La rose di Jean Renart (bozza in progress)

LA ROSA DI RENART
……l’estre,…son covine…
……a rose is a rose is a rose is a rose ……rosa
(bozza in progress)

Il punto centrale del romanzo, quello la cui comprensione determina, o in ogni modo apre la via all’intelligenza del testo tutto intero, è certamente l’episodio della visita che il Siniscalco dell’imperatore Conrad rende alla madre dei due protagonisti, Lienor e Guillaume, e del dialogo che fra i due personaggi s’intrattiene. Riteniamo dunque utile e necessario riportare la parte saliente di quest’episodio (che citiamo dall’edizione di F. Lecoy).Dopo che il Siniscalco ha chiesto alla madre di poter vedere Lienor, e dopo che la madre ha rifiutando opponendo la ragione que nul hom ne la puet veoir/puis que ses freres n’est çaienz (vv.3338-40), il Siniscalco così risponde, e così prosegue poi il testo:

– Dame, de ce sui ge dolenz,
mes il m’estuet a soufrir.
Par vostre amor, que ge desir
a avoir tant com ge vivrai,
dame douce, si vos lerai
cest mien anel par drüerie.»
La dame nel refusa mie,
qu’il l’en tenist a mainz cortoise.
S’el le meïst en une poise,
si pesast li ors .V . besanz;
et la pierre en ert mout vaillanz,
que c’estoit uns balaiz rubiz.
«Sire, fet ele, granz merciz:
ce sachiez que ge l’ai mout chier.»
Ain z qu’en montast por chevauchier
Le son cheval qu’en tint au soleil,
li ot ele dit a conseil
tot son estrë et tot son covine.
Uns beaus dons a mout grant mecine,
qu’il fet maint mal plet dire et fere.
Si li a conté tot l’afaire
De la rose desor la cuisse:
«Ja mes nuls hom qui parler puisse
ne verra si fete merveille
com de la rose vermelle
desor la cuisse blanche et tendre.
Il n’est mervelle ne soit mendre
a oïr, ce n’est nul doute.»
La grant beauté li descrit tote
et la maniere de son grant.
Mout en est li lerres en grant
de tot enquerre et encerchier;
quant il n’i ot mais q’empeschier
q’en peüst par reson savoir
par oïr dire sanz veoir,
lors dit a la dame «il est tart.»
La dame lesse, si s’en part,
et dit qu’il ert a toz jors soenz.
Chetive vielle hors dou sens
Si mar vit cel jor et cele heure!
(vv. 3340-3379)

R. Dragonetti, interpretando l’intreccio e l’azione del Roman de la rose di Jean Renart, reputava esserci una macchinazione ordita… ‘ai danni’ dell’imperatore Conrad da parte della madre di Lienor e di Guillaume de Dole, oltre che di questi ultimi, in modo da farlo cadere nella rete che lo conduca al matrimonio con la stessa bella Lienor. Ma il piano non andrebbe in porto a causa della reticenza del messaggero Nicole: cosa che ci pare faccia una certa difficoltà anche ad una lettura immediata, come spiegare infatti l’atteggiamento e il fare di questi, cui il testo non sembrerebbe dare alcuna giustificazione? Se così fosse, Jean Renart si rivelerebbe essere un narratore debole e poco accorto, in quanto la reticenza del personaggio in questione si rivelerebbe essere soltanto un espediente narrativo ad hoc poco integrato sul piano dell’intreccio ; e bisognerebbe pertanto adire ad altre ipotesi: forse il piano iniziale non è stato ben attuato? Nicole non ha ben compreso?
D’altra parte, se è vero che Lienor ‘troppo in fretta’ concepisce il proprio piano di riabilitazione rispetto alla calunnia con la messa in scacco del Siniscalco – ciò che farebbe certamente sospettare, col Dragonetti, ad un piano anticipatamente pensato – allora si dovrebbe pensare che anche ‘troppo in fretta’ la madre di Lienor e Guillaume pur messa in sospetto dall’inattesa e strana visita del Siniscalco, concepisce il proprio piano e tranello, raccontando (del)‘l’affaire de la rose’. Come infatti poter verosimilmente pensare in anticipo la bugiarda vanteria del Siniscalco tesa a mandare a monte il matrimonio e ad evitare la mesalliance? Solo perché ‘un Siniscalco’ è uno stereotipo e la madre ben saprebbe intuitivamente il di lui comportamento? – e non sarebbe più il pubblico fruitore che non la madre a sapere tutto ciò?
E se è vero che, come sappiamo, Conrad è colui che, bovariano ante litteram, vorrebbe far coincidere letteratura e vita di sì, dovremmo perciò stesso concludere che anche il Siniscalco – nel ‘vero, reale’ – sia un personaggio che si comporta secondo il cliché letterario? Sembrerebbe di sì, almeno così ci indurrebbe a pensare il narratore presentandocelo come più falso e maldicente di Keu: ma allora dove sta la differenza fra letteratura e realtà che il nostro romanzo farebbe assurgere ad oggetto principale di rappresentazione? Il fatto è che i piani, quello della rappresentazione e quello metarappresentativo, sono incrociati e sovrapposti e ci troviamo allo stesso tempo di fronte a un Siniscalco che è ad un tempo un cliché, e, insieme, una figura ‘realista’ e di buon senso che vede la follia letteraria di Conrad e vuole parare il colpo: così il testo gioca sul droit nient (un ghiribizzo letterario dell’imperatore); e il Siniscalco è presentato, rivestendo un doppio ruolo, come persona avveduta che ben capisce la situazione reale e vera, e dall’altro come uno stolido sciocco che ha timore niente di meno che della…..letteratura, di questo niente che altera il ‘retto’ andamento delle cose, tanto ch’egli finisce per assumere il volto che il cliché gli attribuisce, e per diventare una figura iperrealista cui si potrebbe attaccare un cartello con la scritta ‘Siniscalco’. Il testo gioca fra finzione letteraria e realtà, fra diverse modalità e….capacità di percezione che il lettore possiede. Lettore che si vede così, nei diversi personaggi, rappresentato – ma proprio in quanto ‘lettore’, in quanto metatestualmente lettore– proprio mentre legge, nell’intrico e nel labirinto da cui cerca di uscire. La madre insomma ci pare abbia paura più del Siniscalco reale che di quello letterario.
Allora che dice/di che parla la madre con il Siniscalco? Quale segreto gli svela? Questa è la domanda: perché su questo inespresso, su questa reticenza gioca tutta la macchina narrativa del renardiano Roman de la rose e del suo senso. E l’ingranaggio di questa macchina funziona tramite la commistione celata, non dichiarata, del discorso diretto, del discorso indiretto e dell’indiretto libero. Quando nel testo viene detto che la madre racconta al Siniscalco tot son estre et tot son covine (vv. …), sono, queste, parole della madre riferite dal narratore tanto indirettamente quanto oggettivamente, o sono la ‘sintesi’ a posteriori di quest’ultimo e/o del discorso narrativo? E ciò in quanto sono il commento e la definizione dell’atto di parola della madre che è rimasta sottaciuto tra le pieghe della rappresentazione. Come d’altronde potrebbe essere il beaus don a mout grant mecine , Il tutto gioca sul doppio senso della parola son, che significa tanto ‘suo’ quanto ‘secondo’ e che pertanto è reversibile sui due piani, discorsivo e metadiscorsivo, e ciò rende la mecine un pharmakòs nella sua doppia accezione, ‘medicina’ e ‘veleno’. E cos’è poi questo affaire de la rose? Perché i lettori dovrebbero capire la stessa cosa che capisce il Siniscalco, che ne informa poi Conrad, la stessa cosa che ha poi tradizionalmente compreso la critica?
In realtà le parole della madre hanno tutto l’aspetto di un’ellissi mimetica: sono proprio quelle e solo quelle riportate dal testo in discorso indiretto? Appare un po’ strano, parrebbe più un sunto del narratore: il discorso sarà pur stato introdotto in qualche modo, da qualcosa d’altro, si sarà pure arrivati all’ ‘argomento’ in qualche modo; e sono poi parole della madre quanto riportato ai vv.3362-3367, come certamente intende F. Lecoy nella sua edizione del romanzo, che a lei le attribuisce ponendole fra virgolette? Mentre potrebbero essere invece parole del narratore, ossia un seguito immediato del suo discorso indiretto in parte, e in parte indiretto libero che continua quello precedente, ed è allo stesso tempo un άίcommento della voce narrante: una parola discorsiva che in parte sì riferisce le parole della madre, ma non già quelle ch’ella riferisce al Siniscalco suo interlocutore, bensì quelle che ella pensa tra sé o che riferiscono la sua filosofia la sua covine……’son’ covine e ‘son’ estre; e cos’è allora questa rose? Un particolare (una particolarità?!) anatomico, un segno sulla carne/il segno della carne?
L’attenzione critica andrebbe, a questo, punto a posarsi sui verso 3366-67: Il n’est mervelle ne soit mendre/a oïr , ossia ‘non c’è meraviglia che sia minore(!) da udire’: minore, appunto, e non c’è, né può dunque esserci alcuna iperbole sulla meraviglia della…..’rosa’, semmai proprio il contrario. La cosa ha tanto più valore e significato che ciò che segue, che la meraviglia è cioè tale soltanto all’ ’udire’, al sentir dire: è facile insomma cadere in meraviglia, cedere alla meraviglia, essere indotti a credervi, quando vi si sia trascinati dalla parola riferita più che dall’esperienza diretta. E’ questo, noi crediamo, il senso, specificamente contestuale di oïr del verso 3367.
Questa ipotesi si sostiene con due fatti, uno prossimo, l’altro generale e diffuso: 1) il Siniscalco si congeda quando non ha più q’empeschier/qu’en peüst par rason savoir Par oïr dire sans veoir (vv. 3372-74), dove il sentito dire viene appunto opposto al vedere, diretto e materiale, e suggerisce l’illusione in cui è facile, fin troppo, incorrere quando si parla di….certe cose! ma 2) questo sapere, per l’udito e non per la vista, non è forse la radice tematica che regge tutto il romanzo, oltre che la letteratura tutta? Non è Conrad che si è innamorato per ‘sentito dire’, senza aver mai visto l’oggetto del suo amore? E il Siniscalco, allora, non cade in quella stessa trappola in cui era caduto il suo signore, quella stessa trappola che egli vorrebbe invece sventare? Il n’est mervelle ne soit mendre a oïr viene detto, poi si aggiunge ce n’est nul doute (v. 3367); espressione, quest’ultima attribuita dal Lecoy alle parole, direttamente espresse, della madre, ma sulla validità della cui attribuzione già abbiamo detto; se le parole sono invece della voce narrante il tutto significherebbe ‘non c’è meraviglia (illusione) più facile da credere (in cui cadere): questo è fuor di dubbio, è più che ovvio!’.
Resterebbe lo scoglio del beaus don (che – fatto ovviamente salvo ogni accidente di copia – è al nominativo, e quindi a è 3a sing. ind. pres. di avoir e il que successivo del verso 3359 è esplicativo del precedente mout mal mecine del verso 3358). Di quale dono si tratta dunque? Dell’anello che il Siniscalco ha appena donato alla madre, o il beaus don avvelenato (cfr. Dragonetti) è quello che la madre dà al Siniscalco, e cioè la confidenza che ella si lascia sfuggire? Qualunque però sia l’ipotesi che si voglia assumere, rimane però il fatto della reticenza del testo, e il dubbio di chi legge su ciò che abbia detto, conté, la madre al Siniscalco; tutto sembra meno spiegato che suggerito e il lettore sembra trovarsi nella medesima situazione e condizione del Siniscalco medesimo: nella necessità medesima di trovare un indizio, un appiglio concreto che possa conquistare un minimo di certezza. E’ tutto uno slittare intorno a un referente che non giunge mai all’evidenza, né tanto meno a una definizione, e intorno al quale diversi sensi possono ruotare e ipoteticamente formularsi: come, tanto per cominciare, quelli stessi che le diverse letture critiche interpretative hanno proposto (la ‘rosa’ è una macchia sulla coscia, oppure qualcosa di più voluttuoso, anche se più banalmente carnale). Ma v’è di più: la critica tradizionale ha inteso la rose desor la cuisse una macchia sulla pelle della coscia di Lienor sulla base di una serie di dati letterari precedenti, su un topos insomma presente nei romanzi del cosiddetto ‘ciclo della gageure’ (e così pure forse era indotto a fare anche il lettore/fruitore dell’epoca); l’interpretazione di un frammento (ma quanto importante!) del nostro romanzo è indotta, riguardo alla sua verosimiglianza referenziale così volutamente sfuggente, da un dato di intertestualità, tramite il rimando ad altri testi, più che non attraverso una oggettiva proposizione; un rimando però destinato e voluto al fine dell’inganno. Non tanto dunque la dialettica fra testi, o il gioco jaussiano della domanda e della risposta; o non solo questo, ma anche la mise en abyme del lettore attraverso il personaggio del Siniscalco: il quale, così come il lettore, ‘legge’ le parole della madre secondo un cliché***; ci troviamo, insomma, davanti alla rappresentazione, metatestuale, dell’azione del topos letterario sulla lettura della ‘realtà’, e all’assurgere dell’intertestualità a ruolo tematico del discorso narrativo.
Se anche si vuole, con M. Zink, battere la via interpretativa del realismo psicologico, si corre il rischio di cadere nella banalità psicologica, o addirittura nell’inverosimiglianza. Certamente lo Zink ha ragione nell’attribuire un doppio senso alla rose e nel suggerire il pericolo di una interpretazione disimmetrica, ma ci si deve chiedere se la disimmetria si ponga fra la parola della madre e l’interpretazione del Siniscalco, o se invece essa non si ponga tutta quanta nel testo e a carico del lettore. Come ormai già visto infatti il discorso della madre viene riferito dalla voce narrante tanto indirettamente quanto assai poco innocentemente: se è vero che la madre dice, parla, racconta dell’affaire de la rose, non viene certo detto che cosa sia questo affaire, in che cosa esso consista, in quali termini e con quale tenore esso sia da lei esposto al suo interlocutore. Infondo ogni questione d’amore è un dell’affaire de la rose, ma non necessariamente in una tale questione si deve, si va a parlare della ‘rose’.
Ancora i versi 3368-69 sono ambigui: la grant beauté che la madre descrive a che/a chi si riferisce? alla rose? Un po’ strano sarebbe se si pensa all’interpretazione dello Zink, il quale ritiene che la madre stia qui lodando le doti e la bellezza della propria figlia; tanto più strano in quanto lo Zink vorrebbe interpretare il significato del grant del successivo verso 3369 come ‘misura’, ‘taglia’: il grant della rose niente-di-meno! . Ma può mai esser possibile che la madre, per quanto donna pratica e sbrigativa, violi, e per di più con un estraneo, e d’alto rango, un tabù tanto linguistico quanto concettuale e relativo al normale codice di comportamento? Può essere cioè possibile che ella vada a dire ciò che non si può normalmente dire, e che lo dica, per di più, con tale dovizia di particolari? Il riferire un tale dettaglio avrebbe semmai senso se si intendesse la rose nel senso che la critica ha tradizionalmente inteso, e cioè in quello di una macchia sulla pelle. Va inoltre notato che tutto il passo ripete, quasi ossessivamente, la parola grant che ovviamente si presta all’equivoco, avendo essa il significato tanto di ‘grande’ (aggettivo), quanto quello di ‘taglia’, ‘misura’, quanto ancora di ‘desiderio’, ‘preoccupazione’, souci’ (estre en grant de). Ancora una volta ci si deve chiedere: di chi/che parla la madre? Di quale grant? Della sua propria preoccupazione, del proprio desiderio di vedere sistemata la figlia, della cui riservatezza è per altro giustamente preoccupata? E ciò in quanto la bellezza di lei, della figlia, va di pari passo con la sua reputazione. Tutto questo è son estre e son covine, che significano appunto la sua preoccupazione (cfr. Perceval e anche qui il nostro romanzo). E d’altra parte che sia questo, l’illibatezza della figlia, il suo maggior pensiero lo conferma il testo medesimo: sicché nessuno, nuls hom qui parler puisse (v. 3362), potrà mai vedere si fete mervelle, la mervelle della rose. E così il termine mendre ‘minore’ – che abbiamo visto fare una certa difficoltà nel contesto (che sia quest’ultimo un discorso diretto o che sia invece indiretto) -acquista una maggiore plausibilità se gli si attribuisce il valore di ‘a minor prezzo’, ‘più a buon mercato’. Questa mervelle così difficile da vedere, è assai più a buon mercato da udire; questa mervelle di cui tanto facilmente, e a buon prezzo si parla (e che con tanta parsimonia si può vedere) suscita il grant, la preoccupazione, il pensiero, ….il desiderio del Siniscalco- il grant di ciò di cui si parla ma che non si può vedere (e tanto più se ne parla quanto meno si lo vede) genera lo slittamento semantico nella ricezione del Siniscalco: slittamento per contiguità!
Ma altro dato ambiguo – e quanto! e che può suscitare e rafforzare l’ipotesi di un tono da commedia basata sull’equivoco – è costituito dalla maniera con cui viene poi riferito e ridetto l’affaire de la rose; prima dal Siniscalco a Conrad, poi da quest’ultimo a Guillaume. Nel primo caso la parola del Siniscalco è riportata indirettamente: et por ce que croire l’en puisse/de la rose desor la cuisse/li a dit mout veroie ensaigne (vv. 3587-89); la seconda volta il discorso è diretto, così dice Conrad a Guillaume: «Savez qui fet la chose aperte?/qu’el a sor la cuisse la rose,/n’onques nule si bele chose/ne fu en rosier n’en escu »(vv. 3724-27). In entrambi i casi la parola rose è preceduta dall’articolo determinativo, cosa che non può non dar di che pensare: se la rose è una macchia, un segno sulla pelle, perché la rose, e non une rose? L’ambiguità appare voluta e palese. Il lettore malizioso potrebbe infatti attribuire all’articolo determinativo un valore singolativo e di proprietà inalienabile (la testa, la mano, gli occhi, la….rose) e la rose così assumerebbe valore fisico e corporale. Ma allora quale segreto, quale rivelazione sarebbe mai quella per cui Lienor, così come ogni rappresentante del bel sesso, ha non una, ma la rose?
Gli affari del testo sono però meno banali di quanto fin qui non sia potuto apparire. Il determinativo del primo passo sta, come s’è visto, all’interno di un discorso indiretto: se il lettore si è già formato un’idea su quale sia il referente della rose, l’articolo determinativo gliela conferma, altrimenti è proprio il determinativo a indirizzarlo verso il ‘giusto’ significato e verso la referenza corporale. Nel discorso diretto pronunciato da Conrad, l’articolo determinativo si spiega quando si tenga conto che per lui, così incline, ben lo sappiamo ormai, a proiettare la rappresentazione letteraria sulla realtà, e a trasferire la realtà nell’ambito della letteratura, per lui la rose è quella di cui parlano i racconti della gageure. Il lettore più accorto, malizioso e smaliziato, non può però fare a meno di vedere tutta l’ambiguità contenuta e atta a muovere il (sor)riso, tanto più quando faccia reagire questi passi con tutto l’episodio, della madre e del Siniscalco, di cui sopra si discuteva.
E allora così come prima dovevamo domandarci che cosa avesse detto la madre al Siniscalco, altrettanto dobbiamo ora chiederci che cosa abbia detto quest’ultimo a Conrad.
La comicità ritorna poi ai versi 3828-31 che fanno parte delle battute del dialogo in cui Guillaume mette a parte il nipote sul ‘segreto della rose’: Coment le sait il?, chiede allo zio il nipote, cui quegli risponde: Par la rose/qu’il me dit qu’el a sor la cuisse/si ne sai coment ge m’en puisse,/ fet il [Guillaume], vengier, s’en plorant non; anche qui è ben facile cadere nella comicità del truismo.
Certo, a questo punto, fanno una qualche difficoltà, rispetto alla linea che andiamo seguendo, i versi 3732-33 che riportano indirettamente il pensiero di Guillaume dopo che egli è stato informato da Conrad intorno al segreto della rosa: Il cuidoit nuls n’en seüst mot/fors sa mere et il solement . Egli è a conoscenza del segreto, e dunque, vi è, parrebbe proprio, un segreto: ma quale? Un/il segno sulla pelle? o forse Lienor non è pucele, come soltanto Guillaume e sa mere, e non altri, avrebbero dovuto sapere? Ma si dovrà forse meglio pensare che le parole qui sopra appena riprese siano un discorso indiretto riportato da un narratore che vede ‘dal di fuori’, con gli stessi occhi di Conrad; e del lettore.
Ma vediamo come Lienor medesima parla della propria onta, e come la parola di lei venga riportata dal testo. Dopo aver rivelato la propria identità – rivelazione che, come noto, dimostra la mendacità del Siniscalco – Lienor svela il retroscena dell’incontro avutosi fra il soniscalco e la madre con ueste parole:

«Et cil [il Siniscalco], qui soit de males armes
despeciez si que ge le voie,
si fist au plessié une voie
par qu’il deçut ma bone mere,
qui li dit tot coment il ere
de la rose desor ma cuisse.
Biau sire Dex, ausi en puisse
Ge cest jor venir au deseure,
q’encor nel savoit a cele heure
que mon frere et ma mere et gie!
N’est nervelle se ge marvie
qui vos racont ici ma honte.»
(vv. 5046-5057)

La parola di Lienor è anch’essa ambigua: l’espressione coment il ere de la rose desor ma cuisse, ancora una volta non viene a dirci, oggettivamente, che cosa sia la rose; ‘coment il ere’, e non ‘que il ere’: il verbo ‘essere’ , preceduto com’è da ‘coment’, sembrerebbe qui avere il senso non già di ‘esserci’, non dunque la madre avrebbe detto che ‘c’era’ una rose; l’espressione ci pare significare ‘com’era della rose’, ‘come andava, come stava, quale e quanta importanza avesse il fatto,…l’affaire de la rose’. [estre de impersonalmente significa ‘importare’]. E ambigua ci pare anche l’espressione par qu’il deçut ma bone mere del verso 5049. L’interpretazione più ovvia del testo datoci dal Lecoy dovrebbe essere che il Siniscalco fece visita al plessié e con ciò/per cui egli (par qu’il] ingannò la bone mere; ci chiediamo però se il par qu’il non debba/possa essere letto come un par qui.l, dove qui ha valore di cui, obliquo forte del pronome relativo e .l sarebbe l’oggetto del clitico di terza persona in forma contratta. Se così fosse il soggetto dell’inganno, il Siniscalco, e l’oggetto di esso la bone mere, si scambierebbero le parti: non quegli avrebbe ingannato lei, ma ne sarebbe stato invece ingannato e lo ha ingannato proprio sul coment il ere riguardo alla rose desor la cuisse. Pertanto, continua Lienor invocando il buon Dio, «aussi en puisse /ge cest jor venir au deseure» (vv. 5052-53). ‘possa io trionfare, venirne fuori, al di sopra [di questo inganno]’. Anche il fatto che cui preceduto da preposizione è più raro e così anche la riduzione del clitico le a .l in enclisi non dovrebbe comportare difficoltà, se le parole di Lienor e di…..Jean Renart vogliono essere ambigue, dette e non dette, fatte comprendere di traverso a chi sa e può.
Tornerebbe così il problema relativo al contenuto delle parole rivolte dall’anziana madre al Siniscalco intorno alla rose, e ancora del come ed eventualmente del perché questi è stato da lei ingannato. Interpretare, come qui sopra abbiamo fatto, il par qu’il come par cui.l sembrerebbe poter dare ragione all’ipotesi del Dragonetti: l’artefice dell’inganno, che sarebbe, allora, voluto e premeditato, è la madre: non verrebbero cancellate però tutte le obiezioni che abbiamo finora avanzato sull’inverosimiglianza di un tale premeditato disegno, e sull’ambigua opacità – questa sì voluta e premeditata dall’autore – dell’episodio in questione e delle (modalità in cui sono riportate le) parole del dialogo che si è svolto tra i due personaggi.
L’aporia di tutto ciò potrebbe risolversi ipotizzando che c’è stato, sì, un inganno della madre nei confronti del Siniscalco, ma che quest’inganno non è stato né volontario, né premeditato; il Siniscalco, invece, recatosi in visita al plessié con la determinata intenzione di ingannare, è invece rimasto ingannato: da se stesso e dalla situazione, senza l’intervento e/o la volontà di nessuno. La vecchia madre – potremmo insomma supporre e proporre – presa alla sprovvista dall’inaspettata visita di una persona di così alto rango, al corrente dei propositi matrimoniali della figlia e dell’imperatore, desiderosa, certo, di poter far concludere tale matrimonio, avrà magari, da donna pratica e spiccia qual è, lodato la sua bella Lienor, anche nelle e per le sue qualità fisiche, usando magari la metafora/metonimia della rosa, tanto abusata sia sul piano letterario sia su quello dell’espressione ordinaria, e magari sarà anche venuta fuori la connessa espressione desor la cuisse (in quali termini sia poi avvenuta tale connessione, ovviamente non possiamo saperlo, data – la cosa ormai è nota e ci si è soffermati innanzi- obliquità e l’opacità testuale riguardo a tutto l’affaire, e a come esso ci è stato riferito nel/dal testo): ma – ahimè, e mal per lui! – il Siniscalco, vera replica inversa del suo signore che traspone tutto in metafora letteraria, non (vuol) comprende(re) la metaforicità del linguaggio, e interpreta la parola non metaforicamente, ma alla lettera, donde il tragicomico equivoco. E il doppio inganno: quello del Siniscalco, ingannato dalla madre perché lui stesso s’è ingannato mal interpretando le parole di lei; e quello della madre che s’è ingannata, nell’imprevisto della situazione, usando una parola che non doveva essere usata con un interlocutore di tal genere e di tal e mal comprendere, e di tale mala intenzione.
Un fraintendimento dunque, vero clou di tutto il testo narrativo che ha per tema e per oggetto principale di rappresentazione la parola e i suoi effetti, l’immediatezza o l’obliquità del suo riferimento e del suo referente. Non per niente la voce narrante così esclama dopo aver riferito il dialogo fra i due personaggi e quando il Siniscalco sta per andarsene: Chetive vielle hors dou sens/si mar vit cel jor et cele heure! (vv.3378-79). La vecchia è ‘fuori dal senso (comune, diretto, ovvio?)’: per questo ella è chetive, ‘disgraziata’. Per questo, appena poco appresso, quando i due si sono ormai congedati e il Siniscalco è già sulla via del ritorno, la voce narrante può aggiungere: Ci aprés vient grant encombriers/a son [del Siniscalco] hoés et a hoés autrui (vv. 3388-89): grande intralcio sta per frapporsi, gran danno sta per ricadere a svantaggio suo e d’altri, e proprio a causa di questo fraintendimento; commento che potrebbe avere anche un significato di una prolessi metatestuale, l’encombrier può ben essere l’inciampo interpretativo in cui sta per incorrere, inevitabilmente, il lettore .
Quanto poi al fatto che, secondo le parole di Lienor, nessuno encor a cele heure, tranne la madre, il fratello e lei stessa, nel savoit (v. 5054), tutto ciò potrebbe non tanto riferirsi, ci pare, alla rose (qualunque ne sia il senso: segno/macchia o…. la chose), quanto potrebbe riprendere anaforicamente il precedente coment il ere de la rose, quanto importante fosse l’affaire…de la rose, fatto che prima riguardava soltanto l’intimità personale o familiare. E non sarà forse da sottovalutare come questa espressione corrisponda semanticamente a quella sopra riportata e relativa alla maniere de son grant (v. 3369), dove coment può corrispondere a maniere ‘modo’, e il ere, a sua volta, a son grant ‘preoccupazione’- il che, se tale sia il caso, conforterebbe la notra ipotesi interpretativa rispetto alle espressioni di entrambi i passi in questione, del verso 5054 e del verso 3369.
Si tornerebbe così alla lettura e all’interpretazione di M. Zink, ma con atteggiamenti e conseguenze del tutto diverse, non si avrebbe per ciò, a parer nostro, nessun transfert per il quale la madre, sedotta dal dono dell’anello e dalle parole cortesi del Siniscalco, proietterebbe la coppia Lienor-Conrad sulla coppia composta da se stessa e dal Siniscalco; ci pare insomma del tutto irrealistico ed al di là di ogni buon senso comune che una donna dal carattere pratico e concreto si lasci sedurre, per transfert, e così, attenuate le proprie difese, si faccia sfuggire una segreta intimità: perfino l’inconscio ha i propri limiti!
Potrebbe certo salvarsi l’ipotesi di R. Dragonetti, ma anche questa parzialmente. Certo tutta la famiglia del plessié ha giocato i propri espedienti per rendere possibile il vantaggioso matrimonio, per far cadere Conrad nella trappola e farlo innamorare di Lienor, precipitandolo nelle apparenze di un mondo di favola e giocando sulla sua incapacità, o non volontà di distinguere letteratura e realtà, letteratura e vita; tutto questo è ben più che plausibile: ma sarebbe eccessivo supporre che la madre e tutti suppongano a loro volta che un giorno sarebbe venuto un/il Siniscalco in cerca di notizie e con volontà di inganno, e che all’uopo avessero già pronta la storia della rose, grazie alla quale poi Lienor ecc., ecc., ecc.. Come l’inconscio, anche le capacità progettuali e di premeditazione hanno il loro confine. Volendo infatti anche pensare che, lì sul momento, allorché il Siniscalco si reca in visita al plessié, la madre si metta in allarme e in sospetto, che senso avrebbe inventare lì per lì la storia della macchia in forma di rosa sulla pelle della cuisse? La macchinazione semmai avviene in seguito, quando Lienor decide di gettare la falsa accusa sul Siniscalco, prevedendo, qui sì più verosimilmente, quanto poi sarebbe avvenuto. Ed anche il fatto, invocato dal Dragonetti, che Lienor non compaia mai, a parte i propri familiari, davanti ad alcun personaggio (e che per questo dunque la madre si rifiuti di ammettere il Siniscalco alla presenza di lei) al fine di preparare la finale agnizione, e che quindi tutto sia stato studiato fin dal principio, ci pare che tutto ciò non essere adeguatamente fondato quando si pensi che il motivo del déguisement, sfruttato anche qui dal personaggio e dall’autore, è largamente diffuso nella letteratura romanzesca.
In tale interpretazione il senso metalinguistico e metatestuale del nostro romanzo apparirebbe ancora più rimarchevole e complesso: vi troveremmo rappresentato non soltanto un Conrad che sogna a occhi aperti, che vuol veder realizzati i topoi letterari, che, insomma, legge la vita attraverso il filtro della letteratura (sarà poi un altro problema se in ciò egli sia ingenuo e naïf, o se invece egli sia cosciente e dominato da una volontà di illudersi, o da una pretesa di far coincidere l’una con l’altra), non soltanto ci troveremmo di fronte alla rappresentazione en abyme di una storia che viene costruita ‘nella realtà’ da parte di veri retori che conoscono i ‘lettori’ e li fanno entrare nel gioco della messa in scena a partire dalla loro (volontà/capacità di) credulità facendo loro apparir vera la fictio; non avremmo insomma soltanto la (meta)rappresentazione del potere del letterario quand’esso sia saggiamente amministrato, ma abbiamo anche la rapprsentazione di come tale gioco possa sfuggire di mano, di come il parlare metaforico, persino il più banale, possa essere preso alla lettera, da chi non conosce (quella) retorica, ma ne conosce un’ ‘altra’, da chi cioè vuol piegare al proprio scopo il linguaggio e il processo di significazione; di come, insomma, il linguaggio e la retorica funzionino ambiguamente così che l’ambiguità può scavalcare le intenzioni di chi ne fa uso, per convergere su quelle di chi recepisce: la rappresentazione, in una parola, dell’autonomia della retorica.
Tutto il romanzo gira così intorno a questo piège, nel quale il lettore, insieme con i personaggi della fictio, si inganna, ed è costretto a risalire a ritroso nella storia. E della misura di questa capacità volpina del nostro Renart è prova evidente proprio la storia della critica e della ricezione moderne, anche la più recente che pure ha ben colto il valore metaletterario di questo romanzo.
Questa messa in scena dell’autonomia della letteratura e della retorica evidenzia come gli stessi autori – qui rappresentati en abyme dai componenti della famiglia del plessié e soprattutto dalla vecchia madre tessitrice, e prima ancora dal giullare Jouglet poi uscito di scena – possono creare delle situazioni illusorie che prendono le strade della ricezione e non quelle che l’atto di enunciazione avrebbe voluto; soprattutto quando il ricevente è refrattario, come lo è il nostro Siniscalco, a fruire della letteratura ….(della) rosa, mentre più facilmente intende il linguaggio del reale, dell’utile e dell’interesse: cosicché appaiono del tutto e ancor più significativi i versi 3388-89 (Ci aprés vient grant encombriers/a son hoés et a hoés autrui) che sopra si citavano, dove la parola a hoés de prende tanto il valore più ovvio di ‘ a vantaggio, a favore di’, quanto quello più marcato di ‘profitto’ in termini ‘economici’ o di ‘rispondenza effettiva a, tornaconto di un proposito/progetto’; e dove l’encombriers può essere tanto l’intoppo nell’intreccio a danno dei protagonisti della storia che dovranno risolverlo, quanto l’intoppo, la difficoltà di lettura per i lettori che sono così chiamati a scioglierla , significando dunque autrui tanto i primi (la famiglia del plessié, quanto i secondi (i lettori del testo). E allora sì, la segretezza della bella Lienor, di lei, la rosa metaforica e metonimica, diventa a sua volta metafora della segretezza recondita del testo e del suo significare, della sua significanza; così come la madre tessitrice è, appunto, la metafora del venirvhsi a intrecciare di esso. Solo quando Lienor giocherà se stessa col gioco della retorica, del travestimento e dello smascheramento, solo allora la rosa potrà dis-velarsi, ri-velarsi.

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Una risposta a “La rose di Jean Renart (bozza in progress)

  1. …una miniera d’oro di “primo” mattino…
    Buon giorno prof!

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