviunt.

11. Memento semper finis, et quia perditum non redit tempus, sine sollicitudine, et diligentia nunquam acquires virtutes. Si incipis tepescere, incipis male habere. Si autem dederis te ad fervorem, invenies magnam pacem, et senties leviorem laborem propter Dei gratiam et virtutis amorem. Homo fervidus et diligens ad omnia est paratus. Major labor est resistere vitiis et passionibus, quam corporalibus insudare laboribus. Qui parvos non devitat defectus, paulatim labitur ad majora. Gaudebis semper de vespere, si diem expendes fructuose. Vigila semper te ipsum et quidquid de aliis sit non negligas te ipsum. Tantum proficies, quantum tibi ipsi vim intuleris. Amen.

Thomas à Kempis Christian Latin The Latin Library The Classics Page

THOMAS À KEMPIS: DE IMITATIONE CHRISTI LIBER SECUNDUS

Liber Secundus
Admonitiones ad interna trahentes.

Cap. I. Incipit liber de interna conversationes.

1. Regnum Dei intra vos est, dicit Dominus. Converte te ex toto corde tuo ad Dominum, et relinque hunc miserum mundum, et inveniet anima tua requiem. Disce exteriora contemnere et ad interiora te dare, et videbis regnum Dei intra te venire. Est enim regnum Dei pax et gaudium in Spiritu Sancto quod non datur impiis. Veniet ad te Christus ostendens tibi consolatinem suam, si dignam illi ab intus paraveris mansionem. Omnis gloria ejus et decor ab intra est, et ibi complacet sibi. Frequens illi visitatio cum homine interno, dulcis sermocinatio, grata consolatio, multa pax, familiaritas stupenda nimis.

2. Eya anima fidelis, præpara huic sponso cor tuum, quatenus ad te venire et in te habitare dignetur. Sic enim dicit: Si quis diligit me, sermonem meum servabit, et ad eum veniemus, et mansionem apud eum faciemus. Da ergo Christo locum et cæteris omnibus nega introitum. Cum Christum habueris, dives es, et sufficit tibi. Ipse erit provisor tuus, et fidelis procurator in omnibus, ut non fit opus in hominibus sparare. Homines enim cito mutantur, et deficiunt velociter, Christus autem manet in æternum, et adstat usque in finem firmiter.

3. Non est magna fiducia ponenda in homine fragili et mortali, etiamsi utilis fit et dilectus, neque tristitia multa capienda ex hoc, si interdum adversetur et contradicat. Qui hodie tecum sunt, cras contrariari possunt. Et e converso sæpe ut aura vertuntur. Pone fiduciam tuam totam in Domino; et sit ipse timor tuus, et amor tuus. Ipse pro te respondebit, et faciet bene sicut melius fuerit. Nonhabes hic manentem civitatem, et ubicumque fueris, extraneus es et peregrinus, nec requiem aliquando habebis, nisi Christo intime fueris unitus.

4. Quid hic circumspicis, cum iste non sit locus tuæ requietonis? In cælestibus debet esse habitatio tua et sicut in transitu cuncta sunt aspicienda. Transeunt omnia, et tu cum eis pariter. Vide, ut non hæreas, ne capiaris, et pereas. Apud Altissimum sit cogitatio tua, et deprecatio tua ad Christum sine intermissione dirigatur. Si nescis alta speculari et cælestia, requiesce in passione Christi, et in sacris vulneribus ejus libenter habita. Si enim ad vulnera et speciosa stigmata Jesu devote confugis, magnam in tribulatione senties consolationem, nec multum curabis hominum despectiones faciliterque verba detrahentium perferes.

5. Jesus Christus Dominus fuit etiam in mundo ab hominibus despectus, et in maxima necessitate, a notis et amicis inter opprobria derelictus. Dominus Jesus pati voluit et despici, et tu audes de aliquo conqueri? Christus habuit adversarios et oblocutores, et tu vis omnes habere amicos, et benefactores? Ubi coronabitur patentia tua, si nihil adversitatis occurrit. Si nihil contrarium vis pati, quomodo eris amicus Christi? Sustine cum Christo et pro Christo, si vis regare cum Christo.

6. Si semel perfecte introisses in interiora Jesu, et modicum de ardenti amore ejus sapuisses, tunc de proprio commodo, vel incommodo nihil curares, sed magis de opprobrio illato gauderes, quia amor Jesu facit hominem se ipsum contemnere. Amator Jesu et verus internus, et liber ab affectionibus inordinatis, potest se ad Deum libere convertere, et elevare se supra se ipsum in spiritu ac fruitive quiescere.

7. Cui sapiunt omnia prout sunt non ut dicuntur, aut æstimantur, hic vere sapiens est, et doctus a Deo magis, quam ab hominibus. Qui ab intra scit ambulare et modicum res ab extra ponderare, non reqirit loca, nec tempora expectat ad habenda devota exercitia. Homo internus cito se recolligit, et nunquam se totum ad exteriora effundit. Non illi obest labor exterior, aut occupatio ad tempus necessaria. Sed sicut res eveniunt, sic se illis accommodat. Qui intus bene dispositus est et ordinatus, non curat mirabiles et perversos hominum gestus. Tantum homo impeditur, et distrahitur, quantum sibi res attrahit.

8. Si recte tibi esses, et bene purgatus esses, omnia tibi in bonum cederent, et profectum. Ideo multa tibi sæpe displicent et sæpe conturbant, quia adhuc non es perfecte tibi mortuus, nec segregatus ab omnibus terrenis. Nihil sic maculat et implicat cor hominis, sicut impurus amor in creaturis. Si renuis consolari exterius, poteris speculari cælestia, et frequenter interius jubilare.

Cap. 2. De submissione, Prælati regimine.

1. Non magni pendas qui pro te vel contra te fit, sed hoc age, et cura, ut Deus tecum sit in omni re quam facis. Habeas conscientiam bonam, et Deus bene te defensabit. Quem enim adjuvare voluerit, nullius perversitas nocere poterit. Si tu sci tacere et pati, videbis proculdubio auxilium Domini. Ipse novit tempus, et modum liberandi te, et idea debes te illi resignare. Dei est adjuvare, et ab omni confusione liberare. sæpe valde prodest ad majorem humilitatem conservandam, quod defectus nostros alii sciunt, et redarguunt.

2. Quando pro defectibus suis se humiliat, tunc faciliter alios placat, et leviter satisfacit sibi irascentibus. Humilem Deus protegit, et liberat. Humilem diligit, et consolatur. Humili homini se inclinat. Humili largitur gratiam plenam et magnam. Et post suam depressionem levat ad gloriam. Humili sua secreta revelat, et ad se dulciter trahit, et invitat. Humilis accepta contumelia et confusione satis bene est in pace, quia stat in Deo, et non in mundo. Non reputes te aliquid profecisse, nisi omnibus te inferiorem esse sentias.

Cap. 3. De bono pacifico homine.

1. Pone te primus in pace, et tunc alios poteris pacificare. Homo pacificus plus prodest, quam bene doctus. Homo passionatus etiam bonus in malum trahit, et faciliter malum credit. Bonus homo pacificus omnia ad bonum convertit. Qui bene in pace est, de nullo suspicatur. Qui autem male contentus est, et commotus, variis suspicionibus agitatur, nec ipse quiescit, nec alios quiescere permittit. Dicit sæpe quod sibi magis facere expediret, et negligit, quod ipse facere tenetur. Habe ergo primum zelum super te ipsum, tunc zelare poteris etiam juste proximum tuum.

2. Tu bene facta scis excusare, et tolerare, et aliorum non vis accipere excusationes. Justus esses, si te accusares, et fratrem tuum excusares. Si portari vis, porta alium. Vide quam longe es adhuc a vera charitate, et humilitate, quæ nuli novit indignarei vel irasci, nisi tantum sibi ipsi. Non est magnum cum bonis, et mansuetis conversari. Hoc enim omnibus naturaliter placet, et unusquisque libenter pacem habet, et secum sentientes magis diligit. Sed cum duris, et perversis aut indisciplinatis aut nobis contrariantibus pacifice posse vivere, magna gratia est, et laudabile nimis virileque factum.

3. Sed sunt qui se ipsos in pace tenent, et cum aliis etiam pacem habent. Et sunt qui nec pacem habent, nec alios in pace dimittunt. Aliis sunt graves, sed sibi sunt semper graviores. Et sunt qui se ipsos in pace retinent, et ad pacem alios reducere student. Et tamen tota pax nostra in hac misera vita potius in humili sufferentia ponenda est, quam in non sentiendo contraria? Qui melius scit pati, pacem tenebit maiorem. Iste est victor fui, et dominus mundi, amicus Christi, et hæres cæli.

Cap. 4. De pura mente et simplici intentione.

1. Duabus alis homo sublevatur a terrenis, scilicet simplicitate et puritate. Simplicitas debet esse in intentione, puritas in affectione. Simplicitas intendit deum, puritas apprehendit et gustat.

Nulla actio te impediet, si liber intus ab omni inordinato affectu fueris. Si nihil aliud quam Dei beneplacitum, et proximi utilitatem intendis et quæris, interna libertate frueris. Si rectum cor tuum esset, tunc omnis creatura speculum vitæ, et liber sanctæ doctrinæ esset. Non est creatura tam parva et vilis quæ bonitatem Dei non repræsentet.

2. Si tu esses intus bonus, et purus, tunc omnia sine impedimento, et caperes bene. Cor purum penetrat cælum, et infernum. Qualis unusquisque est intus, taliter iudicat exterius. Si est gaudium in mundo, hoc utique possidet cordis puri homo. Et si est alicubi tribulatio et angustia, hoc melius novit mala conscientia. Sicut ferrum missum in ignem amittit rubiginem et totum candens efficitur, sic homo ad Deum integre se convertens, a torpore exuitur, et in novum hominem transmutatur.

3. Quando homo incipit tepescere, tunc parvum metuit laborem, et externam accipit consolationem. Sed quando perfecte incipit se vincere, et viriliter in via Dei ambulare, tunc minus ea reputat, quæ sibi prius gravia esse sentiebat.

Cap. 5. De propria consideratione.

1. Non possumus nobis ipsis nimis credere, quia sæpe gratia nobis deest, modicum lumen est in nobis, et hoc cito per negligentiam amittimus. Sæpe etiam non advertimus, quod tam cæci intus sumus. Sæpe male agimus, et peius excusamus. Et passione interdum movemur, et zelum putamus. Parva in aliis reprehendimus, et nostra maiora pertransimus. Satis cito persentimus et ponderamus quid ab aliis sustinemus; sed quantum alii de nobis sustinent, non advertimus. Qui bene et recte sua ponderaret, non esset quid de alio graviter iudicaret.

2. Internus homo sui ipsius curam omnibus curis anteponit: et qui sibi ipsi diligenter intendit, faciliter de aliis tacet. Nunquam eris internus et devotus, nisi de aliis silueris et ad te ipsum specialiter respexeris. Si tibi ipsi et Deo totaliter intendis, modicum te movebit, quod foris percipis. Ubi es, quando tibi ipsi præsens non es? Et quando omnia percurristi, quid te neglecto profecisti? Si debes habere pacem et unionem veram, oportet, quod totum adhuc postponas et te solum præ oculis habeas.

3. Multum proinde proficies, si te seriatum ab omni temporali cura conserves. Valde deficies, si aliquid temporale reputaveris. Nihil altum, nihil magnum, nihil gratum, nihil acceptum tibi sit, nisi pure Deus, aut de Deo sit. Totum vanum exstima, quidquid consolationis occurrit de aliqua creatura. Amans Deum anima sub Deo contemnit, despicit universa. Solus Deus æternus et immensus, implens omnia, solatium est animæ et vera mentis lætitia.

Cap. 6. De lætitia bonæ conscientiæ

1. Gloria bonis hominibus testimonium bonæ conscientiæ. Habe bonam conscientiam et semper habebis lætitiam. Bona conscientia valde multa potest portare, et valde læta est inter adversa. Mala conscientia semper timida, et inquieta. Suaviter requiesces, si te cor tuum non reprehenderit. Noli lætari, nisi cum benefeceris. Mali nunquam habent veram lætitiam, nec internam sentiunt pacem, quia non est pax impiis, dicit Dominus. Et si dixerint: in pace sumus, non venient super nos mala; et quis nobis nocere audebit? non credas eis, quoniam repente exsurget ira Dei, et in nihilum redigentur actus eorum, et cogitationes eorum peribunt.

2. Gloriari in tribulationibus non est grave amanti, Sic enim gloriari est in cruce Domini gloriari. Brevis gloria quæ ab hominibus datur et accipitur. Mundi gloriam semper comitatur tristitia. Bonorum gloria in conscientiis eorum, et non in ore hominum. Justorum lætitia de Deo et in Deo est, et gaudium eorum de veritate. Qui veram et æternam gloriam desiderat, temporalem non curat. Et qui temporalem quærit gloriam, aut non ex animo contemnit, minus amare convincitur cælestem. Magnam habet cordis tranquillitatem, qui nec laudes curat, nec vituperia.

3. Facile erit contentus et pacatus, cuius conscientia munda est. Non es sanctior, si laudaris, nec vilior, si vituperaris. Quod es hoc es, nec melior dici vales, quam Deo teste sis, si attendis quid apud te sis intus, non curabis quid de te loquantur homines foris. Homo videt in facie, Deus autem in corde. Homo confiderat actus, Deus pensat intentionem. Bene semper agere, et modicum de se tenere humilis animæ indicium est. Nolle consolari ab aliqua creatura magnæ puritatis, et internæ fiduciæ indicium est.

4. Qui nullum extrinsecus pro se testimonium quærit, liquet quod Deo se totaliter commisit. Non enim, qui se ipsum commendat, ille probatus est, ait beatus Paulus, sed quem Deus commendat. Ambulare cum Deo intus, nec aliqua affectione teneri foris, status est interni hominis.

Cap. 7. De amore Jesu super omnia.

1. Beatus qui intelligit quid sit amare Jesum, et contemnere se ipsum propeter Deum? Oportet dilectum propter dilectum relinquere, quia Jesus vult solus super omnia amari. Dilectio creaturæ fallax et instabilis, dilectio Jesu felix et perseverabilis. Qui adhæret creaturæ, cadet cum labili, qui amplectitur Jesum, firmabitur in Eum. Illum dilige, et amicum tene tibi, qui omnibus recedentibus te non relinquet, nec patietur in fine perire. Ab omnibus oportet aliquando te separari, sive velis, sive nolis.

2. Tene te apud Jesum vivens et moriens et illius fedelitati te committe, qui omnibus deficientibus solus potestte adjuvare. Dilectus tuus talis est naturæ, ut alienum non velit admittere, sed solus vult cor tuum habere, et tanquam rex in proprio throno sedere. Si scires te ab omni creatura evacuare, Jesus libenter tecum habitaret. Pene totum perditum invenies, quidquid extra Jesum in hominibus posueris. Non confidas, nec innitaris super calamum ventosum, quia omnis caro fœnum, et omnis gloria ejus et flos fœni cadet.

3. Cito deciperis, si ad externam hominum apparentiam tantum aspexeris. Si autem tuum in aliis quæris solatium, et lucrum, sæpe senties detrimentum. Si quæris in omnibus Jesum, invenies utique Jesum. Si autem quæris te ipsum, invenies etiam te ipsum, sed ad tuam perniciem. Plus enim homo nocivior est sibi, si Jesum non quærit, quam totus mundus, et omnes sui adversarii.

Cap. 8. De familiari amicitia Jesu.

1. Quando Jesus adest, totum bonum est, nec quicquam difficile videtur. Quando vero Jesus non adest, totum durum est. Si autuem Jesus unum verbum loquitur tantum, magna consolatio sentitur. Nonne ne Maria Magdalena statim surreit de loco, in quo flevit, quando Martha illi dixit, Magister adet et vocat te? Felix hora quando Jesus vocat te de lacrymis ad gaudium spiritus. Quam aridus et durus es sine Jesu. Quam insipiens et vanus, si cupis aliquid extra Jesum. Nonne hoc est majus damnum, quam si totum perderes mundum?

2. Quid habet mundus conferre sine Jesu? Esse sine Jesu est gravis infernus, et esse cum Jesu dulcis paradisus. Si fuerit tecum Jesus, invenit thesaurum bonus, immo bonum super omne bonum. Et qui perdidit Jesum, perdidit nimis multum et plus quam totum mundum. Pauperrimus est qui vivit sine Jesu, ditissimus est qui bene est cum Jesu.

3. Magna ars est scire conversari cum Jesu, et scire Jesum tenere, magna prudentia. Esto humilis et pacificus, et erit tecum Jesus. Sis devotus et quietus, et permanebit tecum Jesus. Potes cito fugare Jesum, et gratiam ejus perdere, si volueris ad exteriora declinare. Et si illum effugaveris et perdideris, ad quem tunc fugies, et quem tunc quæres amicum? Sine amico non potes diu vivere. Et si Jesus non fuerit tibi præ omnibus amicus, eris nimis tristis, et desolatus. Fatue igitur agis, si in aliquo altero confidis et lætaris. Eligendum est magis habere totum mundum contrarium, quam Jesum offensum. Ex omnibus ergo charis sit Jesus dilectus specialis.

4. Diligantur homines propter Jesum, Jesus autem propter se ipsum. Solus Jesus Christus singulariter est amandus, qui bonus solus et fidelis invenitur præ omnibus amicis. Propter ipsum et in ipso tam amici quam inimici tibi sint chari et pro omnibus his exorandus est, ut omnes ipsum cognoscant et diligant. Nunquam cupias singulariter laudari et amari, quia hoc solius Dei est, qui similem sibi non habet. Nec velis quod aliquis in corde tuo tecum occupetur, neque tu cum alicujus occuperis amore. Sed sit Jesus in te, et in omni bono homine.

5. Esto purus, et liber intus, sine alicujus creaturæ implicamento. Oportet te esse nudum, et purum cor ad Jesum gerere, si vis vacare, et videre, quam suavis est Dominus. Et revera ad hoc non pervenies, nisi gratia ejus fueris præventus, et introtractus, ut omnibus evacuatis et licentiatis, solus cum Deo uniaris. Quando enim gratia Dei venit ad hominem, tunc potens sit ad omnia. Et quando recedit, tunc pauper et infirmus erit, et quasi tantum ad flagella relictus. In his non debes dejici, nec desperare, sed ad voluntatem Dei æquanimiter stare, et cuncta supervenientia tibi ad laudem Jesu Christi perpeti. Quia post hiemem sequitur aestas, post nectem redit dies, et post tempestatem serenitas magna.

Cap. 9. De carentia omnis solatii.

1. Non est grave humanum contemnere solatium, cum adest divinum. Magnum est, et valde magnum, tam humano quam divino posse carere solatio et pro amore Dei libenter exilium cordis velle sustinere et in nullo se ipsum quærere, nec ad proprium meritum respicere. Quid magis es, si hilaris si, et devotus adveniente gratia? Optabilis cunctis hæc hora. Satis suaviter equitat quem gratia Dei portat. Et quid mirum si onus non sentit, qui portatur ab Omnipotente, et ducitur a summo Ductore?

2. Libenter aliquid habemus pro solatio, et homo difficulter exuitur a se ipso. Vicit sanctus Laurentius sæculum, cum Summo Sacerdote, quia omne, quod in mundo delectabile videbatur despexit, et Dei Summum Sacerdotem Sixtem, quem maxime diligebat, pro amore Christi etiam a se tolli clementer ferebat. Amore igitur Creatoris amorem hominis superavit, et pro humano solatio divinum beneplacitum magis elegit. Ita et tu aliquem necessarium, et dilectum amicum pro amore Dei disce relinquere. Nec graviter feras cum ab amico fueris derelictus, sciens quoniam oportet nos omnes tandem ab invicem separari.

3. Multum et diu oportet hominem in se ipso certare, antequam discat se ipsum plene superare, et totum affectum suum plene in Deum trahere. Quando homo stat super se ipsum, facile labitur ad consolationes humanas. Sed verus Christi amator, et studiosus sectator virtutum non cadit super illas consolationes, nec quærit tales sensibiles dulcedines. Sed magis fortes tentationes et exercitationes, et pro Christo duros sustinere labores.

4. Cum igitur spiritualis consolatio a Deo datur, cum gratiarum actione accipe eam et Dei munus intellige esse, et non tuum meritum et noli extolli. Noli nimium gaudere nec inaniter præsumere, sed esto magis humilior ex dono, cautior quoque et timoratior in cunctis actibus tuis, quoniam transibit hora illa, et sequetur tentatio. Cum ablata fuerit consolatio, non statim desperes, sed cum humilitate, et patientia exspecta cælestem visitationem, quia potens est Deus ampliorem tibi redonare gratiam et consolationem. Istud non est novum, nec alienum viam Dei expertis, quia in magnis sanctis, et in antiquis prophetis suit sæpe alternationis modus.

5. Unde quidam præsente jam gratia dicebat: Ego dixi in abundantia mea non movebor in æternum. Absente autem gratia quid in se fuerit expertus, adjungit dicens: Avertisti faciem tuam a me, et factus sum conturbatus. Inter hæc tamen nequaquam desperat, sed instantius Dominum rogat, et dicit: Ad te, Domine, clamabo, et ad Deum meum deprocabor. Denique orationis suæ fructum reportat, et se exauditum testatur dicens: Audivit Dominus et misertus est mei, Dominus factus est adjutor meus. Sed in quo? Convertisti, inquit, planctum meum in gaudium mihi, et circumdedisti me lætitia. Et si sic actum est cum magnis Sanctis, non est desperandum nobis informis et pauperibus, si interdum in frigiditate, et interdum in fervore sumus. Quoniam spiritus venit, et recedit, secundum suæ voluntatis beneplacitum. Unde beatus Job ait: Visitas eum iluculo, et subito probas illum.

6. Super quid igitur sperare possum, aut in quo confidere debeo, nisi in sola magna misericordia Domini, et in sola spe gratiæ cælestis? Sive enim adsint homines boni sive devoti fratres, et amici fideles, sive libri sancti, vel tractatus pulchri, sive dulces cantus et hymni, omnia hæc modicum juvant, et modicum sapiunt, quando sum defertus a gratia, et in propria paupertate relictus. Tunc non est melius remedium quam patientia, et abnegatio mei in voluntate Dei.

7. Nunquam inveni aliquem Religiosum, qui non habuerit interdum gratiæ subtractionem, aut non senserit fervoris diminutionem. Nullus Sanctus fuit tam alte raptus, vel illuminatus, qui prius vel postea non fuerit tentatus. Non enim alta Dei contemplatione dignus est, qui pro Deo non est exercitatus aliqua tribulatione. Solet enim sequentis consolationis tribulatio præcedens esse signum. Nam tentationibus probatis cælestis promittitur consolatio. Qui vicerit, inquit, dabo ei edere de ligno vitæ.

8. Datur etiam consolatio divina, ut homo fortior sit ad sustinendum adversa. Sequitur etiam tentatio, ne se elevet de bono. Non dormit diabolus, nec caro adhuc mortua est. Ideo non cesses te præparare ad certamen, quia a dextris et a sinistris sunt hostes qui nunquam quiescunt.

Cap. 10. De gratitudine progratia Dei.

1. Quid quæris quietem, cum natus sis ad laborem, ad patientiam magis quam ad consolationem, et ad crucem portandam magis quam ad lætitiam? Quis etiam sæcularium non libenter consoltionem et lætitiam spiritualiem acciperet, si semper obtinere posset? Excedunt enim spirituales consolationes omnes mundi delicias et carnis voluptates. Nam omnes deliciæ mundanæ aut turpes, aut vanæ sunt. Spirituales vero deliciæ solæ sunt jucundæ et honestæ ex virtutibus progenitæ, et a Deo puris infusæ mentibus. Sed istis divnis consolationibus nemo semper pro suo affectu frui valet, quia tempus tentationis non diu cessat.

2. Multum contrariatur supernæ visitationi salsa libertas animi, et magna confidentia sui. Deus benefacit consolatinis gratiam dando, sed homo male facit non statim Deo cum gratiarum actione retribuendo. Et ideo non possunt in nobis dona gratiæ fluere, quia ingrati sumus auctori, nec totum refundimus fontali origini. Semper enim debetur gratia digne gratias agenti sive referenti. Auferetur ab elato, quod dari solet humili.

3. Nolo consolationem quæ mihi auferat compunctionem, nec affecto contemplationem, quæ ducit in elationem. Non enim omne altum sanctum, nec omne desiderium purum, nec omne dulce bonum, nec omne carum gratum Deo. Libenter accepto gratiam unde humilior, et timoratior inveniar atque ad relinquendum me paratior fiam. Doctus dono gratiæ, et eruditus subtractionis verbere non sibi audebit, quidquam boni attribuere, sed potius se pauperem, et nudum confitebitur. Da Deo quidquid Dei est, et tibi adscribe, quod tuum est. Hoc est Deo gratias pro gratia tribue, tibi autem soli culpam, et dignam pœnam pro culpa deberi sentias.

4. Pone te semper ad infimum, et dabitur tibi summum. Nam summum non stat sine infimo. Summi Sancti apud Deum minimi sunt apud se, et quanto gloriosiores, tanto in se humiliores; pleni veritate et gloria cælesti, non vanæ gloriæ cupidi et in Deo fundati et confirmati, nullo modo possunt esse elati. Et qui Deo totum adscribunt quidquid boni acceperunt, gloriam ab invicem non quærunt. Sed gloriam quæ a Deo est volunt, et Deum quærunt in se, et in omnibus Sanctis laudari super omnia cupiunt, et semper in ipsum tendunt.

5. Esto igitur gratus in minimo, et eris dignus majora accipere. Sit tibi minimum pro maximo et contemtibile pro speciali dono. Si dignitas datoris inspicitur, nullum datum parvum aut minus vile videbitur. Non enim parvum est quod a summo Deo donatur, etiam si pœnas et verbera donaverit, gratum esse debet, quia semper pro salute nostra facit quidquid nobis advenire permittit. Qui gratiam Dei retinere desiderat, sit gratus pro gratia Dei data, patiens pro sublata, oret ut reddatur, cautus sit et humilis ne amittat.

Cap. 11. De paucitate amatorum crucis.

1. Habet autem Jesus multos amatores sui regnis cælestis, sed paucos bajulatores suæ crucis. Plures invenit socios mensæ sed paucos abstinentiæ. Omnes volunt cum Christo gaudere, sed pauci volunt aliquid pro ipso sustinere. Multi sequuntur Jesum usque as fractionem panis, sed pauci ad bibendum calicem passionis. Multi miracula ejus venerantur, sed pauci ignominias crucis sequuntur. Multi Jesum diligunt, quamdiu adversa non contingunt. Multi illum laudant et benedicunt, quamdiu consolationes aliquas ab ipso recipiunt. Si autem Jesus se abscondiderit, et modicum eos reliquerit, aut in querimoniam aut in dejectionem nimiam cadunt.

2. Qui autem Jesum propter Jesum, et non propter aliquam suam consolationem propriam diligunt, ipsum in tribulatione, et in angustia cordis, sicut in summa consolatione diligunt, et benedicunt. Et si eis consolationem nunquam dare vellet, ipsum tamen laudarent, et semper gratias agere vellent.

3. O, quantum potest amor Jesu purus, nullo propio commodo vel amore permixtus. Nonne omnes mercenarii sunt dicendi, qui consolationes semper quærunt? Nonne amatores sui magis quam Jesu probantur qui sua commoda vel lucra semper meditantur? Ubi invenitur talis, qui velit servire Deo gratis?

4. Raro invenitur tam spiritualis aliquis qui omnibus sit nudatus. Nam verum spiritu pauperem ab omni creatura nudum quis inveniet? Procul et de omnibus finibus pretium ejus.Si dederit homo omnem substantiam suam, adhuc nihil est. Et si fecerit pœnitentiam magnam, adhuc exiguum est. Et si apprehenderit omnem scientiam, adhuc longe est. Et si habuerit virtutem magnam, et devotionem nimis ardentem, adhuc sibi multum deest. Unum scilicet, quod sibi summe necessarium est. Quid illud? Ut omnibus relictis se relinquat, et a se totaliter exeat, nihilque de privato amore retineat. Cum omnia fecerit quæ facienda noverit, nihil se fecisse sentiat.

5. Non grande ponderet quod grandis extimari possit, sed in veritate fervum inutilem se pronunciet. Sicut veritas ait: Cum feceritis omnia quæ nobis præcepta sunt, adhuc dicite, quia servi inutiles sumus. Tunc vero pauper, et nudus spiritu esse poterit, et cum Propheta dicere: Quia unicus et pauper sum ego. Nemo isto ditior, nemo tam liberior, nemo potentior eo, qui scit se et omnia relinquere et ad infimum se ponere.

Cap. 12. De regia via sanctae crucis.

1. Durus hic multis videtur sermo. Abnego temet ipsum, tolle crucem tuam et sequere Jesum.Sed multo durius erit audire illud extremum verbum: Discedite a me, omnes maledicti, in ignem æternum. Qui enim modo libenter audiunt verbum crucis, et sequuntur, tunc non timebunt ab auditione æternæ damnationis. Hoc signum crucis erit in cælo, cum Dominus ad judicandum venerit. Tunc omnes servi crucis, qui se Crucifixo conformaverunt in vita, ad Christum accedent judicem cum magna fiducia.

2. Quid igitur times tollere crucem, per quam itur ad Regnum? In cruce salus. In cruce vita. In cruce protectio ab hostibus. In cruce robur mentis. In cruce gaudium spiritus. In cruce virtus summa. In cruce perfectio sanctitatis. Non est salus animae, nec spes æternæ vitæ, nisi in cruce. Tolle ergo crucem et sequere Jesum, et ibis in vitam æternam. Præcessit ille bajulans sibi crucem, et mortuus est pro te in cruce, ut tu etiam portes crucem, et mori affectes in cruce. Quia, si commortuus fueris in cruce, etiam cum illo pariter vives, et si socius fueris pœ, socius eris et gloriæ.

3. Ecce in cruce totum jacet, et non est alia via ad vitam, et ad veram et internam pacem, nisi via sanctæ crucis, et quotidianæ mortificationis. Ambula ubi vis, quære quodcumque volueris, et non invenies altiorem viam supra, nec securiorem infra, nisi viam sanctæ crucis. Dispone et ordina omnia secundum velle tuum et videre,et non invenies, nisi semper aliquid pati debere aut sponte aut invite et ita crucem semper invenies. Aut enim in corpore dolorem senties, aut in anima spiritus tribulationem sustinebis.

4. Interdum a Deo relinqueris, interdum a proximo exercitaberis, et quod amplius est sæpe tibimetipsi gravis eris. Nec tamen aliquo remedio vel solatio liberari seu alleviari poteris, sed donec Deus voluerit, oportet ut sustineas. Vult enim Deus ut tribulationem sine consolatione discas pati, et illi totaliter te subjicias et humilior ex tribulatione fias. Nemo ita cordialiter sentit passionem Christi, sicut is cui contigerit similia pati. Crux igitur semper parata est, et ubique te exspectat. Non potes effugere ubicumque cucurreris, quia ubicumque veneris, temetipsum tecum portas, et semper te ipsum invenies. Converte te supra, converte te infra, converte te extra et intra, et in his omnibus invenies crucem, et necese est te ubicumque tenere patientiam, si internam vis habere pacem et perpetuam promereri coronam.

5. Si libenter crucem portas, portabit te, et deducet te ad desideratum finem, ubi scilicet finis patiendi erit. Si invite portas, onus tibi facis, et te ipsum magis gravas, et tamen oportet ut sustineas. Si abjicis unam crucem, aliam proculdubio invenies, et forsitan graviorem.

6. Credis tu evadere, quod nemo mortalium potuit præterire? Quis Sanctorum in mundo sine cruce et tribulatione fuit? Nec enim Dominus noster Jesus Christus una hora sine dolore passionis fuit, quamdiu vixit. Opertebat autem Christum pati, et resurgere a mortuis, et ita intrare in gloriam suam. Et quomodo tu aliam viam crucem quæris, quam hanc regiam, quæ est via sanctæ crucis.

7. Tota vita Christi crux fuit, et martyrium, et tu tibi quæris reqiuem, et gaudium? Erras, erras si aliud quæris quam pati tribulationes, quia tota ista vita mortalis plena est miseriis, et circumsignata crucibus. Et quanto quis altius in spiritu profecerit, tanto gravioes cruces sæpe inveniet, quia exilii sui pœna magis ex amore crescit.

8. Sed tamen iste sic multipliciter afflictus, non est sine lavamine consolationis, quia fructum magnum sibi sentit accrescere ex sufferentia suæ crucis. Nondum sponte illi se subjicit, omne onus tribulationis in fiduciam divinæ consolationis convertitur. Et quanto caro magis per tribulationem atteritur, tanto amplius spiritus per internam consolationem roboratur. Et nonnunquam in tantum confortatur ex affectu tribulationis, et adversitatis ob amorem conformitatis crucis Christi, ut non sine dolore, et tribulatione esse vellet, quoniam se tantum acceptiorem Deo reddit, quanto dura, et graviora plura pro eo ferre poterit. Non est istud virtus hominis, sed gratia Christi, quæ tanta potest, et agit in carne fragili, ut quod naturaliter semper abhorret et fugit, hoc fervore spiritus aggrediatur et diligat.

9. Non est secundum hominem crucem portare, crucem amare, corpus castigare, et servituti subjicere, honores fugere, contumelias libenter sustinere, se ipsum despicere, et despici optare, adversa quæquæ cum damnis perpeti, et nihil prosperitatis in hoc mundo desiderare. Si ad te ipsum respicis, nihil hujusmodi ex te poteris. Sed si in Domino confidis, dabitur tibi fortitudo de cælo, et subjicientur ditioni tuæ mundus et caro, sed nec inimicum diabolum timebis, si fueris fide armatus, et cruce Jesu signatus.

10. Pone ergo te sicut fidelis et bonus servus Christi ad portandum viriliter crucem Domini tui pro te ex amore crucifixi. Præpara te ad toleranda multa adversa, et varia incommoda in hac misera vita, quia sic tecum erit ubicumque, et sic revera eum invenies ubicumque latueris. Oportet te ita esse, et non est remedium evadendi a tribulatione malorum, et dolore, quam ut te patiaris. Calicem Domini affectanter bibe, si amicus ejus esse, et partem cum eo habere desideras. Consolationes Deo committe, faciat ipse cum talibus sicut sibi magis placuerit. Tu vero pone te ad sustinendum tribulatones, et reputa eas maximas consolationes, quia non sunt condignæ passiones hujus temporis ad futuram gloriam, quæ revelabitur in nobis, promerendam, etiam si omnes solus posses sustinere.

11. Quando ad hoc veneris, quod tribulatio tibi dulcis erit et sapiet pro Christo, tunc bene tecum esse exstima, quia invenisti paradisum in terra. Quamdiu tibi pati grave est et fugere quæris, tamdiu male habebis, et sequentur te ubique tribulationes.

12. Si ponis te ad quod esse debes, videlicet ad patiendum, et moriendum, fiet cito melius, et pacem invenies. Etiamsi raptus fueris in tertium cælum cum Paulo, non es propterea securus de nullo malo sustinendo. Ego, inquit Jesus, ostendam illi quanta oporteat eum pro nomine meo pati. Pati ergo tibi remanet, si Deum diligere, et perpetue illi servire placeat.

13. Utinam dignus esses, pro nomine Jesu aliqud pati, quam magna gloria remaneret tibi, quanta exultatio omnibus Sanctis Dei, quanta ædificatio esset proximi. Nam patientiam omnes commendant, quamvis pauci pati velint. Merito deberes modicum pati pro Christo, cum multi graviora patiantur pro mundo.

14. Scias pro certo, quia morientem te oportet ducere vitam. Et quanto unusquisque plus sibi moritur, tanto Deo magis vivere incipit. Nemo aptus est ad comprehendendum cælestia, nisi se submiserit ad portandum pro Christo adversa. Nihil Deo acceptius, nihil tibi salubrius in mundo isto, quam libenter pati pro Christo. Et si eligendum tibi esset, magis optare deberes pro Christo adversa pati, quam multis consolationibus recreari, quia Christo similior esses, et omnibus Sanctis conformior. Non enim stat meritum nostrum et profectus status nostri in multis sensualitatibus, et consolationibus, sed potius in magnis gravitatibus et tribulationibus perferendis.

15. Si quidem aliquid melius et utilius saluti hominum quam pati fuisset, Christus utique verbo et exemplo ostendisset. Nam et se sequentes discipulos omnesque eum sequi cupientes, manifeste ad crucem portandam hortatur, et dicit: Si quis vult venire post me, abneget semetipsum, et tollat crucem suam, et sequatur me. Omnibus ergo perlectis et scrutatis sit ista finalis conclusio: quoniam per multas tribulationes oportet nos intrare in regnum Dei.Amen.

Thomas à Kempis Christian Latin The Latin Library The Classics Page

THOMAS À KEMPIS: DE IMITATIONE CHRISTI LIBER TERTIUS

Liber Tertius
De interna consolatine.

Cap. I. Incipit liber de interna consolatine.

1. Audiam quid loquatur in me Dominus meus. Beata anima quæ Dominum in se loquentem audit et de ore ejus verbum consolationis accipit. Beatæ aures quæ divini susurri venas suscipiunt et de mundi hujus susurrationibus nihil advertunt. Beatæ plane aures quæ non vocem foris sonantem, sed interius auscultant veritatem loquentem et docentem. Beati oculi qui exterioribus clausi sunt, interioribus autem intenti. Beati qui interna penetrant, et ad capienda arcana cælestia magis ac magis per quotidiana exercitia se student præparare. Beati qui Deo vacare gestiunt et ab omni impedimento sæculi se excutiunt.

2. Animadverte hoc, o anima mea, et claude sensualitatis tuæ ostia, ut possis audire quid loquatur Deus Dominus in te. Hæc dicit dilectus tuus. Salus tua ego sum, pax tua, et vita tua. Serva te apud me, et pacem invenies. Dimitte omnia transitoria, et quære æterna. Quid sunt omnia temporalia, nisi seductoria et quid juvant omnes creaturæ, si fueris a Creatore deserta? Omnibus ergo abdicatis Creatori tuo te redde placitam et fidelem, ut veram valeas apprehendere beatitudinem.

Cap. 2. Quod veritas intus loquitur sine strepitu.

1. Loquere Domine, quia audit servus tuus. Servus tuus ego sum, da mihi intellectum, ut sciam testimonia tua. Inclina cor meum in verba oris mei. Fluat ut ros eloquium tuum, dicebant olim filii Israel ad Moysen. Loquere nobis tu, et audiemus; non loquatur Dominus nobis, ne forte moriamur. Non sic, Domine, non sic oro, sed magis cum Samuele popheta humiliter ad disideranter obsecro. Loquere Domine, quia audit servus suus. Non loquatur Moyses mihi, aut aliquis ex Prophetis, sed otius tu loquere, Domine Deus, inspirator et illuminator omnium. Prophetarum, quia tu solus sine eis potes me perfecte imbuere, illi autem sine te nihil proficient.

2. Possunt quidem verba sonare, sed spiritum non conferunt. Pulcherrime dicunt, sed te tacente cor non accedunt. Litteras tradunt, sed tu sensum aperis. Mysteria referunt, sed tu referas intellectum signatorum. Mandata edunt, sed tu juvas ad perficiendum. Viam ostendunt, sed tu confortas ad ambulandum. Illi foris tantum agunt, sed tu corda instruis, et illuminas. Illi exterius rigant, sed tu fecunditatem donas. Illi clamant verbis, sed tu auditui intelligentiam tribuis.

3. Non ergo mihi loquatur Moyses, sed tu, Domine Deus meus, æterna veritas, ne forte moriar, et sine fructu efficiar, si fuero tantum foris admonitus, et intus non accensus, ne sit mihi ad judicium verbum auditum, et non factum cognitum nec amatum creditum, et non servatum. Loquere igitur, Domine, quia audit servus tuus: verba enim vitæ æternæ habes.Loquere mihi ad qualemcumque animæ meæ consolationem, et ad totius vitæ meæ emendationem, tibi autem ad gloriam et perpetuum honorem.

Cap. 3. Quod verba Dei sunt audienda cum humilitate.

1. Audi, fili mi, verba mea. Verba mea suavissima sunt, Philosophorum et Sapientum hujus mundi scientam excedentia. Verba mea spiritus et vita sunt, nec humano sunsu pensanda; non sunt ad vanam complacentiam trahenda, sed in silentio audienda, et cum omni humilitate, atque affectu magno suscipienda. Et dixi: Beatus quem tu erudieris, Domine, et de lege tua docueris eum, ut mitiges ei a diebus malis et desoletur in terra.

2. Ego, inquit Dominus, docui Prophetas ab initio, et usque nunc non cesso omnibus loqui. Sed multi ad vocem meam surdi sunt, et muti et duri. Plures mundum libentius audiunt quam Deum, facilius sequuntur carnis suæ appetitum, quam dei beneplacitum. Promittit temporalia, et parva mundus, et servitur ei aviditate magna. Ego promitto summa, et æterna, et torpescunt mortalium corda. Quis tanta cura in omnibus mihi servit et obedit, sicut mundo et dominis ejus servitur? Erubesce, Sidon, ait mare. Et si causam quæris audi, quare. Pro modica præbenda longa via curritur, pro vita æterna vix a multis pes a terra semel movetur et levatur. Vile prætium quæritur, pro uno numismate interdum turpiter litigatur, pro vana re et parva promissione die noctuque fatigari non timetur.

3. Sed, proh dolor, pro bono incommutabili, pro prætio inæstimabili, pro summo honore et gloria interminabili vel ad modicum fatigari pigritatur. Erubesce ergo, serve piger et querulose, quod illi paratiores inveniuntur ad perditionem, quam te ad vitam; gaudent illi amplius ad vanitatem, quam tu ad veritatem. Equidem a spe sua nonnunquam frustrantur, sed promissio mea neminem fallit, nec confitentem mihi dimittit inanem. Quod promisi dabo, quod dix implebo, si tamen usque ad finem fidelis in dilectione mea quis permanserit. Ego remunerator sum omnium bonorum, et fortis probator omnium devotorum.

4. Scribe verba mea in corde tuo, et pertracta diligenter: erunt enim in tempore tentationis valde necessaria. Quod non intelligis, cum legis, cognosces in die visitationis. Dupliciter soleo electos meos visitare, tentatione scilicet et consolatione: et duas lectiones eis quotidie lego, unam increpando eorum vittia, alteram exhortando ad virtutum incrementa. Qui habet verba mea et spernit ea, habet qui judicet eum in novissimo die.

Oratio ad imporandum devotionis gratiam.

5. Domine Deus meus, tu es omnia bona mea. Et quis ego sum, ut audeam ad te loqui? Ego sum pauperrimus servulus tuus, et abjectus vermiculus tuus, multo pauperior et contemptibilior, quam scio et dicere audeo. Memento tamen, Domine, quia nihil sum, nihil valeo, nihilque habeo. Tu solus bonus justus et sanctus; tu omnia potes, omnia præstas, omnia imples, solum peccatorem inanem relinquens. Reminiscere miserationum tuarum, Domine, et imple gratia tua cor ceum, qui non vis vacua esse opera tua.

6. Quomodo possum me tolerare in hac misera vita, nisi me confortaveris misericordia tua et gratia tua. Noli avertere faciem tuam a me, noli visitationem tuam prolongare, noli consolationem tuam prolongare, noli consolationem tuam abstrahere, ne fiat anima mea sicut terra sine aqua tibi. Doce me, Domine, facere voluntatem tuam. Doce me coram te digne et humiliter conversari, quia sapientia mea tu es, qui in veritate me cognoscis, et cognovisti antequam fieret mundus, et antequam natus essem in mundo.

Cap. 4. Quod in humilitate et veritate coram Deo est conversandum.

1. Fili, ambula coram me in veritate et in simplicitate cordis tui quære me semper. Qui ambulat coram me in veritate, tutabitur ab incursibus vanis et veritas liberabit eum a seductoribus et detractionibus iniquorum. Si veritas te liberaverit, vere liber eris et non curabis de vanis hominum verbis. Domine verum est ut dicis, ita quæso mecum fiat. Veritas tua ipsa me doceat, ipsa me custodiat, et usque ad salutarem finem me conservet; ipsa me liberet ab omni affectione mala et inordinata at ambulabo tecum in magna cordis libertate.

2. Ego te docebo, ait Veritas, quæ recta sunt et placita coram me. Cogita peccata tua cum displicentia magna et memorare, et nuquam reputes te aliquid esse propter opera bona. Revera peccator es, et multis passionibus obnoxius, et implicatus. Ex te semper ad nihil tendis, cito laberis, cito turbaris, cito dissolveris. Non habes quidquam, unde possis gloriari. Sed multa habes unde te debes vilificare, quia multo infirmior es quam vales comprehendere.

3. Nihil ergo tibi magnum videatur ex omnibus, quæ agis. Nihil grande, nihil prætiosum et admirabile, nil reputatione appareat dignum, nil altum, nil vere laudabile, et desiderabile, nisi quod æternum. Placeat tibi super omnia æterna veritas, displiceat tibi super omnia vilitas maxima tua. Nil sic temeas et fugias, sicut vitia, et peccata tua, quæ magis displicere debent, quam quælibet rerum damna. Quidam non sincere coram me ambulant, sed quadam curiositte et arrogania ducti volunt secreta mea scire, et alta Dei intelligere, se et suam salutem negligentes. Hi sæpe in magnas tentationes, et peccata, propter suam jactantiam, superbiam et curiositatem, labuntur me eis adversante. Time judicia Dei, expavesce iram Omnipotentis.

4. Noli autem discutere opera Altissimi, sed tuas iniquitates perscrutare, in quantis dereliquisti, et quam multa bona neglexisti. Quidam portant solum suam devotionem in libris, quidam in imaginibus; quidam autem in signis exterioribus et figuris. Quidam habent me in ore, sed modicum in corde. Sunt alii qui intellectu illuminati et affectu purgati ad æterna sempe anhelant, de terrenis graviter audiunt, necessitatibus naturæ dolenter inserviunt, et hi sentiunt, quid veritatis spiritus loquitur in eis. Quia docet eos terrena despicere, et amare cælestia, mundum negligere, et cælum tota die et nocte desiderare.

Cap. 5. De mirabili affectu divini amoris.

1. Benedico te, Pater cælestis, Pater Domini mei Jesu Christi, qui mei pauperis dignatus es recordari. O, Pater misericordiarum, et Deus totius consolationis, gratias tibi ago, qui me indignum omni consolatione quandoque tua recreas consolatione. Benedico te semper et glorifico cum unigenito Filio tuo, et Spiritu Sancto paracleto in sæcula sæculorum, amen. Eia, Domine Deus, meus amator sancte, cum tu veneris in cor meum, exultabunt omnia interiora mea. Tu es gloria mea et exultatio cordis mei, tu spes mea et refugium in die tribulationis meæ.

2. Sed quia adhuc debilis sum in amore et impefectus in virtute, ideo necesse habeo confortari et consolari. Propterea visita me sæpius, et instrue disciplinis tuis. Libera me a passionibus pravis et malis, et sana cor meum ab omnibus affectionibus inordinatis, ut intus sanatus et bene purgatus aptus efficiar ad amandum, fortis ad patiendum, stabilis ad perseverandum.

3. Magna res est amor, magnum omnino bonum quod solum leve facit esse onerosum, et fert æqualiter omne inæquale: nam onus sine onere portat, et omne amarum dulce ac sapidum efficit. Amor Jesu nobilis ad magna operanda impellit, et desideranda semper perfectiora excitat. Amor vult esse sursum, nec ullis infimis rebus retineri. Amor vult esse liber, et ab omni mundana affectione alienus, ne internus ejus impediatur aspectus; ne per aliquod commodum temporale implicationes sustineat, aut per incommodum succumbat. Nil dulcius est amore, nil fortius, nil altius, nil latius, nil jucundius, nil plenius, nil melius in c&aeliglo et in terra, quia amor a Deo natus est, nec potest nisi in Deo super omnia creata quiescere.

4. Amans volat, currit, lætatur, liber est, et non tenetur. Dat omnia pro omnibus, et habet omnia in omnibus, quia in uno summo super omnia quiescit, ex quo omne bonum fluit et procedit. Non respicit ad dona, sed ad donantem se convertit super omnia bona. Amor sæpe modum nescit, sed super omne bonum fervescit. Amor onus non sentit, labores non reputat, plus affectat, quam valet, de impossibilitate non causatur, quia cuncta sibi licere posse arbitratur. Valet igitur ad omnia, et multa implet, et effectui mancipat. Ubi vero amans deficit et jacet, amor vigilat, et dormiens dormitat, fatigatus non laxatur, arctatus non arctatur, territus non conturbatur, sed, sicut vivax flamma et ardens favilla, sursum erumpit secureque pertransit.

5. Si quis amat, novit quid hæc vox clamat. Magnus clamor in auribus Dei est ardens affectus animæ, quæ dicit. Deus, Deus meus, amor meus, tu totus meus, et ego tuus.

6. Dilata me in amore, ut discam interiori cordis ore degustare, quam suave sit amare et in amore liquefieri et natare. Tenear amore vadens supra me præ nimio fervore et stupore. Cantem amoris canticum; sequar te dilectum meum in altum. Deficit in laude tua anima mea, jubilans ex amore. Amem te plus quam me, nec me nisi propter te, et omnes in te, qui vere amant te, sicut jubet lex amoris, lucens ex te.

7. Est amor velox, sincerus, pius, prudens, longanimis, virilis, et seipsum nunquam quærens. Ubi enim seipsum aliquis quærit, ibi ab amore cadit. Est amor circumspectus, humilis et rectus, non mollis, non levis nec vanis intendens rebus, sobrius, stabilis, castus, quietus, et in cunctis sensibus custoditus. Est amor subjectus et obediens Prælatis, sibi vilis et despectus, Deo devotus et gratificus fidens, et semper sperans in eo, etiam cum sibi non sapit Deus, quia sine dolore non vivitur in amore.

8. Qui non est paratus omnia pati, et ad voluntatem stare dilecti, non est dignus amator appellari. Oportet amantem omnia dura et amara propter dilectum libenter amplecti, nec ob contraria accidentia ab eo deflecti.

Cap. 6. De probatione veri amatoris.

1. Fili, non es adhuc fortis et prudens amator. Quare, Domine? Quia modicam propter contrarietatem deficis, accipis et nimis avide consolationem quæris. Fortis amator stat in tentationibus, nec callidis credit persuasionibus inimici. Sicut in prosperis ei placeo, ita nec in adversis displiceo.

2. Prudens amator non tam donum amantis, quam dantis considerat amorem. Affectum potius attendit, quam censum, et infra dilectum omnia data ponit. Nobilis amator non quiescit in dono, sed in me super omne donum. Non ideo perditum totum, si quandoque minus bene de me, vel de sanctis meis sentis, quam velles. Affectus ille bonus et dulcis, quem interdum percipis, effectus gratiæ præsentis est, et quidam prægustus patriæ cælestis, super quo non nimium innitendum est, quia vadit et venit.

3. Certare autem adversus incidentes malos motus animi, suggestionemque spernere diaboli, insigne est virtutis et magni meriti. Non ergo te conturbent alienæ phantasiæ de quacumque materia ingestæ. Forte serva propositum, et intentionem rectam ad Deum. Non est illusio, quod aliquando in excessum subito raperis et statim ad ineptias solitas cordis reverteris. Illas enim magis invite pateris quam agis, et quamdiu displicent, et reniteris, meritum est et non perditio.

4. Scito, quod antiquus hostis omnino nititur impedire desiderium tuum in bono, et ab omni devoto exercitio evacuare, a Sanctorum cultu, a pia passionis meæ memoria, a peccatorum utili recordatione, a proprii cordis custodia, et a firmo proposito proficiendi in virtute. Multas malas cogitationes ingerit, ut tædium tibi faciat et horrorem, et ab oratione revocet et sacra lectione. Displicet sibi humilis confessio et, si posset, a sacra communione cessare faceret. Nec credas ei neque cures illum, licet tibi sæpius deceptionis tenderit laqueos. Sibi imputa, cum mala ingerit et immunda. Dicito illi: Vade, immunde spiritus, erubesce miser; vade immundus es tu, qui talia infers auribus meis. Discede a me, seductor pessime; non habebis in me partem ullam, sed Jesus mecum erit, tanquam bellator fortis, et tu stabilis confusus. Malo mori, et omnem pœnam subire, quam tibi consentire. Tace, et obmutesce; non audiam te amplius, licet mihi plures moliaris molestias. Dominus illuminatio mea, et salus mea: quem timebo? Si consistant adversum me castra, non timebit cor meum. Dominus adjutor meus et redemptor meus.

5. Certa tanquam miles bonus; et si interdum ex fragilitate corruis, resume vires fortiores prioribus, confidens de ampliori gratia mea, et multum præcave a vana complacentia et superbia. Propter hoc multi in errorem ducuntur, et in cecitatem pæne incurabilem quandoque labuntur. Sit tibi in cautelam et perpetuam humilitatem ruina hæc superborum et de se stulte præsumentium.

Cap. 7. De occultanda gratia sub humilitatis custodia.

1. Fili, utilius est tibi et securius devotionis gratiam abscondere nec in altum te efferre, nec multum inde loqui, neque multum ponderare, sed magi teipsum despicere, et tanquam indigno datam timere. Non est huic affectioni tenacius inhærendum, quæ citius potest mutari in contrarium. Cogita quam miser in gratia, et inops esse soles sine gratia. Nec est in eo tantum spiritualis vitæ profectus, cum consolationis habueris gratiam, sed cum humiliter, et abnegate patienterque tuleris ejus subtractionem. Ita quod tunc ab orationis studio non torpeas, nec reliqua opera tua ex usu facienda omnino dilabi permittas, sed sicut potueris melius et intellexeris, libenter quod est in te facias, nec propter ariditatem sive anxietatem mentis quam sentis te totaliter negligas.

2. Multi enim sunt qui, cum non bene eis successerit, statim impatientes fiunt aut desides.Non enim semper est in potestate hominis via ejus, sed Dei est dare et consolari, quando vult et quantum vult, et cui vult, sicut sibi placuerit, et non amplius. Quidam incauti propter devotionis gratiam se ipsos destruxerunt, quia plus agere voluerunt quam potuerunt, non pensantes suæ parvitatis mensuram sed magis cordis affectum sequentes, quam rationis judicium. Et quia majora præsumserunt, quam Deo placitum fuit, idcirco gratiam perdiderunt cito, et facti sunt inopes, et viles relicti, qui in cælum posuerant nidum sibi: ut humiliati et depauperati discant non in alis suis volare, sed sub pennis meis sperare. Qui adhuc novi sunt et imperiti in via Domini, nisi consilio discretorum se regant, faciliter decipi possunt et illudi.

3. Quod si sentire suum magis sequi, quam aliis exercitatis credere volunt, erit eis periculosus exitus, sed tamen retrahi a proprio conceptu non valuerint. Raro sibi ipsis sapientes, ab aliis regi humiliter patiuntur. Melius est modicum sapere cum humilitate, et parva intelligentia quam magi scientiarum thesauri cum vana complacentia. Melius est minus habere, quam multum, unde osses superbire. Non satis discrete agit, qui se totum lætitiæ tradidit, obliviscens pristinæ inopiæ suæ, et casti timoris Domini, qui non timet gratiam oblatam amittere. Non etiam satis virtuose sapit, qui tempore adversitatis et cujuscumque gravitatis nimis desperate se gerit, et minus fidenter de me, quam oportet, cogitat ac sentit.

4. Qui tempore pacis nimis securus esse voluerit, sæpe tempore belli nimis dejectus et formidolosus reperietur. Si scires semper humilis et modicus in te permanere necnon spiritum tuum bene moderare et regere, non incideres tam cito in periculum et offensam.

5. Consilium bonum est ut fervoris spiritu concepto mediteris quid futurum sit abscedente lumine. Quod dum contigerit, recognita, ac denuo lucem posses reverti, quam ad cautelam tibi, mihi autem ad gloriam, ad tempus subtraxi. Utilior enim est sæpe talis probatio, quam si semper prospera pro tua haberes voluntate. Nam merita non sunt ex hoc extimanda, si quis plures visiones aut consolationes habeat, vel si peritus sit in Scripturis, aut in altiori gradu ponatur: sed si fuerit vera humilitate fundatus, et divina charitate repletus; si Dei honorem pure et integre semper quærat, si se ipsum nihil reputet, et in veritate despiciat atque ab aliis etiam despici et humiliari magis gaudeat quam honorari.

Cap. 8. De vili exstimatione sui ipsius in oculis Dei.

1. Loquar at Dominum meum, cum sim pulvis et cinis? Si me amplius reputavero, ecce tu stas contra me; et dicunt te testimonium verum iniquitates meæ nec possum contradicere. Si autem me vilificavero et ad nihilum me redegero, et ab omni propria reputatione defecero, atque sicut sum spulverizavero erit, mihi propitia gratia tua, et vicina cordi meo lux tua, et omnis exstimatio, quantulacumque minima, in valle nihilitatis meæ submergetur, et peribit in æternum. Ibi ostendes me mihi, quid sum, quid fui, et de quo veni, quia nihil sum et nescivi. Se mihi ipsi relinquor, ecce nihil, et tota infirmitas; si autem subito me respexeris, statim fortis efficior, et novo repleor gaudio. Et mirum valde quod sic repente sublevor, et tam benigne a te complector, qui proprio pondere semper ad imi feror.

2. Facit hoc amor tuus gratis præveniens me, et in tam multis subveniens necessitatibus, a gravibus quoque custodiens me periculis, et ab innumeris, ut ver dicam, eripiens malis. Me siquidem male amando perdidi; et te solum quærendo et pure amando me et te pariter inveni, atque ex amore profundius ad nihilum me redegi. Quia tu, o Dulcissime, facis mecum supra meritum omne et supra id quod audeo sperare vel rogare.

3. Benedictus sis Deus meus, quia licet ego omnibus bonis indignus sim, tua tamen nobilitas et infinita bonitas nunquam cessat benefacere etiam ingratis, et longe a te aversis. Converte nos ad te, ut simus grati, humiles, devoti, quia salus nostra es tu, virtus et fortitudo nostra.

Cap. 9. Quod omnia ad Deum sicut ad finem ultimum sunt referenda.

1. Fili, ego debeo esse finis tuus supremus. Ex hac intentione purificabitur affectus tuus, sæpius ad se ipsum, et ad creaturas male incurvatus. Nam si te ipsum in aliquo quæris, statim in te deficies et arescis. Omnia ergo ad me principaliter referas qui omnia sum, qui omnia dedi. Sic singula considera sicut ex summo bono manantia. Et ideo ad me tanquam ad originem suam cuncta sunt referenda.

2. Ex me pusillus et magnus, pauper et dives, tanquam ex fonte vivo aquam hauriunt vivam. Et qui mihi sponte et libere deserviunt, gratiam, pro gratia accipient. Qui autem extra me voluerit gloriari vel in aliquo privato bono delectari, non stabilietur in vero gaudio, nec in corde suo dilatabitur, sed multipliciter impedietur et angustiabitur. Nihil ergo tibi de bono adscribere debes, nec alicui homini virtutem attribuas, sed totum da Deo, sine quo nihil habet homo. Ego totum dedi, ego totum rehabere volo, et cum magna districtione gratiarum actiones requiro.

3. Hæc est veritas qua fugatur gloriæ vanitas. Et si intraverit cælestis gratia et vera charitas, non erit aliqua invidia, nec contractio cordis, neqe privatus amor occupabit. Vincit enim omnia divina charitas, et dilatat omnes animæ vires. Si recte sapis, in me solo gaudebis, in me solo sperabis, quia nemo bonus nisi solus Deus, qui est super omnia laudandus, et in omnibus benedicendus.

Cap. 10. Quod spreto mundo dulce est servire Deo.

1. Nunc iterum loquar, Domine, et non silebo. Dicam in auribus Dei mei, et Regis mei qui est in excelso. O, quam magna est multitudo dulcedinis tuæ, Domine, quam abscondisti timentibus te. Sed quid es amantibus te? Quid toto corde tibi servientibus? Vere ineffabilis dulcedo contemplationis tuæ, quam largiris amantibus te. In hoc maxime ostendisti dulcedinem charitatis tuæ, quia cum no essem, fecisti me, et cum errarem longe a te, reduxisti me, ut servirem tibi, et præcepisti ut diligam te.

2. O, fons amoris perpetui, quid dicam de te? Quomodo potero tui oblivisci, qui mei recordari dignatus es? Et postquam contabui, et perii, fecisti ultra omnem spem misericordiam cum servo tuo, et ultra omne meritum gratiam et amicitiam exhibuisti. Quid retribuam tibi pro gratia ista? Non enim omnibus datum est, ut omnibus abdicatis sæculo renuntient, et monasticam vitam assumant. Nonquid non magnum est ut tibi serviam, cui omnis creatura servire tenetur? Non magnum mihi videri debet? Sed potius hoc mihi magnum et admirandum paret, quod tam pauperem et indignum dignaris in servum recipere, et dilectis servis tuis adunare.

3. Ecce omnia tua sunt quæ habeo, et unde tibi servio. Verumtamen vice versa tu mihi magis servis, quam ego tibi. Ecce cælum et terra, quæ in ministerio hominis creasti, præsto sunt et faciunt quotidie quæcumque mandasti. Et hoc parum est: quin etiam Angelos in ministerio hominis creasti et ordinasti. Transcendit autem hæc omnia, quod tu homini servire dignatus es, et te ispum daturum promisisti.

4. Quid dabo tibi pro istis millibus bonis? Utinam possem tibi servire cunctis diebus vitæ meæ. Utinam vel uno die dignum servitium exhibere sufficerem. Vere tu es dignus omni servitio, omni honore et laude æterna. Vere Dominus meus es, et ego pauper servus tuus, qui totis viribus teneor servire tibi, nec unquam in laudibus tuis debeo fastidire. Sic volo, sic desidero, et quidquid mihi deest, tu digneris supplere.

5. Magnus honor, magna gloria tibi servire, et omnia per te, propter te contemnere. Habebunt enim gratiam magnam, qui sponte se subjecerint tuæ sanctissimæ servituti, et invenient suavissimam Spiritus Sancti consolationem. Consequentur magnam cordis libertatem, qui pro nomine tuo arctam ingrediuntur viam, et omnem mundanam neglexerint curam.

6. O, grata et jucunda Dei servitus, qua homo veraciter efficitur liber et sanctus. O, sacer status religiosi famulatus, qui hominem Angelis reddit æqualem, Deo placabilem, dæmonibus terribilem, et cunctis fidelibus commendabilem. O, amplectendum et semper optandum servitium, quo promeretur summum bonum, et gaudium promeretur sine fine permansurum.

Cap. 11. Quod desideria cordis examinanda sunt et moderanda.

1. Fili, oportet te adhuc multa discere, quæ necdum bene didicisti. Quæ sunt hæc, Domine? ut desiderium tuum ponas totaliter secundum beneplacitum meum, et tui ipsius amator non sis: sed meæ voluntatis cupidus amator et æmulator. Desideria te sæpe accendunt, et vehementer impellunt; sed considera an propter meum, an propter honorem tuum vel commodum magis movearis. Si ego sum in causa, bene contentus eris quomodocumque ordinavero. Si autem de proprio quæstu aliquid latet, ecce hoc est quod te impedit et gravat.

2. Cave ergo ne nimium innitaris super desiderio præconcepto, me non consulto, ne forte postea pæniteat et displiceat quod primo placuit, et quasi pro meliore zelasti. Non enim omnis affectio, quæ videtur bona, statim est sequenda: sed neque omnis contraria affectio ad primum fugienda. Expedit interdum refrænatione uti, etiam in bonis studiis et desideriis, ne per importunitatem mentis distractionem incurra, ne aliis per indisciplinationem scandalum generes, vel etiam per resistentiam aliorum subito turberis et corruas.

3. Interdum vero oportet violentia uti, et viriliter appetitui sensitivo contraire, nec advertere quid velit caro, et quid non velit; sed hoc magis fatagere ut subjecta sit etiam nolens spiritui, et tamdiu castigari debet et cogi servituti subesse, donec parata sit ad omnia, paucisque contentari discat, et simplicibus delectari nec contra aliquod inonveniens murmurare.

Cap. 12. De informatione patientiæ, et luctamine adversus concupiscentias.

1. Domine Deus, ut audio, patientia est mihi valde necessaria. Multa enim in hac vita accidunt contraria. Nam qualitercumque ordinavero de pace mea, non potes esse sine dolore et bello vita mea. Ita est, fili. Non enim volo te talem quærere pacem, quæ tentationibus careat, aut contraria non sentiat; sed tunc etiam te extimare pacem invenisse, cum tu fueris variis tribulationibus exercitatus, et in multis contrarietatibus probatus.

2. Si dixeris te non multa posse pati, quomodo tunc sustinebis ignem purgatorii? De duobus malis semper minus tamen est eligendum: ut ergo æterna futura supplicia possis evadere, mala præsentia studeas pro Deo æquanimiter tolerare. An putas quod homines sæculi hujus nihil, aut parum patiantur? Nec hoc invenies, etiamsi delicatissimos quæsieris. Sed habent, inquies, multas delectationes, et proprias sequuntur voluntates: ideoque parum ponderant suas tribulationes. Esto quod ita sit, quod habeant quidquid voluerint, sed quamdiu putas durabit?

3. Ecce quemadmodum sumus deficient in sæculo abundantes, et nulla erit recordatio præteritorum gaudiorum. Sed et cum adhuc vivunt, non sine amaritudine et tædio ac timore in eis quiescunt. Ex eadem namque re, unde delectationem concipiunt, sibi inde doloris pœnam frequenter recipiunt. Juste illis fit ut quia inordinate delectationes quærunt et sequuntur, non sine amaritudine et confusione eas expleant.

4. O, quam breves, quam falsæ, quam inordinatæ, et turpes omnes sunt. Verumtamen præ ebrietate et cæcitate non intelligunt, sed velut muta animalia, propter modicum corruptibilis vitæ delectamentum, mortem animæ incurrunt. Tu ergo, fili, post concupiscentias tuas non eas: et a voluntate tua avertere; delectare in Domino, et dabit tibi petitiones cordis tui.

5. Etenim si veraciter vis delectari, et abundantius a me consolari, ecce in contemtu omnium mundanorum, et in abscissione omnium infirmarum delectationum erit benedictio tua, et copiosa tibi reddetur consolatio. Et quanto plus te ab omni creaturarum solatio subtraxeris, tanto in me suaviores et potentiores consolationes invenies. Sed primo non sine quadam tristitia et labore certaminis ad has pertinges. Obsistet inolita consuetudo, sed meliori consuetudine devincetur. Remurmurabit caro, sed fervore spiritus frænabitur. Instigabit te et exacerbabit serpens antiquus sed oratione fugabitur, insuper et labore utili aditus ei magnus obstruetur.

Cap. 13. De obedientia humili subditi, ad exemplum Jesu Christi.

1. Fili, qui se subtrahere nititur ab obedientia, ipse se subtrahit a gratia et qui quærit habere privata, amittit communia. Qui non libenter, et sponte suo superiori se subdit: signum est quod caro sua nondum perfecte sibi obedit, sed sæpe recalcitrat et murmurat. Disce ergo celeriter superiori tuo te submittere, si carnem propriam optas subjugare. Citius namque exterior vincitur inimicus, si interior homo non fuerit devastatus. Non est molestior et pejor animæ hostis, quam tu ipse tibi, non bene concordans spiritui. Oportet enim te verum assumere tui ipsius contemtum, si vis prævalere adversus carnem, et sanguinem, quia adhuc nimis inordinate te diligis: ideo plene te resignare aliorum voluntati trepidas.

2. Sed quid magnum tu, qui pulvis es, et nihil, si propter Deum te subdis homini, quando eo Omnipotens et Altissimus, qui cuncta creavi ex nihilo, me homini propter te subjeci humiliter. Factus sum omnium humillimus, et infimus, ut etiam superbiam mea humilitate vinceres. Disce obtemperare, pulvis, dice te humiliare, terra et limus, et sub omnium pedibus incurvare. Disce voluntates tuas frangere, et ad omnem subjectionem te dare.

3. Exardesce contra te, nec patiaris tumorem in te vivere, sed ita subjectum et pulverem te exhibe, ut omnes super te ambulare possint, et sicut lutum platearum conculcare. Quid habes, homo inanis, conqueri? Quid, sordide peccator, potes contradicere exprobrantibus tibi, qui toties Deum offendisti et toties infernum meruisti? Sed pepercit tibi oculus meus, quia prætiosa fuit anima tua in conspectu meo, ut cognosceres dilectionem meam, et gratus semper beneficiis meis existeres et ad veram subjectionem et humilitatem te jugiter dares, patienterque proprium contemtum ferres.

Cap. 14. De judiciis Dei occultis considerandis, ne extollamur in bonis.

1. Intonas super me judicia tua, Domine, et timore ac tremore concutis omnia ossa mea et expavescit anima mea valde. Sto attonitus et considero, quia cæli non sunt mundi in conspectu tuo. Si in Angelis reperisti pravitatem, nec tamen epercisti, quid fiet de me. Ceciderunt stellæ de cælo, et ego pulvis quid præsumo? Quorum opra videbantur laudabilia, ceciderunt ad infima, et qui comedebant panem Angelorum, vidi siliquis delectari porcorum.

2. Nulla est ergo sanctitas, si manum tuam retrahas, Domine. Nulla sapientia prodest, si gubernare desistas. Nulla juvat fortitudo, si conservare desinas. Nulla secura castitas, si eam non protegas. Nulla propria prodest custodia, si non adsit tua sancta vigilantia. Nam relicti mergimur et perimus; visitati autem: vivimus et erigimur. Instabiles quippe sumus, sed propter te confirmamur; tepescimus, sed a te accendimur.

3. O, quam humiliter et abjecte mihi de me ipso sentiendum est, quam nihili pendendum est si quid boni videor habere. O, quam profunde me submittere debeo sub abyssalibus tuis judiciis, Domine; ubi nihil aliud me esse invenio, quam nihil et nihil. O, pondus immensum, o pelagus instransnatabile, ubi nihil de me reperio, quam in totum nihil. Ubi est ergo latebra gloriæ? Ubi confidentia de gloria concepta? Absorpta est omnis gloria vana in profunditate judiciorum tuorum super me.

4. Quid est omni caro in conspectu tuo? Numquid gloriabitur lutum contra formantem se?Quomodo potest erigi vaniloquio, cujus cor in veritate subjectum est Deo? Non eum totus mundus erigeret, quem sibi subjecit veritas. Nec omnium laudantium ore movebitur, qui totam spem suam in Deo firmavit. Nam et ipsi qui loquuntur, ecce omnes nihil, et deficient cum sonitu verborum. Veritas autem Domini manet in æternum.

Cap. 15. Qualiter standum sit ad dicendum in omni re desiderabili.

1. Fili, si dicas in omni re: Domine, si tibi placitum fuerit, fiat hoc ita; Domine, si sit honor tuus, fiat in nomine tuo hoc; Domine, si mihi videris expedire et utile esse probaveris, tunc da mihi hoc uti ad honorem tuum. Sed si mihi nocivum fore cognoveris, nec animæ meæ saluti prodesse, aufer a me tale desiderium. Non enim omne desiderium a Spiritu Sancto est, etiamsi homini videatur justum, rectum et bonum. Difficile est pro vero judicare, an spiritus bonus, aut malus te impellat ad desiderandum hoc vel illud, an etiam ex proprio movearis spiritu. Multi in fine sunt decepti, qui primo bono spiritu videbantur inducti.

2. Igitur semper cum timore Dei, et humilitate cordis desiderandum est et petendum, quidquid desiderabile menti occurrit, maximeque cum propria resignatione mihi totum committendum est atque dicendum. Domine, tu scis qualiter melius est mihi hoc vel illud; sicut volueris, da mihi quod vis et quantum vis et quando vis. Fac mecum sicut scis et sicut tibi magis placuerit, et major honor fuerit tuus. Pone me ubi vis, et liber age mecum in omnibus. In manu tua ego sum, gira et reversa me per circuitum. En ego servus tuus paratus ad omnia: quoniam non desidero mihi vivere, sed tibi, utinam digne et perfecte.

Oratio pro beneplacito faciendo Dei.

3. Concede mihi, benignissime Jesu, gratiam tuam, ut mecum sit et mecum laboret, mecumque usque in finem perseveret. Da mihi semper desiderare, et velle quod tibi magis acceptum est, et charius placet. Tua voluntas mea sit, et mea voluntas tuam sequatur semper, et optime ei concordet. Sit mihi unum velle, et unum nolle tecum: nec aliud posse velle, aut nolle nisi quod vis, aut nolis.

4. Da mihi omnibus mori quæ in mundo sunt, et propter te amare contemni, et nesciri in hoc sæculo. Da mihi super omnia desiderata in te quiescere, et cor meum in te pacificare. Tu vera pax cordis, tu sola requies; extra te omnia sunt dura, et inquieta. In hac pace in idipsum, hoc est in te uno et summo et æterno bono, dormiam et requiescam. Amen.

Cap. 16. Quod verum solatium in solo Deo est quærendum.

1. Quidquid desiderare vel cogitare possum ad solatium meum, non hic exspecto, sed in posterum: quia, si omnia solatia mundi hujus haberem, et omnibus deliciis frui possem, certum est quod diu durare no possent. Unde non potes plene, anima mea, consolari, nec perfecte recreari, nisi in Deo, consolatione pauperum et susceptore humilium. Exspecta modicum, anima mea: exspecta divinum promissum, et habebis abundantiam omnium bonorum in cælo; et, si nimis inordinate ista appetis præsentia, perdes æterna et cælestia. Sint temporalia in usu, æterna in desiderio. Non potes aliquo bono temporali satiari, quia ad hæc fruenda non es creata.

2. Etsi omnia bona creata haberes, non posses esse felix et beata; sed in Deo, qui cuncta creavit, tota beatitudo tua et felicitas consistit, non qualis videtur et laudatur a stultis mundi amatoribus, sed qualem exspectant boni Christi fideles, et prægustant interdum spirituales ac mundi corde, quorum conversatio est in cælis. Vanum est et breve omne humanum solatium: beatum et verum solatium, quod intus a veritate percipitur. Devotus homo ubique fert secum consolatorem suum Jesum et dicit ad eum: Adesto mihi, Domine Jesu, in omni loco et tempore. Hæc mihi sit consolatio, libenter velle carere omni humano solatio. Et si tua defuerit consolatio, sit mihi tua voluntas, et justa probatio pro summo solatio. Non in perpetuum enim irasceris, neque in æternum comminaberis.

Cap. 17. Quod omnis sollicitudo in Deo ponenda est.

1. Fili, sine me tecum agere quod volo: ego scio quid expediat tibi. Tu cogitas ut homo, in multis sentis, sicut tibi humanus suadet affectus.

2. Domine, verum est quod dicis. Major est sollicitudo tua pro me, quam omnis cura quam ego possem gerere pro me. Nimis enim casualiter stat, qui non projicit omnem sollicitudinem suam in te. Domine, dummodo voluntas mea recta et firma, in te permaneat, fac de me quidquid tibi placuerit. Non enim potest esse nisi bonum quidquid de me feceris. Si me vis esse in tenebris, sis benedictus; et si me vis esse in luce, sis iterum benedictus. Si me dignaris consolari, sis benedictus; si me vis tribulari, æque sis semper benedictus.

3. Fili, sic oportet te stare, si mecum desideras ambulare. Ita promtus debes esse ad patiendum, sicut ad gaudendum. Ita libenter debes esse inops et pauper, sicut plenus, et dives.

4. Domine, libenter patiar pro te sicut volueris venire super me. Indifferenter volo de manu tua bonum et malum, dulce et amarum, lætum et triste suscipere, et pro omnibus mihi contingentibus gratias agere. Custodi me ab omni peccato, et non timebo mortem neque infernum. Dummodo in æternum non projicias, nec deleas me de libro vitæ, non mihi nocebit quidquid veniret tribulationis super me.

Cap. 18. Quod temporales miseriæ Christi exemplo æquanimiter sunt ferendæ.

1. Fili, ego descendi de cælo pro tua salute; suscepi tuas miserias, non necessitate, sed charitate trahente ut patientiam disceres et temporales miserias non indignanter ferres. Nam ab hora ortus mei usque ad exitum in cruce non defuit mihi tolerantia doloris, at defectum rerum temporalium magnum habui. Multas querimonias de me frequenter audivi, confusiones et opprobria benigne sustinui, pro miraculis blasphemias, pro doctrina reprehensiones.

2. Domine, quia fuisti patiens in vita tua, in hoc maxime implendo præceptum Patris tui, dignum est ut ego misellus peccator secundum voluntatem tuam patienter me sustineam, et donec ipse volueris, onus corruptibilis vitæ pro salute mea portem. Nam etsi sentitur onerosa præsens vita, facta est tamen jam per gratiam tuam valde meritoria, atque exemplo tuo atque Sanctorum tuorum vestigiis infirmis tolerabilior, et clarior. Sed et multo magis consolatioria, quam olim in veteri Testamento fuerat, cum porta cæli clausa persisteret, et obscurior etiam via videbatur, quando tam pauci regnum cælorum quærere curabant. Sed neque qui tunc justi erant et salvandi ante passionem tuam et sacræ mortis obitum, cæleste regnum poterant introire.

3. O, quantas tibi gratias teneor referre, quia rectam et bonam viam dignatus es mihi et cinctis fidelibus ad æternum regnum ostendere tuum. Nam vita tua via nostra, et per sanctam patietiam ambulamus ad te, qui es corona nostra. Nisi tu nos præcessisses et docuisses, quis sequi curaret? Heu quanti longe retrocenderent, nisi tua præclara exempla inspicerent. Ecce adhuc tepescimus auditis tot signis tuis et doctrinis. Quid fieret si tantum lumen ad sequendum te non haberemus?

Cap. 19. De tolerantia injuriarum, et quis verus patiens perhibetur.

1. Quid est quod loqueris o fili? Cessa conqueri, considera meam et aliorum Sanctorum passionem. Nondum usque ad sanguinem restitisti. Parum est quod tu pateris in comparatione eorum, qui tam multa passi sunt, tam fortiter tentati, tam graviter tribulati, tam multipliciter probati, et exercitati. Oportet igitur aliorum graviora ad mentem reducere, ut levius feras tua minima. Et si tibi minima non videntur, vide ne et hoc tua faciat impatientia. Sive tamen parva, sive magna sint, stude cuncta patienter ferre.

2. Quanto melius te ad patiendum disponis, tanto sapientius agis, et amplius promereris et feres levius animo et usu ad hoc non segniter paratus. Nec dica: Non valeo hæc ab homine tali pati, nec hujuscemodi mihi patienda sunt: grave enim intulit damnum, et improperat mihi quæ nunquam cogitaveram; sed ab alio libenter patiar, et sicut patienda videro. Insipiens est talis cogitatio, quæ virtutem patientiæ non considerat, nec a quo coronanda erit; sed magis personas, et offensas sibi illatas perpendit.

3. Non est verus patiens qui non vult pati, nisi quantum sibi visum fuerit, et a quo sibi placuerit. Verus autem patiens non attendit a quo homine, utrum a Prælato suo, an ab alio æquali, an inferior, utrum a bono, et sancto viro, vel a perverso, et indigno exerceatur. Sed indifferenter ab omni creatura, quantumcumque et quotiescumque ei aliquid adversi acciderit, totum hoc gratanter de manu Dei accipit, et ingens lucrum reputat, quia nihil apud Deum, quantumlibet parvum pro Deo tamen passum, poterit sine merito transire.

4. Esto igitur expeditus ad pugnam, si vis habere victoriam. Sine certamine non potes venire ad patientiæ coronam; si pati non vis, recusas coronari. Si autem coronari desideras, certa viriliter, sustine patienter. Sine labore non tenditur ad requiem, nec sine pugna pervenitur ad victoriam.

5. Fac mihi possibile, Domine, per gratiam, quod mihi impossibiel videtur per naturam. Tu scis quod modicum possum pati, et quod cito dejicior, levi exsurgente adversitate. Efficiatur mihi quælibet exercitatio tribulationis, pro nomine tuo amabilis, et acceptabilis: nam pati et vexari pro te valde salubre est animæ meæ.

Cap. 20. De confessione propriæ infirmitatis, et hujus vitæ miseriis.

1. Confiteor adversum me injustitiam meam; confitebor tibi, Domini, infirmitatem meam. Sæpe parva res est quæ dejicit et contristat. Præpono me firmiter acturum, sed cum modica tentatio venerit, magis mihi sit angustia. Valde vilis quandoque res est, unde gravis tentatio provenit; dum puto me aliquantulum tutum, cum non sentio, invenio me nonnunquam pæne devictum ex levi flatu.

2. Vide ergo, Domine, humilitatem meam, et fragilitatem tibi undique notam. Miserere mei, et eripe me de luto, ut non infigar, non permaneam devictus usquequaque. Hoc est quod me frequenter reverberat, et coram te confundit, quod tam labilis sum, et infirmus ad resistendum passionibus, et si non omnino ad consensionem, tamen mihi etiam molesta et gravis est earum infectatio, et tædet valde sic quotidie vivere in lite. Exhinc nota sit mihi infirmitas mea, quia multo facilius irrunt abominandæ semper phantasiæ, quam discedunt.

3. Utinam, fortissime Deus Israel, zelator animarum fidelium, respicias servi tui laborem et dolorem, adsistasque illi in omnibus ad quæcumque perrexerit. Robora me cælesti fortitudine, neque vetus homo, misera caro spiritui necdum bene subjecta valeat dominari, adversus quam certare oportebit, quamdiu spiratur in hac vita miserrima. Heu, qualis est hæc vita? Ubi non desunt tribulationes, et miseriæ; ubi plena laqueis, et hostibus sunt omnia. Nam una tribulatione seu tentatione recedente, alia accedit, sed et adhuc priore durante conflictu aliæ plures superveniunt et insperatæ.

4. Et quomodo potest amari vita hominis habens tantas amaritudines, et tot subjecta calamitatibus et miseriis? Quomodo etiam dicitur vita tot generans mortes et pestes? Et tamen amatur, et delectari in ea quæritur a multis. Reprehenditur frequenter mundus tanquam fallax sit, et vanus, nec tamen facile relinquitur, cum concupiscentiæ carnis dominantur. Sed alia trahunt ad amandum, alia ad contemnendum, alia ad amorem mundi, carnis desiderium, desiderium oculorum et superbia vitæ; sed pœnæ et miseriæ sequentes ea odium mundi pariunt et tædiunt.

5. Sed vincit, proh dolor, delectatio prava mentem mundo deditam, et esse sub sentibus delicias reputat, quia Dei suavitatem, et internam virtutis amœnitatem nec vidit nec gustavit. Qui qutem mundum perfecte contemnunt, et Deo vivere sub sancta disciplina student, isti dulcedinem divinam veris abrenuntiatoribus promissam non ignorant, et quam graviter mundus errat, et varie fallitur, vident.

Cap. 21. Quod in Deo super omnia bona et dona requiescendum est.

1. Super omnia et in omnibus requiesces, anima mea, in Domino semper, quia ipse est Sanctorum æterna requies. Da mihi, dulcissime et amantissime Jesus, in te super omnem salutem, et pulchritudinem, super omnem gloriam et honorem, super omnem potentiam et dignitatem, super omnem scientiam et subtilitatem, et super omnes divitias et artes, super omnem lætitiam et exultationem, super omnem famam et laudem, super omnem suavitatem, et consolationem, super omnem spem et promissionem, super omne meritum et desiderium, super omnia dona et munera quæ potest dare et infundere, super omne gaudium et jubilationem, quam potest mens capere et sentire. Denique super omnes Angelos et Archangelos, et super omnem exercitum cæli et super omnia visibilia et invisibilia, et super omne, Deus meus, quod tu, non es: quia tu, Deus meus, super omnia optimus es.

2. Tu solus altissimus, tu solus potentissimus, tu solus sufficientissimus et plenissimus, tu solus suavissimus et solatiosissimus, tu solus pulcherrimus et amantissimus, tu solus nobilissimus et gloriosissimus super omnia; in quo bona cuncta simul perfecta sunt, fuerunt et erunt. Atque ideo minus est et insufficiens quidquid præter te ipsum mihi donas, et de te ipso revelas, vel promittis, te non viso nec plene adepto: quoniam quidem non potest cor meum veraciter requiescere, nec totaliter contentari, nisi in te requiescat, et omnia dona omnemque creaturam transcendat.

3. O, mi dilectissime sponse Jesu Christe, amator purissime, dominator universæ creaturæ, quis mihi det pennas veræ libertatis, ad volandum et pausandum in te? O, quando ad plenum dabitur vacare mihi, et videre quam suavis es, Domine Deus meus? Quando ad plenum recolligam me in te, ut præ amore tuo non sentiam me, sed te solum supra omnem sensum et modum in modo non omnibus noto? Nunc autem frequenter gemo, et infelicitatem meam cum dolore porto, quia multa mala in hac valle miseriarum occurrunt, quæ me sæpius conturbant, et contristant et obnubilant, sæpius impediunt, et distrahunt, alliciunt et implicant, ne liberum accessum habeam ad te, et ne jucundis fruar amplexibus, præsto semper cum beatis spiritibus. Moveat te suspirium meum, et desolatio multiplex in terra.

4. O, Jesu splendor æternæ gloriæ, solamen peregrinationis animæ meæ, apud te est os meum sine voce, et silentium meum loquitur tibi. Usquequo tardat Deus meus venire? Veniat ad me pauperculum suum, et lætum faciat, mittat manum suam, et miserum eripiat de omni angustia. Veni, veni, quia nulla erit sine te quieta dies aut hora, quia tu lætitia mea, et sine te vacua est mensa mea. Miser sum, et quodammodo incarceratus, et compeditus ac gravatus, donec luce præsentiæ tuæ me reficias, ac libertati dones, et vultum amicabilem reddas ac demonstres.

5. Quærant alii pro te aliud quodcumque libuerit, et mihi aliud interim nihil placet, nec placebit, nisi Deus meus, spes mea, salus æterna. Non reticebo nec depræcari cessabo, donec gratia tua revertatur nihi, quia tu intus loquaris.

6. Ecce adsum, ecce ego ad te venio, quia invocasti me. Lacrymæ tuæ, et desiderium animæ tuæ, humiliatio tua, et contritio cordis inclinaverunt me, et adduxerunt ad te.

7. Et dixi: Domine, invocavi te, et desideravi te frui, paratus omnia respuere propter te: tu enim prior excitasti me, ut quærerem te; sis ergo benedictus, Domine, qui fecisti hanc bonitatem cum servo tuo, secundum multitudinem misericordiæ tuæ. Quid habet ultra dicere, Domine, servus tuus coram te, nisi ut humiliet se valde ante te, memor semper propriæ iniquitatis, et infirmitatis et vilitatis. Non enim est similis tui in cunctis mirabilibus cæli, et terræ. Sunt opera tua bona valde, Domine, judicia vera, et providentia tua reguntur universa. Laus ergo tibi et gloria, o Patris sapientia, te laudet et benedicat os meum, anima ma, et cuncta creata simul.

Cap. 22. De recordatione multiplicium beneficiorum Dei.

1. Aperi, Domine, cor meum in lege tua, et in præceptis tuis doce me ambulare. Da mihi intelligere voluntatem tuam et cum magna reverentia ac diligenti consideratione beneficia tua, tam in generali, quam in particulari memorare tibi, ut hinc valeam gratias referre. Verum scio et confiteor, nec pro minimo puncto me posse debitas gratiarum laudes persolvere. Minor ego sum omnibus bonis mihi præstitis; et cum tuam nobilitatem attendo, deficit præ magnitudine illius spiritus meus.

2. Omnia quæ in anima habemus et in corpore et quæcumque exterius vel interius naturaliter vel supernaturaliter possidemus, tua sunt beneficia, et beneficum pium, ac bonum commendant, a quo bona cunta accepimus. Et si alius plura alius pauciora accepit, omnia tamen tua sunt, nec minimum sine te haberi potest. Ille qui majora accepit, non potest merito suo gloriari, nec super alios extolli, nec minori insultare, quia ille major et melior est, qui sibi minus adscribit, et in regratiando humilior est atque devotior: et qui omnibus viliorem se esse esistimat, et indigniorem se judicat, aptior est ad percipiendum majora.

3. Qui autem pauciora accepit, contristari non debet, nec indignanter ferre, neque ditiori invidere: sed te potius attendere, et tuam bonitatem maxime laudare, quod tam affluenter, tam gratis, tam libenter sine personarum acceptione tua munera largiris. Omnia ex te, et ideo omnibus es laudandus. Tu scis quid unicuique donari expediat, et cur iste minus et ille amplius habeat, non nostrum, sed tuum est discernere, aud quem singulorum definita sunt merita.

4. Unde, Domine Deus, pro magno etiam reputo beneficio, non multa habere unde exterius et secundum homines laus et gloria appareat: ita ut quis considerata paupertate et vilitate personæ suæ, non modo gravitatem, aut tristitiam, vel dejectionem inde concipiat, sed potius consolationem, et hilaritatem magnam; quia tu, Deus, pauperes et humiles atque huic mundo despectos tibi elegisti in familiares et domesticos. Testes sunt ipsi Apostoli tui, quos principes super omnem terram constituisti. Fuerunt enim sine querela conversati in mundo, tam humiles quam simplices sine omni malitia et dolo, ut etiam pati contemelias gauderent pro nomine tuo, et quæ mundus abhorret, ipsi amplecterentur affectu magno.

5. Nihil ergo amatorem tuum, et cognitorem beneficiorum tuorum ita lætificare debet, sicut voluntas tua in eo, et beneplacitum æternæ dispositionis tuæ, de qua tantum contentari debet et consolari, ut ita libenter velit esse minimus, sicut aliquis optaret esse maximus, et ita pacificus et contentus in novissimo loco sicut in loco primo atque ita libenter despicabilis, et abjectus, nullius quoque nominis et famæ sicut cæteris honorabilior, et major in mundo. Nam voluntas tua et amor honoris tui, omnia excedere debet, et plus eum consolari, magisque placere, quam omnia beneficia sibi data vel danda.

Cap. 23. De 4.or. magnam importantibus pacem.

1. Fili, nunc decebo te viam pacis et veræ libertatis.

2. Fac, Domine, quod dicis, quia hoc mihi est gratum audire.

3. Stude, Fili, alterius potius facere voluntatem quam tuam. Elige semper minus quam plus habere. Quære semper inferiorem locum et omnibus subesse. Opta semper et ora, ut voluntas Dei integre in te fiat. Ecce talis homo ingreditur fines pacis et quietis.

4. Domine, sermo tuus iste brevis multum continet perfectionis; parvus est dictu, sed plenus sensu et uber in fructu. Nam si posset a me fideliter custodiri, non deberet tam facilis in me turbatio origi. Nam quoties me impacatum sentio et gravatum, ab hac doctrina me recessisse invenio. Sed tu qui omnia potes, et animæ profectum semper diligis, adauge amjorem gratiam, ut posim tuum complere sermonem, et meam perficere salutem.

Oratio contra cogitationes malas.

5. Domine Deus meus, ne elongeris a me; Deus meus, in auxilium meum respice: quoniam in me surrexerunt cogitationes vanæ et timores magni affligentes animam meam. Quomodo pertransibo illæsus? Quomodo perfringam eas?

6. Ego, inquit, ante te ibo, et gloriosos terræ humiliabo; aperiam januam carceris, et arcana secretorum revelabo tibi.

7. Fac, Domine, ut loqueris, et fugiant a facie tua omnes iniquæ cogitationes. Hæc est spes et unica consolatio mea, ad te in omni tribulatione confugere, tibi confidere, ex intimo invocare, et patienter consolationem tuam exspectare.

Oratio pro illuminatione mentis.

8. Clarifica me, bone Jesu, claritate æterni lumnis. Educ de habitaculo cordis mei tenebras universas. Cohibe evagationes multas et elide vim facientes tentationes. Pugna pro me fortiter, et expugna malas bestias, concupiscentias dico illecebrosas, ut fiat pax in virtute tua et abundantia laudis tuæ resonet in aula sancta, hoc est in conscientia pura. Impera ventis et tempestatibus; dic, mari quiesce; dic Aquiloni, ne flaveris: et erit tranquillitas magna.

9. Emitte lucem tuam et veritatem, ut luceant super terram, quia terra sum inanis et vacua, donec illumines me. Effunde gratiam tuam desuper, perfunde cor meum gratia cælesti, ministra devotionis aquas ad irrigandum faciem terræ, ad producendum fructum bonum et optimum. Eleva mentem pressam mole peccatorum et ad cælestia totum desiderium meum suspende: ut gustata suavitate supernæ felicitatis pigeat de terrenis cogitare.

10. Rape me et eripe me ab omni creaturarum indurabili consolatione, quia nulla res creata appetitum meum plenarie valet quietare et consolari. Junge me tibi inseparabili dilectionis vinculo, quoniam tu solus sufficis amanti et absque te frivola sunt universa.

Chap. 24. De evitatione curiosæ inquisitionis super alterius vita.

1. Fili, noli esse curiosus nec vacuas gerere sollicitudines. Quid hoc vel illud ad te? Tu me sequere. Quid enim ad te, utrum ille sit talis, vel talis, aut iste sic agit, vel loquitur? Tu non indiges respondere pro aliis, sed pro te ipso rationem reddas: quid ergo te implicas? Ecce ego omnes cognosco, et cuncta, quæ fiunt sub sole, video, et scio qualiter cum unoquoque sit, quod cogitet, quid velit, et ad quem finem tendat ejus intentio. Mihi igitur committenda sunt omnia; tu vero serva te in bona pace, et dimitte agitantem agitare quantum voluerit. Veniet super eum quidquid fecerit vel dixerit, quia me fallere non potest.

2. Non sit tibi curæ de magni nominis umbra, non de multorum familiaritate, nec de privata hominum dilectione: ista enim generant distractiones, et magnas in corde obscuritates. Libenter tibi loquerer Verbum meum, et abscondita revelarem, si adventum meum diligenter observares, et ostium cordis mihi aperires. Esto prudens, et vigila in orationibus et humilia te in omnibus.

Cap. 25. In quibus firma pax cordis, et verus profectus consistit.

1. Fili, ego locutus sum: Pacem relinquo vobis, pacem meam do vobis; non quomodo hic mundus dat ego do vobis. Pacem omnes desiderant: sed quæ ad veram pacem pertinent, non omnes curant. Pax mea cum humilibus et mansuetis corde, pax tua erit in multa patientia. Si me audieris, et vocem meam secutus fueris, poteris multa pace frui. Quid igitur faciam in omni re? Attende tibi quid facias et quid dicas et omnem intentionem tuam ad hoc dirige, ut mihi soli placeas, et extra me nihil cupias, vel quæras. Sed et de aliorum dictis vel factis nil temere judices, nec cum rebus tibi non commissis te implices, et poterit fieri ut parum vel raro turberis.

2. Nunquam autem sentire aliquam turbationem, nec pati aliquam cordis vel corporis molestiam non est præsentis temporis, sed status æternæ quietis. Non ergo exstimes te veram pacem invenisse, si nullam senseris gravitatem, nec tunc totum esse bonum, si neminem pateris adversarium, nec hoc esse perfectum, si cuncta fuerint secundum tuum affectum. Neque tunc magni aliquid te reputes aut specialiter dilectum existimes, si in magna fueris devotione aut dulcedine: quia in istis non congnoscitur verus amator virtutis, nec in istis consistit profectus, et perfictio hominis.

3. In quo ergo, Domine? In offerendo te ex toto corde tuo voluntati divinæ, non quærendo quæ tua sunt, nec in parvo nec in magno, nec in tempore nec in æternitate, ita ut una æquali facie in gratiarum actione permaneas inter prospera et contraria omnia æqua lance pensando. Si fueris tam fortis et longanimis in spe, ut subtracta interiori consolatione etiam ad ampliora sustinenda cor tuum præparaveris, nec te justificaveris et sanctum laudaveris: tunc in vera et recta via pacis ambulas, et spes, indubitata erit, quod rursus in jubilo faciem meam sis visurus. Quod si ad plenum tui ipsius contemptum peveneris, scito quod tunc abundantia pacis perfrueris secundum possibilitatem tui incolatus.

Cap. 26. De eminentia liberæ mentis quam supplex oratio magis meretur quam lectio.

1. Domine, hoc opus est perfecti viri, nunquam ab intentione cælestium animum relaxare et inter multas curas quasi sine cura transire, non more torpentis, sed prærogativa quadam liberæ mentis, nulli creaturæ inordinata affectione adhærando.

2. Obsecro te, piissime Domine Deus meus, præserva me a curis hujus vitæ, ne nimis implicer a multis necessitatibus corporis, ne voluptate capiar ab universis animæ obstaculis, ne molestiis fractus dejiciar. Non dico ab his rebus, quas toto affectu ambit vanitas mundana, sed ab his miseriis, quæ animam servi tui communi maledicto mortalitatis pœnaliter gravant et retardant, ne in libertatem spiritus quoties libuerit valeat introire.

3. O, Deus meus, dulcedo ineffabilis, verte mihi in amaritudinem omnem consolationem carnalem ab æternorum amore me abstrahentem, et ad se in intuitu cujusdam boni delectabilis præsentis male allicientem. Non me vincat, Deus meus, non me vincat caro et snaguis, non me decipiat mundus, ac brevis gloria ejus, non me suplantet diabolus et astutia illius. Da mihi fortitudinem resistendi, patientiam tolerandi, constantiam perseverandi. Da pro omnibus mundi consolationibus suavissimam spiritus tui unctionem, et pro carnali amoe tui nominis infunde amorem.

4. Ecce cibus, potus, vestis ac cætera utensilia ad corporis sustentaculum pertenentia, serventi spiritui sunt onerosa. Tribue talibus fomentis temperate uti, non desiderio nimio implicari. Abjicere omnia non licet, quia natura sustentanda est; requirere auem superflua et quæ magis delectant, lex sancta prohibet: nam alias caro adversus spiritum insolesceret. Inter hæc quæso manus tua, Domine, me regat et doceat, ne quid nimium fiat.

Cap. 27. Quod privatus amor a summo bono maxime retardat.

1. Fili, oportet te dare totum pro toto, et nihil tui ipsius esse. Scito quod amor tui ipsius magis nocet tibi, quam aliqua res hujus mundi. Secundum amorem et affectum quem geris quælibet res plus vel minus adhæret. Si fuerit amor tuus purus et simplex et bene ordinatus, eris sine captivitate rerum. Noli concupiscere quod non licet habere; noli habere quod te potest impedire et libertate interiori privare. Mirum quod non ex toto fundo cordis te ipsum mihi committis cum omnibus quæ desiderare potes, vel habere.

2. Quare vano mærore consumeris? cur superfluis curis fatigaris? Sta ad beneplacitum meum, et nullum patieris detrimentum. Si quæris hoc vel illud, et volueris esse ibi vel ibi propter tuum commodum et proprium beneplacitum magis habendum, nunquam eris in quietudine, nec liber a sollicitudine, quia in omni re reperietur aliquis defectus, et in omni loco erit qui adversetur.

3. Juvat ergo non quælibet res adepta, vel multiplicata exterius, sed potius contemta et decisa ex corde radicitus. Quod non tantum de censu æris, et divitiarum intelligat, sed de honoris etiam ambitu ac vanæ laudationis desiderio, quæ omnia transeunt cum mundo. Munit parum locus, si deest spiritus fervoris; nec diu stabit pax illa quæsita forinsecus, si vacat a vero fundamento status cordis: hoc est, nisi steteris in me, permutare te potes, sed non meliorare. Nam occasione orta et accepta invenies quod fugisti et amplius.

Oratio pro purgatione cordis et cælesti sapientia.

4. Confirma me, Deus, per gratiam Sancti Spiritus; da mihi virtutem corroborari in interiori homine, et cor meum ab omni inutili sollicitudine et angore evacuare, nec variis desideriis trahi cujuscumque rei vilis, aut prætiosæ: sed omnia inspicere sicut transeuntia, et me pariter cum illis transiturum, quia nihil permanens sub sole, quia omnia vanitas et afflictio spiritus. O, quam sapiens qui ita considerat.

5. Da mihi, Domine, cælestem sapientiam, ut discam te super omnia quærere, et invenire, super omnia sapere et diligere, et cætera secundum ordinem sapientiæ tuæ, prout sunt, intelligere. Da prudenter declinare blandientem et patienter ferre adversantem, quia hæc magna sapientia, omni vento non moveri verborum, nec aurem male blandienti præbere: sic enim incepta pergitur via secure.

Cap. 28. Contra linguas obtrectatorum.

1. Fili, non ægre feras, si quidam de te male senserint, et dixerint quod non libenter audias. Tu deteriora de te ipso sentire debes, et neminem inferiorem te credere. Si ambulas ab intra, non multum ponderabis volantia verba ab extra. Est non parva prudentia silere in tempore malo, et introrsus ad me converti, nec humano judicio disturbari.

2. Non sit pax tua in ore hominum; sive enim bene sive male interpretati fuerint, non es alter homo. Ubi est vera pax et vera gloria? Nonne in me? Et qui non appetit hominibus placere, nec displicere timet, multa fruetur pace. Ex inordinato amore, et vano timore, oritur omnis inquietudo cordis et distractio sensuum.

Cap. 29. Qualiter instante tribulatione Deus invocandus est.

1. Sit nomen tuum, Domine, benedictum in sæcula, qui voluisti hanc tentationem et tribulationem venire super me. Non possum eam effugere, sed necesse habeo ad te confugere, ut me adjuves et in bonum mihi convertas. Domine modo sum in tribulatione, et non est cordi meo bene, sed multum vexor a præsenti passione. Et nunc, Pater dilecte, quid dicam? Deprehensus sum inter angustias. Salvifica me in hac hora. Sed propterea veni in hanc horam, ut tu clarificeris, cum fuero valde humiliatus, et per te liberatus. Complaceat tibi, Domine, ut eruas me. Nam quid ego pauper agere possum? et quo ibo sine te? Da patientiam, Domine, etiam hac vice. Adjuva me, Deus meus, et non timebo quantumcumque gravatus fuero.

2. Et nunc inter hæc quid dicam? Domine, fiat voluntas tua. Ego bene merui tribulari et gravari. Oportet itaque ut sustineam, et utinam patienter, donec transeat tempestas, et melius fiat. Potens est autem omniotens manus tua, etiam hanc tentationem a me auferre, et ejus impetum mitigare, ne penitus succumbam, quemadmodum et prius sæpe egisti mecum. Deus meus misericordia mea. Et quanto mihi difficuliu, tanto tibi facilior est hæc mutatio dexteræ Excelsi.

Cap. 30. De divino auxilio petendo, et confidentia recuperandæ gratiæ.

1. Fili, ego Dominus confortans in die tribulatoinis. Veni ad me, cum tibi non fueris bene. Hoc est quod maxime impedit consolationem cælestem, quia tardius convertis te ad orationem. Nam antequam me intente roges, me, multa interim solatia quæris et recreas te in externis. Ideoque fit ut parum omnia prosint, donec advertas, quia sum ego qui curo sperantes in me; nec est extra me valens consilium neque utile, sed neque durabile remedium. Sed jam reassumto spiritu post tempestatem reconvalesce in lucem miserationum mearum, quia prope sum, dicit Dominus, ut restaruem in universa, non solum integre, sed et abundanter et cumulate.

2. Numquid mihi quidquam difficile est? aut similis ero dicenti et non facienti? Ubi est fides tua? Sta firmiter et perseveranter. Esto longanimis et vir fortis. Veniet tibi consolatio in tempore suo. Exspecta me, exspecta: veniam et curabo te. Tentatio est quæ te vexat, et formido vana quæ te exterret. Quid importat sollicitudo de futuris contingentibus, nisi ut tristitiam super tristitiam habeas? Sufficit diei malitia sua. Vanum est et inutile de futuris conturbari vel gratulari, quæ forte nunquam evenient.

3. Sed humanum est hujusmodi imaginationibus illudi, et parvi est adhuc animi signum, tam leviter trahi a suggestione inimici. Ipse enim non curat an veris an falsis illudat et decipiat et utrum præsentium amore an futurorum formidine prosternat. Non ergo turbetur cor tuum neque formidet; crede in me, et in misericordia mea habeto fiduciam. Quando tu te elongatum exstimas a me, sæpe sum propinquior. Quando exstimas te totum perditum, tunc sæpe magis merendi instat lucrum. Non est totum perditum, quando res accidit in contrarium. Non debes judicare secundum præsens sentire, nec sic gravitati alicui undecumque venienti adhærere et accipere, tamquam omnis spes sit ablata emergendi.

4. Noli putare te relictum ex toto, quamvis ad tempus permiserim tibi aliquam tribulationem: sic enim transitur ad regnum cælorum. Et hoc sine dubio magis expedit tibi et cæteris servis meis, ut exercitemini a diversis, quam si cuncta ad libitum haberetis. Ego novi cogitationes absconditas: quia multum expedit pro salute tua, ut interdum sine sapore relinquaris, ne forte eleveris in bono successu, et tibi ipsi placere velis in eo quod non es. Quod dedi auferre possum et restituere, cum mihi placuerit.

5. Cum dedero, meum est; cum subtraxero, tuum non tuli: quia meum est omne datum optimum, et omne donum perfectum. Si dimisero tibi gravitatem, aut quamlibet contrarietatem, non indigneris, neque concidat cor tuum, quia ego cito sublevare possum, et omne onus in gaudium transmutare. Verumtamen justus sum et commendabilis multum, cum sic facio tecum.

6. Si recte sapis et in veritate aspicis, nunquam debes propter adversa tam dejecte contristari, sed magis gaudere, et gratias agere. Immo hoc unicum reputare gaudium, quod affligens te doloribus, non parco tibi. Sicut dilexet me Pater, et ego diligo vos dixi dilectis discipulis meis, quos utique non misi ad gaudia temporalia, sed ad magna certamina; non ad honores, sed ad despectiones; non ad otium, sed ad labores; non ad requiem, sed ad afferendum fructum multum in patientia. Horum memento, fili me, verborum.

Cap. 31. De neglectu omnis creaturæ, ut Creator possit inveniri.

1. Domine mi, adhuc indegeo majori gratia, si debeo illuc pervenire, ubi nemo me poterit, nec ulla creatura impedire. Nam quamdiu res aliqua me retinet, non possum libere ad te volare. Cupiebat libere volare qui dicebat: Quis dabit mihi pennas sicut columbæ, et volabo, et requiescam? Quid simplici oculo quietius, et quid liberius nil desiderante in terris? Oportet igitur omnem pertransire creaturam, et se ipsum perfecte deserere ac in excessu mentis stare, et videre te omnium Conditorem cum creaturis nil simile habere. Et nisi quis ab omnibus creaturis fuerit expeditus, non poterit libere intendere divinis. Ideo enim pauci inveniuntur contemplativi, quia pauci sciunt se a perituris creaturis ad plenum sequestrari.

2. Ad hoc magna requiritur gratia, quæ animam levet et supra semetipsam rapiat. Et nisi homo sit super se levatus in spiritu, et ab omnibus creaturis liberatus ac Deo totus unitus quidquid scit, quidquid etiam habet, non est magni ponderis, diu parvus erit. Et infra jacebit qui aliquid magni existimat nisi solum unum immensum bonum æternum. Et quidquid Deus non est, nihil est et pro nihilo computari debet. Est quippe magna differentia inter sapientiam illuminati et devoti viri, et scientiam litterati, et studiosi Clerici. Multo nobilior est illa doctrina quæ desursum ex divina influentia manat, quam quæ laboriose humano acquiritur ingenio.

3. Plures reperiuntur contemplationem, desiderare, sed quæ ad eam requiruntur non student exercere. Est et magnum impedimentum quia in signis et rebus sensibilibus statur, et parum de perfecta mortificatione habetur. Nescio quid est, et quo spiritu ducimur et quid prætendimus qui spirituales dici videmur quod totum laborem et ampliorem sollicitudinem pro transitoriis et vilibus rebus agimus, et de interioribus nostris vix raro plene recollectis sensibus cogitamus.

4. Proh dolor, satim post modicam recollectionem foris erumpimus, nec opera nostra destricta examinatione trutinamus. Ubi jacent affectus nostri, non attendimus, et quam impura sint omnia nostra, non deploramus. Omnis quippe caro corruperate viam suam, et ideo sequebatur diluvium magnum. Cum ergo interior affectus noster corruptus sit, necesse est ut actio sequens index carentiæ interioris vigoris corrumpatur. Ex puro corde procedit fructus bonæ vitæ.

5. Quantum quis fecerit non quæritur, sed ex quanta virtute agit, non tam studiose pensatur. Si fuerit fortis, dives, pulcher, habilis vel bonus scriptor, vel bonus cantor, aut bonus laborator, investigatur; sed quam pauper sit spiritu, quam patiens et mitis, quam devotus et internus, a multis tacetur. Natura exteriora hominis respicit: gratia ad interiora se convertit. Illa frequenter fallitur; ista in Deo sperat, ut non decipiatur.

Cap. 32. De abnegatione sui ipsius et abdicatione omnis cupiditatis.

1. Fili, non potes perfecte possidere libertatem nisi totaliter abneges temetipsum. Compediti sunt omnes proprietarii et sui ipsius amatores, cupidi, curiosi, gyrovagi, quærentes semper curiosa et mollia, non quæ Jesu Christi: sed sæpe hoc fingentes et componentes hoc, quod non stabit. Peribit enim totum hoc quod non es ex Deo ortum. Tene breve et consummatum verbum: Dimitte omnia, et invenies omnia: dimitte cupidinem, et invenies requiem. Hoc mente pertracta et cum impleveris, omnia intelligis.

2. Domine, hoc non est opus unius diei, nec ludus parvulorum: immo in hoc brevi conclluditur omnis perfectio Religioforum.

3. Fili, non debes averti, nec statim dejici audita via perfectorum, sed magis ad sublimiora provocari, et ad minus ad hoc ex desiderio suspirare. Utinam sic tecum esses, et ad hoc pervenisses, ut tui ipsius amator non esses, sed ad nutum meum pure stares, et ejus quem tibi præposui Patris: tunc mihi valde placeres, et tota vita tua cum gaudio et pace transiret. Habes adhuc multa ad relinquendum quæ nisi mihi ex integro resignaveris, non acquires quod postulas. Suadeo tibi emere a me aurum ignitum, ut locuples fias, idest sapientiam cælestem, omnia infima conculacantem. Postpone terrenam sapientiam omnem ac humanam complacentiam et propriam.

4. Dixi tibi viliora emenda pro prætiosis, et altis rebus humanis. Nam vilis et parva, et pene oblivioni tradita videtur vere cælestis sapientia, non sapiens alta de se, nec magnificari quærens in terra. Quam multi ore tenus prædicant, sed vita longe dissentiunt: ipsa tamen est prætiosa margarita multis abscondita.

Cap. 33. De instabilitate cordis et de intentione finali ad Deum habenda.

1.Fili, noli credere affectui tuo, qui nunc est: cito mutabitur in aliud. Quamdiu nam vixeris, mutabilitati subjectus eris, etiam nolens: ut modo lætus, modo tristis, modo pacatus, modo turbatus, nunc devotus, nunc indevotus, nunc studiosus, nunc acidiosus, nunc gravi, nunc levis inveniaris. Sed stat super hæc mutabilia sapiens et bene doctus in spiritu, non attendens quid in se sentiat nec qua parte flet ventus instabilitatis, sed ut tota intentio mentis ejus ad debitum et ad optimum proficiat finem. Nam sic poterit unus et idem inconcussus manere, simplici intentionis oculo per tot varios eventus ad me imprætermisse directo.

2. Quanto autem purior fuerit intentionis oculus, tanto constantius inter diversas itur procellas. Sed multis caligat oculos puræ intentionis. Respicit enim cito in aliquod delectabile quod occurrit et raro totus quis liber invenitur a nævo propriæ inquisitionis. Sic Judæi olim venerunt Bethaniam ad Martham et Mariam, non propter Jesum tantum, sed ut Lazarum viderent. Mundandus est ergo intentionis oculus, ut sit simplex et rectus atque ultra omnia varia media ad me dirigendus.

Cap. 34. Quod amanti sapit Deus super omnia et in omnibus.

1. Ecce Deus meus et omnia. Quid volo amplius? Et quid felicius desiderare possum? O, sapidum et dulce verbum, sed amanti verbum non mundum, nec ea quæ in mundo sunt. Deus meus et omnia. Intelligenti satis dictum est, et sæpe repetere jucundum est amanti. Te siquidem præsente jucunda sunt omnia: te autem absente fastidiunt cuncta. Tu facis cor tranquillum, et pacem magnam, lætitiamque festivam. Tu faci bene sentire de omnibus, et in omnibus te laudare: nec potest aliquid diu sine te placere; sed si debet gratum esse et bene sapere, oportet gratiam tuam adesse, et condimento tuæ sapientiæ condiri.

2. Cui tu sapis, quid ei recte non sapiet? Et cui tu non sapis, quid ei recte ad jucunditatem esse poterit? Sed deficiunt in tua sapientia mundi sapientes, et qui carnem sapiunt: quia ibi plurima vanitas, et hic mors invenitur. Qui autem te per contemtum mundanorum et carnis mortificationem sequuntur, vere sapientes esse cognoscuntur, quia de vanitate ad veritatem, et de carne ad spiritum transferuntur. Istis sapit Deus, et quidquid invenitur in creaturis totum referunt ad laudem sui Conditoris. Dissimilis tamen est et multum dissimlis sapor Creatoris et creaturæ, æternitatis, et temporis, lucis increatæ et lucis illuminatæ.

3. O, lux perpetua, cuncta creata transcendens lumina: fulgura coruscationem de sublimi penetrantem omnia intima cordis mei. Purifica, lætifica, clarifica, et vivifica spiritum meum cum suis potentiis ad inhærendum tibi jubilosis successibus. O, quando veniet hæc beata et desiderabilis hora, ut tua me saties præsentia, et sis mihi omnia in omnibus. Quamdiu hoc non datum fuerit, nec gaudium plenum erit. Adhuc, proh dolor, vivit in me vetus homo, non est totus crucifixus, non est perfecte mortuus, adhuc concupiscit fortiter adversus spiritum. Bella movent intestina, nec regnum animæ patitur esse quietum.

4. Sed tu qui dominaris potestati maris, et motum fluctuum ejus tu mitigas, exsurge, adjuva me. Dissipa gentes quæ bella volunt; contere eas in virtute tua. Ostende quæso magnalia tua, et glorificetur dextera tua: quia non est spes alia, nec refugium mihi nisi in te, Domine Deus meus.

Cap. 35. Quod non est securitas a tentatione in hac vita.

1. Fili, nunquam es securus in hac vita: sed quoad vixeris, semper arma spiritualia tibi sunt necessaria. Inter hostes versaris; a dextris et a sinistris impugnaris. Si ergo non uteris undique scuto patientiæ, non eris diu sine vulnere. Insuper si non ponis cor tuum fixe in me cum vera voluntate cuncta patiendi propter me, non poteris ardorem istum sustinere, nec ad palmam pertingere Beatorum. Oportet ergo te viriliter omnia pertransire, et potenti manu uti adversus objecta. Nam vincenti datur manna et torpenti relinquitur multa miseria.

2. Si quæris in hac vita requiem: quomodo tunc pervenies ad æternam requiem? Non ponas te ad multam requiem, sed a magnam patientiam. Quære veram pacem non in terris sed in cælis, non in hominibus nec in cæteris creaturis, sed in Deo solo. Pro amore Dei debes omnia libenter subire, labores scilicet et dolores, tentationes et vexationes, anxietates, et necessitates, infirmitates, injurias, oblocutiones, reprehensiones, humiliationes, confusiones, correctiones et despectiones. Ego reddam ei æternam mercedem pro brevi labore, et infinitam gloriam pro transitoria confusione.

3. Putas, quod semper habebis pro tua voluntate consolationes spirituales. Sancti mei non habuerunt tales, sed multas gravitates et tentationes varia, magnasque desolationes, sed patienter sustinuerunt se in omnibus et magis confisi sunt Deo quam sibi: scientes quia non sunt condignæ passiones hujus temporis ad futuram gloriam promerendam. Vis tu statim habere, quod multi post multas lacrymas et magnos labores vix obtinuerunt? Exspecta Dominum, viriliter age et confortare; noli diffidere, noli discedere, sed corpus et animam expone constanter pro gloria Dei. Ego reddam plenissime; ego tecum ero in omni tribulatione.

Cap. 36. Contra hominum vana judicia.

1. Fili, jacta cor tuum firmiter in Domino; et humanum ne metuas judicium, ubi te conscientia pium reddit insontem. Bonum est et beatum taliter pati: nec hoc erit grave humili cordi et Deo magis quam sibi ipsi confidenti. Multi multa loquuntur et ideo parva fides est adhibenda. Sed et omnibus satis esse non est possibile. Et si Paulus studuit omnibus in Domino placere, et omibus omnia factus est, tamen etiam pro minimo duxit, quod ab humano die judicatus fuerit.

2. Egit satis pro aliorum ædificatione et salute, quantum in se erat, et poterat: sed ne ab aliis aliquando judicaretur, vel non despiceretur, cohibere non potuit. Ideo totum commisit Deo, qui totum noverat; et patientia et humilitate contra ora loquentium iniqua, ac etiam vana et mundana cogitatantiam, atque pro libitu suo quæque jactantium se defendit. Respondit tamen interdum, ne infirmis pro sua taciturnitate generaretur scandalum.

3. Quis es tu, ut timeas a mortali homine? Hodie est, et cras non comparet. Deum time, et hominum pavores non expavesces. Quis potest in te aliquid? Verbis, aut injuriis sibi potius nocet, quam tibi; nec poterit judicium Dei fugere quicumque est ille. Tu habe Deum præ oculis, et noli contendere verbis querolosis. Quod si ad præsens videris succumbi, et confusionem pati quam non meruisti, non indigneris ex hoc neque per impatientiam minuas coronam tuam. Sed ad me potius respice in cælum, qui potens sum eripere ab omni confusione et injuria et unicuique reddere secundum opera sua.

Cap. 37. De pura et integra resignatione cordis ad obtinendam sui libertatem.

1. File, relinque te, et invenies me; sta sine electione, et omni proprietate et semper lucraberis. Nam et adjicietur tibi amplior gratia statim, ut te resignaveris nec resumpseris.

2. Domine, quoties me resignabo? et in quibus me relinquam?

3. Semper et in omni hora: sicut in parvo, sic et in magno. Nihil excipio, sed in omnibus te nudatum inveniri volo. Alioquin quomodo poteris esse meus et ego tuus, nisi fueris ab omni propria voluntate intus et foris spoliatus? Quanto celerius hoc agi, tanto melius habebis; et quanto plenius et sincerius, tanto mihi plus placebis, et amplius lucraberis.

4. Quidam se resignant, sed cum aliqua exceptione: non enim plene in Deo confidunt; ideo providere sibi satagunt. Quidam etiam primo offerunt totum, sed postea tentatione pulsante ad propria redeunt; ideo minime in virtute proficiunt. Hi ad veram puri cordis libertatem, et jucundæ familiaritatis meæ gratiam non pertingent, nisi integra resignatione, et quotidiana sui immolatione prius facta, sine qua non stabit, nec stat unio fruitiva.

5. Dixi tibi sæpissime et iterum nunc dico: Relinque te, resigna te, et frueris magna interna pace. Da totum pro toto, niihil exquire, nil repete, sta pure et inhæsitanter in me, et habebis me. Eris liber in corde, et tenebræ non conculcabunt te. Ad hoc conare, hoc ora, hoc stude desiderare, ut ab omni proprietate possis exspoliari et nudus nudum Jesum sequi, tibi mori, et mihi æternaliter vivere. Tunc deficient omnes vanæ phantasiæ, conturbationes iniquæ, et curæ superfluæ. Tunc etiam recedet immoderatus timor, et inordinatus amor morietur.

Cap. 38. De bono regimine in externis, et recursu ad Deum in periculis.

1. Fili, ad istud diligenter tendere debes, ut in omni loco, actione seu occupatione externa sis intus liber, et tui ipsius potens, et sint omnia sub te, et tu non sub eis, ut sis dominus actionum tuarum, et rector, non servus, nec emptitius, sed magis exemtus verusque Hebræus, in fortem ac libertatem transiens filiorum Dei; qui stant supra præsentia et speculantur æterna; qui transitoria intuentur sinistro oculo, et dextro cælestia, quos temporalia non trahunt ad inhærendum, sed trahunt ipsi ea magis ad bene serviendum, prout ordinata sunt a Deo, et instituta a summo Opifice, qui nil inordinatum reliquit in sua creatura.

2. Si autem in omni eventu stas non in apparentia externa, nec oculo carnali lustras visa vel audita, sed mox in qualibet causa intras cum Moyse in tabernaculum ad consulendum Dominum: et audies nonnunquam divinum responsum et redies instructus de multis præsentibus et futuris. Semper enim Moyses recursum habuit ad tabernaculum pro dubiis et quæstionibus solvendis fugitque ad oratiois adjutorium pro periculis et improbitatibus hominum sublevandis. Sic et tu confugere debes in cordis tui secretarium divinum intentius implorando auxilium. Propterea namque Josue, et filii Israel a Gabaonitis leguntur decepti, quia os Domini non prius interrogaverunt, sed nimium creduli dulcibus sermonibus falsa pietate delusi sunt.

Cap. 39. Quod non sit importunus in negociis.

1. Fili, committe mihi semper causam tuam, ego bene disponam in tempore suo. Exspecta ordinationem meam et senties exinde profectum.

2. Domine, satis libenter omnes res tibi committo, quia parum potest cogitatio mea proficere. Utinam non multum adhærerem futuris eventibus, sed ad beneplacitum tuum me incunctanter offerrem.

3. Fili mi, sæpe homo rem aliquam agitat, quam desiderat: sed cum ad eam pervenerit, aliter incipit sentire, quia affectiones circa idem non sunt durabiles, sed magis de uno vel in aliud nos impellunt. Non est ergo minimum etiam in minimis se relinquere.

4. Verus profectus hominis est abnegatio sui ipsius, et homo abnegatus valde liber est et securus. Sed antiquus hosti, omnibus bonis adversans, a tentatione non cessat, et die noctuque graves molitur insidias, si forte in laqueum deceptionis possit præcipitare incautum. Vigilate et orate, dicit Dominus, ut non intretis in tentationem.

Cap. 40. Quod homo nihil boni ex se habet, et de nullo gloriari debet.

1. Domine, quid est homo, quod memor sis ejus, aut filius hominis, quia visitas eum? Quid promeruit homo, ut dares illi gratiam tuam? Domine, quid possum conqueri, si deseris me? aud quid juste obtendere possum, si quod peto non feceris? Certe hoc in veritate cogitare possum et dicere: Domine, nihil sum; nihil boni ex me habeo, sed in omnibus deficio, et ad nihil semper tendo. Ego nisi a te fuero adjutus et interius informatus, totus efficior tepidus et dissolutus.

2. Tu autem, Domine, semper idem ipse es, et permanes in æternum: semper bonus et justus et sanctus; bene, juste et sancte agens omnia et disponens in sapientia. Sed ego, qui ad defectum magis pronus sum quam ad profectum, non semper sum in uno statu perdurans, quia septem tempora mutantur super me. Verumtamen cito melius sit, cum tibi placuerit, et manum porrexeris adjutricem: quia tu solus sine humano suffragio poteris auxiliari et in tantum confirmare, ut vultus meus amplius in diversa non mutetur, sed in te uno cor meum convertatur et quiescat.

3. Unde si bene scirem omnem humanam consolationem abjicere, sive propter devotionem adipiscendam, sive propter necessitatem qua compellor te quærere, quia non est homo qui me consoletur: tunc merito possem de gratia sperare tua, et de dono novæ consolationis exultare.

4. Gratias tibi, unde totum venit quotiescumque mihi bene succedit. Ego autem vanitas, et nihilum ante te, inconstans homo et infirmus. Unde possum gloriari? aut cur appeto reputari? Numquid de nihilo? et hoc vanissimum est. Vere inanis gloria pestis mala, vanitas maxima, quia a vera trahit gloria, et cælesti spoliat gratia. Dum enim homo complacet sibi, displicet tibi; dum inhiat laudibus humanis, privatur veris virtutibus.

5. Est autem vera gloria et exultatio sancta gloriari in te et non in se, gaudere in nomine tuo, non in virtute propria, nec in aliqua creatura delectari nisi propter te. Laudetur nomen tuum, non meum; magnificetur opus tuum, non meum; benedicatur nomen sanctum tuum, non meum; nihil autem attribuatur mihi de laudibus hominum. Tu gloria mea, tu exaltatio cordis mei. In te gloriabor et exultabo tota die; pro me autem nihil, nisi in infirmatibus meis.

6. Quærant Judæi gloriam quæ ab invicem est: ego hanc requiram quæ a solo Deo est. Omnis quidem gloria humana, omnis honor temporalis, omnis altitudo mundana æternæ gloriæ tuæ comparata vanitas est et stultitia. O, veritas mea, et misericordia mea Deus meus, Trinitas beata: tibi soli laus, vertus, honor et gloria per infinita sæculorum sæcula.

Cap. 41. De contemtu omnis honoris temporalis.

1. Fili, noli tibi attrahere, si videas alios honorari et elevari, te autem despici et humiliari. Erige cor tuum ad me in cælum et non contristabit te contemtus hominis in terris.

2. Domine, in cæcitate sumus et vanitate cito seducimur. Si recte me inspicio, nunquam facta mihi est injuria ab aliqua creatura: unde nec juste habeo conqueri adversum te: quia autem frequenter et graviter peccavi tibi, merito armatur contra me omnis creatura. Mihi igitur juste debetur confusio, et contemtus: tibi autem laus, honor, virtus et gloria. Et nisi ad hoc me præparavero, quod velim libenter ab omni creatura despici et relinqui, atque penitus nihil videri, non possum interius pacificari et stabiliri nec spiritualiter illuminari, neque tibi plene uniri.

Cap. 42. Quod pax non est ponenda in hominibus.

1. Fili, si ponis pacem tuam cum aliqua persona propter tuum sentire vel convivere, instabilis eris et implacatus. Sed si recursum habes ad semper viventem et manentem veritatem, non contristabit te amicus recedens aut moriens. In me debet amici dilectio stare, et propter me diligendus est quisquis tibi bonus visus est, et multum carus in hac vita. Sine me non valet, nec durabit amicitia; nec est verba et munda dilectio, quam ego non copulo. Ita mortuus esse debes talibus affectionibus dilectorum hominum, ut quantum ad te pertinet sine humano optes esse consortio. Tanto homo magis Deo appropinquat, quanto ab omni solatio terreno longius recedit. Tanto etiam altius ascendit ad Deum, quanto profundius in se descendit, et plus sibi ipsi vilescit.

2. Qui autem aliquid boni sibi attribuit, gratiam Dei in se invenire impedit: quia gratia Spiritus sancti cor humile quærit semper. Si scires te perfecte annihilare, atque ab omni creato amore evacurare, tunc deberem in te cum magna gratia emanare. Quando tu respicis ad creaturas, subtrahitur tibi aspectus Creatoris. Disce te in omnibus propter Creatoriem vincere: tunc ad divinam valebis cognitionem pertingere. Quantumcumque modicum sit, si quid inordinate diligitur et respicitur, retardat a summo bono, et vitiat.

Cap. 43. Contra vanam, et sæcularem scientiam.

1. Fili, non moveant te pulchra et subtilia dicta hominum: non est enim regnum Dei in sermone, sed in virtute. Attende verba mea quæ cordo accendunt et mentes illuminant, inducunt compunctionem, et variam ingerunt consolationem. Nunquam ad hoc legas verbum, ut doctior aut sapientior possis videri; sed stude mortificationem vitiorum, quia hoc amplius tibi proderit, quam notitia multarum difficilium quæstionum.

2. Cum multa legeris et cognoveris, ad unum oportet te venire principium. Ego sum qui doceo hominem scientiam et clariorem intelligentiam parvulis tribuo quam ab homine possit doceri. Cui ego loquar, cito sapiens erit et multum in spiritu proficiet. Væ illis qui multa curiosa ab hominibus quærunt, et de via mihi serviendi parum curant. Veniet tempus quando apparebit Magister magistrorum Christus, Dominus Angelorum, cunctorum auditurus lectiones, et singulorum examinaturus conscientias, et tuncscrutabitur Hierusalem in lucernis et manifesta erunt abscondita tenebrarum, tacebuntque argumenta linguarum.

3. Ego sum qui humilem in puncto elevo mentem, ut plures æternæ veritatis capiat rationes quam si quis decem annis studuisset in scholis. Ego doceo sine strepitu verborum, sine confusione opinionum, sine fastu honoris, sine pugnatione argumentorum. Ego sum qui doceo terrena despicere, præsentia fastidire, æterna quærere, æterna sapere, honores fugere, scandala sufferre, omnem spem in me ponere, extra me nihil cupere, et super omnia ardenter me amare.

4. Nam quidam amando me intime, didicit divina, et loquebatur mirabilia. Plus profecit in relinquendo omnia, quam in studendo subtilia. Sed loquor communia aliis, aliis specialia, aliquibus in signis et figuris dulciter appareo; quibusdam vero in lumine, multa revelo mysteria. Una vox librorum, sed non æque omnes informat, quia intus sum doctor veritatis, cordis scrutator, cognitationum intellector, actionum promotor, distribuens singulis sicut dignum judicavero.

Cap. 44. De non attrahendo res exteriores.

1. Fili, oportet te in multis esse inscium et æstimare te tamquam mortuum super terram et cui mundus totus crucifixus sit. Multa etiam oportet surda aure pertransire et quæ tuæ pacis sunt magis cogitare. Utilius est oculos a rebus displicentibus avertere, et unicuique suum sentire relinquere, quam contentiosis sermonibus deservire. Si bene steteris cum Deo, et ejus judicium aspexeris facilius te victum portabis.

2. O, Domine, quousque venimus? Ecce damnum defletur temporale: pro modico quæstu laboratur et curritur et spirituale detrimentum in oblivionem transit, et vix sero reditur. Quod parum vel nihil prodest, attenditur et quod summe necessarium est, negligenter præteritur, quia totus homo ad externa defluit, et nisi cito resipiscat, libens in exterioribus jacet.

Cap. 45. Quod omnibus non est credendum, et de facili lapsu verborum.

1. Da mihi auxilium, Domine, de tribulatione, quia vana salus hominis. Quam sæpe ibi non inveni fidem, ubi me habere putavi: quoties etiam libi reperi, ubi minus præsumsi. Vana ergo spes in hominibus, salus autem justorum in te, Deus. Benedictus sis, Domine Deus, in omnibus quæ nobis accidunt. Infirmi sumus et instabiles; cito fallimur et permutamur.

2. Quis est homo qui ita caute et circumspecte in omnibus se custodire valeat: ut aliquando in aliquam deceptionem, vel perplexitatem non veniat. Sed qui in te, Domine, confidit, ac simplici ex corde quærit, non tam facile labitur. Et si inciderit in aliquam tribulationem, quomodocumque etiam fuerit implicatus, citius per te eruetur, aut a te consolabitur, quia tu non deseris in te sperantem usque in finem. Rarus fidus amicus, in cunctis amici perseverans pressuris. Tu Domine, tu solus es fidelissimus in omnibus, et præter te non est alter talis.

3. O, quam bene sapuit illa anima sancta, quæ dixit: Mens mea solidata est, et in Christo fundata. Si ita mecum foret, non tam facile timor humanus me sollicitaret, nec verborum jacula moverent. Quis omnia prævidere, quis præcavere futura mala sufficit? Si prævisa etiam lædunt sæpe, quid improvisa nisi graviter feriunt? Sed quare mihi mesero non melius providi? Cur etiam tam facile aliis credidi? Sed homines sumus, nec aliud quam fragiles homines sumus, etsi Angeli a multus æstimamur, et dicimur. Cui credam, Domine? Cui credam nisi tibi? Es veritas quænon fallis, nec falli potes. Et rursum: Omnis homo mendax, instabilis, et labilis maxime in verbis, ita ut statim vix credit debeat, quod rectum in facie sonare videtur.

4. Quam prudenter præmonuisti, cavendum ab hominibus esse, et quia inimici hominis domestici ejus, nec credendum, si quis dixerit: Ecce hic, aut ecce illic. Doctus sum damno et utinam ad cautelam majorem, non ad insipientiam mihi. Cautus esto, quidam ait; cautus esto, serva apud te quod dico: et dum ego sileo et absconditum credo, nec ille silere potest, quod silendum petiit; sed statim prodit me, et se, et abit. Ab hujusmodi rabulis et incautis hominibus protege me, Domine, ne in manus eorum incideam, nec unquam talia committam. Verbum verum, et stabile da in os meum et linguam calidam longe fac a me. Quod pati nolo, omnimodo cavere debeo.

5. O, quam bonum et pacificum de aliis silere, nec indifferenter omnia credere, nec de facili ulterius effari, paucis seipsum revelare, te semper inspectorem cordis quærere, nec omni verborum vento circumferri, sed omnia intima et externa secundum tuæ beneplacitum voluntatis optare perfici. Quam tutum pro conservatione cælestis gratiæ, humanam fugere apparentiam nec appetere quæ foris admirationem videntur præbere: sed ea tota sedulitate sectari, quæ vitæ emendtionem dant, et servorem. Quam multis nocuit virtus scita, ac proprie laudata. Quam sane profuit gratia servata silentio in hac fragili vita, quæ tota tentatio fertur et militia.

Cap. 46. De confidentia in Deo habenda, quando insurgunt verborum jacula.

1. Fili, sta firmiter et spera in me. Quid enim sunt verba, nisi verba? per aerem volant, sed lapidem non lædunt. Si reus es, cogita, quod libenter velis emendare. Si nihil tibi conscius es, pensa: pensa quod velis libenter pro Deo hoc sustinere. Parum satis est ut vel verba interdum sustineas, qui necdum fortia verbera tolerare vales. Et quare tam parva tibi ad cor transeunt: nisi quia adhuc carnalis es, et homines magis, quam oportet, attendis? Nam quia despici metuis, reprehendi pro excessibus non vis, et excusationum quæris umbracula.

2. Sed inspice te melius, et cognosces quia vivit adhuc in te mundus, et vanus amor placendi hominibus. Cum enim bassari refugis, et confundi etiam pro defectibus, constat utique, quod nec verus humilis sis, nec vere mundo mortuus, nec tibi mundus crucifixus. Sed audi verba mea, et non curabis decem millia hominum verba. Ecce, si cuncta contra te dicerentur quæ fingi malitionsissime possunt, quid tibi noceret, si omnino transire permitteres, nec plus, quam festucam perpenderes? Numquid vel unum capillum tibi etrahere possent?

3. Sed qui cor intus non habent, nec Deum præ ocuis, facile faciliterque verbo moventur vituperationis. Qui autem in me confidit, nec proprio judicio stare appetit, absque humano terrore erit. Ego sum enim judex, et cognitor omnium secretorum; Ego scio, qualiter res acta est; Ego injuriantem novi, et sustinentem. A me exiit verbum istud; me permittente hoc accidit, ut revelentur ex multis cordibus cogitationes. Ego reum et innocentem judicabo; sed utrumque occulto judicio volui probare ante.

4. Testimonium hominum sæpe salit; meum judicium verum est, stabit et non subvertetur. Latet plerumque, et paucis ad singula patet; numquam tamen errat, nec errare potest, etiamsi oculis insipientium non rectum videatur. Ad me ergo recurrendum est in omni judicio, nec proprio innitendum arbitrio; justus enim non conturbabitur, quidquid a Deo ei acciderit. Et si injuste aliquid contra eum prolatum fuerit, non multum curabit; sed nec vane exultabit, si per alios rationabiliter excusetur. Pensat namque quia ego sum scrutans corda et renes; qui non judico secundum faciem et humanam apparentiam. Nam sæpe etiam oculis meis reperitur culpabile, quod hominum judicio creditur laudabile.

5. Domine Deus, judex juste, fortis et patiens, qui hominum nosti fragilitatem et pravitatem, esto robur meum, et tota fiducia mea; non enim mihi sufficit conscientia mea. Tu nosti, quod ego non novi, et ideo in omni reprehensione me humiliare debui, et mansuete sustinere. Ignosce ergo mihi propitius, quoties sic non egi; et dona iterum gratiam amplioris sufferentiæ. Melior est enim mihi tua copiosa misericordia ad consecutionem indulgentiæ, quam mea opinata justitia pro defensione latentis conscientiæ. Et si mihi nihil conscius sum, tamen in hoc justificare me non possum: quia remota misericordia tua non justificabitur in conspectu tuo omnis vivens.

Cap. 47. Quod omnia gravia pro æterna vita sunt toleranda.

1. Fili, non frangant te labores quos assumsisti propter me, nec tribulationes te dejiciant usquequaque; sed mea promissio in omni eventu te roboret, et consoletur. Ego sufficiens sum ad reddendum supra omnem modum et mensuram. Non hic diu laborabis, nec semper gravaberis doloribus. Exspecta paulisper, et videbis celerem finem malorum. Veniet una hora, quando cessabit omnis labor et tumultus. Modicum est, et breve omne, quod transit cum tempore.

2. Age quod agis; fideliter labora in vinea mea, ego ero merces tua. Scribe, lege, canta, geme, tace, ora, sustine viriliter contraria: digna est his omnibus et majoribus præliis vita æterna. Veniet pax in die una, quæ nota est Domino. Non enim erit dies vel nox hujus scilicet temporis, sed lux perpetua, claritas infinita, pax firma et requies secura. Non dices tunc: Quis me liberabit de corpore mortis hujus? Nec clamabis: Heu mihi, quia incolatus meus prolongatus est, quoniam præcipitabitur mors, et salus erit indefectiva, anxietas nulla jucunditas beata, societas dulcis et decora.

3. O, si vidisses Sanctorum in cælo coronas perpetuas, quanta quoque nunc exultant gloria, qui huic mundo olim contemtibiles, et quasi vita ipsa indigni putabantur: profecto statim te humiliares usque ad terram et affectares potius omnibus subesse, quam uni præesse; nec hujus vitæ lætos dies concupisceres, sed magis pro Deo tribulari gauderes, et pro nihilo inter homines computari maximum lucrum duceres.

4. O, si tibi hæc saperent, et profunde ad cor transirent, quomodo auderes vel semel conqueri? Nonne pro vita æterna cuncta laboriosa sunt toleranda? Non est parvum quid lucrari, aut perdere regnum Dei. Leva igitur faciem tuam in cælo. Ecce ego et omnes Sancti mei mecum, qui in hoc sæculo magnum habuerunt certamen, modo gaudent modo consolantur modo securi sunt et modo requiescunt, et fine fine in regno Patris mei permanebunt mecum.

Cap. 48. De die æternitatis, et hujus vitæ angustiis.

1. Supernæ civitatis mansio beatissima. O, dies æternitatis clarissima, quam nox non obscurat, sed summa veritas semper irradiat. Dies semper læta, semper secura et nunquam statum mutans in contraria. O, utinam dies illa illuxisset, et cuncta hæc temporalia finem accepissent. Lucet quidem Sanctis perpetua claritate splendida, sed non nisi a longe per speculum peregrinanatibus in terra.

2. Norunt cæli cives, quam gaudiosa sit illa; gemunt exules filii Evæ quod amara et tædiosa sit ista. Dies hujus temporis parvi et mali, pleni doloribus et angustiis: ubi homo multis peccatis inquinatur, multis passionibus irretitur, multis timoribus stringitur, multis curis distenditur, et multis curiositatibus distrahitur, multis vanitatibus implicatur, multis erroribus circumfunditur, multis laboribus atteritur, multis tentationibus gravatur, deliciis enervatur, egestate cruciatur.

3. O, qundo erit finis horum multorum laborum? Quando liberabor a misera servitute vitiorum? Quando memorabor, Domine, tui solius? Quando ad plenum lætabor in te? Quando ero sine omni impedimento in vera libertate, sine omni gravamine mentis, et corporis? Quando erit pax solida, pax imperturbabilis et secura pax intus et foris, pax ab omni parte firma? Jesu bone, quando stabo ad videndum te? Quando contemplabor regni tui gloriam? Quando eris mihi omnia in omnibus? O, quando ero tecum in regno tuo, quod præparasit dilectis tuis ab æterno? Relictus sum pauper et exul in terra hostili, ubi bella quotidiana et infortunia maxima.

4. Consolare exilium meum, mitiga dolorem meum, quia ad te suspirat omne desiderium meum. Nam onus totum mihi est, quidquid hic mundus offert ad solatium, desidero te intime frui, sed nequeo apprehendere. Opto inhærere cælestibus, sed deprimunt res temporales, et immortificatæ passiones. Mente omnibus rebus superesse opto, carni autem invite subesse cogor. Sic ego infelix homo mecum pugno et factus sum mihimetipsi gravis, dum spiritus sursum, et caro quærit esse deorsum.

5. O, quid intus patior, dum mente cælestia tracto et mox carnalium tentationum et cogitationum turba occurit oranti. Deus meus, ne elongeris a me neque declines in ira a servo tuo. Fulgura coruscationem tuam et dissipa eas, emitte safittas tuas et conturbentur omnes phantasiæ inimici. Recollige omnes sensus meo ad te; fac me oblivisci omnium mundanorum; da cito abjicere et contemnere phantasmata vitiorum. Succurre mihi, æterna Veritas, ut nulla me moveat vanitas. Adveni, cælestis suavitas, et fugiat a facie tua omnis impuritas. Ignosce quoque mihi, et misericorditer indulge, quoties præter te aliud in oratione revolvo. Confiteor etenim vere, quia valde distracte me habere consuevi. Nam ibi multoties non sum, ubi corporaliter sto, aut sedeo, sed ibi magis sum, ubi cogitationibus feror. Ibi sum, ubi cogitatio mea est; ubi est frequenter cogitatio mea, ibi est id quod amo. Hoc mihi cito occurrit, quod naturaliter delectat aut ex usu placet.

6. Unde tu, Veritas æterna, aperte dixisti: Ubi enim est thesaurus tuus, ibi est et cor tuum. Si cælum diligo, libenter de cælestibus penso. Si mundum amo, felicitatibus mundi congaudeo, et de adversitatibus ejus tristor. Si carnem diligo, quæ carnis sunt sæpissime imaginor. Si spiritum amo, de spiritualibus cogitare delector. Quæcumque enim diligo, de his libenter loquor et audio, atque talium imagines mecum ad domum reporto. Sed beatus ille homo qui propter te, Domine, omnibus creaturis abeundi licentiam tribuit, qui naturæ vim facit et concupiscentias carnis fervore spiritus crucifigit, ut serenata conscientia, puram tibi orationem offerat, dignusque sit angelicis interesse choris, omnibus terrenis foris et intus exclusis.

Cap. 49. De desiderio æternæ vitæ, et quanta sint certantibus præmia promissa.

1. Fili mi, cum tibi desiderium æternæ beatitudinis desuper infundi sentis, et de tabernaculo corporis exire concupiscis, ut claritatem meam sine vicissitudinis umbra contemplari possis, dilata cor tuum, et omni desiderio hanc sanctam inspirationem suscipe. Redde amplissimas supernæ bonitati gratias, quæ tecum sic dignanter agit, clementer visitat, ardenter excitat, potenter sublevat, ne proprio pondere ad terrena labaris. Neque enim hoc cogitatu tuo aut conatu accipis, sed sola dignatione supernæ gratiæ et divini respectus, quatenus in virtutibus, et majori humilitate proficias et ad futura certamina te præpares mihique toto cordis affectu adhærere et serventi voluntate studeas deservire.

2. Fili, sæpe ignis ardet, sed sine fumo flamma non ascendit. Sic et aliquorum desideria ad cælestia flagrant et tamen a tentatione carnalis affectus liberi non sunt. Idcirco nec omnino pure pro honore Dei agunt quod tam desideranter ab eo petunt. Tale est et sæpe desiderium tuum, quod insinuasti fore tam importunum. Non enim est hoc purum et perfectum, quod propria commoditate est infectum.

3. Pete non quod tibi est delectabile et commodum, sed quod mihi acceptabile atque honorificum; quia si recte judicas meam ordinationem tuo desiderio, et omni desiderato præferre debes, ac sequi. Novi desiderium tuum, et frequentes gemitus audivi. Jam velles esse in libertate gloriæ filiorum Dei, jam te delectat domus æterna, et cælestis patria gaudio plena. Sed nondum venit hora ista; sed est adhuc, est aliud temus belli, videlicet tempus laboris et robatinis. Optas summo repleri bono, sed non potes hoc assequi modo. Ego sum, exspecta me, dicit Dominus, donec veniat regnum Dei.

4. Probandus es adhuc in terris et in multis exercitandus. Consolatio interdum tibi dabitur, sed copiosa satietas non concedetur. Confortare igitur et esto robustus, tam in agendo quam in patiendo naturæ contraria. Oportet te novum induere hominem, et in alterum virum mutari. Oportet te sæpe agere quod non vis, et quod vis oportet te relinquere. Quod aliis placet, processum habebit; quod tibi placet, ultra non proficiet. Quod alii dicunt, audietur; quod tu dicis, pro nihilo computabitur. Patent alii, et accipient; tu petes nec impetrabis.

5. Erunt alii magni in ore hominum; de te autem tacebitur. Aliis hoc vel illud committetur, tu autem ad nihil utilis judicaberis. Nam propter alium natura contristabitur, sed magnum fructum sibi silens reportabit. In his et similibus multis probari solet fidelis Domini servus, qualiter se in omnibus abnegare, et in omnibus frangere quærit. Vix est aliquid tale, in quo tantundem mori indiges, sicut videre et pati, quæ voluntati tuæ adversa sunt; maxime autem cum disconvenientia, et quæ minus tibi utilia apparent, fieri jubentur. Et quia non audes resistere altiori potestati, sub dominio constitutus, ideo durum tibi videtur ad nutum alterius ambulare, et omne proprium sentire omittere.

6. Sed pensa, fili, horum fructum laborum, celerem finem atque præmium nimis magnum, et non habebis inde gravamen, sed fortissimum patientiæ tuæ solamen. Nam et pro modica hac voluntate, quam modo sponte deseris, habebis semper voluntatem tuam in cælis. Ibi quippe invenies omne quod volueris, omne quod desiderare potes. Ibi aderit tibi totius facultas boni sine timore amittendi. Ibi voluntas tua una semper mecum; nil cupies extraneum vel privatum. Ibi nullus resistet tibi, nemo de te conqueretur, nemo te impediet, nihil obviabit: sed cuncta desiderata simul erunt præsentia, totumque tuum affectum reficient, et adimplebunt usque ad summum. Ibi reddam gloriam pro contumelia perpessa, pallium laudis pro mærore, pro loco novissimo sedem regni in sæcula. Ibi apparebit fuctus obedientiæ; gaudebit labor pœitentiæ, et humilis subjectio coronabitur gloriose.

7. Nunc ergo te inclina humliter sub omnium manibus, nec sit curæ, quia hoc dixerit, ve jusserit: sed hoc magno opere curato, ut sive Prælatus, sive minor au æqualis aliud a te exposcerit vel innuerit, pro bono totum accipias, et sincera voluntate studeas adimplere. Quærat alius hoc, alius illud; glorietur ille in illo, et iste in isto; laudenturque millies mille, tu autem nec isto nec illo: sed tui ipsius gaude contemtu, et in mei solius beneplacito ac honore. Hoc optandum est tibi, ut sive per vitam sive per mortem Deus semper in te glorificetur.

Cap. 50. Qualiter homo defolatus debet se in manus Dei offerre.

1. Domine Deus, sancte Pater, sis nunc et in æternum benedictus, quia sicut vis ita factum est, et quod facis bonum est. Lætetur in te servus tuus, non in se, nec in aliquo alio, quia tu solus lætitia vera, tu spes mea, et corona mea, tu gaudium meum, et honor meus, Domine. Quid habet servus tuus, nisi quod a te accepit, etiam sine merito suo? Tua sunt omnia, quæ dedisti et quæ fecisti. Pauper sum et in laboribus a juventute mea, et contristatur anima mea, nonnunquam usque ad lacrymas, quandoque etiam conturbatur spiritus meus a se propter imminentes passiones.

2. Desidero pacis agudium, filiorum tuorum pacis flagito, qui in lumine consolationis a te pascuntur. Si das pacem, si gaudium sanctum infundis, erit anima servi tui plena modulatione, et devota in laude tua. Sed si te subtraxeris sicut sæpissime soles, non poterit currere viam mandatorum tuorum, sed magis ad tundendum pectus genua incurvantur, quia non est illi sicut heri, et nudiustertius, quando lucebat lucerna tua super caput ejus, et sub umbra alarum tuarum protegebatur a tentationibus irruentibus.

3. Pater juste, et semper laudande, venit hora, ut probetur servus tuus. Pater amande, dignum est, ut hora hac patiatur pro te aliquid servus tuus. Pater perpetuo venerande, venit hora quam ab æterno præsciebas affuturam, ut ad modicum tempus succumbat foris servus tuus; vivat vero semper apud te intus, paululum vilipendatur, humilietur et deficiet coram hominibus, passionibus conteratur et languoribus, ut iterum tecum in aurora lucis novæ resurgat, et in cælestibus clarificetur. Pater sancte, tu sic ordinasti, et sic voluisti, et hoc factum est quod præcepisti.

4. Est hæc enim gratia ad amicum tuum, pati et tribulari in mundo pro amore to, quotiescumque et a quocumque et quomodocumque id permiseris fieri. Sine consilio et providentia tua, et sine causa nihil fit in terra. Bonum mihi, Domine, quod humiliasti me ut discam justificationes tuas, et omnes elatines cordis atque præsumtiones abjiciam. Utile michi, quod confusio cooperuit faciem meam, ut te potius quam homines ad consolandum requiram. Didici etiam ex hoc inscrutabile judicium tuum expavescere, qui affligis justum cum impio, sed non sine æquitate et justitia.

5. Gratias tibi, quia non pepercisti malis meis, sed attrivisti me verberibus amaris, infligens dolores et immittens angustias foris et intus. Non est qui me consoletur ex omnibus quæsub cælo sunt, nisi tu, Domine Deus meus, cælestis medicus animarum, quipercutis et sanas, deducis ad inferos et reducis. Disciplina tua super me et virga tua ipsa me docebit.

6. Ecce, Pater dilecte, in manibus tuis ego sum; sub virga correctionis tuæ me inclino: percute dorsum meum et collum meum, ut incurvem ad voluntatem tuam tortuositatem meam. Fac me pium et humilem discipulum, sicut bene facere consuevisti, ut ambulem ad omnem nutum tuum. Tibi me et omnia mea ad corrigendum committo: melius est hic corripi quam in futuro. Tu scis omnia et singula, et nihil te latet in humana conscientia. Antequam fiant, nosti ventura, et non opus tibi est ut quis te doceat aut admoneat de his quæ fiunt in terra. Tu scis quid expediat ad profectum meum et quantum deservit tribulatio ad rubiginem vitiorum purgandum. Fac mecum desideratum beneplacitum tuum et ne despicias peccaminosam vitam meam, nulli melius et clarius quam tibi soli notam.

7. Da mihi, Domine, scire quod sciendum est, hoc amare quod amandum est, hoc laudare quod tibi summe placet, hoc reputare quod tibi prætiosum apparet, hoc vituperare quod tibi sordescit. Non me sinas secundam visionem oculorum exteriorum judicare, neque secundum auditum aurium hominum imperitorum sententiare: sed in judicio vero de visibilibus et spiritualibus discernere atque super omnia voluntatem beneplaciti tui semper inquirere.

8. Falluntur sæpe hominum sensus in judicando; falluntur et amatores sæculi visibilia tantummodo amando. Quid enim homo inde melior, quia reputabitur ab homine major? Fallax fallacem, vanus vanum, cæcus cæcum, infirmus infirmum decipit, dum exaltat et veraciter magis confundit, dum inaniter laudat. Nam quantum unusquisque est in oculis tuis, tantum est et non amplius, ait humilis sanctus Franciscus.

Cap. 51. Quod humilibus insistendum est operibus, cum deficitur a summis.

1. Fili mi, non semper vales in serventiori desiderio virtutum stare nec in altiori gradu contemplationis, sed necesse habes interdum ob originalem corruptelam ad inferiora descendere, et onus corruptibilis vitæ etiam invite et cum tædio portare. Quamdiu mortale corpus geris, tædium senties et gravamen cordis. Oportet ergo sæpe in carne de carnis onere gemere, eo guod non vales spiritualibus studiis, et divinæ contemplationi indefinenter inhærere.

2. Tunc expedit tibi ad humilia et exteriora opera confugere, et in bonis te actibus recreare, adventum meum et supernam visitationem firma confidentia exspectare, exilium tuum et ariditatem mentis patienter sufferre, donec iterum a me visiteris, et ab omnibus anxietatibus libereris. Nam faciam te laborum oblivisci, et interna quiete perfrui. Expandam coram te prata scripturarum, ut dilatato corde currere incipas viam mandatorum emorum, et dices: Non sunt condignaæ passiones hujus temproris ad futuram gloriam quæ revelabitur in nobis.

Cap. 52. Quod homo non reputet se consolatione dignum, sed magis verberibus dignum.

1. Domine, non sum dignus consolatione tua, nec aliqua spirituali visitatione: et ideo juste mecum agis, quando me inopem et desolatum relinquis. Si enim ad instar maris lacrymas fundere possem, adhuc consolatione tua dignus non essem. Unde nihil dignus sum quam flagellari et puniri, quia graviter et sæpe te offendi, et in multis valde deliqui. Ergo vera pensata ratione, nec minima sum dignus consolatione. Sed tu clemens et misericors, quia non vis perire opera tua, ad ostendendum divitias bonitatis tuæ in vasa misericordiæ tuæ, etiam propter omne proprium meritum dignaris consolari servum tuum supra humanum modum. Tuæ enim consolationes non sunt sicut humanæ confabulationes.

2. Quid egi, Domine, ut mihi conferres aliquam cælestem consolationem? Ego nihil boni egisse recolo me, sed semper ad vitia pronum, et ad emendationem pigrum fuisse. Verum est, et abnegare non possum; si aliter dicerem, tu stares contra me, et non esset qui defenderet. Quid merui pro peccatis meis, nisi infernum, et ignem æternum? In veritate confiteor, quoniam dignus sum omni ludibrio et contemtu; nec decet me inter devotos tuos commarari. Et licet hoc ægre audiam, tamen adversum me pro veritate peccata mea arguam, ut facilius misericordiam tuam valeam impetrare.

3. Quid dicam reus, et omni confusione plenus? Non habeo os loquendi, nisi hoc tantum verbum: Peccavi, Domine, peccavi: miserere mei, ignosce mihi. Sine me paululum, ut plangam dolorem meum, antequam vadam ad terram tenebrosam, et opertam mortis caligine. Quid tam maxime a reo et misero peccatore requiris nisi ut conteratur et humiliet se pro delictis suis? In vera contritione, et cordis humiliatione nascitur spes veniæ, reconciliatur perturbata conscientia, recuperatur gratia perdita, tuetur homo a futura ira, et occurrunt sibi mutuo in osculo sancto Deus et pœnitens anima.

4. Humilis peccatorum contritio acceptabile tibi est, Domine, sacrificium, longe suavius odorans in conspectu tuo, quam thuris incesum. Hoc est gratum etiam unguentum, quod sacris pedibus tuis infundi volusti, quia cor contritum, et humiliatum nunquam despexisti. Ibi est locus refugii a facie iræ inimici; ibi emendatur et abluitur quidquid aliunde contractum est in inquinatum.

Cap. 53. De gratia quæ non miscetur terrena sapientibus.

1. Fili, prætiosa est gratia mea, non patitur se misceri extraneis rebus, nec consolationibus terrenis. Abjicere ergo oportet omnia impedimenta gratiæ, si optas ejus infusionem suscipere. Pete secretum tibi; ama solus habitare tecum, nullius require confabulatinem, sed magis ad Deum devotam effunde precem, ut devotam teneas mentem, et puram conscientiam. Totum mundum nihil exstima, Dei vacationem omnibus exterioribus antepone. Non enim poteris mihi vacare et in transitoriis pariter delectari. A notis et a charis oportet elongari et ab omni temporali solatio mentem tenere privatam. Sic obsecrat beatus Apostolus Petrus, ut tanquam advenas et peregrinos in hoc mundo se contineant Christi fideles.

2. O, quanta fiducia erit morituro, quem nullius rei affectus detinet in mundo. Sed sic segregatum cor habere in omnibus, æger necdum capit animus, nec animalis homo novit interni hominis libertatem. Attamen si vere velit esse spiritualis, oportet eum renuntiare tam remotis, quam propinquis, et a nemine magis cavere, quam a se ipso. Si te ipsum perfecte viceris, cætera facilis subjugabis. Perfecta namque victoria est de semetipso triumphare: qui enim semetipsum subjectum tenet, ut sensualitas rationi, et ratio in cunctis obediat mihi, hic vere victor sui est et dominus mundi.

3. Si ad hunc apicem scandere gliscis, oportet viriliter incipere et securim ad radicem ponere, ut evellas et destruas occultam in inordinatam inclinationem ad te ipsum et ad omne privatum inclinationem ad te ipsum et ad omne privatum et materiale bonum. Ex hoc vitio quod homo semetipsum nimis inordinate diligit, pene totum pendet quidquid radicaliter vincendum est, quo devicto et subacto malo, pax magna et tranquillitas erit continuo. Sed quia pauci sibi ipsi mori perfecte laborant, nec plene extra se tendunt, propterea in se implicati remanent, nec supra se elevari in spiritu possunt. Qui autem libere mecum ambulare desiderat, necesse est, ut omnes pravas et inordinatas affectiones suas mortificet atque nulli creaturæ privato amore concupiscenter inhæreat.

Cap. 54. De diversis motibus naturæ et gratiæ.

1. Fili, diligenter adverte motus naturæ et gratiæ: quia valde contrarie et subtiliter moventur, et vix nisi a spirituali et intime illuminato homine discernuntur. Omnes quidem bonum appetunt, et aliquid boni in suis dictis vel factis prætendunt: ideo sub specie boni multi saluntur.

2. Natura callida est et multos trahit, illaqueat, et decipit, et se semper pro fine habet. Sed gratia simpliciter ambulat, et ab omni specie mala decinat, fallacias non prætendit, et omnia pure propter Deum agit, in quo et finaliter requiescit.

3. Natura invite vult mori, nec premi nec superari vult, nec subesee nec sponte subjugari. Gratia vero studet mortificationi propriæ, resistit sensualitati, quærit subjici, appetit vinci, nec propria vult libertate fungi, sub disciplina amat teneri, nec alicui cupit dominari: sed sub Dei semper vivere, stare et esse, atque propter Deum omni humanæ creaturæ humiliter parata est inclinari.

4. Natura pro suo commodo laborat, et quidquid lucri sibi et alio proveniat attendit. Gratia autem non quid sibi utile et commodum sit, sed quod multis proficiat, magis considerat.

5. Natura libenter honorem accipit et reverentiam. Gratia vero omnem honoem, et gloriam Deo fideliter attribuit.

6. Natura confusionem timet et contemtum. Grata autem gaudet pro nomine Jesu contumeliam pati.

7. Natura otium amat, et quietem corporalem. Gratia vero vacua esse non potest, sed libenter amplectitur laborem.

8. Natural quærit curiosa habere et pulchra, et abhorret vilia, et grossa. Gratia vero simplicibus delectatur et humilibus; aspera non aspernatur, nec vetustis refugit indui pannis.

9. Natura respicit temporalia, gaudet ad lucra terrena, tristatur de damno, irritatur de levi injuriæ verbo. Sed gratia attendit æterna, non inhæret temporalibus, nec in perditione rerum turbatur, neque verbis durioribus acerbatur, quia thesaurum suum et gaudium in cælo, ubi nihil perit, constituit.

10. Natura cupida est, et libentius accipit quam donat; amat propria et privata. Gratia autem pia est et communis, vitat singularia, contentatur paucis, beatius judicat dare quam accipere.

11. Natura inclinat ad creaturas ad carnem propriam, ad vanitatem, et discursus. Sed gratia trahit ad Deum, et ad virtutes, renuntiat creaturis, fugit mundum, odit carnis desideria, restringit evagationes, erubescit in publico apparere.

12. Natura aliquod solatium libenter habet externum, in quo delectetur ad sensum. Sed gratia in solo Deo quærit consolari, et in summo bono super omnia visiblia delectari.

13. Natura totum agit propter lucrum, et commodum proprium, nihil gratis facere otest: sed aut æquale, aut melius, aut laudem, aut favorem pro benefactis consequi speart et multum ponderari sua gesta et dona et dicta concupiscit. Gratia vero nihil temporale quærit, nec aliud præmium quam Deum solum pro mercede postulat, nec amplius de temporalibus necessariis desiderat, nisi quantum hæc sibi ad affecutionem æternorum valeant deservire.

14. Natura gaudet de amicis multis et propinquis, gloriatur de nobili loco, et ortu generis; arridet potentibus, blanditur divitibus, applaudit sibi similibus. Gratia autem etiam inimicos diligit, nec de amicorum turba extollitur, nec locum, nec ortum natalium reputat, nisi ubi virtus major fuerit, favet magis pauperi quam diviti, compatitur plus innocenti quam potenti, congaudet veraci et non fallaci, exhortatur semper bonos meliora charismata æmulari, et Filio Dei per virtutes assimilari.

15. Natura de defectu et molestia cito conqueritur. Gratia constanter fert inopiam.

16. Natura ad se omnia reflectit, pro se certat et arguit. Gratia autem ad Deum cuncta reducit, unde originaliter emanant, nihil boni sibi adscribit nec arroganter præsumit, non contendit, nec suam sententiam aliis præfert, sed in omni sensu, et intellectu æternæ sapientiæ ac divino examini se submittit.

17. Natura appetit scire secreta, et nova audire; vult exterius apparere et multa per sensus experiri; desiderat agnosci, et agere unde laus et admiratio procedit. Sed gratia non curat nova nec curiosa percipere, quia totum hoc de vetustate corruptonis est ortum, cum nihil novum et durabile est super terram. Docet itaque sensus restringere, vanam complacentiam et ostentationem devitare, laudanda et digne miranda humiliter abscondere, et de omni re et de omni scientia utilitatis fructum, atque Dei laudem et honorem quærere. Non vult se nec sua prædicari; sed Deum in donis suis optat benedici, qui cuncta ex mera charitate largitur.

18. Hæc gratia supernaturale lumen, et quoddam Dei speciale donum est, et proprie electorum signaculum, et pignus salutis æternæ: quæ hominem de terrenis ad cælestia amanda sustollit, et de carnali spiritualem efficit. Quanto igitur natura amplius premitur, et vincitur, tanto major gratia infunditur, et quotidie novis visitationibus interior homo secundum imaginem Dei formatur.

Cap. 55. De corruptione naturæ, et efficacia gratiæ divinæ.

1. Domine Deus meus, qui me creasti ad imaginem et similitudinem tuam: concede mihi hanc gratiam, quam ostendisti mhi tam magnam et necessariam ad salutem, ut vincam pessimam naturam meam trahentem me ad peccata et in perditionem. Sentio enim in carne mea legem peccati, contradicentem legi mentis meæ, et captivum me ducentem ad obediendum sensualitati in multis, nec possum resistere passionibus ejus, nisi assistat tua sanctissima gratia, cordi meo ardenter infusa.

2. Opus est gratia tua et magna gratia, ut vincatur natura ad malum semper prona ab adolescentia sua. Nam per primum hominem Adam lapsa, et vitiata per peccatum, in omnes homines pœ hujus maculæ descendit, ut ipsa natura, quæ bene et recte a te condita fuit, pro vitio jam et infirmitate corruptæ naturæ ponatur, eo quod motus ejus, sibi relictus, ad malum et inferiora trahit. Nam modica vis, quæ remansit, est tamquam scintilla quædam latens in cinere. Hæc est ipsa caro naturalis, circumfusa magna caligine, adhuc judicium habens boni et mali, veri falsique distantiam, licet impotens sit adimplere omne quod probat, nec pleno jam lumine veritatis, nec sanitate affectionem suarum potiatur.

3. Hinc est, Deus meus, quod condelector legi tuæ, secundum interiorem hominem, sciens mandatum tuum fore bonum, justum et sanctum, arguens etiam omne malum et peccatum fugiendum. Carni autem servio lege peccati, dum magis sensualitati obedio, quam rationi. Hinc est quod velle bonum mihi adjacet, perficere autem non invenio. Hin sæpe bona multa propono, sed quia gratia deest ad adjuvandam infirmitatem meam, ex levi resistentia exilio et deficio. Hinc accidit quod viam perfectorum agnosco, et qualiter agere debeam, satis clare video: sed propriæ corruptionis pondere pressus ad perfectiora non assurgo.

4. O, quam maxime est mihi necessaria gratia tua, Domine, ad inchoandum bonum, ad proficiendum et ad perficiendum. Nam sine te nihil possum facere; omnia autem possum in te, confortante me gratia tua. O, vere cælestis, gratia, sine qua nulla sunt propria merita, nulla quoque dona naturaæ ponderanda. Nihil artes, nihil divitiæ, nihil pulchritudo vel fortitudo, nihil igneium vel eloquentia valent apud te, Domine, sine gratia tua. Nam bona naturaæ bonis et malis sunt communia: Electorum autem proprium donum est gratia, sive dilectio, qua insigniti digni habenter vita æterna. Tantum eminet hæc gratia, ut nec donum prophetiæ, nec signorum operatio, nec quantalibet alta speculatio aliquid æstimetur sine ea. Sed neque fides neque spes neque aliæ virtutes sine charitate et gratia tibi acceptæ sunt.

5. O, beatissima gratia, quæ pauperem spiritu virtutibus divitem facis, et divitem multis bonis humilem corde reddis. Veni, descende ad me, reple me mane misericordia tua et consolatione tua, ne deficiat præ lassitudine et ariditate mentis anima mea. Obsecro, Domine, ut inveniam gratiam in oculis tuis: sufficit enim mihi gratia cæteris non obtentis quæ desiert natura. Si fuero vexatus et tentatus tribulationibus multis, non timebo mala, dum fuerit mecum gratia tua. Ipsa fortitudo mea, ipsa consilium confert et axilium. Cunctis hostibus potentior est et sapientior universis sapientibus.

6. Magistra est veritatis, doctrix disciplinæ, lumen cordis, solamen pressuræ, fugatrix tristitiæ, ablatrix timoris, nutrix devotionis, productrix lacrymarum. Quid sum sine ea nisi aridum lignum et stips inutilis ad ejiciendum? Tua ergo, Domine, gratia me semper præbenitat, et sequatur ac bonis operibus jugiter præstet esse intentum per Jesum Christum Filium tuum. Amen.

Cap. 56. Quod nosmetipsos abnegare et Christum imitari debemus per crucem.

1. Fili, quantum vales a te exire, tantum in me poteris pertransire. Sicut nihil foris concupiscere internam pacem facit, sic se interius relinquere Deo conjungit. Volo te addiscere perfectam abnegationem tui in voluntate mea, sine contradictione et querela. Sequere me: Ego sum via, veritas, et vita. Sine via non itur; sine veritate non cognoscitur; sine vita non vivitur. Ego sum via, quam sequi debes, veritas, cui credere debes, vita, quam sperare debes. Ego sum via inviolabilis, veritas infallibilis, vita interminabilis. Ego sum via rectissima, veritas suprema, vita vera, vita beata, vita increata. Si maseris in via mea, cognosces veritatem, et veritas liberabit te et apprehendes vitram æternam.

2. Si vis ad vitam ingredi, serva mandata. Si vis veritatem cognoscere, crede mihi. Si vis perfectus esse, vende omnia. Si vis esse discipulus meus, abnega temetipsum. Si vis beatam vitam possidere præsentem vitam contemne. Si vis exaltari in cælo, humilia te in mundo. Si vis regnare mecum, porta crecem mecum. Soli enim servi crucis inveniunt vitam beatitudinis et veræ lucis.

3. Domine Jesu Christe, quia arta erat vita tua, et mundo despecta; dona mihi tecum mundi despectum imitari. Non enim servus est major domino suo, nec discipuus supra magistrum. Exerceatur servus tuus in vita tua, quia ibi est salus mea et sanctitas vera. Quidquid extra eam lego et audio, non me recreat nec delectat plene.

4. Fili, quia hæc scis et legisti omnia, beatus eris si feceris ea. Qui habet mandata mea et servat ea, ipse est qui diligit me, et ego diligam eum et manifestabo ei meipsum et faciam ipsum consedere mecum in regno Patris mei. Igitur, Domine, sicut dixisti et promisisti, sic utique mihi promereri contingat. Suscepi, suscepi de manu tua crucem: portabo eam usque ad mortem, sicut imposuisti mihi. Vere vita boni Monachi crux est, sed dux paradisi. Inceptum est, retro abire non licet, nec relinquere oportet.

5. Eja fratres, pergamus simul: Jesus erit nobiscum; propter Jesum suscepimus hanc crucem; propter Jesum perfeveremus in cruce; erit adjutor noster, qui est dux noster et præcessor. En rex noster ingrediatur ante nos, qui pugnabit pro nobis. Sequamur viriliter, nemo metuat terrores; simus parati mori fortiter in bello, nec inferamus crimen gloriæ nostræ, et fugiamus a cruce.

Cap. 57. Quod homo non sit nimis dejectus, quando labitur in aliquos defectus.

1. Fili, magis placent patientia et humilitas in adversis, quam multa consolatio et devotio in prosperis. Ut quid te contristat parvum factum contra te dictum? Si amplius fuisset, commoveri non debuisses. Sed nunc dimitte transire: non est primum nec novum nec ultmum erit, si diu vixeris. Satis virilis es, quamdiu nil obviat adversi; bene etiam consulis et alios nosti roborare verbis: sed cum ad januam tuam venit repentina tribulatio, deficis consilio et robore.

2. Attende magnam fragilitatem tuam, quam sæpius experiris in modicis objectis: tamen pro salute tua ista fiunt. Cum hæc et similia contingunt, pone te ut melius nosti ex corde; et si tetigerit tribulatio, non tamen dejiciat nec diue implicet. Ad minus sustine patienter, si non potes gaudenter. Et si minus libenter audis et indignationem sentis, reprime te, nec patiaris aliquid inordinatum ex ore tuo exire, unde parvuli scandalizentur. Cito conquiescet commotio excitata, et dolor internus revertente gratia dulcorabitur. Adhuc vivo ego, dixit Dominus; juvare te paratus sum et solito amplius consolari, si confisus fueris in me, et devote invocaveris me.

3. Animæquior esto et ad majorem sustinentiam accingere. Non est totum frustratum, si te sæpius percipis tribulatum vel graviter tentatum. Homo es, et non Deus; caro es, et non Angelus. Quomodo tu posses semper in eodem statu virtutis permanere, quando hoc defuit Angelo in cælo, et primo Homini in paradiso, quid non diu steterunt? Ego sum qui mærentes erigo sospitate, et suam cognoscentes infirmitatem ad meam provoco divinitatem.

4. Domine, benedictum sit verbum tuum, dulce super mel et favum ori meo. Quid facerem in tantis tribulationibus et angustiis meis, nisi me confortares tuis sanctis sermonibus? Dummodo tandem ad portum salutis perveniam, quid mihi curæ est, quæ et quanta passus fuero? Da finem bonum et da felicem ex hoc mundo transitum. Memento mei, Deus meus, et dirige me recto itinere in regnum tuum. Amen.

Cap. 58. De altioribus rebus et occultis Dei judiciis non scrutandis.

1. Fili, caveas disputare de altis materiis et de occultis Dei judiciis: cur iste sic relinquitur, et ille ad tantam gratiam assumitur? cur etiam iste tantum affligitur, et ille tam eximie exaltatur? Ista omnem facultatem humanam excedunt, nec ad investigandum divum judicium ulla ratio prævalet vel disputatio. Quando ergo hæc tibi suggerit inimicus vel etiam quidam curiosi inquirunt homines, responde illud Prophetæ: Justus es, Domine, et justum judicium tuum; et illud: Judicia Domini vera justificata in semetipsa. Judicia mea metuenda sunt, non discutienda, quia humano intellectua sunt incomprehensibilia.

2. Noli etiam inquirere nec disputare de meritis Sanctorum, quis alio sit sanctior; aut quis major sit in regno cælorum. Talia generant sæpe lites et contentiones inutiles, nutriunt quoque superbiam et vanam gloriam: unde oriuntur invidiæ et dissensiones, dum ille istum Sanctum, et alius alium conatur superbe præfferre. Talia autem velle scire et investigare nullum fructum afferunt, sed magis Sanctis displicent, quia non sum Deus dissensionis, sed pacis, quæ pax magis in humilitate vera, quam in propria exaltatione consisit.

3. Quidam zelo devotionis trahuntur ad hos Sanctos vel ad illos, ampliori effectu, sed humano potius, quam divino. Ego sum qui cunctos condidi Sanctos; ego donavi gratiam; ego præstiti gloriam. Ego novi singulorum merita; ego præveni eos in benedictionibus dulcedinis meæ. Ego præscivi dilectos meos ante sæcula; ego eos elegi de mundo, non ipsi me præelegerunt. Ego vocavi per gratiam, attraxi per miscericordiam; ego perduxi eos per tentationes varias. Ego infudi consolationes magnificas; ego dedi perseverantiam; ego coronavi eorum patientiam.

4. Ego primum et novissimum agnosco; ego omnes inæstimabili dilectione amplector. Ego laudandus sum in omnibus Sanctis meis; ego super omnia benedicendus sum et honorandus in singulis, quos sic gloriose magnificavi, et prædestinavi sine ullis præcedentibus propriis meritis. Qui ergo unum de minimis meis contemsit, nec magnum honorat: quia pusillum et magnum ego feci. Qui derogat alicui Sanctorum, derogat et mihi, et omnibus cæteris in regno cælorum. Omnes unum sunt per charitatis vinculum, idem sentiunt, idem volunt et omnes in unum se diligunt.

5. Adhuc autem, quod multo altius est, plus me quam se et sua merita diligunt. Nam supra se rapti et extra propriam dilectionem tracti, toti in amorem meum pergunt, in quo et fruitive quiescunt. Nihil est quod eos avertere possit aut deprimere: quippe qui æterna veritate pleni, igne ardescunt inexstinguibilis charitatis. Taceant igitur carnales et animales homines de Sanctorum statu differere: qui non norunt nisi privata gaudia diligere; demunt et addunt pro sua inclinatione, non prout placet æternæ Veritati.

6. In multis est ignorantia, eorum maxime qui parum illuminati raro aliquem perfecta dilectione spirituali diligere norunt. Multi adhuc naturali affectu, et humana amicitia ad hos vel ad illos trahuntur; et sicut in inferioribus se habent, ita et de cælestibus imaginantur. Sed est distantia incomparabilis inter ea quæ imperfecti non cognitant, et ea quæ illuminati viri per revelationem contemplantur, et speculantur superna.

7. Cave ergo, fili, de istis curiose tractare, quæ scientiam tuam excedunt; sed hoc magis satage et intende, ut vel minimus in regno Dei queas inveniri. Et si quispiam sciret, quis alio sanctior esset, vel major haberetur in regno cælorum, quid ei hæc notitia prodesset, nisi se ex hac cognitione coram me humliaret, et in majorem mei nominis laudem exsurgeret? Multo acceptius Deo facit qui de peccatorum suorum magnitudine, et virtutum suarum parvitate cogitat, et quam longe a Sanctorum perfectione distat, quam is, qui de majoritate eorum vel parvitate disputat. Melius est Sanctos devotis precibus et lacrymis exorare et eorum gloriosa suffragia humili mente implicare, quam eorum secreta vana inquisitione perscrutari.

8. Illi bene et optime contentantur, si homines scirent contentari et vaniloquia sua compescere. Non gloriantur de propriis meritis, quippe qui sibi nil bonitatis adscribunt; sed totum mihi, quoniam ipsis cuncta ex infinita mea charitate donavi. Tanto amore divinitatis et gaudio supereffluenti replentur, ut nil desit eis gloriæ, nihilque desit felicitatis. Omnes Sancti quanto altiores in gloria tanto humiliores in se ipsis, et mihi viciniores et dilectiores existunt. Ideoque habes scriptum, quia mittebant coronas suas ante Deum, et ceciderunt in facies suas coram Agno et adoraverunt viventem in sæcula sæculorum.

9. Multi quærunt, quis major sit in regno Dei, qui ignorant an cum minimis erunt digni computari. Magnum est vel esse minimum in cælo, ubi omnes magni sunt: quia omnes filii Dei vocabuntur et erunt. Minimus erit in mille et peccator centum annorum morietur. Cum enim quærerent Discipuli, quis major esset in regno cælorum, tale audierunt responsum:Nisi conversi fueritis et efficiamini sicut parvuli, non intrabitis in regnum cælorum. Quicumque ergo humiliaverit se sicut parvulus iste: hic major est in regno cælorum.

10. Væ eis, qui cum parvulis se humiliare sponte dedignantur, quoniam humilis janua regni cælestis eos non admittet intrare.  et divitibus, qui habent consolationes suas hic, quia pauperibus intrantibus in regnum Dei, ipsi stabunt foris ejulantes. Gaudete humiles, et exultate pauperes, quia vestrum est regnum Dei, si tamen in veritate ambulatis.

Cap. 59. Quod omnis spes et fiducia in solo Deo et figenda.

1. Domine, quæ est fiducia mea quam in hac vita habeo, aut quod majus solatium meum ex omnibus apparentibus sub cælo? Nonne tu, Domine Deus meus, cujus misericordiæ non est numerus? Ubi mihi bene fuit sine te? Aut quando male esse potuit præsente te? Malo pauper esse propter te, quam dives sine te. Eligo potius tecum in terra peregrainari, quam sine te cælum possidere. Ubi tu, ibi cælum; atque ibi mors est atque infernus, ubi tu non es. Tu mihi in desiderio es, et ideo post te gemere et clamare et exorare necesse est. In nullo denique possum plene considere, qui in necessitatibus auxilietur opportunius, nisi in te solo Deo meo. Tu es spes mea, et fiducia mea, et consolator meus, et fidelissimus in omnibus.

2. Omnes quæ sua sunt quærunt; tu salutem meam, et profectum meum solummodo prætendis et omnia in bonum mihi convertis. Et si variis tentationibus et adversitatibus exponas me, hoc totum ad utilitatem meam ordinas, qui mille modis dilectos tuos probare consuevisti. In qua probatione non minus diligi debes et laudari, quam si cælestibus consolationibus me repleres.

3. In te ergo, Domine Deus meus, pono totam spem meam et refugium; in te omnem tribulationem meam et angustiam meam constituo, quia totum infirumum et instabile invenio quidquid extra te conspicio. Non enim proderunt multi amici, neque fortes auxiliarii adjuvare poterunt, neque prudentes consiliarii responsum utile dare, neque libri Doctorum consolari, nec alia prætiosa substantia liberare, neque locus aliquis secretus contutari, si tu ipse non assistas, juves, confortes, consoleris, instruas et custodias.

4. Omnia namque, quæ ad pacem videntur esse et felicitatem habendam, te absente nihil sunt, nihilque felicitatis et veritate conferunt. Finis ergo omnium bonorum et altitudo vitæ et profunditas eloquiorum tu es; et in te super omnia sperare, fortissimum solatium omnium servorum tuorum. Ad te sunt oculi mei; in te confido, Deus meus; misericordiarum Pater, benedic et sanctifica animam meam benedictione cælesti, ut fiat habitatio sancta tua et sedes æternæ gloriæ tuæ, nihilque in templo tuæ dignitatis inveniatur, quod oculos tuæ majestatis offendat. Secundum multitudinem miserationum tuarum et magnitudinem bonitatis tuæ respice in me, et exaudi orationem pauperis servi tui, longe exulantis in regione umbræ mortis. Protege et conserva animam servuli tui inter tot discrimina vitæ corruptibilis, ac comitante gratia tua, dirige per viam pacis ad perpetuæ patriam felicitatis et claritatis.

Thomas à Kempis Christian Latin The Latin Library The Classics Page

THOMAS À KEMPIS: DE IMITATIONE CHRISTI LIBER QUARTUS

De devota exhortatione ad sacram Corporis Christi communionem.

Vox Christi dicit.

Venite ad me omnes, qui laboratis et onerati estis, et ego reficiam vos, dicit Dominus. Panis quem ego dabo caro mea est, pro mundi vita. Accipite et comedite: hoc est Corpus meum quod pro vobis tradetur: hoc facite in meam commemorationem. Qui manducat meam carnem, et bibit meam sanguinem, in me manet et ego in eo. Verba quæ ego locutus sum nobis, spiritus et vita sunt.

Cap. I. Cum quanta devotione Christus sit suscipiendus.

1. Hæc sunt verba tua, Christe, Veritas æterna, quamvis non in uno tempore prolata, nec uno in loco conscripta. Quia ergo tua grantater mihi et fideliter sunt accipienda, tua sunt, et tu ea protulisti, et mea quoque sunt, quia pro salute mea edidisti: libenter suspicio ea ex ore tuo, ut aptius inferantur cordi meo. Excitant me verba tantæ pietatis, plena dulcendinis et dilectionis: sed terrent me delicta propria, et ad capienda tanta mysteria me reverberat impura conscientia. Provocat me dulcedo verborum tuorum, sed onerat me multitudo vitiorum meorum.

2. Jubes ut fiducialiter ad te accedam, si tecum velim habere partem, et immortalitatis accipiam alimoniam, si æternam cupiam obtinere vitam et gloriam. Venite, inquis, ad me omnes, qui laboratis et onerasti estis et ego reficiam vos. O, dulce et amicabile verbum in aure peccatoris, quo tu, Domine Deus meus, egenum et pauperem invitas ad communionem tui sanctissimi Corporis. Sed quis ego sum, Dominus, ut ad te præsumam accedere? Ecce cæli cælorum te non capiunt, et tu dicis: Venite ad me omnes?

3. Quid vult ista piissima dignatio, et tam amicabilis invitatio? Quomodo ausus ero venire, qui nihil boni mihi conscius sum, unde possim præsumere? Quomodo te introducam in domum meam, qui sæpius offendi benignissimam faciem tuam? Reverentur Angeli et Archangeli, metuunt Sancti et Justi, et tu dicis: Venite ad me omnes?Nam nisi tu, Domine, diceres, quis verum esse crederet? Et nisi tu juberes, quis accedere tentaret?

4. Ecce vir justus Noe in arcæ fabrica centum annis laboravit, ut cum paucis salvaretur: et ego quomodo potero me una hora præparare, ut mundi fabricatorent cum reverentia sumam? Moyses, famulus tuus, magnus et specialis amicus tuus, arcam ex lignis imputribilibus fecit, quam et mundissimo vestivit auro, ut tabulas Legis in ea reponeret: et ego putrida creatura, audebo te Conditorem legis, ac vitæ datorem tuam facile suscipere? Salomon, sapientissimus regum Israel, magnificum templukm septem annis in laudem nominis tui ædificavit, et octo diebus festum dedicationis ejus celebravit, mille hostias pacificas obtulit, et arcam fæderis, clangore buccinæ et jubilo in loco sibi præparato solemniter collocavit. Et ego infelix et pauperrimus hominum, quomodo te in domum meam introducam, qui vix mediam expendere devote novi horam, et utinam vel fere semel mediam digne.

5. O, mi Deus, quantum illi ad placendum tibi agere studuerunt. Heu quam pusillum est quod ago, quam breve expleo tempus, cum me ad communicandum dispono. Raro totus collectus, rarissime abo omni distractione purgatus.

6. Et certe in tua salutari Deitatis præsentia nulla deberet occurrere indecens cogitatio; nulla etiam occupare creatura, quia non ad Angelum, sed Angelorum Dominum suscepturus sum hospitio. Est tamen magna distantia inter arcam fœderis Domini cum suis reliquiis, et mundissimum Corpus tuum cum suis ineffabilibus virtutibus; inter legalia illa sacrificia futurorum præfigurativa, et veram tui Corporis hostiam, omnium antiquorum sacrificiorum completivam.

7. Quare igitur ad tuam non magis inardesco venerabilem præsentiam? Cur majori me non præparo sollicitudine ad tua Sancta sumenda, quandoilli antiqui sancti Patriarchæ, Reges quoque et Principes cum universo populo tantum devotionis monstrarunt affectum erga cultum divinum?

8. Saltavit rex devotissimus David coram arca Dei totis veribus, recolens beneficia olim indulta Patribus. Fecit diversi generis organa, psalmos edidit, et cantari institui cum lætitia, cecinit et ipse frequenter in cithara, Spiritus sancti afflatus gratia, docuit populum Israel toto corde laudare Deum, et ore consono diebus singulis benedicere et prædicare. Si tanta agebatur tunc devotio, ac divinæ laudis extitit recordatio coram arca testamenti, quanta nunc mihi et omni populo Christiano habenda est devotio et reverentia in præsentia Sacramenti, in sumtione excellentissimi corporis Christi?

9. Currunt multi ad diversa loca pro visitandis reliquiis Sanctorum, et mirantur auditis gestis eorum; ampla ædificia templorum inspiciunt, et osculantur sericis et auro involuta sacra ossa eorum. Et ecce tu præsens es hic apud me in altari, Deus meus, Sanctus Sanctorum, hominum Creator et Dominus Angelorum. Sæpe in talibus videndis est curiositas hominum, est novitas invisorum et modicus reportabitur fructus emendationis, maxime ubi est tam levis, since vera contritione discursus. Hic autem in Sacramento altaris totus præsens es Deus meus, homo Christus Jesus: ubi et copiosus percipitur æternæ salutis fructus, quotescumque fueris digne ac devote susceptus. Ad istud vero non trahit levitas aliqua, nec curiositas vel sensualitas, sed firma fides, devota spes, et sincera charitas.

10. O, invisibilis conditor mundi Deus, quam mirabiliter agis nobiscum, quam suaviter et gratiose cum electis tuis disponis, quibus temetipsum in Sacramento sumendum proponis. Hoc namque omnem intellectum superat; hoc specialiter devotorum corda trahit, et accendit affectum. Ipsi enim vere fideles tui, qui totam vitam suam ad emendationem disponunt, ex hoc Sacramento dignissimo magnam devotionis gratiam, et virtutis amorem frequenter recipiunt.

11. O, admirabilis et abscondita gratia Sacramenti, quam norunt tantum Christi fideles, infideles autem et peccatis servientes experiri non possunt. In hoc Sacramento confertur spiritualis gratia et reparatur in anima virtus amissa et per peccatum deformata redit pulchritudo. Tanta est aliquando hæc gratia, ut ex plenitudine collatæ devotionis non tantum mens, sed et debile corpus vires sibi præstitas sentiat ampliores.

12. Dolendum tamen est, et miserandum valde super tepiditate, et negligentia nostra, quod non majori affectu trahimur ad Christum sumendum, in quo tota spes salvandorum consistit et meritum. Ipse enim est sanctificatio nostra et redemtio; ipse consolatio viatorum et Sancrotum æterna fruitio. Dolendum itaque valde, quod multi tam parum hoc salutare mysterium advertunt, quod cælum lætificat et mundum conservat universum. Heu cæcitas et duritia cordis humani, tam ineffabile donum non magis attendere, et ex quotidiano usu etiam inadvertentia defluere.

13. Si enim hoc sanctissimum Sacramentum in uno tantum celebraretur loco, et ab uno tantum consecraretur Sacerdote in mundo, quanto putas desiderio ad illum locum, et talem Dei sacerdotem homines efficerentur, ut divinia ministeria celebrari audirent? Nunc autem multi facti sunt Sacerdotes et in multis locis offertur Christus: ut tanto major appareat gratia et dilectio Dei ad hominem, quanto latius est sacra Communio diffusa per omnem orbem.

14. Gratias tibi, bone Jesu, pastor æterne, qui nos pauperes et exules dignatus est prætioso corpore et sanguine tuo reficere: et ad hæc mysteria percipienda etiam proprii oris tui eloquio invitare dicendo: Venite ad me omnes qui laboratis et onerati esti, et ego reficiam vos.

Cap. II. Quod magna charitas et bonitas Dei in Sacramento exhibetur homini.

1. Super bonitate tua et magna misericordia tua, Domine, confisus, accedo æger ad salvatorem, esuriens ad fontem vitæ, egenus ad Regem cæli, et sitiens servus ad Dominum, creatura ad Creatorem, disolatus ad meum pium Consolatorem. Sed unde mihi hoc ut venias ad me? Quis ego sum ut præstes mihi temetipsum? Quomodo audet peccator coram te apparere? Et quomodo tu dignaris ad peccatorem venire? Tu nosti servum tuum, et scis quia nihil coni in se est unde hoc illi præstes. Confiteor igitur vilitatem meam, agnosco tuam bonitatem, laudo pietatem, et gratias ago propter nimiam charitatem. Propter temetipsum hoc facis, non propter mea merita, ut bonitas tua mihi magis innotescat, charitas amplior ingeratur, et humilitas perfectius commendetur. Quia ergo tibi hoc placet et sic, fieri jussisti, placet et mihi dignatio tua, et utinam iniquitas mea non obsistat.

2. O, dulcissime, et benignissime Jesu, quanta tibi reverentia et gratiarum actio cum perpetua laude pro susceptione sacri Corporis tui debetur: cujus dignitatem nullus hominum explicare potens invenitur. Sed quid cogitabo in hac Communione, in accessu ad Dominum meum, quem debite venerari nequeo et tamen devote suscipere desidero? Quid cogitabo melius et salubrius nisi me ipsum totaliter humiliando coram te et tuam infinitam bonitatem exaltando supra me? Laudo te, Deus meus, et in æternum exalto te. Despicio me et subicio tibi in profundum vilitatis meæ.

3. Ecce tu Sanctus Sanctorum, et ego sordes peccatorum: et inclinas te ad me, qui non sum dignus ad te respicere. Ecce tu venis ad me, tu vis esse mecum; tu invitas ad vonvivium tuum, tu mihi daer vis cælestem cibum et panem Angelorum ad manducandum, non alium sane quam teipsum, panem vivum, qui de cælo descendisti et das vitam mundo.

4. Ecce unde dilectio procedit, qualis dignatio illucescit; quam magnæ gratiarum actiones et laudes pro his tibi debentur. O, quam salutare et utile consilium tuum, cum istud constituisti. Quam sauve et jucundum convivium, cum teipsum in cibum donasti. O, quam admirabilis operatio tua, Domine; quam potens virtus tua, quam infallibilis veritas tua. Dixisti enim et facta sunt omnia, et hoc factum es quod jussisti: mira res et fide digna ac humanum vincens intellectum, quod tu, Domine Deus meus, verus Deus et homo, sub modica panis specie et vini integer contineris et sine consumtione a sumente manducaris.

5. Tu, Domine universorum, qui nullius habens indigentiam voluisti per Sacramentum tuum habitare in nobis, conserva cor meum et corpus meum immaculatum, ut læta et pura conscientia sæpius valeam celebrare tua mysteria et ad meam perpetuam accipere salutem, quæ ad tuum præcipue honorem et memoriale perenne sanxisti et instituisti.

6. Lætare, anima mea, et gratias age Deo pro tam nobili munere et solatio singulari in hac lacrymarum valle tibi relicto. Nam quoties hoc mysterium recolis, et Christi corpus accipis, toties tuæ redemtionis opus agis et particeps omnium meritorum Christi efficeris: charitas etenim Christi nunquam minuitur, et magnitudo propitiationis ejus nunquam exhauritur. Ideo nova semper mentis renovatione ad hoc disponere te debes et magnum salutis mysterium attenta consideratione pensare. Ita magnum, novum et jucundum tibi videri debet, cum celebras aut missam audis, ac si eodem die Christus primum in uterum Virginis descendens homo factus esset, aut in cruce pendens pro salute hominum pateretur, et moreretur.

Cap. III. Quod utile est sæpe communicare.

1. Ecce ego venio ad te, Domine, ut bene mihi sit exmunere tuo et lætificer in convivio tuo, quod parasti in dulcedine tua pauperi, Deus. Ecce in te test totum quod desiderare possum et debeo. Tu salus mea et redemtio, spes et fortitudo, decus et gloria. Lætifica ergo hodieanimam famuli tui, quoniam ad te, Domine Jesu Christe, animam meam levavi. Desidero te nunc devote et reverenter suscipere, cupio te in domum meam introducere, quatenus cum Zachæo merear a te benedici ac inter filios Abrahæ computari. Anima mea et corpus meum te concupiscit, cor meum tecum uniri desiderat.

2. Trade te mihi, et sufficit: name præter te nulla consolatio valet, sine te esse nequeo et sine visitatione tua vivere non valeo. Ideoque oportet me frequenter ad te accedere, et in remedium salutis meæ recipere, et in remedium salutis meæ recipere, ne forte deficiam in via, si fuero cælesti fraudatus alimonia. Sic enim tu, misericordissime Jesu, prædicans populis, et varios sanans languores, aliquando dixisti: Nolo eos dimittere jejunos in domum suam, ne dificiant in via. Age igitur hoc modo mecum, qui te pro fidelium consolatione in Sacramento reliquisti. Tu es enim refectio sauvis animæ, et qui te digne manducaverit, particeps et hæes erit æternæ gloriæ.

3. Necessarium quidem mihi est, qui tam sæpe mihi labor et pecco, tam cito torpesco et deficio, ut per frequentes orationes et confessiones, ac sacram tui Corporis perceptionem me renovem, mundem et accendam, ne forte diutius abstinendo a sancto proposito defluam. Proni enim sunt sensus hominis ad malum ab adlescentia sua, et nisi succurrat divina medicina, labitur homo plus ad pejora. Retrahit ergo sancta Communio a malo, et confortat in bono. Si enim modo tam sæpe negligens sum et tepidus, quando communico aut celebro, quid fieret si medelam non sumerem et tam grande juvamen non quærerem? Et licet omni die non aptus, et ad celebrandum bene dispositus, dabo tamen operam congruis temporibus divina percipere mysteria, ac tantæ gratiæ participem me exhibere vel præbere. Nam hæc est una principalis fidelis animæ consolatio, quamdiu peregrinatur ad te in mortali corpore, ut sit sæpius memor Dei sui, dilectum suum devota suscipiat mente.

4. O, mira circa nos tuæ pietatis dignatio: quod tu, Domine Deus, creator et vivificator omnium spirituum, ad pauperculam dignaris venire anima, et cum tota divinitate tua ac humanitate ejus impinguare esuriem. O, felix mens, et beata anima, quæ te, Dominum Deum suum, meretur devote suscipere, et in tua susceptone spirituali gaudio repleri. O, quam magnum suscipit Dominum, quam dilectum inducit hospitem, quam jucundum recipit socium quam fidelem acceptat amicum, quam speciosum, et nobilem amplectitur sponsum, præ omnibus dilectis, et super omnia desiderabilia amandum. Sileant a facie tua, dulcissime dilecte meus, cælum et terra, et omnibus ornatis eorum, quoniam quidquid habent laudis et decoris, ex dignatione tuæ est largitatis, nec ad decorem tui pervenient nominis, cujus sapientiæ non est numerus.

Cap. 4. Quod multa bona præstantur devote communicantibus.

1. Domine Deus meus, præveni servum tuum in benedictione dulcedinis tuæ, ut ad tuum magnificum Sacramentum digne ac devote merear accedere. Excita cor meum in te, et a gravi torpore exue me. Visita me in salutari tuo ad gustandum in spiritu tuam sauvitatem, quæ in hoc Sacramento tanquam in fonte plenaire latet. Illumina quoque oculos meos ad intuendum tantum mysterium, et ad credendum illud indubitata fide me robora. Est enim operatio tua, non humana potentia: tua sacra institutio, non hominis adinventio. Non enim ad hæc capienda et intelligenda aliquis idoneus per se reperitur, quæ Angelicam etiam subtilitatem transcendunt. Quid ergo ego peccator indignus, terra et cinis, de tam alto secreto Sacramento potero investigare et capere?

2. Domine, in simplicitate cordis, in bona et firma fide et in tua visione ad te cum firm spe et reverentia accedo, et vere credo, quia tu præsens es hic in Sacramento Deus et homo. Vis ergo ut te suscipiam et me ipsum tibi in charitate uniam. Unde tuam precor clementiam, et specialem ad hoc imploro mihi donare gratiam, ut totus in te liquefiam, et amore pereffluam, atque de nulla alia consolatione amplius me intromittam. Est enim hoc altissimum et dignissimum Sacramentum, salus animæ et corporis, medicina omnis spiritualis languoris, in quo vitia mea curantur, passiones frænantur, tentationes vincuntur ac minuuntur, gratia major infunditur, virtus accepta augetur, firmatur fides, spes roboratur, et charitas ignescit ac dilatatur.

3. Multa namque bona largitus es, et adhuc sæpius largiris in Sacramento dilectis tuis devote communicantibus, Deus meus susceptor animæ meæ, reparator infirmitatis meæ, et totius dator consolationis internæ. Nam multam ipsis consolationem adversus varias tribulatones infundis, et de imo dejectionis propriæ ad spem tuæ protectionis erigis atque nova quadam gratia eos intus recreas et illustra, ut qui anxii primo, et sine affectione se ante Communionem senserant, postea refecti cibo potuque cælesti, in melius se mutatos inveniant. Quod idcirco cum electis tuis ita dispensanter agis, ut veraciter agnoscant, et patenter experiantur, quam nihil ex semetipsis habeant, et quid bonitatis ac gratiæ ex te consequantur. Quia ex semetipsis frigidi duri ac indevoti, ex te autem serventes ac devoti et alacres esse merentur. Quis enim ad fontem suavitatis humiliter accedens, non modicum suavitatis inde reportat? Aut quis juxta ignem copiosum stans, non parum caloris inde percipit? Et tu fons es semper plenus et super abundans, ignis semper ardens et nunquam deficiens.

4. Unde si mihi non licet haurire de plenitudine fontis, nec usque ad satietatem potare, apponam tamen os meum ad foramen cælestis fistulæ, ut saltem inde guttulam modicam capiam, ad refocillandam sitim meam, ut non penitus exarescam. Et si necdum totus cælesti, et tam ignitus, ut Seraphim et Cherubim esse possum, conabor tamen devotioni insistere et cor meum præparae, ut vel modicam divini incendii flammam ex humili sumtione vivifici Sacramenti conquiram. Quidquid autem mihi deest, bone Jesu, Salvator sanctissime, tu pro me supple benigne ac gratiose, qui omnes ad te gratiose vocare dignatus es, dicens: Venite ad me omnes qui laboratis et onerati esti, et ego reficiam vos.

5. Ego quidem laboro in sudore vultus, mei, dolore cordis torqueor, peccatis oneror, tentationibus inquietor, multis malis passionibus implicor et premor, et non est qui adjuvet, non est qui liberet et salvum faciat, nisi tu, Domine Deus, Salvator meus, cui committo me et omnia mea, ut me custodias et perducas in vitam æternam. Suscipe me in laudem et gloriam nominis tui, qui Corpus tuum et Sanguinem in cibum et potum mihi parasti; præsta, Domine Deus Salutaris meus, ut cum frequentatione mysterii tui crescat meæ devotinis affectus.

Cap. 5. De dignitate Sacramenti, et statu Sacerdotali.

1. Si haberes angelicam puritatem, et sancti Johannis Baptistæ sanctitatem, non esses dignus hoc Sacramentum accipere nec tractare. Non hoc meritis debetur hominum, quod homo consecret et tractet Christi sacramentum et sumat in cibum panem Angelorum. Grande myterium et magna dignitas Sacerdotum, quibus datum est, quod Angelis non est concessum. Soli namque Sacerdotes in Ecclesia rite ordinati potestatem habent celebrandi et Corpus Christi consecrandi. Sacerdos quidem minister Dei est, utens verbo Dei per jussionem et institutionem Dei. Deus autem ibi est principalis auctor, et invisibilis operator, cui subest omne quod voluerit, et paret omne quod jusserit.

2. Plus ergo credere debes Deo omnipotenti in hoc excellentissimo Sacramento, quam proprio sensui aut alteri signo visibili. Ideoque cum timore et reverentia ad hoc opus est accedendum. Attende igitur et vide cujus ministerium tibi traditum est per impositionem manus Episcopi. Ecce Sacerdos factus es, et ad celebrandum consecratus: vide nunc ut fideliter et devote in suo tempore Deo sacrificum offeras, et teipsum irreprehensibilem exhibeas. Non alleviasti onus tuum, sed arctiori jam alligatus es vinculo disciplinæ, et ad majorem teneris perfectionem sanctitatis. Sacerdos debet esse omnibus virtutibus ornatus, et aliis bonæ vitæ exemplum præbere. Ejus conversatio non cum popularibus hominibus, sed cum Angelis in cælo, aut cum perfectis viris in terra.

3. Sacerdos sacris vestibus indutus Christi vices gerit, ut Deum pro se et pro omni populo suo suppliciter et humiliter roget: habet ante se et post se Dominicæ Crucis signum ad memorandam jugiter Christi passionem. Ante se Crucem in casula portat, ut Christi vestigia diligenter inspiciat, et sequi frequenter studeat. Post se cruce signatus est, ut adversa quælibet illata ab aliis clementer pro Deo toleret. Ante se Crucem gerit, ut propria peccata lugeat;post se, ut aliorum etiam commissa per compassionem defleat, et se medium inter Deum et peccatorem constitutum esse sciat, nec ab oratione, nec ab oblatione sancta torpescat, donec gratiam et misericordiam impetrare mereatur. Quando Sacerdos celebrat, honorat Deum, Angelos lætificat, Ecclesiam ædificat, vivos adjuvat, defunctis requiem præstat, et sese omnium bonorum participem efficit.

Cap. 6. Interrogatio de exercitio ante communionem.

1. Cum tuam dignitatem, et meam vilitatem penso, valde contremisco, et in me ipso confundor. Si enim non accedo vitam fugio; et si indigne me ingesserio, offensam incurro. Quid ergo faciam, Deus auxiliator meus et consiliator meus in necessitatibus?

2. Tu doce me viam rectam, propone aliquod breve exercitium sacræ Communioni congruum. Utile est enim scire, qualiter scilicet devote et reverenter tibi præparare debeam cor meum ad recipiendum salubriter tuum Sacramentum, seu etiam celebrandum tam magnum et divinum sacrificium.

Cap. 7. De discussione propriæ conscientiæ et emendationis proposito.

1. Super omnia cum summa humilitate cordis et supplici reverentia, cum plena fide et pia intentione honoris Dei, ad hoc Sacramentum celebrandum, tractandum et sumendum oportet Dei accedere Sacerdotem. Diligenter examina conscientiam tuam, et pro posse tuo vera contritione, et humili confessione eam nuda e clarifica, ita ut nil grave habeas, aut scias, quod te remodeat et liberum accessum impediat. Habeas displicentiam omnium peccatorum tuorum in generali, et pro quotidianis excessibus magis in spirituali doleas et gemas; et, si tempus patiturum, Deo in secreto cordis cunctas confidere passionum tuarum miserias.

2. Ingemisce et dole, quod adhuc tam carnalis sis et mundanus, ita immortificatus a passionibus, tam plenus concupiscentiarum motibus, tam incustoditus in sensibus exterioribus, tam sæpe multis variis phantasiis implicatus, tam multum inclinatus ad exteriora, tam negligens ad interiora, tam levis ad risum et dissolutionem, tam durus ad fletum et compunctionem, tam promtus ad laxiora et carnis commoda, tam segnis ad rigorem et fervorem, tam curiosus ad nova capienda et audienda, et pulchra intuenda, tam remissus ad humilia et abjecta amplectenda, tam cupidus ad multa habenda, tam parcus ad dandum, tam tenax ad retinendum, tam inconsideratus in loquendo, tam incontinens ad tacendum, tam incompositus in moribus, tam importunus in actibus, tam effusus super cibum, tam surdus ad Dei verbum, tam velox ad quietem, tam tardus ad laborem, tam vigilans ad fabulas, tam somnolentus ad vigilias sacras; tam festinus ad finem, tam vagus ad attendendum, tam negligens in horis pervolvendis, tam tepidus in celebrando, tam aridus in communicando, tam cito distractus, tam raro tibi vene collectus, tam subito commotus ad iram, tam facilis ad alterius displicentiam, tam pronus ad judicandum, tam rigidus ad arguendum, tam lætus ad prospera, tam debilis in adversis, tam sæpe multa bona proponens, et modicum ad effectum perducens.

3. His et aliis defectibus tuis cum dolore et magna displicentia propriæ infirmitatis confessis ac deploratis firmum statue propositum semper emendandi vitam tuam, et in melius proficiendi. Deinde cum plena resignatione, et integra voluntate offer te ipsum in honore nominis mei in ara cordis tui holocastum peretuum, corpus tuum scilicet, et animam mihi fideliter commitendo, quatenus sic digne merearis ad offerendum Deo sacrificium accedere, et Sacramentum Corporis mei salubriter suscipere.

4. Non est enim oblatio dignior, et satisfacio major pro peccatis diluendis quam se ipsum pure et integre cum oblatione Corporis Christi in missa et in communione Deo offerre. Si homo fecerit quod in se est, et vere pœnituerit, quotiescumque pro venia et gratia ad me accesserit: Vivo ego, dicit Dominus qui nolo mortem peccatoris, sed magis ut convertatur et vivat, quoniam peccatorum suorum non recordabor amplius, sed cuncta sibi indulta erunt.

Cap. 8. De oblatione Christi in Cruce, et propria resignatione.

1. Sicut ego me ipsum expansis in cruce manibus et nudo corpore pro peccatis tuis Deo Patri sponte obtuli, ita ut nihil in me remaneret, quin totum in sacrificium divinæ placationis transierit: ita debes et tu temetipsum mihi voluntarie in oblationem uram et sanctam quotidie in Missa cum omnibus viribus et affectionibus tuis, quanto intimus vales, offere. Quid magis a te requiro, quam ut te studeas mihi in exintimo resignare? Quidquid præter teipsum das, nihil curo; quia non quæro datum tuum, sed te.

2. Sicut non sufficeret tibi omnibus habitis præter me, ita nec mihi placere poterit quidquid dederis te non oblata. Offer te mihi, et da te totum pro Deo et erit accepta oblatio. Ecce ego me totum obtuli Patri pro te, dedi etiam totum corpus meum, et sanguinem in cibum, ut totus tuus essem, et tu meus permaneres. Si autem in teipso steteris, nec sponte te ad voluntatem meam obtuleris, non est plena oblatio, nec integra erit inter nos unio. Ideo omnia opera tua spontanea præcedere debet tui ipsius in manus Dei oblatio, si libertatem consequi vis et gratiam. Ideo tam pauci illuminati, et liberi intus efficiuntur, quia se ipso ex toto abnegare nesciunt. Est firma sententia mea: Nisi quis renunciaverit omnibus quæ possidet, non potest esse meus discipulus. Tu ergo si optas meus esse discipulus, offer teipsum mihi cum omnibus affectibus tuis.

Cap. 9. Quod nos et omnia nostra Deo debemus offerre, et pro omnibus orare.

1. Domine, omnia tua sunt quæ in cælo sunt et in terra. Desidero me ipsum tibi in spontatneam oblationem offerre, et tuus perpetuo permanere. Domine, si in simplicitate cordis mei offero me ipsum tibi hodie in servum sempiternum, in obsequium et in sacrificium laudis perpetuæ. Suscipe me cum hac sancta oblatione tui prætiosi Corporis, quam hodie tibi in præsentia Angelorum invisibiliter assistentium offero, ut sit pro me et pro cuncto populo tuo in salutem.

2. Domine, offero tibi omnia peccata mea et delicta mea, quæ commisi coram te et sanctis Angelis tuis, a die qua primum peccare potui usque ad diem hanc,super placabili altari tuo, ut te pariter omnia incendas, et comburas igne charitatis tuæ, et deleas universas maculas peccatorum meorum, et conscientiam meam ab omni delicto emundes, et restituas mihi gratiam tuam, quam peccando amisi, omnia mihi plene indulgendo et in osculum pacis me misericorditer assumendo.

3. Quid possum agere pro peccatis meis, nisi humiliter ea confitendo et lamentando et tuam propitiationem incessanter deprecando? Deprecor te, exaudi me propitius, ubi asto, coram te, Deus meus. Omnia peccata mea mihi maxime displicent; nolo ea nunquam amplius perpetrare, sed pro eis doleo, et dolebo, quamdiu vixero, paratus pœnitentiam agere, et pro posse satisfacere. Dimitte mihi, Deus, dimitte peccata mea, propter nomen sanctum tuum, salva animam meam, quam prætioso sanguine redemisti. Ecce committo me misericordiæ tuæ, resigno me in manibus tuis: age mecum secundum bontiatem tuam, non secundum meam malitiam et iniquitatem.

4. Offero etiam tibi omnia bona mea, quamvis pauca et imperfecta, ut tu ea emendes et sanctifices, ut ea grata habeas et accepta tibi facias et semper ad meliora trahas, nec non ad beatum et laudabilem finem: Domine, me pigrum et inutilem homuncionem perducas.

5. Offero quoque tibi omnia desideria devotorum, necessitates parentem, amicorum, fratrum, foroum, omniumque chariorum meorum et eorum qui mihi vel aliis propter amorem tuorum benefecerunt: qui orationes et Missas pro se, suique omnibus dici a me petierunt et desideraverunt, sive in carne adhuc vivant, sive jam sæculo defuncti sint, ut omnes sibi auxilium gratiæ tuæ, opem consolationis, protectionem a periculis, liberationem a pœnis advenire sentiant et ut ab omnibus malis erepti, gratias magnificas læti persolvant.

6. Offero etiam tibi preces placationis, pro illis specialiter qui me in aliquo læserunt, contristaverunt, aut vituperaverunt, vel aliquod damnum vel gravamen intulerunt, pro his quoque omnibus quos aliquando contristavi, conturbavi, gravavi, et scandalizavi, verbis vel factis, scienter et ignoranter, ut nobis omnibus pariter indulgeas omnia peccata nostra, et injurias et offensiones. Aufer, Domine, a cordibus nostris omnem suspicionem, indignationem, iram et discrepationem, et quidquid potest charitatem lædere et fraternam dilectionem minuere. Miserere, Domine, miserere misericordiam tuam poscentibus, da gratiam indigentibus, fac nos tales existere, ut simus digni gratia tua perfrui, et ad vitam proficiamus æternam.

Cap. 10. Quod sacra Communio de facili non est reliquenda.

1. Frequenter recurrendum est ad fontem gratiæ et divinæ misericordiaæ, ad fontem bonitatis et totius puritatis, quatenus a passionibus tuis et vitiis curare valeas, et contra universas tentationes et fallacias diaboli fortior atque vigilantior effici merearis. Inimicus sciens fructum et remedium maximum in sacra Communione positum, omni modo et occasione nititur fideles et devotos quantum prævalet retrahere et impedire.

2. Cum enim quidam sacræ Communioni disponunt, pejores Satanæ immissiones et illusiones patiuntur. Ipse namque Spiritus, ut in Job scribitur, venit inter filios Dei, ut solita ejus nequitia perturbet, aut timidos nimium reddat et perplexos, quatenus fructus eorum affectuum minuat vel fidem impugnando auferat, si forte aut omnino Communionem relinquant, aut cum tepore accedant. Sed non est quidquam curandum de versutiis et phantasiis illius quantumlibet turpibus et horrendis, sed cuncta phantasmata in caput ejus sunt retorquenda. Contemnendus est miser, et deridendus, nec propter insultus ejus et Commotiones, quas suscitat, sacra est omnittenda Communio.

3. Sæpe etiam impedit nimia sollicitudo pro devotione habenda et anxietas quædam de confessione facienda. Age secundum consilium sapientum; et depone anxietatem et scrupulum, quia gratiam Dei impedit et devotionem mentis destruit. Propter aliquam parvam tribulationem vel gravitatem sacram ne dimittas Communionem; sed vade citius conteri et omnes offensiones aliis libenter indulge. Si vero aliquem offendisti tu, tu veniam humiliter deprecare: et Deus libenter indulgebit tibi.

4. Quid prodest diu tardare confessionem, aut sacram differre Communinem? Expurga te quam primum; exspue velociter venenum, festina recipere remedium, et senties melius, quam si diu distuleris. Si hodie propter istud distuleris, cras fositan illud magis eveniet, et sic diu posses a Communione impediti et magis ineptus fieri. Quanto citius vales, a præsenti gravitate et inertia te excutias, quia nihil importat diu anxiari, diu cum tribulatione transire et ob quotidiana obstacula se a divinis sequestrare, immo plurimum nocet diu Communionem: protelare: nam et gravem torporem consuevit induceret. Proh dolor, quidam tepidi et dissoluti moras confitendi accipiunt libenter, et Communionem sacram idcirco differre cupiunt, ne ad majorem sui custodiam se dare teneantur.

5. Heu, quam modicam charitatem, et debilem devotionem habent, qui sacram Communionem tam faciliter postponunt. Quam felix illle et Deo acceptus habetur, qui sic vivit, et tali puritate conscientiam suam custodit, ut etiam omni die communicare paratus et bene affectatus esset, si ei liceret, et sine nota agere posset. Si quis interdum abstinet humilitatis gratia, aut legitima impediente causa, laudandus est de reverentia. Si autem torpor obrepserit, seipsum excitare debet et facere quod in se est, et Dominus aderit desiderio suo pro bona voluntate, quam specialiter respicit.

6. Cum vero legitime præpeditus est, habebit semper bonam voluntatem et piam intentionem communicandi: et sic non carebit fructu Sacramenti. Potest enim quilibet devotus omni die et omni hora ad spiritualem Christi Communionem salubriter et sine prohibitione accedere. Et tamen certes diebus statuto tempore Corpus sui Redemntoris cum affectuoso reverentia sacramentaliter debet suscipere et magis laudem Dei et honorem prætendere, quam suam consolationem quærere. Nam toties mystice communicat et invisibiliter, reficitur, quoties incarnationis Christi mysterium passionemque devote recolit, et in amorem ejus accenditur.

7. Qui autem se non præparat aliter, nisi instante festo vel consuetudine compellente sæpius imparatus erit. Beatus, qui se Domino in holocaustum offert, quoties celebrat, aut communicat. Non sis in celebrando nimis prolixus aut festinus; sed serva communem bonum modum eorum, cum quibus vivis. Non debes aliis generare molestiam et tædium, sed communem serva viam secundum amorem institutionum, et potius aliorum servire utilitati, quam propriæ devotini, vel affectui.

Cap. 11. Quod Corpus Christi, et sacra Scriptura sunt animæ fideli necessaria.

1. Dulcissime Domine Jesu, quanta est dulcedo devotæ animæ tecum epulantis in convivio tuo. Ubi ei non alius cibus manducandus proponitur nisi tu unicus dilectus ejus, super omnia desideria cordis desiderabilies. Et mihi quidem dulce foret in præsentia tua ex intimo affectu lacrymas fundere, et cum pia Magdalena pedes tuos lacrymis irrigare. Sed ubi est hæc devotio? Ubi lacrymarum sanctarum copiosa effusio? Certe in conspectu tuo et sanctorum Angelorum tuorum cor meum ardere deberet et ex gaudio flere. Habeo enim te in Sacramento vere præsentem, quamvis aliena specie occultatum.

2. Nam in propria et divina claritate te conspicere oculi mei ferre non possunt, sed neque totus mundus in fulgore gloriæ majestatis tuæ subsisteret. In hoc ergo meæ imbecillitati consulis, quod te sub Sacramento abscondis. Habeo vere et adoro, quem Angeli adorant in cælo; sed ego interim adhuc in fide, illi autem in specie et sine velamine. Me oportet contentum esse in lumine veræ fidei, et in ea ambulare, donec aspiret dies æternæ claritatis,et umbræ figurarum inclinentur. Cum autem venerit, quod perfectum est, cessabit usus Sacramentorum, quia Beati in gloria cælesti non egent medicamine sacramentali. Gaudent enim sine fine in præsentia Dei, facie ad faciem gloriam ejus speculantes, et de claritate in claritatem abyssi Deitatis transformati, gustant verbum Dei, carnem factum; sicut fuit ab initio et manet in æternum.

3. Memor horum mirabilium, grave mihi sit tædium, etiam vel quodlibet spirituale solatium, et quamdiu Dominum meum aperte in sua gloria non video, pro nihilo duco, omne quod in mundo conspicio et audio. Testis es, mi Deus, quod nulla potest me res consolari, nulla creatura quietare, nisi tu, Deus meus, quem desidero æternaliter contemplari. Sed non est hoc possibile durante me in hac mortalitate: et ideo oportet ut me ponam ad magnam patientiam, et meipsum in omni desiderio tibi submittam. Nam et Sancti tui, Domine, qui tecum jam in regno cælorum exultant in fide et patientia magna, dum viverent, adventum gloriæ tuæ expectabant. Quod illi crediderunt, ego credo; quod illi speraverunt, ego spero; quo illi pervenerunt, per gratiam tuam me venturum confido. Ambulabo interim in fide, exemplis confortatus Sanctorum. Haeo etiam libros sanctos pro solatio et vitæ speculo, atque super hæc omnia sacratissimum Corpus tuum pro singulari remedio et refrigerio.

4. Duo namque mihi necessaria permaxime sentio in hac vita, sine quibus mihi importabilis foret ista miserabilis vitia. In carcere corporis hujus detentus egere duobus fateor, cibo scilicet, et lumine. Dedisti itaque mihi infirmo sacrum Corpus tuum ad refectionem mentis et corporis, et posuisti lucernam pedibus meis verbum tuum. Sine his duobus bene vivere non possem: nam verbum Dei lux est animæ, et Sacramentum tuum panis vitæ. Hæc possunt etiam dici mensæ duæ, hinc et inde in Gazophylacio sanctæ Ecclesiæ positæ. Una mensa est sacri altaris, habens panem sanctum, idest Corpus Christi prætiosum. Altera est divinæ legis continens doctrinam sanctam, erudiens fidem rectam, et firmiter usque ad interiora velaminis, ubi sunt sancta sanctorum, perducens.

5. Gratias tibi, bone Jesu, lux lucis æternæ, pro doctrinæ sacræ mensa, quam nobis, per servos tuos Prophetas, et Apostolos aliosque Doctores ministrasti. Gratias tibi, Salvator et Creator hominum, qui ad declarandam toti mundo charitatem tuam cœ nam parasti magnam, in qua non agnum typicum, sed tuum Corpus sanctissimum, et Sanguinem proposuisti ad manducandum: læ tificans omnes fideles convivio sacro, et calice inebrians salutari, in quo sunt omnes deliciæ Paradisi; et epulantur nobiscum Angeli sancti, sed suavitate feliciori.

6. Q. quam mangum et honorabile est officium Sacerdotum, quibus datum est Dominum majestatis verbis sacris consecrare, labiis benedicere, manibus tenere, ore proprio sumere, et cæ teris ministrare. O, quam mundæ debent esse manus illæ , quam purum os, quam sanctum corpus, quam immaculatum cor Sacerdotis, ad quem toties ingreditur Auctor puritatis. Ex ore Sacerdotis non nisi sanctum, nisi honestum et utile procedere debet verbum qui tam sæ pe Christi accipit Sacramentum.

7. Oculi ejus simplices et pudici, qui Christi Corpus solent intueri. Manus puræ et in cæ lum elevatæ , quæ Creatorem cæ li, et terræ solent contractare. Sacerdotibus specialiter in Lege dicitur: Sancti estote, quoniam ego sanctus sum, Dominus Deus vester.

8. Adjuvet nos gratia tua omnipotens Deus, ut qui officium sacerdotale suscepimus, digne ac devote tibi omni puritate et conscientia bona famulari valeamus. Et si non possumus in tanta innocentia vitæ conversari ut debemus, concede nobis tamen digne flere mala quæ gessimus, ut in spiritu humilitatis ac bonæ voluntatis proposito tibi ferventius de cætero deservire valeamus.

Cap. 12. Quod magna diligentia se debeat communicaturus Christo præparare.

1. Ego sum puritatis amator, et dator omnis sanctitatis. Ego cor purum quæro, et ibi est locus requietionis meæ. Para mihi cœnaculum grande stratum, et faciam apud te pascha cum discipulis meis. Si vis, veniam apud te, et apud te manebo; expurga vetus fermentum, et munda cordis tui habitaculum. Exclude totum sæculum et omnem vitiorum tumultum; sede tamquam passer solitarius in tecto, et cogita excessus tuos in amaritudine animæ tuæ. Omnis namque amans suo dilecto amatori optimum et pulcherrimum præparat locum, quia in hoc cognioscitur affectus suscipientis dilectum.

2. Scito tamen te non posse satisfacere huic præparationi, ex merito tuæ actionis, etiamsi per integrum annum ita te præparares, ut nihil aliud in mente haberes. Sed ex sola pietate et gratia mea permitteris ad mensam meam accedere, ac si mendicus ad prandium vocetur divitis et ille nihil aliud habeat ad retribuendem beneficiis ejus, nisi se humiliando, et gratias sibi agendo. Fac ergo quod in te est, et diligenter facito, non ex consuetundine, non ex necessitate, sed cum timore et reverentia et affectu, accipe Corpus dilecti Domini Dei tui dignantis ad te venire. Ego sum qui vocavi, Ego jussi fieri, Ego supplebo quod tibi deest. Veni et suscipe me.

3. Cum gratiam devotionis tribuo, gratias age Deo tuo, non quia dignus es, sed qui tui misertus sum. Si non habes devotionem, sed magis te aridum sentis, insiste orationi, ingemisce, pulsa, nec desistas donec merearis micam, aut guttam gratiæ salutaris accipere. Tu mei indiges, non ego tui indigeo, nec tu me sanctificare venis, sed ego sanctificare venio et meliorare. Tu venis ut ex me sanctificeris et mihi uniaris, ut novam gratiam recipias a Deo et de novo ad emendationem accendaris. Noli negligere hanc gratiam, semper præpara cum omni diligentia cor tuum, et introduc ad te Dilectum tuum.

4. Oportet autem ut non solum te præpares ad devotionem ante communionem, sed etiam ut te sollicite conserves in ea post Sacramenti perceptionem. Nec minor custodia post exigitur, quam devota præparatio prius. Nam bona postmodum custodia optima iterum est præparatio ad majorem gratiam consequendam. Ex eo quippe valde indispositus quis redditur, si statim fuerit nimis effusus ad exteriora solatia. Cave a multiloquio; mane in secreto et fruere Deo tuo. Ipsum enim habes quem totus mundus tibi auferre non potest. Ego sum, cui te totum dare debes, ita ut jam ultra non in te, sed in me absque omni sollicitudine vivas.

Cap. 13. Quod toto corde anima devota Christi unionem in Sacramento affectare debet.

1. Quis mihi det, Domine, ut inveniam te solum, ut aperiam tibi totum cor meum, ut fruar te sicut desiderat anima. Et jam nemo me despiciat, nec ulla creatura me moveat vel respiciat; sed tu solus mihi loquaris, et ego tibi, sicut solet dilectus ad dilectum, loqui et amicus cum amico convivari? Hoc oro, hoc desidero, ut tibi totus uniar, et cor meum ab omnibus creatis rebus abstraham; magisque per sacram Communionem, ac frequentem celebrationem cælestia et æterna sapere discam. At, Domine Deus, quando ero tecum totus unitus et absorptus, meique totaliter oblitus? Tu in me et ego in te et sic nos in unum pariter manere concede.

2. Vere, vere tu es dilectus meus, electus ex millibus, in quo complacuit animæ meæ habitare omnibus diebus vitæ suæ. Vere tu es pacificus meus, in quo pax summa et requies vera, extra quem labor et dolor et infinita miseria. Vere tu es Deus absconditus, et consilium tuum non est cum impiis, sed cum humilibus et simplicibus sermo tuus. O, quam suavis est, Domine, spiritus tuus, qui, ut dulcedinem tuam in filios demonstrares, pane suavissimo de cælo descendente illos reficere dignaris. Vere non est alia natio tam grandis, quæ habeat Deos appropinquante sibi, sicut tu, Deus noster, ades universis fidelibus tuis: quibus ob quotidianum solatium, et cor erigendum in cælum, te tribuis ad edendum et fruendum.

3. Quæ est enim alia gens tam inclyta, sicut plebs Christiana? Aut quæ creatura sub cælo tam dilecta ut anima devota, ad quam ingreditur Deus, ut pascat eam carne sua gloriosa? O, ineffabilis gratia. O, admirabilis dignatio. O, amor immensus, homini singulariter impensus. Sed quid retribuam Domino pro gratia ista? pro charitate tam eximia? Non est aliud quod gratius donare queam, quam ut cor meum Deo meo totaliter tribuam, et intime conjungam. Tunc exultabant omnia interiora mea, cum perfecte fuerit unita Deo anima mea. Tunc dicet mihi: Si tu vis esse mecum, ego volo esse tecum. Et ego respondebo illi: Dignare, Domine manere mecum, ego volo libenter esse tecum. Hoc est totum desiderium meum, ut cor meum tibi sit unitum.

Cap. 14. De quorumdam devotorum ardenti desiderio ad Corpus Christi.

1. Quam magna multitudo dulcedinis tuæ, Domine, quam abscondisti timentibus te. Quando recordor devotorum aliquorum ad Sacramentum tuum, Domine, cum magna devotione, et affectu accendentium, tunc sæpius in memetipso confundor et erubesco, quod ad altare tuum et sacræ Communionis mensam tam tepide et frigide accedo, quod ita aridus sine devotione et affectione cordis maneo, et quod non sum totaliter accensus, coram te, Deo meo, nec ita vehementer attractus et affectionatus, sicut multi devoti fuerunt, qui præ nimio desiderio Communionis et sensibili cordis amore a fletu non potuerunt se continere. Sed ore cordis et corporis pariter ad te, fontem vivum, medullitus inhiabant, suam esuriem non valentes aliter temperare nec satiare, nisi Corpus tuum cum omni jucunditate et spirituali aviditate accepissent.

2. O, vere ardens fides eorum probabile existens argumentum sacræ præsentiæ tuæ. Isti enim veraciter cognoscunt Dominum suum in fractione panis, quorum cor tam valide ardet in eis de Jesu ambulante cum eis. Longe, proh dolor, est a me sæpe talis affectus, et devotio tam vehemens ardor. Esto mihi propitius, bone Jesu, et dulcis et benigne; concede pauperi mendico tuo vel interdum modicum de cordiali affectione amoris tui in sacra Communione sentire, ut fides mea magis convalescat, spes in bonitate tua proficiat, et charitas semel perfecte accensa et cæleste manna experta, nunquam deficiat.

3. Potens est autem misericordia tua etiam gratiam desideratam mihi præstare, et in spiritu ardoris, cum dies beneplaciti tui adveniret, me clementissime visitare. Etenim licet tanto desiderio tam specialium devotorum tuorum non ardeo, tamen de gratia tua illius magni inflamati desiderii desiderium habeo: orans et desiderans omnium talium fervidorum amatorum tuorum participem me fieri, ac eorum sancto consortio annumerari.

Cap. 15. Quod gratia devotionis humilitate, et sui ipsius abnegatine acquiritur.

1. Oportet te devotionis gratiam instanter quærere, desideranter petere, patienter et fiducialiter exspectare, gratanter recipere, humiliter conservare, studiose cum ea operari, ac Deo tempus et modum supernæ visitationis, donec veniat, committere. Humiliare præcipue te debes, cum parum, aut nihil devotionis interius sentis, sed non nimium dejici, nec inordinate contristari. Dat sæpe Deus in uno brevi momento, quod longo negavit tempore. Dat quandoque in fine, quod in principio orationis distulit dare.

2. Si semper cito gratia daretur, et pro voto adesset, non esset infirmo homini bene portabile. Propterea in bona spe et humili patientia exspectanda est devotionis gratia. Tibi tamen, et peccatis tuis imputa, cum non datur vel etiam occulte tolitur. Modicum quandoque est quod gratiam impedit et abscondit, si tamen modicum et non potius grande dici debeatur, quod tantum bonum prohibet. Sed si hoc ipsum modicum vel grande amoveris et perfecte viceris, erit quod petiisti.

3. Statim namque ut te Deo ex toto corde tradideris, nec hoc vel illud pro tuo libitu seu velle quæsieris, sed integre te in illo posueris, unitum te invenies et pacatum, quia nihil ita tibi sapiet et placebit, sicut beneplacitum divinæ voluntatis. Quisquis ergo intentionem suam simplici corde sursum ad Deum levaverit, seque ab omni inordinato amore, seu displicentia cujuslibet rei creatæ evacuaverit, aptissimus gratiæ percipiendæ, ac dignus devotionis munere erit: dat enim Dominus ibi benedictionem suam, ubi vasa vacua invenerit, et quanto perfectius infimis quis renunciaverit, et magis sibi ipsi per contemtum sui moritur, tanto gratia celerius enit, copiosius intrat, et altius cor liberum elevat.

4. Tunc videbit et affluet et mirabitur et dilatabitur cor ejus in ipso, quia manus Domini cum illo est, et ipse se posuit totaliter in manu ejus usque in sæculum. Ecce sic benedicetur homo, qui quærit Deum in toto corde suo, nec in vanum accipit animam suam. Hic in accipiendo sacram Eucharistiam magnam promeretur divinæ unionis gratiam, quia non respicit ad propriam devotionem et consolationem, sed ad Dei gloriam et honorem.

Cap. 16. Quod necessitates nostras Christo aperire debemus et ejus gratiam postulare.

1. Dulcissime atque amantissime Domine, quem nunc devote desidero suscipere, tu scis infirmitatem meam et necessitatem quam patior, in quantis malis et vitiis jaceo; quam sæpe sum gravatus, tentatus, turbatus et inquinatus. Pro remedio ad te venio, pro consolatione et sublevamine te deprecor: ad omnia scientem loquor, cui manifesta sunt omnia interiora mea, et qui solus potes me perfecte consolare et adjuvare. Tu scis quibus bonis indigeo præ omnibus et quam pauper sum in virtutibus.

2. Ecce sto ante te pauper et nudus, gratiam postulans et misericordiam implorans: refice esurientem mendicum tuum, accende frigiditatem meam igne amoris tui, illumina cæcitatem meam claritate præsentiæ tuæ. Verte mihi omnia terrena in amaritudinem, omnia gravia et contraria in patientiam, omnia infima et creata in contemtum et oblivionem. Erige cor meum ad te in cælum, et ne dimittas me vagari super terram. Tu solus mihi ex hoc jam dulcescas usque in sæculum, quia tu solus cibus et potus meus, amor meus et gaudium meum, dulcedo mea et totum bonum meum.

3. Utinam me totaliter ex tua præsentia accends, comburas, et in te transmutes: ut unus tecum efficiar spiritus per gratiam internæ unionis, et liquefactionem ardentis amoris. Ne patiaris me jejunum et aridum a te recedere, sed operare mecum misericorditer, sicut sæpius expertus es cum Sanctis tuis mirabiliter. Quid mirum si totus ex te cognoscerem, et in me ipso deficerem, cum tu sis ignis semper ardens et nunquam deficiens, amor corda purificans et intellectum illuminans.

Cap. 17. De ardenti amore, et desiderio vehementi suscipiendi Christum.

1. Cum summa devotione et ardenti amore cum toto cordis affectu et fervore desidero te, Domine; quemadmodum multi Sancti et devotæ personæ in communicando et desideraverunt, qui tibi maxime in sanctitate vitæ placuerunt, et in ardentissima devotione fuerunt. O Deus meus, amor æternus, totum bonum meum, felicitas interminabilis: cupio te suscipere cum vehementissimo desiderio et dignissima reverentia, quam aliquis Sanctorum unquam habuit et sentire potuit.

2. Et licet indignus sum omnia illa sentimenta devotionis habere, tamen offero tibi totum cordis mei affectum, ac si omnia illa gratissime inflammata desideria solus haberem. Sed et quæcumque potest pia mens concipere et desiderare, hæc omnia tibi cum summa veneratione et intimo servore præbeo et offero. Nihil opto reservare mihi, sed me et omnia mea tibi sponte et libentissime immolare. Domine Deus meus, creator meus et redemtor meus, cum tali gratitudine, dignitate et amore, cum tali spe, fide, et puritate affecto te hodie suscipere, sicut te suscepti et desideravit sanctissima Mater tua, gloriosa Virgo Maria, quando Angelo evangelizanti sibi incarnationis tuæ mysterium humiliter et devote respondit: Ecce ancilla Domini, fiat mihi secundum verbum tuum.

3. Et sicut beatus Præcursor tuus excellentissimus Sanctorum, Johannes Baptista, in præsentia tua lætabundus exultavit in gaudio Spiritus Sancti, dum adhuc maternis clauderetur visceribus. Et postmodum cernens inter homines Jesum ambulantem, valde se humilians, devoto cum affectu dicebat: Amicus autem sponsi, qui stat et audit cum gaudio, gaudet propter vocem sponsi: sic et ego magnis et sacris desideriis opto inflammari, et tibi ex toto corde me ipsum præsentare. Unde et omnium devotorum cordium jubilationes, ardentes affectus, mentales excessus, ac supernales illuminationes et cælica visiones tibi offero et exhibeo cum omnibus virtutibus et laudibus, ab omni creatura in cælo et in terra celebratis et celebrandis, pro me et omnibus mihi in oratione commendatis, quatenus ab omnibus digne lauderis, et in perpetuum glorificeris.

4. Accipe vota mea, Domine Deus meus, et desideria infinitæ laudationis et immensæ benedictionis, quætibi secundum multitudinem ineffabilis magnitudinis tuæ jure debentur. Hæc tibi reddo et reddere desidero per singulos dies et momenta temporum, atque ad reddendum mecum tibi gratias et laudes, omnes cælestes spiritus et cunctos fideles tuos precibus et affectibus invito et exoro.

5. Laudent te universi populi, tribus, et linguæ, et sanctum et mellifluum nomen tuum cum summa devotione et ardenti jubilatione magnificent. Et quicumque reverenter ac devote altissimum Sacramentum tuum celebrant et plena fide recipiunt, gratiam et misericordiam apud te invenire mereantur, et pro me peccatore suppliciter exorent. Cumque optata devotione ac fruibili unione potiti fuerint, et bene consolati, ac mirifice refecti de sacra mensa cælesti abscesserint mei pauperis recordari dignentur.

Cap. 18. Quod homo non sit curiosus scrutator Sacramenti, sed humilis imitator Christi, subdendo sensum suum sacræ fidei.

1. Cavendum est tibi a curiosa et inutili perscrutatione hujus profundissimi Sacramenti, si non vis in dubitationis profundum mergi. Qui scrutator est majestatis, opprimetur a gloria.Plus valet Deus operari, quam homo intelligere potest. Tolerabilis est pia et humilis inquisitio veritatis, parata semper doceri, et super sanas Patrum sententias studentis ambulare.

2. Beata simplicitas, quæ difficiles quæstionum relinquit vias, et plana ac firma pergit semita mandatorum Dei. Multi devotionem perdiderunt, dum altiora scrutari voluerunt. Fides a te exigitur et sincera vita, non altitudo intellectus, neque profunditas mysteriorum Dei. Si non intelligis nec capis quæ infra te sunt, quomodo comprehendes quæ supra te sunt. Subdere Deo et humilia sensum tuum fidei, et dabitur tibi scientiæ lumen, prout tibi fuerit utile et necessarium.

3. Quidam graviter tentantur de fide ac Sacramento, sed non est hoc ipsis imputandum, sed potius inimico. Noli curare, noli disputare cum cogitationibus tuis, nec ad immissas a diabolo disputationes et dubitationes responde. Sed crede verbis Dei. Crede Sanctis ejus et prophetis, et fugiet a te nequam inimicus. Sæpe enim ultum prodest, quod sustinet talia servus Dei. Nam infideles et peccatores non tentat, quos secure jam possidet: Fideles autem devotos variis modis tentat et vexat.

4. Perge ergo cum simplici et indubitata fide, et cum simplici reverentia ad Sacramentum accede. Quidquid intelligere non vales, Deo omnipotenti secure committe. Non fallit te Deus; fallitur qui sibi nimium credit. Graditur Deus cum simplicibus, revelat se humilibus, dat intellectum parvulis, aperit sensum puris mentibus, et abscondit gratiam curiosis et superbis. Ratio humana debilis est, et falli potest; fides autem vera falli non potest.

5. Omnis ratio et naturalis investigatio fidem sequi debet, non præcedere, nec infringere. Nam fides et amor ibi maxime præcellunt, et occultis modis in hoc sanctissimo et superexcellentissimo Sacramento operantur. Deus æternus, et immensus, infinitæque potentiæ, facit magna et inscrutabilia in cælo et in terra; nec est investigatio mirabilium opera ejus. Si talia essent opera Dei, ut facile ab humana ratione caperentur, non essent mirabilia nec inscrutabilia dicenda.

Thomas à Kempis Christian Latin The Latin Library The Classics Page

Prefazione al Vocabolario Italiano- Sardo campidanese di GIOVANNI CASCIU

Prefazione al Vocabolario Italiano- Sardo campidanese

di GIOVANNI CASCIU      Cagliari, Grafica del Parteolla, 2009.

Quando, diversi anni fa, ebbi l’onore e il piacere di presentare a Cagliari il Vocabolario Sardu campidanesu Italianu di Giovanni Casciu, conclusi il mio intervento con l’auspicio che l’Autore volesse affrontare la fatica inversa: quella di allestire un vocabolario Sardo campidanese-Italiano, mettendo a frutto il lavoro appena concluso e rendendo così un servigio culturale alla lingua sarda e ai Sardi stessi, in particolare i più giovani.

Questo auspicio è felicemente diventato realtà. Una realtà di molto valore.

La lessicografia sarda conta ormai infatti un buon numero di validi lavori, anzi talvolta eccellenti, in una tradizione che vanta già più di un secolo: dai lavori dello Spano e del Porru, a voler tacere dei primi tentativi del Madao, per arrivare poi al capolavoro di Max Leopold Wagner, il Dizionario Etimologico Sardo (DES) e a diversi lavori più recenti, fra i quali andrà certo ricordato il Ditzionàriu de sa limba e de sa cultura sarda di Mario Puddu. Tuttavia nei tempi ultimi, se si eccettuano alcuni tentativi di diseguale valore, sono mancati dizionari Italiano-Sardo, mentre gli sforzi e i risultati migliori si sono concentrati sui dizionari monolingui sardi o sul versante Sardo-Italiano.

Questo vocabolario di Giovanni Casciu viene dunque a colmare una mancanza e sopperisce a una necessità. Si tratta di un dizionario che comprende più di 25.000 lemmi; esso, esemplato sui migliori dizionari italiani d’uso, propone la traduzione sardo campidanese di ciascuna voce in entrata, per molte delle quali sono riportate varianti lessicali diverse, spesso accompagnate da esemplificazione mediante sintagmi o frasi che chiariscono il valore semantico particolare, si veda p. es., le voci Sbieco, CarneBettola:

Sbieco agg. sbiàsciu, tortu  – un muro s., unu muru tortu; nella loc. “di s.”, de sbiàsciu – guardare di s., casiai de sbiàsciu.

Bèttola, s.f. osteria, steria, taverna, buttega de binu, piola (t.gerg. di Cagliari) – frequentare le b., frequentai is osterìas; – discorsi da b., arrexonamentus de osteria.

Carne, s.f. 1. parte muscolare del corpo dell’uomo, carri, pruppa – essere bene in c., èssiri in pruppas; c. viva, carri  bia; – sono proprio io, in c. e  ossa, seu propiu deu, in persona; – le tentazioni della c., is tentazionis de sa carri   2. carne degli animali  usata come alimento, pezza  – c. di bue, di  maiale, di pollo, pezza de boi, de porcu, de  pudda; – non è né c. né pesce, no est ni pezza e ni pisci.

I diversi valori della voce italiana in entrata sono invece contrassegnati, quando è il caso, da numero progressivo in evidenza e quasi sempre avvalorati da esemplificazione appropriata. Si veda, p. es., l’articolo relativo alla voce Camera e quello relativo alla voce Proiettare:

Camera, s.f. 1. ambiente interno di  un  edificio per abitazione, aposentu  – c. da  pranzo, da letto, aposentu de prandiri, de lettu (de corcai); – c. mobiliata, aposentu alasciau; – veste da c., guardabì; – un appartamento di tre camere e cucina, un’appartamentu de tres  aposentus e coxina  2. Ambiente o spazio delimitato, riservato per usi specifici, camera  – c. di punizione, c. di  sicureza, c. mortuària, camera de castigu, camera de seguresa, camera  mortuària  3. spazio chiuso in cui si svolge un processo fisico o chimico o di altra natura, camera – c. oscura, c. di scoppio, camera d’aria, camera oscura, camera de scoppiu, camera d’aria  4. organo collegiale con  potere   consultivo, deliberativo o  legislativo, Camera (con iniziale maiuscola) C. dei   deputati, C. di  Commercio, Camera de is  deputaus, Camera de Commerciu.

Proiettare, v.tr. 1. lanciare, imbrillai, spondiri  – nell’incidente il pilota  fu proiettato fuori dalla macchina  in corsa, in s’ incidenti su pilota nci fut spondiu a foras  de s’automobili in cursa  2. emettere un fascio di luce  – gli proiettò sul volto la luce della torcia, nci dd’hiat imbrillau  a facci sa luxi de s’accia elettrica; – l’albero proietta la sua ombra sulla terrazza, sa mata proiettat s’umbra sua in su terrazzu  3. riprodurre su schermo diapositive e immagini di una pellicola, proiettai, fai biri – ci ha fatto vedere il filmino del suo ultimo viaggio e delle stupende diapositive, s’hat fattu biri su filmixeddu de s’urtimu viaggiu suu e diapositivas meravigliosas.

o quello relativo alle voci Ronzare e Ceppo:

Ronzare, v.intr. 1. emettere il rumore che fanno alcuni insetti volando, amuinai, zumiai, frusiai – le api ronzano intorno ai fiori, is abis zumiant a ingiriu  de is froris  2. (fig.) mulinare, frusiai  – è da ieri che mi ronza  nella testa  quest’idea, est di arisei chi megat a mi frusiai in conca cust’idea; – r. intorno a una ragazza, arrodiai a ingiriu de una picciocchedda.

Ceppo, s.m. 1. parte inferiore del tronco di  un albero, ciocco, cozzina  – mettere un  c. sul fuoco, pòniri una cozzina in su fogu  2. grosso pezzo di  tronco reciso  e pareggiato, per vari usi, cippu, truncu  – c. per le decapitazioni, cippu po is degogliaduras; – c. da macellaio, cippu de carnazzeri 3. capostipite  di una  famiglia, origine di una stirpe, arrazza, stripa, erenzia, arremporiu  – essere di antico ceppo, essiri di arremporiu antigu  4. pl. arnesi di legno o di ferro per serrare i piedi ai  prigionieri, griglionis  5. (fig.) persona stolta, tarda, cozzina.

La necessità cui risponde questo lavoro, oltre che essere oggettiva in se stessa, si fa sentire con maggiore impellenza nei tempi odierni: oggi che, purtroppo, la lingua sarda è sempre più minacciata e vede assottigliarsi viepiù il numero dei suoi parlanti, in misura rilevante soprattutto fra le giovani generazioni urbane e/o scolarizzate. Se un vocabolario monolingue sardo, o anche in certa misura un vocabolario Sardo-Italiano, risponde essenzialmente alla necessità e allo scopo della conservazione del tesoro lessicale della lingua, un dizionario italiano-sardo ha principalmente lo scopo di permettere con maggior agio e semplicità l’acquisizione o il controllo del lessico sardo non tanto ai non Sardi, quanto ai Sardi stessi e in particolar modo a quanti, fra i Sardi, hanno una conoscenza ormai labile della loro lingua, una conoscenza, magari solo passiva, ridotta alle parole più comuni e familiari, alle espressioni più trite e corrive; esso è un forte corroborante ed un commutatore per quella conoscenza non dico minima, ma anzi minimale che ingenera assai spesso la falsa coscienza del Sardo come lingua povera e senza strumenti espressivi. Si potrà così verificare e (ri)scoprire quante parole il lessico sardo contempli anche per significati relativamente ai quali oggi si inclina supinamente verso gli italianismi, per la disabitudine ormai acquisita di non servirsi del Sardo al di fuori delle esigenze e dei registri più pragmatici, al di là dei quali o ci si esprime in Italiano o dell’Italiano si è tributari. Si vedano i seguenti esempi tratti dal presente vocabolario:

Abbacchiamento, s.m. 1. atto dell’abbacchiare, scutuladura 2. stato di  depressione, annungiu, avvilimentu, abbattimentu.

Aspirazione, s.f. 1. vivo desiderio, aspirazioni, punna, disigiu  – avere molte a., tèniri medas aspirazionis  2. l’atto di aspirare, tirada, suspidu.

Audacia, s.f. coraggiu, prontu, alidanza, azzardu – ha avuto l’audacia d’insultarmi, hat tentu su prontu de mi offendiri.

Brama, s.f. spéddiu, arràngulu, gana manna  – b. di  ricchezze, di  sapere, speddiu di arricchesas, de sciri.

Cavillo scusa, arreghescia, pinnica, arrezzallu  – ha cercato c. per non andare alla festa, hat circau arreghescias po no andai a sa festa

Cérnita, s.f. cérrida, sceru, scioberu  – fare una cernita accurata, fai unu sceru scrupulosu.

Distensione, s.f. distensioni, asseliu  – la d. degli arti, dei nervi, sa distensioni de is arremus, de is nerbius; – la d. degli animi, s’asseliu de is animus

Depressione, s.f1. zona che  si trova  a livello inferiore a quello del mare o delle regioni circostanti, basciura  2. stato di prostrazione fisica e psichica, scoramentu, abbattimentu – avere momenti di grave d., tèniri momentus de scoramentu mannu.

Diffusione, s.f. diffusioni, spainadura  – la d. di un giornale, sa diffusioni de unu giornali; – l’inglese è una lingua di larghissima d., sa lingua inglesa est spainada in totu su mundu.

Diffuso, agg. diffùndiu, spainau, spartu.

Distrazione, s.f. sbéliu, distrazioni, spreviu  – l’ho fatto per d., dd’hapu fattu po distrazioni; – hai troppe d., tenis troppu distrazionis; – a  fine settimana avrò diritto a  un po’ di d.! ,a cou de cida hap’a tèniri derettu a unu pagu de spreviu!

Divérbio, s.m. briga, contienda, abbettia, certu – venire a d., certai, brigai; – nacque un gran d. fra loro, fiat nasciu unu certu mannu intre issus.

Doglianza, s.f.  chèscia, lamentu – esprimere le proprie d. sul conto di qualcuno, espressai is proprias chescias contra de calincunu.

Eccellere, v. intr. estremai, propassai  – eccellere  nel campo della  musica, estremai in su campu musicali; – eccelle sugli altri per maleducazione, propassat is aterus po scurreggimentu.

Eccelso, agg. e s.m. primorosu, soberanu le sue e. virtù, is virtudis primorosas  suas;– l’Eccelso, su Soberanu, Deus; – gloria a Dio negli eccelsi, gloria a Deus in is celus.

Eccentricità, s.f. stramberia, stravaganzia  – è noto a tutti per la sua e., ddu conoscint totus po sa stravagànzia sua.

Eccentrico, agg. strambu, strambeccu  – un uomo, un comportamento e., un’omini, unu cumportamentu strambu.

Eccepire, v.tr. oppòniri, oppugnai  – non  ho nulla  da e., no tengiu  nudda de oppòniri;– la difesa desidera e.?, sa defensa bolit oppugnai?

Eccitare, v.tr. scinizzai, insuzzuligai  – e. l’appetito, insuzzuligai s’appetitu; – bevande, cibi che eccitano, bevidas, mandiaris chi scinìzzant.

Eguagliare, v.tr. 1. rendere uguali, livellare, pareggiare, ugualai, agualai  – e. un primato, ugualai unu primatu; – la morte eguaglia tutti, sa morti ugualat a totus  2. rendere uniforme, apparixai – e. una siepe, e. l’erba di un prato, apparixai una cresuri, s’erba de unu pardu.

Elencare, v.tr. allistai, elencai, fai sa lista de   – e. gli  iscritti al partito, fai sa lista de is iscrittus a su partidu; – e. i  volumi della  biblioteca, allistai is librus de sa biblioteca; – e. le virtù de una persona, elencai is virtudis de una persona.

Estasi, s.f. estasi, incantu, axeliu, incantamentu  – andare in e. davanti a un quadro, andai in axeliu ananti de unu quadru;

Grinta, s.f. cilla, azza, alidanza – un atleta che ha g., un’atleta chi tenit alidanza; –una g. da far paura, una cilla de fai a timiri.

Impulso, s.m. impulsu, impulsioni, frénia  – dare i. all’ industria, al commercio, all’arte, donai impulsu a s’industria, a su commerciu, a s’arti; – gli è venuto l’i. di  scrivere poesie, dd’est benida sa frenia de scriri poesias; – mi venne l’i. di prenderlo a schiaffi, mi fut  beniu s’impulsu de ddu pigaia bussinadas.

Indagare, v.tr.e  intr. averiguai, investigai, scruccullai, speculitai, spriculai  – i. su  una rapina, intorno a un delitto, averiguai  asuba de una fura, a ingiriu de unu delittu; – i. le cause di un fenomeno, speculitai  is motivus  de unu  fenòmenu; – i. i  misteri della  natura, speculitai is misterius de sa natura

Indagine, s.f. averiguazioni, averiguadura, scruccullu  – i. storica, statistica, di  mercato, averiguazioni storica, statistica, de mercau; – la  polizia ha  concluso le i., sa polizia hat  congruìu is averiguazionis.  

Inerte, agg. 1. di persona, inattivo, inoperoso, ozioso, sfainau, sganiu, preizzosu  – temperamento i., temperamentu sganiu  2. che è in  stato di  quiete, di inerzia, inattivu, inerti  – materia i., materia inerti; – rendere i. una mina, rendiri inattiva una mina.

Inérzia, s.f. 1. la condizione di chi è inerte, sganimentu, inérzia – un periodo di inerzia assoluta, unu periodu de sganimentu totali; – è di un’i. deplorèvole, est de unu sganimentu disalabàbili  2. La tendenza della materia a non modificare il suo stato di quiete o di moto  – andare avanti per i., andai a innantis po forza de inerzia.

Istigare, v.tr. inzulai, istigai  – i. uno alla ribellione, a  commettere un reato, inzulai unu a sa rebellioni, a cummìttiri unu reatu.

Lungimiranza, s.f. abbistesa, previdenzia  – la l. di una legge, sa previdenzia de una lèi.

Lusinga, s.f. imbràmbulu,  imbrìmbinu, frandigu, losinga  – attirare, conquistare con l., attirai, cunquistai cun frandigus; – cedere alle l., arrendirisì a is losingas; – l. d’amore, frandigus di amori.

Lusingare, v.tr. imbrallocai, imbrìmbinai, imbrambulai, frandigai, ingrangulai, ingreghiai, losingai –l. gli elettori, imbrallocai is elettoris;- la sua approvazione mi lusinga, su consensu suu mi onorat.

Lusingatore, agg. e s.m. ingranguleri, ingreghiadori, frandigadori, losingadori  – parole  lusingatrici, fueddus losingadoris; – donna lusingatrice, inviscadora.

Ostinarsi, v.intr. ostinaisì   – o. a negare, a non rispondere, ostinaisì a negai, a no respundiri; siostina a voler avere la ragione, si ostinat a bòliri s’arraxoni.

Ostinatezza, ostinazione, s.f. ostinazioni, barrosìa – o. nel chiedere, nell’insìstere, nel negare, barrosìa in su domandai, in su insìstiri, in su negai.

Ostinato, agg. tostorrudu, accanìu  – è o. come un mulo, est tostorrudu che unu mulu; – giocatore,

fumatore, bevitore o., giogadori, fumadori, buffadori accanìu.

Pegno, s.m. prenda  – dare in p. qualcosa, donai calincuna cosa in prenda; – monte dei p., monti de is prendas; – l’anello di  fidanzamento è un  p. d’amore, s’aneddu de fidanzamentu est una prenda di amori.

Parzialità, s.f. parzialidadi, prazzebas  – non faccio p. per nessuno, no fazzu prazzebas po nisciunus.

Scontroso, agg. angulosu, arrevesciu, arrebeccu, strugnu  – una  persona riservata  e un  po’ s., una persona reservada e unu pagu strugna; – una risposta s., una resposta arrovescia

Sconvòlgere, v.tr. confusionai, conturbai, scuncertai, avolotai, atropegliai, trumbullai  – la traversata mi ha sconvolto lo stomaco, sa traversada m’ hat  trumbullau su  stògumu; – un incontro che ha sconvolto la sua esistenza, un’attoppu chi hat confusionau s’esistenzia sua; – tutte queste novità mi sconvolgono, totu custas novidadis m’atropegliant.

Soverchiare, v.tr. subercai, sorbai, sobrai  – l’acqua  del fiume  soverchiò gli  argini, s’aqua de su frùmini hiat subercau is arginis.

Stesura, s.f. sterrimentu, stérrida, passada  – la  s. di un contratto, sa stérrida de unu cuntrattu; – la prima s. di un romanzo, sa primu sterrida de unu romanzu; –devo fare l seconda stesura del colore, depu donai sa segunda passada de tinta.

Tollerare, v.tr. baliai, tollerai, sopportai  – t. tutte le  religioni e tutti i culti, tollerai tot’is religionis e tot’ is cultus; – un farmaco ben  tollerato dall’ organismo, una mexina tollerada bèni de s’organismu; – non riuscire a t. una persona, no arrenesciri a sopportai una persona; – non t. soprusi, ingiustizie e imposizioni, no tollerai prepotenzias, ingiustizias e imposizionis.

Vantaggio, s.m. vantaggiu, giuamentu, torracontu, profettu, pròi  – sa trarre v. da  ogni situazione, ndi scit recabai giuamentu de dogna situazioni;- se si paga in contanti si ha il v. del 10%, si si pagat in contanti ddui est su sparagnu de su dèxi po centu;- i v. e gli svantaggi  di essere scàpolo, is vantaggius e is disvantaggius di essiri bagadìu; – è arrivato al traguardo con due minuti di v., est lompiu a sa raia cun duus minutus de vantaggiu.

Si osserverà una ricchezza lessicale per più d’uno inaspettata o almeno dimenticata; si apprenderà una ricca sinonimia, si verificherà come assai spesso accanto all’italianismo o alla voce culta, sia presente, per un medesimo significato italiano di partenza, anche una o più voci tradizionalmente sarde.

È solo dunque attraverso la frequentazione, la dimestichezza, l’abitudine e comunque la disponibilità di uno strumento di consultazione – di buon valore quale è questo – che si può pervenire a una consapevolezza delle reali possibilità di una lingua, laddove queste restino incerte e sottovalutate, celate dall’oblio.

Se la lingua sarda dovrà, come si auspica, entrare a far parte dei curricula didattici nelle scuole dei diversi gradi e ordini, uno strumento come questo è di primaria importanza tanto per i discenti quanto per i docenti, perché gli uni e gli altri possano rientrare nel più certo possesso di qualcosa che, così tante volte, si staglia sullo sfondo della memoria passiva, senza che si lasci ad afferrare pienamente. Per più d’uno, questo strumento servirà a riattivare una memoria sopita; per molti altri avrà invece l’effetto di una sorpresa: quella della ricchezza di un patrimonio, fatto di parole, più ingente di quanto non lo sospettasse, e con un’estensione, per tante voci in esso presenti, che va al di là delle formule consunte e banali e dei ristretti ambiti di basso registro cui spesso le parole della nostra lingua sono confinate da una condizione sociolinguistica – e socioculturale – di subalternità.

Il vocabolario di Giovanni Casciu è dunque uno strumento importante e utile all’interno del dibattito sulla lingua sarda, e nei confronti dei tentativi che si vanno oggi facendo per il recupero, vivo e non solo accademico, di essa; affinché la nostra lingua venga impiegata anche al di là dei limiti in cui sempre più viene ridotta. Recuperare una lingua – e il suo lessico! – è infatti recuperare una libertà e, insieme, cercare di por fine, o almeno di arginare una marginalità. Significa eminentemente stabilire e riconquistare una segmentazione originale dell’universo del significabile, una specola diversa da cui guardare il mondo, un ulteriore e particolare rapporto con la realtà.

È stato qui raccolto materiale per un dizionario dell’uso rivolto all’attenzione di chi voglia affinare la propria conoscenza del Sardo nella sua variante campidanese (quella che conta, potenzialmente, il numero più elevato di parlanti), o di colui che voglia controllare e verificare la conoscenza che di già possiede. Inoltre, ed è questo un altro dei suoi pregi maggiori, viene attuato, per mezzo del lavoro di Giovanni Casciu, non solo il recupero e la registrazione del lessico tradizionale, ma viene pure censito, acquisito e accettato un lessico nuovo o comunque di innesto più recente: quello derivato dall’introduzione nel patrimonio sardo di italianismi di derivazione e acquisizione moderna e di o più o meno fresca data. È, con ogni evidenza, un settore e un capitolo delicato questo, non certo esente da rischi, qualunque sia il modo con cui si voglia agire nei confronti di questo problema: cioè nei confronti della dilatazione e del rinnovo, così spesso necessario e consequenziale al mutare e al progredire dei tempi, del repertorio delle parole utilizzate e da utilizzare. Si può infatti cadere, a questo proposito, in due diversi e opposti eccessi: o quello di fossilizzare la lingua su di un passato ormai perento e non più rispondente alle necessità reali dell’oggi, rischiando così di fallire nel progetto che miri a un Sardo quale lingua realmente viva e d’uso comune e per ogni ambito d’uso della modernità; oppure, sul versante opposto, si può correre il rischio contrario, che è quello di aprire supinamente la porta all’entrata e all’irrompere in eccesso di voci d’accatto che finirebbero per snaturare la lingua sarda e di farne un’appendice, al più connotata e peculiare, della lingua da cui il Sardo attinge, dell’Italiano. Giustamente ha dunque posto il problema Giovanni Casciu; ed egli è quindi stato pronto ad accettare, nel lessico campidanese, voci che forse potrebbero far storcere il naso al purista.

Ma il rischio di ‘snaturamento’ si evita certamente, quando, nel medesimo tempo in cui si censiscono e si acquisiscono parole nuove ed esogene, si viene a ristabilire e a ricordare anche l’esistenza e quindi l’impiego di parole che invece stanno sulla soglia del nostro patrimonio, ma rivolte verso l’uscita, o che magari tale soglia l’hanno già varcata, e sono perciò andate oramai perdute o stanno per esserlo. Voglio dire insomma che il rischio di snaturamento mediante l’ingresso di voci nuove provenienti dall’Italiano si evita quando si trattengono nel patrimonio lessicale parole che sono in pericolo di esserne sottratte, per logorio, ma soprattutto per un oblio che cede al maggior prestigio della lingua sovraordinata. La compresenza di novità e tradizione favorisce pertanto la vivacità, ma anche l’essere stesso di ogni lingua e la sua dinamica: attraverso questo confronto si può dare infatti luogo a una vera e propria innovazione originalmente creativa della lingua; che è spesso proprio ciò che manca ad ogni idioma che va deteriorandosi e raggiungendo il grado regressivo di ‘dialetto’. E questo tanto più è vero per il Sardo – Campidanese compreso – che, sebbene oggi se ne sia dimenticata la storia, una storia ben la possiede, col suo dinamismo e con i suoi ripensamenti. Ed entro questa storia, se è pur certo e noto che una parte cospicua del lessico sardo è di provenienza iberica (catalana e castigliana), è vero altresì che il Sardo ha avuto un contatto ininterrotto, dal medioevo ad oggi, con la lingua italiana, dalla quale ha tratto non poco del proprio lessico; ed anzi dal secolo XVI fino al principio del secolo XX, l’Italiano ha costituito il serbatoio del registro colto e letterario del Sardo; soltanto in epoca più recente, a cominciare dalla fine dell’Ottocento, si è cominciato a scandagliare il lessico depositato nella intrinseca tradizione sarda e in vigore nell’uso comune e ad utilizzarlo anche in sede poetica e letteraria, non senza fatica, incertezza e ripensamenti. Dunque sarebbe antistorico e controintuitivo negare l’accesso, in un dizionario dell’uso quale questo vuol essere, agli italianismi; e sarebbe stolto scandalizzarsene o farne bersaglio di censura: tanto più che non di rado accanto alla voce o alle voci italiane vengono registrati gli equivalenti sardi più tradizionali, magari con indicazione e specificazione dei diversi valori semantici che sono attribuibili all’una o all’altra voce.

Allestire un dizionario è dunque anche tutto questo: non è mera compilazione e raccolta, è anche scelta e programma. Scelta e programma tanto più difficili per il Sardo che non ha alle proprie spalle una vera tradizione di intervento regolatore e normativo, o che solo episodicamente lo ha avuto, e che questo vocabolario Italiano-Campidanese, approntato dal Casciu, invece contribuisce a compiere.

Se certo è vero che un dizionario di per sé solo non può fare tradizione, in questo senso specifico, né supplirne la mancanza, è pur vero certamente che esso costituisce un avvio, una presa di coscienza e di posizione: un vocabolario è più che un suggerimento, e può comunque, come nel caso presente, costituire un sicuro punto di partenza, di riferimento e di confronto.

Un altro problema che l’Autore si è proposto di definire è stato quello della variante del Campidanese da scegliere: la soluzione proposta è quella di non avere optato per nessuna subvarietà particolare o locale del Campidanese, l’Autore invece qui preconizza uno standard per questa varietà meridionale del Sardo, pur se non manca la registrazione di determinate varianti, specie fonetiche, si veda, p. es., la voce Biancospino:

Biancospino, s.m. corarviu, coràviu, coàrviu   – il b. fiorisce in  aprile, su corarviu frorit in abrili.

Il Campidanese dunque: che è una delle due macrovarianti della lingua sarda, una di quelle che non può non contribuire in maniera determinata alla formazione di una lingua unitaria di impiego, e che comunque deve costituire insieme con l’altra macrovariante, il Logudorese, uno dei poli della correlazione dialettica della sardità linguistica, in vista di un’integrazione armonica di queste due varietà esistenti in gioco; perché io credo che una tale integrazione e unitarietà, per il Sardo, è da pensare e da prevedere come dilatata e spostata nel tempo e da realizzare non immediatamente: ma solo guardando in prospettiva. E dovrà, tale integrazione, essere compiuta e messa in pratica non tanto dagli studiosi o da un movimento dall’alto, ma soprattutto dagli utenti: dagli utenti scelti magari, per qualità e capacità di inventiva e di creatività, di intuito e di intenzione, ovviamente; insomma un’integrazione da attuare nel libero gioco dell’uso e dalle scelte che si sarà capaci di fare: senza in alcun modo imposizioni di sorta, senza predilezioni immotivate o mal motivate per l’una o per l’altra variante: per il Logudorese o per il Campidanese; gli studi e gli studiosi, gli artisti e i parlanti assennati potranno semmai controllare questo processo, o indirizzarlo; potranno proporre suggerimenti e stimoli appropriati, ma non dovranno sostituirsi alla libertà di un gioco che ha dimensioni più vaste della linguistica o della lessicografia medesime. E questo tanto più nella prospettiva per la quale se anche si può auspicare una lingua sarda sovra locale, una “lingua tetto”, questa non dovrà andare a scapito delle varietà locali, ‘micro’ o ‘macro’ che esse siano, ma queste dovranno convivere dialetticamente con essa ed anzi costituirne la fonte di perenne alimentazione, soprattutto a livello lessicale ed espressivo.

A tal fine questo lavoro può già costituire un contributo prezioso.

maurizio virdis

Su problema de s’aunimentu de sa limba sarda.

Convegno «Su sardu: limba de vida, traballu e guvernu. Sa proposta de Limba de Mesania»

Laconi, 2 aprile 2005, Centro culturale comunale, h. 17,00

In logus medas e de meda genti, in custu tempus – ma giai deddiora – s’est boghendi a pillu su problema se s’aunimentu o, si dh’oleus nai, desa ‘standardizatzione’ de sa lingua sarda, comenti chi fessit custu su problema, sa tarea e sa faina numeru unu, chi, chene dha portai a cumprimentu, sa limba sarda, sceti po custu, iat a morri deretu.

Deu pentzu chi immoi, in custu momentu anca seus, su problema prus mannu po sa lingua sarda no siat cussu de dha fai bessiri parìvile e de dh’aperperai, de ’ndi circai unu ‘standard’; no est cussu de auniri totu is isceras de is fuedhadas chi si chistionant, ind una fuedhada scéti. Su problema primu cosa, sa chistioni de prus importu chi tenit su sardu, oi chi est oi, est cussa de podi torrai a biviri e de ’nci podi sighiri a aturai in vida, est cussu de si podi spraxiri aintr’ ’e is sardus. Su problema est cussu  de un’imparongiu de sa lingua, est cussu de agatai e de cumprovai maneras prus de aggrabu po dh’imparai, ind un’ora che a custa, candu po sa prus parti de is giovanus su sardu est una lingua sempri prus desconnota o pagu connota, mascamenti mein ’s citadis: insandus faci ’e totu custu, s’iat a depi pentzai a maneras e a vetus de annestru diversus e chi s’indullant bort’a borta cuforma a is discentis chi is mastrus s’agatant deinnanti: bollu nai cuforma a su gradu de connoscentzia de su sardu ch’is piciocus podint tenni. E su chi pruscatotu si depi istransiri, su chi no si depi fai est un’imparongiu de su sardu cumenti una lingua istrangia, su chi, a parri miu, iat a donai pagu frutu e pagu cabbali, mascamenti intr’e cussus chi su sardu dhu connoscint prus pagu, e in cussas isceras de pessonis chi funti prus rempellas e arrevescias a dh’imparai. Su chi ’nc’iat a bolli duncas, prim’ ’e totu, castiendi cun mirada didatica, iat essi unu strumbulu beru e de fundoriu po imparai su sardu, un’intzidiu ch’iat a depi andai a su propriu paris de s’imparongiu de sa cultura, de sa scritura, e de s’arti sarda etotu. E totu custu, si cumprendit, movendi de sa lingua fuedhada cumenti est fuedhada abberu in sa realidadi de is bidhas, mein is comunidadis de dogna logu innoi si bivit e si fraigat sa vida de dogna dì, e die  pro die, no imbentendusidha. Movendi de sa sabidoria manna e antiga achistia in is costumantzias de sa familia, de sa memoria e de s’istoria minuda innoi est cuau su scrusoxu de sa lingua, chi andat circau e iscobertu. E apitzu ’e innoi si podit o si depit alliongiai su chi eus a nai su ‘valori annuntu’ (il valore aggiunto) de un’impitu prus pensau , arrexonau e meledau de sa lingua, su chi scinti fai is artistas e is poetas, ma  no scét’issus: de manera chi, intr’ ’e is atras cosas, si ’nci possat bogai de sa conca de is prus e mascamenti de is piciocus e piciocas, cussu sentidu chi su sardu iat essi una trobea e unu strobbu facia a cosas de prus importu, o peu ancora, una cosa de una vida chi no ’nci est prus arrenconada in s’antigoriu de logus istrintus. Aici de podi contai in sardu no s’impudu de su chi eus perdiu e chi no podit torrai, ma su disinnu de s’incrasi e de manera moderna: A fai biri, ’ollu nai, totu su chi su sardu tenit sa capacidadi d’espressai innanti de sa vida e de is bisongius de oi.

Adhia de sa chistioni de s’imparongiu, un’atru problema est cussu de favoressi e donai àxiu a una produsssioni de iscritura in sardu, mancai de isperimentu. A nai sa beridadi, in custus urtimus annus o dexina ’e annus seus a faci de una produssioni literaria in limba diaderu manna e bundanti e de cabbali: cosa ’ona custa e de aficu meda e chi si lassat isperai po su benidori, mascamenti po ca custa produssioni amustrat sa balentia chi sa lingua etotu portat intragnada, meda prus ancora si pentzaus chi adhia de sa poesia, chi in Sardinna est sempiri istetia acostumada giai deddiora, s’est afortziendi una iscritura de prosa, chi certu est mancu de costuma, ma chi s’est amustrendi sempri prus a s’artària de su proponimentu chi tenit. Seu pentzendi pruscatotu a s’abbilentzia chi tenit cust’iscritura, e a s’atonomia chi portat faci ’e s’italianu, chi a s’italianu sempri prus pagu su sardu dhi depit pagai datziu. Un’abbilentzia, ’ollu nai, e una boluntadi de scrucullai, in mesu a is arrexinis de sa lingua, in su ch’issa tenit chistiu e allogau, in s’arrichesa cuada, una gana, seu narendi, de circai is fuedhus e is peraulas, sa paraula, de nai e po s’espressai; amustrendi e comprovendi cumenti sa lingua sarda siat prus arrica de cantu no si potzat crei. Postu totu custu, su problema est insandus cussu de s’ispaniamentu de totu custa produssioni de iscritura; e prima ’e totu in sa bia de donai giudu e impellida a s’imprenta editora, balenti e atzuda, chi si ’nd’est atuaendi su carrigu de una faina che a custa. E po segunda cosa si depit donai ispicu a sa sienda imprentadora e editora, iat a tocai a dha  isprundiri, a ’ndi donai su bandu (a ’ndi fai sa pubblicidadi s’iat a depi nai italianizandu) po ca potzat alcansai s’iscopu, po ca potzat arribbai a logus e tretus, astesiendusì in cussorgias prus mannas e àmparas in foras de is treminis istrintus de is cufrarias chi, mancai apentadas, funti perou casi cuadas in s’umbra si no asut’ ’e terra. Totu custu iat a donai s’idea de su balori e de cali capassidadi  teni sa lingua sarda. Su de ispainai totu custu fintzas in iscola, si liat  torra a su chi giai fia nendu deinnanti, a propositu de iscola e de imparu e annestru, e iat a sestai mein sa conca de is piciocus, a su mancu is chi tenint prus dilighesa a dh’intendi, arrexonis prus arrexinadas e cumbintas po un’impreu e unu imparu fungudu de sa lingua.

Ateras arrexonis si podint agatai aintru ’e una leada e cund una medida chi siat abberu plurilingue in s’essentzia. Bollu nai unu plurilinguismu chi no siat impitau scéti comenti e un’aìna pratica e de servitziu po is bisongius prus deretus, comenti, po esempiu, podit essi po su fatu ca in custu mundu est pretzisu a connosci linguas istrangias po ’nci arrennesci a isciri su chi acontessit infora de nosu, po s’infromai de su chi capitat adhia de su strintu nostru natzionali, o po si mantenni acaraus cun is strangius (e si giai est istrinta sa leada natzionali, imagineusì sa regionali!); nossi no est scéti cussu, deu pentzu: no est scéti  chistioni de si ponni in contatu cun is atrus de atrus cirrus de su mundu cun iscopu praticu (cosa, custa, chi no ’nci tengu nudha ’e nai, ci at a mancai, andat bèni s’ingresu, chi ’nd’est bessendi de dì in dì su latinu nou de òi, isterridu in totu su mundu; e andat bèni puru calisisiat lingua mancai de foras de s’Europa, bistu chi cun s’infora de Europa eus a tenni contus e chistioni in su benidori innoi acùrtziu). Andat bèni totu custu, ma una pesadìa  chi siat plurilingue abberu si podit fintzas fai (si no mi seu atrivendu tropu nendi custu) propriu cun is linguas minoris (minoris aici po nai), cussas propriu de domu, de una domu meinnoi su bilinguismu (est a nai s’impitu de sa lingua prus àmpara natzionali accanta de sa lingua minori regionali) innoi su bilinguismu, seu nendi, est cosa acostumada e fitiana, o mancai innoi su bilinguismu est una cosa imberta e virtuali: innoi sa lingua minori, fintzas si no benit impitada, abarrat e s’istentat asuta de su pillu de sa lingua manna. Un’esercitziu de bortadura de s’italianu a su sardu insandus iat podi  èssi sa cosa chi podit atziviri abberu e cun profetu su prus mannu, po agatai su sentidu de s’identidadi, unu fatu de cabbali prus de milli atras cosas o imbentus o predicas. Poita ca s’identidadi no est cosa aici sintzilla comenti de pentzai sa difaréntzia cun su propriu sentidu de is pipius  (chi narant: nosu, is Sardus,  cumenti seus bellus e balentis, nosu chi seus istesiaus de is atrus, diversus de totus). Nossi, no est aici: s’identidadi est, a su contrariu, su d’acurtziai su chi est atesu, est unu perrogu supriu de is atrus; s’identidadi est a fai parìvile pari cun nosu su chi est allenu, ma manigendidhu a ghetu nostru e assentendidhu in su mundu nosrtu etotu; fendi cambiapari inta culturas e universus difarentis. Un esercitziu che a custu de passai de una lingua  a s’atra de pentzai in mesu a duas linguas, un’esercitziu che a custu nos’ iat a podi amustrai cummenti cadauna lingua impreat una manera totu sua po tenni giuntus aintr’ ’e pari is sentidus e is significaus, una manera chi est diversa de una lingua a s’atra. E custu dhu podeus cumprendi pruscatotu candu tocat a espressai significaus, imbentus de  menti e sentidus astratus, significaus chi si depint isterriri movendi de difarentis iscrocas concretas; est custu contivizu chi s’atuant su cervedhu e su fuedhu, maniggendi bartzigas e impitendi su suspu e s’iscromba, alleghendi a sbiasciu. Est innoi insandus chi podeus tocai cun is manus, e cun sa conca, cumenti sa diversidadi siat posta faci ’e pari cun s’identidadi, chene de ’nc’essi disamistadi intr’ ’e is dus; est deaici chi si ’nd’acataus cumenti una lingua ­ – cal’est su sardu – chi no est meda acostumada a su fuedhongiu astratu ­ ma scéti poita dh’anti allacanda in su concretu – e chi po tantu no est de su totu disposta a tratai is fuedhus astratus de un atra lingua, dhus podit acansai, custus fuedhus astratus, in domu sua etotu movendi e isterrendi propriu de su concretu cosa sua.

Bèni totu custu, ma beneus imoi a sa chistioni de cust’atobiu de òi, chi est cussa de s’unificatzioni de sa lingua sarda. Apu giai nau in s’isterrida de cust’arrelata, chi sa chistioni de s’aunimentu de sa lingua no est, in su momentu, a parri miu, su problema primargiu. Ma su  chi mi seu dimandendi imoi est si custa chistioni si dha depeus ponni cumenti problema in facci ’e su benidori, e si est aici, po cali iscopu e de cali ghetu. Po meda genti su de s’unificatzioni, su de rendi parìvile totu s’iscera de is fuedhadas sardas, parit su problema prus mannu in s’aficu de una sorti diciosa po su sardu. Totu custu a mei, perou, parit prus chi atru su chi si narat unu feticcio, una màriga sbuida de sentidu, una chistioni no bera, no de sustantzia. A mimi totu custu mi parit su reflessu, sa magini torrada incuadas de atras istorias, de istorias de ateras linguas e culturas, nascias e crescias in tempus diversus, in cussorgias diversas e chi ant sighiu camineras diversas. A mei mi parit, totu custu, de si ’nci ’olli sprigai in s’istoria de is natzionis e natzionalidadis europeas modernas: cuss’istoria chi narat chi dogna natzioni depit tenni una lingua sua, e, pruscatotu, una lingua aunada e bona po su manigiu de totu sa natzioni artziendi asuba de totu su mudongiu chi s’agtat de cussorgia in cussorgia. Ma segurus seus chi nosu puru depeus/boleus torrai a fai sa propria esperiéntzia? Segurus ’ndi seus? mancai torrendi a fai is proprias fadhinas de cussus manigius istoricus? (chi, assora, funti stetius su de ’nd’ai bogau de mesu totu is difarentzias, totu is identidadis minoris e totu is sentidus de arrexinamentu e de apartenidura a su logu suu). Fortzis no seus in sa propria posidura chi si ’nci funti assentadas e afortziadas is linguas natzionalis in su passau de s’istoria. Òi seus de su parri chi su de coberai s’identidadi no depat ismenguai su balori de su chi est difarenti. Depeus partiri de s’idea 1) chi sa difarentzia est arrichesa; 2) chi s’imbastimentu, s’assentu e su vocabolariu de su sardu est sempri su propriu po dogna iscera de fuedhahda sarda; e duncas chi 3) su de isciri o de imparai una variedadi de sardu donat àxiu po cumprendi e po allegai fintzas is atras variedadis, 4) chi su chi ammancat a una variedadi dhu podeus agatai ind un’atra, diaici chi una podit crumpiri s’atra, mascamenti po su chi pertocat a su lessicu; e, 5) po acabbai, depeus pentzai chi aunimentu no bollit nai su de torrai totu a unu propriu pari.

A una unificatzioni, a un’ aunimentu, podeus fintza pentzai cumenti aficu e cument’e punna: ma su manigiu e su caminu po dh’acansai no at a podi essi cumandau e impostu de nisciuna autoridadi, ni podit essi cosa bessia de su taulinu de carchi sabiu, po cantu sabiu siat, ma at a podi/depi bessiri in foras (si dhu ’oleus) de sa faina pratica etotu, de sa scritura, de s’arti e de s’imbentu, e de su si fuedhai totu cantus impari is Sardus. E insandus est po cussu chi tocat chi dognunu imparit a primu sa fuedhada de domu e de bidha sua. S’aunimentu de totu su sardu podit essi pentzau cumenti carchi cosa chi no siat tostada e cìrdina, ma modhi invecias, e chi agguantit su mudongiu e indullat a sa difarentzia. Candu su lessicu, is peraulas, is fuedhus de dogna genia de fuedhada ant essi pratzius intra ’e totu cantus, insandus sa diversidadi, is diffarentzias anti a donai pagu strobbu e mancu irfadu; e custu mescamenti si ’ndi abbrandaus totu su chi iscerat tropu unu ghetu de fuedhai de un’atru, su chi est tropu liau a una bidha, a una cussorgia, a unu logu propriu, mannu o piticu chi siat, e si poneus ingrina a imperai  cussas cantus variedadis aperperadas (i sub-standard) chi esistint giai.

Aparrat perou una chistioni, e est cussa de sa lingua de s’aministratzioni, in spetzia de s’aministratzioni centrali regionali. A nai su beru una proposta in custu deretu ci fiat giai stetia, imoi carchi annu fait, fut sa proposta de sa LSU (Limba Sarda Unificada). Cust’urtima at tentu, deu creu, prus d’unu meréssidu: si no est atru, su de ponni su problema, de scucullai imbentus arresurtus arrexonaus pruscatotu de sa banda ortografica, e in dogna modu a tentu su meréssidu de ai istérriu su problema e de ’ndi ai sucau sa dibbata e sa chistioni, e fintzas s’iscumbata intr’ ’e pensamentus isceraus, e totu custu ponendi a banda totu sa pelea e is cuntierras chi si ’ndi sunti pesadas a pitzu. Ma scieus fintzas chi custas peleas  e cuntierras ’nci funti istetias puru, cun arresurtus de iscussentidura. Scieus chi sa LSU ’nd at pesau me’ is fatus scontrorius in totu su cab’e basciu de s’Isula, po ca est istetia fraigada asuba de is fundadamentas de is fuedhadas de su cab’ ’e susu e ’nd’ at iscancellau casi totu is piessignu campidanesus; e est nódidu puru chi custus scuntrorius ’nci funt istetius fintzas me’ is cussorgias de su centru e de sa band’ ’e susu de Sardinna. Ma puru atras arrexonis ant portau a arrefudai sa LSU (mancai no siant totu arrexonis atuadas): sa prima est chi sa LSU est una lingua fatisca chi no torrat a pari cun nisciuna fuedhada chi s’alleghit, e po custu est dificili a ’nci cunsentiri; po segundu custa LSU, mancai a fuedhus e a prima mirada, lessit logu a totu is fuedhadas naturalis chi si imperant in Sardinna, mein su fattu issa, sa LSU, allacanat custas fuedhadas in su strintu de domu insoru, e in s’impreu praticu scéti: in fatis sa proposta narat chi sa LSU est sa lingua de s’aministratzioni, de sa radiu, de sa televisionis, de s’imprenta, de sa publicidadi: e insandus ita dhi ’nd’abarrat a is fuedhadas beras e naturalis? Nudh’atru chi s’atremenadu, s’istrintu de domu e de bidha o pagu in prus! Aberendi deaici sa bìa a su folclore de custas fuedhadas e torrendi a curri sa propria caminera frassa de atrus tempus.

Insandus sa proposta chi si podit isterri est cussa de una lingua comuna e unificada chi potzat bàlliri perou scéti po s’amministratzioni centrali regionali e scéti in bessida, est a nai chi s’amministratzioni de sa Regioni sarda imprea custa lingua comuna po torrai arrespusta a chinisisiat dha preguntit po calisisiat cosa; ma, po atra banda, sa Regioni podit arreciri e colliri preguntas, mancai uficialis, in calisisiat scera de fuedhada sarda. Totu custu po ca de una banda, posta sa mancantzia de una lingua sarda comuna, sa Regioni no podit arrefutai nisciuna variedadi de sardu, de s’atera banda po ca non si podit pentzai chi sa Regioni etotu iscriat o alleghit in centu ghetus difarentis a segundu de s’impreau chi s’agatit, borta po borta, a respundi a sa genti, (in logudoresu si s’agatat un impreau logudoresu, in castedhaiu si s’agatat un’impreau castedhaiu), ne si podit pentzai chi si depat andai a circai una ’orta un’impreau chi respundat, aici po nai, in mamojadinu a is mamojadinus, un’atra ’orta a circai un impreau chi scipia su sedhoresu po arrispundi in sedhoresu a is sedhoresus, e un’atra ancora un’atru chi scriat in tempiesu a is tempiesus.

Scéti in custu sentidu e in intru de custus treminis e abisongiu si podit e si depit pentzai e agatai unu sardu comunu, a su mancu po imoi. E cali tipizu de lingua s’iat a depi scucullai e scioberai po cust’iscopu? Depeus torrai a fai is proprias fadhinas de ariseu? Depeus imbentai torra una lingua fatisca de taulinu, chi mancai ’ndi fatzat intrai carchi piessignu in prus de is fuedhadas de Campidanu? S’est giai bistu chi su fatiscu no est agradéssiu e no praxit meda, antzis no praxit propriu po nudha: e insandus si depit andai abbia de una lingua bera e fuedhada deabberu. Sa proposta est cussa de una lingua de Mesania, est a nai de sa lingua de sa leada de mesu de Sardinna, de cussa leada chi est posta in mesu a is fuedhadas campidanesas e de is fuedhadas logudoresas-nuoresas, e chi tenit piessignos de giossu e piessignos de susu, chi s’est isvilupada pighendisì una bisura de una variedadi chi intreverat ghetus de cab’ ’e susu e maneras de cab’ ’e basciu. Mi parit una proposta arrexonada custa. Primu poita c’allacanat s’impreu de sa lingua comuna a s’impitu e a su manigiu amministrativu scéti e lassat a totu cantus totu sa libertadi de fuedhai cumenti ’olint, cumenti agradessint e cumenti funti acostumaus; su de dus, poita ca est una lingua bera e no fatisca, una lingua chi est fuedhada a beru de genti bera in una o in unas cantus bidhas beras, innoi dha podeus atobiai, averiguai e iscumbatai. Mancai ’ndi dh’eus a podi bogai is piessignus (scéti calincunu) chi dha faint parri comenti tropu marcada e tropu istesiada de is atras fuedhadas, cussus piessignus chi dhi donant su sainete de unu logu tropu atremenau e cungiau; ma su fundamentu e su fundoriu, in dogna modu, depit essi e abarrai cussu.

Su profetu de custu iscéberu est cussu de donai una risposta a s’amministarzioni chi abisongiat, cumenti eus nau, de una variedadi de imperai cument’e lingua comuna; e un’amministratzioni chi alleghit in sardu est unu singiali bonu po is Sardus, e prus  ancora si s’impitu de custa lingua comuna no benit intesu cumenti chi sa Regioni bollat fai pratzebbas po s’una o po s’atera banda de Sardinna; e in prus si podit cumentzai, partendi propriu de innoi, de sa lingua ’e Mesania, a isperimentai s’aunimentu de sa scritura e de s’impreu comunu puru, fintzas in foras de s’allega aministrativa. Est partendi de innoi chi s’iat a podi provai a manigiai una lingua comuna, cussiderandidha che una móvida; partendi de innoi podeus aciuntai a sa lingua comuna de sa Mesania cosas e trastus chi bengiant de dogna atru logu de Sardinna: bollu nai chi su scrusoxu linguisticu de totu su sardu podit essi aperperau a caustu fundamentu de lingua comuna chene de depi cunsiderai cust’urtima che unu deu chi no si potzat tocai, candu chi invecias andat pentzada scéti che un’isterrida; mancai podeus sighiri a dhi ’ndi ’ogai su ch’issa tenit che tropu marcau cumenti tropu cosa sua, e intreghendidhi piessignus allenus de totu is ghetus de dogna logu de s’Isula. Po isperimentu perou, no po obrigu! Custa ligua de Mesania podit essi unu puntu e unu logu innoi potzat torrai apari totu sa prenda de su mudongiu linguisticu sardu, podit essi cumenti un’aina de iscumbata e de averguamentu, chi fetzat indulli tutu su cirdinu de dogna campanili, ma chene iscancellai su chi dogna campanili tenit de bonu e podit inditai a totu is atrus, ponendusì faci a pari cun totus.

Po concruiri m’iat a praxi a nai chi propriu is chi sunt contra sa lingua sarda, o is chi mancai ’ndi tenint istima ma no creint meda in s’arrennesciu suu, bogant a campu s’arreghescia chi su sardu no tenit unidadi linguistica apitzu ’e su mudongiu suu e chi propriu po custu no potzat callai e no si potzat imponni che una lingua bera e assentada, mentris chi funt propriu is istimadoris prus apentaus a su sardu is chi, meda bortas, arrefudant s’aunimentu de sa lingua, e chi mancu ’ndi bollint intendi de lingua comuna. Est a custu chi bisongiat pentzai bèni, innantis de sighiri: bisongiat pentzai chi is chi imperant su sardu de manera afatanti faint prus arrempellu a scioberai una lingua comuna, mentris chi is chi funti pagu afainaus e pistichingiosus in s’impitu de sa lngua, si ponint a arrexonai partendi dae su mogliu de is linguas mannas chi deddiora ant tentu s’aunimentu insoru. Aici nendi bollu intendi, chi, postu totu custu, s’unificatzioni, s’aunimentu podit essi prusaprestu un’incrina, una punna, ma no depit essi ni un’obbrigu ni un’apretu.