Il Catalano e il Sardo in rapporto

Il Catalano e il Sardo in rapporto Convegno La battaglia di Sanluri come scontro fra due culture: quanto simili e quanto diverse? Las Plassas, 24 giugno 2007

battaglia  di sanluri 1409

 La lingua e la cultura catalana sono state in contatto con la cultura sarda per un tempo assai lungo e con modalità, ora di scontro, ora di incontro, diverse e mutevoli, e non univoche: certamente comunque il Catalano ha auto sul Sardo un’influenza davvero notevole. Influenza che si può valutare sia da un punto di vista interno, che da un punto di vista esterno; tuttavia da entrambi i punti di vista bisogna dare per scontati limiti oggettivi relativamente alla conoscenza che possiamo averne. Da un punto di vista interno l’influenza del Catalano è costituita soprattutto, e si direbbe esclusivamente, da un apporto lessicale di dimensioni cospicue che ha introdotto nel corpo del lessico della lingua sarda circa quattromila voci che spaziano con ampia estensione fra campi semantici disparati , e che hanno non solo arricchito, ma anche rimodellato la struttura semantico-lessicale del Sardo : anche se, va detto fin da subito, non si è in grado oggi di valutare totalmente e con precisione quale fu la portata di questa trasformazione e ristrutturazione, in quanto tanta parte del lessico sardo antecedente all’influenza iberica sulla cultura dell’Isola ci resta sconosciuta. Infatti i documenti sardi medievali, pur tanto preziosi e che pur manifestano e ci testimoniano una certa ricchezza di vocabolario, restano limitati, proprio per il loro carattere giuridico e documentario, a un’escursione non ampia entro la sfera del significabile. Una ricerca che forse dovrebbe essere compiuta, potrebbe essere quella che verificasse se – oggigiorno o in epoca storica – esistano, o siano esistiti affiancati sinonimi indigeno l’uno e l’altro catalano; una ricerca insomma da estendere tanto alle parlate vive attuali di ogni area linguistica quanto ai testi scritti delle diverse epoche, per saggiare se e quanto il Catalano abbia introdotto dei referenti nuovi, o se e quanto invece abbia sostituito, o affiancato, con voci sue proprie voci già esistenti precedentemente, e che potrebbero, in parte almeno, essere presenti e in uso ancor oggi, o esserlo stato nel passato più o meno recente. Sarebbe insomma interessante appurare se il Catalano abbia agito sul Sardo con modalità simili a quelle in cui oggi vi agisce l’Italiano, che va rilessificando la lingua sarda espellendone e ponendo in oblio tanta parte degli elementi e del patrimonio del suo vocabolario. Ciò farebbe comprendere quale sia stato il reale rapporto sociolinguistico e culturale fra le due lingue, e quale fosse la reale comprensione della lingua iberica da parte dell’elemento indigeno . Va però detto altresì che il Catalano, così come le altre lingue di superstrato che hanno interagito col Sardo, non ha modificato la struttura grammaticale di quest’ultima lingua, la quale resta sostanzialmente inalterata fino ad oggi, e che semmai, con movimento inverso, agisce, oggi, sulle strutture della lingua influenzante, l’Italiano, e in maniera spesso considerevole e perdurante. Da un punto di vista esterno, il Catalano ha avuto un ruolo, storico, di grande importanza, consistente nell’aver fatto entrare, per la prima volta, la lingua sarda in una condizione di minorità, in quella stessa condizione in cui, pur con le ovvie differenze dovute al mutar dei tempi, si trova ancor oggi. Intendo dire che il Sardo ha visto, a partire dall’entrata della Sardegna nella sfera culturale e politica iberica, ridotto il suo spazio d’uso e il suo ruolo culturale. Questo per dirlo a grandi linee: ma le cose vanno certo indagate e guardate con ottica più sottile, e con metodo più duttile, più meditato e preciso. Nel medioevo infatti il Sardo è, come noto, largamente impiegato, ma gli ambiti d’uso – almeno quello scritto – sono certamente limitati. Il Sardo viene impiegato eminentemente in ambito giuridico, amministrativo e documentario, come già detto; oppure, altrimenti, tale lingua trova impiego, in tante schede dei Condaghes, in resoconti ‘narrativi’ immediati e strumentali di fatti accaduti: e seppure alcuni di tali resoconti appaiono dotati di freschezza e di efficacia, questi non manifestano nessuna intenzione o pretesa letteraria o di elaborazione stilistica e artistica, mentre si modellano sui registri sintattico-testuali dell’oralità. Possiamo dire allora che è proprio in epoca catalana che le scritture in Sardegna si pongono sotto il segno di una maggiore volontà e capacità di elaborazione, sotto il segno di un dettato più meditato e riflesso: sia che esse impieghino il Catalano (e successivamente il Castigliano), sia che esse impieghino il Sardo stesso. È in epoca catalana dunque che il Sardo fuoriesce da una dimensione oralistica (e dico ‘oralistica’ e non ‘orale’, in quanto, come già detto, le scritture sarde pre-catalane si ponevano sotto il segno e il registro dell’oralità), per entrare in una dimensione scrittoria che distingue più nettamente i due registri, orale e scritto. E la stessa Carta de Logu d’Arborea, che pure presenta un dettato di una certa elaborazione, la Carta de Logu, che pure si erge a simbolo di tanta sardità, della sua persistenza e tenacia, la Carta de Logu è comunque prodotta in un momento in cui i contatti con il mondo catalano sono già innescati e attivati, sia pure in modo antagonistico e tumultuoso. Da un punto di vista esterno, va ancora detto che, se è pur vero che il contatto fra Sardo e Catalano si prolunga per almeno quattro secoli – dal XIV secolo (ma i primi contatti erano cominciati già da prima) fino al XVIII secolo, quando la Sardegna entra nell’orbita italiana per il tramite della dinastia sabauda – va pur detto che questo rapporto linguistico non fu lineare, nell’arco di questo ampio arco cronologico; e soprattutto nel primo e nell’ultimo di questi quattro secoli. Come noto infatti, la guerra e il processo di conquista della Sardegna da parte catalana durò almeno un secolo, quasi tutto il Trecento, e si concluse con la battaglia di Sanluri nel 1409. Durante questo lungo periodo è da presumere che le due lingue, così come le due etnie e culture, pur entrando in reciproco rapporto di incontro e scontro, rimasero due entità parallele, senza che fra esse si stabilisse una gerarchia (né un rapporto paritario). Relativamente al Trecento, si può supporre che il Catalano fosse un’altra, ulteriore, lingua con cui il Sardo, e la Sardegna, si confrontava e scambiava rapporti: ma non altro, né di più; e ciò accanto all’italiano (e/o suoi dialetti) e, ovviamente, al latino. Nell’ultimo dei quattro secoli in questione (e per un arco temporale che va anche oltre i cento anni: dal tardo Cinquecento, fino ai primi decenni del Settecento, quando ha termine in Sardegna il lungo periodo iberico), in questi cento/centocinquanta anni il Catalano mostra in Sardegna, sia pure con le specificità proprie del luogo e della sua storia, quel tipo di processo e di dinamica che tale lingua attraversa in patria, nella patria europea di terraferma, cioè nella Catalogna medesima. Se è vero infatti che l’unione delle due corone, d’Aragona e di Castiglia, lasciò intatte le strutture giuridiche dei due regni, è pur vero che l’orbita culturale spagnolo-castigliana finì per assumere la supremazia culturale e sociolinguistici. Ciò in un momento in cui, se da un lato la Spagna vede iniziare e poi progredire il proprio declino di potenza europea e imperiale, la lingua spagnola è, d’altra parte, la lingua di una delle più grandi, ricche e feconde letterature d’Europa, e, per altro verso, una lingua internazionale di ampia diffusione e grande prestigio, conosciuta e impiegata, oltre che in Spagna, nel Mediterraneo occidentale, nelle Fiandre, nelle Americhe, oltre che essere lingua della corte e degli interessi che intorno ad essi ruotavano. Fu questa la ragione che portò il Catalano ad una progressiva decadenza in casa sua propria, nella terra che ne fu la culla, per un processo che non fu tanto di voluta e programmata politica linguistica e culturale, ma per un processo di tacita e progressiva influenza sociolinguistica di parte castigliana. Tutto ciò si rifletté anche in Sardegna, e il Castigliano guadagnò spazio e considerazione, pur senza mai soppiantare il Catalano, che continuò a perdurare, ma perdendo di ruolo nell’alta cultura, fra le classi sociali più elevate, e in seno alla Chiesa. Con una differenza però rispetto alla madrepatria continentale catalana, differenza ben ovvia, se ben ci si pensa: infatti in Catalogna il Castigliano faceva concorrenza al Catalano fin quasi a giungere a marginalizzarlo e a sostituirlo (cosa mai avvenuta per altro, tanto che il Catalano poté poi, a partire dall’Ottocento, conoscere la propria Renaixença); in Sardegna invece il Castigliano, pur in concorrenza con il Catalano, restava in competizione con una lingua comunque straniera, che non riuscì mai a radicarsi e a diffondersi nel tessuto sociale e popolare isolano. Per cui se il Catalano poté rinascere in patria, non rinacque certo in Sardegna (Alghero è naturalmente un’eccezione di cui parleremo fra breve). In Sardegna il Catalano si estinse progressivamente e parallelamente all’estinguersi, nell’Isola, dell’influenza iberica, e al passaggio di essa nell’orbita politica, culturale e linguistica italiana. Italianità che, non va dimenticato, sempre fu, pur latentemente, presente in Sardegna, soprattutto fra i ceti colti intellettuali, specie nel settentrione dell’Isola: si pensi alle mai dimenticate radici italiane di Sassari, al prestigio dell’Italia rinascimentale e al fatto che gli studi universitari venivano praticati, dagli studenti sardi, prevalentemente in Italia, Pisa e Bologna soprattutto, più che non in Spagna. E d’altronde quando in Sardegna furono istituiti i Collegi gesuitici – due dei quali divennero poi le Università di Cagliari e di Sassari – la lingua veicolare usata per l’insegnamento fu il Castigliano e non certo il Catalano; e perfino il Sardo per un breve momento fu una delle lingue che entrò in questione quale lingua dell’insegnamento universitario (opzione per altro subito accantonata), ma mai fu in questione il Catalano. Lingua quest’ultima che seppure continuava ad essere capillarmente utilizzata in Sardegna, non assurse mai al rango di lingua dell’alta cultura. Una situazione quindi di una certa complessità e non così lineare come può e può essere sembrato. Una situazione, durevole, di plurilinguismo, e ci si potrebbe anche azzardare a dire di poliglossia, più che di semplice diglossia. Ma quali furono i rapporti fra le due lingue, fra Sardo e Catalano? Non è facile rispondere in modo preciso a tale domanda. Si può certo dire che con l’introduzione del Catalano in Sardegna, si impiantò qui una situazione di diglossia. Ora si può definire, come è stata definita, la diglossia come quel fenomeno sociolinguistico che, all’interno di una comunità etnica o politica o culturale, vede l’esistenza di due lingue, o di due registri diversi di una medesima lingua, una delle quali è in posizione sovraordinata rispetto all’altra, presenta un maggior grado di elaborazione e di formalizzazione, trova impiego negli usi più elevati e colti della società e della sua cultura, si apprende con un solido tirocinio scolastico. Questa definizione ‘canonica’ della diglossia è stata però successivamente spesso criticata dai linguisti, in quanto dà conto soltanto di un certo limitato numero di casi che ben rientrerebbero nel “tipo” così definito, mentre sfuggirebbero peraltro tante altre situazioni più complesse e sfumate di convivenza non paritaria di più codici. E allora certo in Sardegna il Catalano è stata la lingua delle classi egemoni, dell’amministrazione, della giurisdizione, del notariato, ed anche capillarmente diffusa fino ai centri minori ed interni; certo tale lingua possedeva un’elaborazione formale, e i Sardi dovevano apprenderla – se e quando l’apprendevano – con un qualche sforzo e tirocinio. Ma il Catalano, da un lato era anche la lingua colloquiale e quotidiana dei nuovi venuti, ma anche di tutto quel mondo indigeno di alta classe sociale che accanto ad essi viveva e ad essi andava amalgamandosi. Mentre almeno dal Cinquecento in poi quella funzione di polo linguistico alto e formale, definibile secondo la definizione “canonica” di diglossia, di cui s’è detto poco sopra, andava sempre più assumendolo il Castigliano, e ovviamente il latino: nel Cinquecento sono assai poche le opere che in Sardegna furono stampate in Catalano. Tutto ciò tanto più appare evidente e significativo quando si pensi che il Castigliano non fu portato in Sardegna per travaso demografico, per l’insediarsi nell’Isola di nuclei compatti di popolazione, come invece fu per il Catalano, per una lingua cioè che proveniva da una terra da cui furono trapiantati, specie nelle città, nuclei forti di popolazione; esemplare è il caso di Alghero, ma anche Cagliari e il suo Castrum furono ampiamente catalanizzate; e in certa, sia pur minore, misura pure Sassari. Popolazione che proveniva da un’Aragona e da una Catalogna che ristrutturò completamente l’assetto politico, economico e sociale della Sardegna, con l’introduzione del feudalesimo, con le consociazioni di mestiere, i gremi, con le città regie che erano dotate di statuti analoghi a quelli delle città catalane (Cagliari in primis e Alghero, parzialmente le altre); da una Catalogna che modificò la distribuzione demografica nel territorio isolano, che unificò sotto un unico governo tutta l’Isola. Non così la Spagna, il cui Castigliano rimase soltanto lingua colta. Ma dove e perché si impiegava, in Sardegna, il Catalano? Esso fu usato nella redazione degli atti dei Parlamenti, dei privilegi reali, nelle gride, negli atti di concessione feudale, negli atti amministrativi in genere. Di rilievo il fatto che le istruzioni regie, trasmesse in Sardegna in Spagnolo, vengano poi qui tradotte in lingua catalana; che è pure la lingua del notariato, sia pure accanto al Sardo e al Latino. E ancora il Catalano è impiegato nell’amministrazione ecclesiastica, nella redazione dei quinque librorum anche dei centri più interni e minori (come Macomer, Sorgono, Sorradile, Mandas, Muravera), negli atti sinodali, nei processi di beatificazione, negli atti capitolari delle sedi diocesane. Cristófor Despuig, in Los col.loquis de la insigne ciutat de Tortosa del 1557, ci dice che in Sardegna si usa la lingua catalana, anche se non tutti la parlano, perché «en moltes parts de la illa retenen encara la llengua antiga del regne; però los cavallers y les persones de primor y finalment tots los que negosien parlen catalá, perquè la catalana és allí cortesana». Sigismondo Arquer (Sardiniae brevis historia et descriptio, 1588) rimarca che il Catalano è usato nelle città e il Sardo nel contado. Nel 1611 Martín Carrillo, visitador real, informa che nelle città si parla e si comprende il Catalano e il Castigliano, tutti però comprendono il Sardo, e nei villaggi soltanto quello. A metà del XVII secolo Joan Gaspar Roig i Jalapí (Llibre dels feyts d’armes de Catalunya) dice che in Sardegna si parla Catalano appropriatamente, axí com fos a Catalunya. A fine Settecento ancora vi sono notai che usano il Catalano; è in Catalano il primo incunabolo stampato in Sardegna, lo Speculum Ecclesiae in traduzione appunto catalana; e diverse sono le opere agiografiche pubblicate in tale lingua . Tutto ciò dimostra la diffusione del Catalano nell’Isola, diffusione anche ampia e capillare nel territorio, e di lunga durata cronologica. Ma le testimonianze d’epoca ci dicono anche della tenace permanenza e resistenza del Sardo fra tutte, praticamente, le componenti sociali e in ogni area territoriale. Il Sardo non fu dunque scalzato dalle lingue iberiche, mentre nel giro di centocinquant’anni fu proprio il Catalano, con l’eccezione algherese, a scomparire (e così pure lo Spagnolo). Cosa, questa, che può meravigliare doppiamente: da parte Catalana ci si può infatti chiedere come mai una lingua così pervasivamente radicata sia potuta dileguare; mentre da parte Sarda ci si potrebbe chiedere come mai una lingua straniera abbia potuto durare ancora ottanta anni e più dopo la caduta del potere iberico nell’Isola. Tutto ciò si può ovviamente spiegare, ma ciò, ancora a sua volta, spiega altre cose. Il perdurare del Catalano si spiega infatti col fatto che l’impalcatura sociale e istituzionale doveva essere rispettata dai nuovi sovrani sabaudi, i quali si erano impegnati, nel cingere la corona di Sardegna, a mantenere l’assetto del Regno; ma è pur logico che essi, con l’andar del tempo, impostarono una lenta ma inesorabile politica deispanizzante, tanto in direzione economica e sociale, quanto in direzione culturale, con procedura sardizzante, ma soprattutto italianizzante. Da un punto di vista linguistico, ciò dimostra qualcosa di forte rilievo: e cioè che il Catalano, per quanto diffuso potesse essere, era pur sempre una lingua estranea: per cui, cessata la statualità e la struttura sociale che lo sosteneva, cessò pure esso stesso, sia pure con un processo relativamente lento. Il paragone con Alghero, dove il Catalano si mantiene vivo fino ai tempi moderni e, sebbene minacciato, subalterno e minoritario, fino ad oggi, può essere indicativo. Ad Alghero il Catalano si mantiene tuttora vivo, perché in questa città vi fu un trapianto e un ricambio totale di popolazione, la quale rimase poi a coltivare il senso e il mito della propria alterità municipale; una città che, per quanto e fino a quando ha potuto, ha cercato di amalgamare l’elemento esterno ed ‘estraneo’ alla propria catalanità . Dove ciò non avvenne e dove la storia fu diversa, diverso fu pure il destino della lingua catalana; e con essa della lingua sarda, pur già marginale, ma lingua di tutta quanta la popolazione isolana, e che resistette, pur in contatto diglottico con l’Italiano. Ma bisogna pur fare attenzione nel considerare questa marginalità del Sardo in epoca iberica, e bisogna certo inserirla nel contesto storico di quei tempi, senza proiettare indebitamente la situazione dell’odierna contemporaneità sul passato. E andranno valutate nel loro giusto valore le testimonianze sulla lingua che quei secoli ci forniscono. I visitatori e i testimoni d’epoca ci riferiscono infatti, come sì è visto, che il Sardo è inteso e parlato da tutti, e quindi, deve supporsi che tutte le classi nella comunicazione pragmatica quotidiana usassero soltanto il Sardo, soprattutto nei centri minori, dove, forse, soltanto il Sardo era compreso. Ma il Despuig, dicendo, nel 1557, che in Sardegna si parla la llengua antigua del regne, dà al Sardo una certa qual patente di dignità e di importanza; quando nel 1565 il Parlamento riunito dal viceré Àlvaro de Madrigal chiede che gli statuti di Iglesias e di Bosa, ancora redatti solo in Italiano, vengano tradotti in una lingua del Regno, ossia in Sardo o in Catalano, riconosce una implicita dignità al Sardo, anche se poi la scelta si orienterà, ovviamente, in direzione catalana; e già s’è detto della questione concernente quale dovesse essere la lingua veicolare dell’insegnamento superiore, con Sardo e Spagnolo in questione (e successiva opzione per lo Spagnolo). Né va dimenticato che la Carta de Logu restò in vigore fino al XIX secolo nella sua redazione sarda. E neppure va dimenticato che la seconda metà del Cinquecento vide la rinascita culturale della Sardegna che si espresse anche in Sardo e pure letterariamente, sempre in Sardo: con germi che se pur non fruttificheranno immediatamente sul piano ufficiale, daranno poi spazio, col progredir dei tempi, a una produzione letteraria in lingua sarda, magari sotto traccia, ma di qualità non trascurabile e che andrà via via affinandosi. Ed è proprio il confronto con lingue altre che è stato, in Sardegna, produttivo in questo senso. In tale epoca, se ancora è prematuro parlare di coscienza nazionale e così pure autonomistica, vi è almeno un principio di coscienza cetuale e municipale, intesa come alterità – alterità sarda – rispetto alla cultura dominante, che chiede e cerca, più o meno consapevolmente, parità con le altre culture compresenti nell’Isola. Quale fu allora il rapporto fra Catalano e Sardo? Certo vi fu un bilinguismo diffuso. Ma di che tipo furono tali rapporti interlinguistici? Credo che si possa dire che tale rapporto non possa essere equiparato a quello che è oggi il rapporto lingua-dialetto. Certo il Catalano era in posizione di preminenza (giuridica, amministrativa, religiosa, mercantile), ma il Sardo, oltre che essere nell’Isola impiegato in maniera pressoché universale, manteneva ancora più che un bagliore dell’antica lingua statuale, e, potremmo anche azzardare, assumeva, almeno auroralmente, una connotazione etnico-identitaria; con tentativi, almeno in parte riusciti, di rinascita e di impiego colto, sia amministrativo che letterario. Mentre la gran massa della popolazione è pressoché monolingue sarda, o forse bilingue, ma con una competenza passiva della lingua ‘straniera’. Da qui origina il duplice fatto che il Sardo assume in sé, nel suo seno, tanti catalanismi lessicali: segno di una vita fortemente improntata, in Sardegna, alla ibericità catalana, ma che non intacca né le strutture grammaticali né il lessico fondamentale del Sardo, che persistono fortemente. Ci fu in questo periodo una situazione di dialalia? Ci fu, voglio dire, una situazione di bilinguismo in cui la lingua sovraordinata non era soltanto la lingua della più alta formalità, ma anche la lingua che, nella quotidianità e nel comune conversare, in occasioni meno formali e più distese, alternava con la lingua subordinata? È difficile dare una risposta a tale quesito, anche se si può ammettere e ipotizzare che una certa fascia di popolazione urbano-borghese-artigiana potesse vivere una tale condizione linguistica. E fu forse proprio questa fascia che costituì l’elemento propulsore che diffuse e radicò i tanti catalanismi che entrarono a far parte integrante del patrimonio lessicale sardo. D’altra parte, e quasi paradossalmente, fu proprio il Castigliano, a dare un certo respiro al Sardo, un senso di riappropriazione: infatti il Castigliano, che in Sardegna rimaneva certo lingua maggiormente estranea rispetto al Catalano, andava assumendo il prestigio che le conferiva la sua grande letteratura, e il suo status di lingua internazionale di una grande potenza politica. Il Castigliano dunque istillava, in una certa intellettualità isolana, soprattutto settentrionale e sassarese, lo stimolo di una rivalutazione in positivo del Sardo quale possibile e virtuale lingua colta e dei ceti colti. E tutto ciò in una congiuntura favorevole che è data dal clima tridentino e postridentino, dai mai del tutto recisi legami con l’Italia e con la cultura italiana, dalla rivendicazione delle classi alte indigene o naturalizzate a giocare un ruolo autonomo nel contesto della politica e della cultura iberica: nella quale il Catalano e la Catalogna si avviavano verso una lunga ma progressiva e inevitabile decadenza. MAURIZIO VIRDIS

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