Archivi del giorno: 28 luglio 2009

Gli studi di toponomastica sarda: riflessioni e prospettive

OROSEIOrosei Sala Congressi Marina Beachmaurizio virdis

convegno “Nùmenes de logu” Orosei 11-12 luglio 2009

Gli studi di toponomastica sarda si sono concentrati soprattutto sulla toponomastica preistorica, come veicolo per la conoscenza del Sardo preromano e per cercare di definire la collocazione della civiltà sarda nella geografia culturale del mediterraneo e dell’Europa pre- e protostorica. La cosa aveva ed ha certo un significato ed un valore, ma non esaurisce più oggi tutte le aspettative e le ‘necessità’ scientifiche che in questo e da questo campo di studi ci si aspetta.

Certamente la Sardegna costituisce un’area per tanti versi privilegiata da questo punto di vista, stante che nell’Isola si registra una percentuale altissima, che non ha pari in Europa, di toponimi preromani e dunque ‘indigeni’ che in certe regioni di essa, nella Barbagia di Ollolai, arriva a sfiorare una misura del 50%, contro una media europea del 1% o 2% di toponomastica preistorica. E certamente la curiosità del ‘che cosa eravamo/donde veniamo’ è forte e giustificata. Purché però, naturalmente, non costituisca un’ossessione, né l’unico interesse.

In realtà il problema della toponomastica va posto su base più larga: su di un arco cronologico quanto più ampio possibile, sul collegamento stretto col territorio, con la storia, con l’antropologia, e naturalmente con la dinamica diacronica della lingua sarda.

Per quanto riguarda la toponomastica preistorica bisognerà comunque in parte procedere sul sentiero già tracciato, in parte segnare dei nuovi sentieri, a partire dal fatto che, in questo vasto ambito, non si conosce il significato originario del toponimo. Nel passato si è per lo più proceduto in due modi: 1) cercando accostamenti dei radicali dei toponimi sardi con radicali di altre lingue, e così cercando un significato pregresso e basico per il/i toponimo/i; 2) cercando, attraverso una procedura di scomposizione, il raffronto di componenti suffissali dei toponimi sardi con analoghe componenti in toponimi o lessemi di altre lingue, in modo da stabilire correlazioni geolinguistiche fra la Sardegna preistorica (preromana e prepunica) e un più ampio spazio euro ed afro-mediterraneo. Ne risulta un quadro in cui la Sardegna mostra collegamenti principalmente con l’area iberica e con l’Africa settentrionale (con il Basco e con il Berbero), ma emergerebbero pure correnti di concordanza con le aree della sponda settentrionale del Mediterraneo, e con la Grecia e l’area mediorientale.

Andrà innanzitutto ricordato il saggio, tanto breve quanto magistrale, di Benvenuto Terracini, Osservazioni sugli strati più antichi della toponomastica sarda del 1927, che ha posto le basi metodologiche relativamente a questo campo di studi in Sardegna, e ha tracciato un quadro entro il quale poi gli studi successivi si sono inseriti. Il Terracini, anche in parte sulla scia di alcuni studi a lui precedenti e che egli approfondisce, dimostra un legame stretto fra la Sardegna e l’Africa e più in generale con il Mediterraneo occidentale; e inoltre una più debole corrente che legherebbe la Sardegna con il Mediterraneo nord-occidentale, con le aree ligure, gallica e alpigiana. Gli accostamenti sono impostati soprattutto sul riscontro di suffissi che compaiono tanto in Sardegna quanto in altre aree. Una connessione vasta che abbraccia il bacino mediterraneo dell’ovest è fissata per esempio sul suffisso itan, suffisso quasi certamente etnico: Sulcitano, Campidano, Sarcidano, Cagliaritano, o l’antico Giddilitani da confrontare con Aquitanus, Turdetanus, Mauritani, Panormitanus. I suffissi -’ir, -’il in toponimi quali Ithir e Migil, gli odierni Ittiri e Milis, o Esterzili, o il medievale Ibili trovano riscontri in Africa, p. es. Bidil, Tindiri, o in Iberia con Bilbilis. I suffissi ­àr e ’ar, p. es. Ardar/Árdara, Sàrdara, Maskar, Nurcar trovano riscontri con gli africani Sufasar, Nuraggara, Cebar, Tillibaris, o con l’iberico Salas e Abdoàra. Il suffisso -’in, p. es. in Urin, Sédini, Úsini, Gúspini che trova ulteriori consonanze in Africa e in Iberia. Altri contatti mediterranei sono stabiliti su voci come pala, bruncu, mara che legherebbero la Sardegna con aree più settentrionali, in Italia e in Gallia. Ma soprattutto il Terracini invitava i futuri studiosi di questo settore ad approfondire gli studi linguistici con attenzione all’antico Libico e ai moderni dialetti bérberi; e a cercare una cronologia relativa rispetto ai diversi strati in questione, oltre che a considerare l’eventualtà di diverse ondate cronologiche di un medesimo influsso areale, più in particolare quello africano, che può essere collocato sia in epoca preistorica che, successivamente, in epoca punica.

Di grande e fondamentale interesse per la Sardegna preromana sono i due lavori di Johannes Hubschmid: Sardische Studien del 1953 e Paläosardische Ortsnamen del 1963. Il primo dei due è maggiormente indirizzato a far luce sugli starti linguistici preistorici  della Sardegna che non specificamente alla toponomastica, pur tuttavia, nel cercare di stabilire legami preromani fra Sardegna e ambito mediterraneo, lo Hubschmid tiene conto di diversi termini attinenti la geomorfologia e di diversi toponimi: termini quali, ne cito alcuni, mògoro, baccu, gonnos, marrargiu, gorroppu, péntuma, bega, nurra, tzèppara che come ben si vede fungono spesso da toponimi o entrano in sintagmi o composti toponimici; termini che, dalla paziente e sistematica analisi del nostro linguista svizzero, risultano avere, ciascuno, corrispondenze di sostrato in aree più o meno vaste, tanto in lingue e dialetti romanzi, quanto in lingue non latine (bèrbero e basco per lo più), e sarà interessante ricordare che lo Hubschmid interpreta la parola Sardegna come “bergwald” ossia foresta montana. Lo studioso a questa data, il 1953, stabilisce due strati linguistici preromani: uno, più antico, euro-africano che abbraccia territorialmente il bacino occidentale di entrambe le coste mediterranee, Sardegna compresa, e uno più recente ispano-caucasico che lega la Sardegna e l’Iberia, con riscontri fra lingua sarda e lingua basca.

Nel suo Paläosardische Ortsnamen del 1963, lo Hubschmid individuava invece sei strati linguistici preromani: uno antichissimo che comprende i  toponimi ossitoni, del tipo, Alà, Buddusò, Alasè, Orudè, Torpè, Oruè, ecc., strato misterioso e difficilmente raffrontabile con altre aree geolinguistiche; uno strato euro-africano (cui si dovrebbe, p. es., la parola sarda matta) relativo al bacino occidentale del Mediterraneo; uno starto iberico di tipo euro-africano più tardo proveniente dalla Spagna (cui dovrebbe riferirsi fra l’altro il termine bèga, da confrontare con sp. vega e col basco ibai); uno stato ispano-caucasico, anch’esso largamente diffuso nel mediterraneo (da cui proverrebbero termini quali karróppu, cùccuru, mògoro); uno strato tirreno etrusco (dal quale verrebbero i suffissi -ena, -eno, p. es. in Gallura lo scomparso Dardèna) diffuso a nord-est dell’Isola e in Corsica; e infine uno strato libico, in seno al quale è difficile discernere fra elementi prepunici ed elementi portati per il tramite della civiltà punica.

Più recentemente Heinz Jürgen Wolf, nel suo La toponymie préromaine de la Sardaigne 2000, ha affinato il metodo costituendo le basi per una tipologia fono-morfologica della toponomastica sarda preistorica, pur senza stabilire confronti interareali fra Sardegna e altre regioni mediterranee. Lo studio ha interesse precipuamente linguistico in quanto, grazie alla forte conservatività del patrimonio linguistico sardo, si può tentare una più adeguata e congrua incursione nel campo della conoscenza dei parlari sardi del sostrato prelatino e della loro struttura, anche al di là – o al di qua se si vuole – dell’aspetto semantico, del loro significato e dei loro referenti semantici.

Andrebbero ricordati anche gli apporti di studiosi quali il Bertoldi, il Battisti, l’Alessio ed altri, in genere negli anni Venti Trenta del secolo trascorso, sui quali non c’è lo spazio di riferire qui.

Una intersezione e interrelazione di queste .due linee di ricerca sarebbe del tutto opportuna ed auspicabile per trovare non soltanto analogie di radici semantico lessicali, ma anche, eventualmente, analogie strutturali e dunque più strette connessioni con eventuali aree (prei)storiche.

Sarebbe dunque opportuno, una volta che sia stata raccolta la maggior quantità possibile di materiale toponomastico, procedere a una schedatura sistematica di corrispondenze fra radici lessicali ed elementi modificanti di tali radici con tipologie di referenti (rilievi, avvallamenti, depressioni, insenature, particolari conformazioni geomorfiche, tipi di superficie, ecc.) per stabilire, attraverso le eventuali ricorrenze di concordanza fra elementi prettamente linguistici da un lato, e referenti concreti dei singoli toponimi dall’altro, un significato o almeno l’appartenenza a un ambito semantico dei rispettivi elementi linguistici. Il progetto di ATS può costituire un mezzo essenziale per ottimizzare quanto il metodo della miglior tradizione di studi toponomastici ci ha insegnato e consegnato. Ed esemplari, a questo proposito, sono, sul piano metodologico, gli studi di toponomastica italiana e iberica del Rohlfs.

Ma non è soltanto alla preistoria che dobbiamo rivolgerci, né questo, come dicevo in principio, deve essere l’unico settore di interesse per quanto riguarda la toponomastica.

La toponomastica, come pure tante altre cose, può parlare anche in negativo: per esempio la scarsità di toponimi punici in Sardegna, come pure la scarsità di materiale lessicale o grammaticale (possiamo dire punici i toponimi Macomer, Magomadas, Othoca, Tharros; mentre lo stesso nome di Cagliari non è certamente punico o fenicio, ma si rifà a radici mediterranee, come già il Wagner indicava decenni orsono), ci può dare qualche indiretta informazione sul tipo di colonizzazione dai Cartaginesi attuata in Sardegna: una colonizzazione in cui l’elemento punico dominante politicamente ed economicamente aveva uno scarso impatto sulla demografia, sull’antropologia e sull’organizzazione della vita quotidiana nell’Isola. Mentre è più che probabile che, in epoca punica, proseguisse quella preistorica continuità e contiguità antropologica che lega la Sardegna con l’Africa settentrionale, tramite anche l’immigrazione in Sardegna di popolazioni berbere, immigrazione assai probabilmente intensificatasi in tale epoca.

Né va poi trascurato l’apporto bizantino sulla cui conoscenza il prof. Giulio Paulis ha dato luce e apporti rilevanti, nel suo studio Lingua e cultura nella Sardegna Bizantina. Testimonianze linguistiche dell’influsso greco del 1983 che fanno luce su più di una traccia dell’organizzazione del territorio attuata dall’impero di Bisanzio in epoca altomedievale. Significativo il toponimo Jerzu < CersoV  – presente per altro anche in Calabria presso Catanzaro –  che significa ‘terreno incolto’; così pure rilevanti i toponimi in cui entra a partecipare il sostantivo caballare connesso con i kaballàrioi, ossia i soldati a cavallo detentori di un feudo di emanazione imperiale in cambio del servizio militare prestato. Da qui diversi toponimi che contengono tale parola: riu kaddaris, scala e quaddaris, genna quaddari, bau quaddari, caaddaris, caddales, punta cabaddaris. Ed inoltre toponimi quali Bia AregusGibi Aregus collocati lungo le principali vie di comunicazione dell’Isola. Oppure, ancora, trigonia, sinonimo di curatoria, < gr. biz. Trigonía; o riu kumìa dal gr. biz.  tà komía ‘i villaggi’

Giulio Paulis ha inoltre, e soprattutto, contribuito alla conoscenza  della toponomastica della Sardegna  con il suo lavoro I nomi di luogo della Sardegna del 1987 che censisce e raccoglie i toponimi presenti nelle carte IGM e nei dati catastali per un numero di oltre 100.000 toponimi, ripartiti comune per comune; lo studio ha poi una sezione che raccoglie i toponimi di probabile origine preromana attestati oralmente e una che raccoglie il medesimo tipo  di toponimi attestati dai documenti storici. Ma soprattutto Giulio Paulis offre, nell’introduzione di questo lavoro, una lezione di metodo e di pratica relativa alla ricerca dell’etimologia e/o dell’origine dei toponimi sardi, mettendo in guardia, anche nella recensione degli studi del passato, contro una non accurata considerazione e analisi dei toponimi: infatti sono stati spesso attribuiti al sostrato preromano toponimi che, meglio analizzati, si rivelano infatti come sardi neolatini, o, viceversa molti toponimi individuati come latini  o greci non resistono ad una analisi morfologica e fonetica che li ascrive invece con molto maggiore probabilità, al sostrato preromano. Infine la distribuzione territoriale di alcuni toponimi punici mostra la penetrazione della civiltà cartaginese in un’area più vasta di quanto non dimostri la diffusione areale dei pur scarsi relitti lessicali punici, confermando così il dato archeologico, dove è presente o supplendovi dove manca.

Ma sarà soprattutto alle formazioni sarde più, per così dire, recenti, cioè quelle di formazione sarda neolatina, finora tutto sommato trascurata, che bisognerà guardare e su cui bisognerà riflettere. Certo in prima istanza andrà recuperato, catalogato e classificato il maggior numero possibile di micritoponimi. Una tale inchiesta dovrà auspicabilmente andare oltre la raccolta e la classificazione organica dei toponimi già in varia maniera conosciuti (cartografia IGM, repertori catastali, ecc.); una tale inchiesta dovrà avere come referenti i parlanti e le comunità, coloro insomma che, con brutta definizione, vengono chiamati gli ‘utenti’ del patrimonio toponomastico. È da un’indagine siffatta che potranno venire risultati interessanti da più punti di vista, perché in questo caso siamo in presenza e in rapporto con toponimi di cui possiamo conoscere il significato. Quello antropologico per esempio, quello che lega l’uomo, l’abitante, col territorio frequentato, con le sue attività economiche, con le forze naturali, con la classificazione e la descrizione intuitiva del territorio, delle sue conformazioni, della sua struttura geomorfologica e del suo senso. Molto spesso ci troviamo infatti dentro un settore linguistico scivoloso: ci troviamo cioè davanti a indicazioni toponomastiche che stanno a metà strada fra il toponimo vero e proprio comunemente inteso, e la denominazione di un punto, di un luogo, di una determinazione geografica. Siamo cioè di fronte al processo della costituzione e della genesi stessa della toponomastica, di fronte cioè  a quel processo che partendo dalla denominazione definitoria di un luogo geografico rende il medesimo il referente unico di tale definizione significante.

E a tal riguardo andrà indagato se di un dato luogo esistano più toponimi e quale statuto essi abbiano (ufficiale, intracomunitario, in uso presso gruppi sociali specifici e limitati, ecc.); andrà ricercato se l’utente comune sia in grado di intendere il significato di tali toponimi, se ne abbia perduto la conoscenza, se l’abbia risignificato e risemantizzato sottomettendolo a un processo di paretimologia, magari congiunta con un’alterazione fonetica: tutto ciò per verificare se e quanto e in quale maniera la comunità linguistica si appropria o si riappropria del luogo attraverso la sua (ri-)denominazione. E pertanto  andrà fatta un’indagine, laddove e fin dove possibile, sui documenti storici, non solo quelli medievali, ma anche, per esempio sugli atti notarili del passato più o meno lontano, per scoprire quanto del patrimonio toponomastico ivi contenuto è ancora in uso, quanto è stato eventualmente rinnovato a livello per così dire ufficiale, ma sopravvive nell’uso comune, quanto è stato del tutto obliterato e completamente sostituito. Un’indagine che possa eventualmente stabilire se e quanto i mutati connotati fisici e materiali di un determinato sito abbiano contribuito a mutare il toponimo che lo significa, o se e quanto invece il toponimo sopravviva al mutamento: p. es.  un ponte, una preda fitta, o corsi d’acqua e guadi vari oggi non più esistenti che mantengono l’antica denominazione toponomastica; oppure la presenza di un aggettivo nou riferito a qualche elemento locale, dove non c’è più il becciu, o viceversa).

Sarà poi necessaria una classificazione tipologica, trasversale e incrociata, dei diversi elementi del patrimonio toponomastico. Procedendo, per esempio intanto, a classificare gli omotoponimi o i toponimi corradicali, sia preistorici che storici, e constatare in situ se si riferiscono a tipologie microgeografiche simili; constatare quanti e quali toponimi sono riconducibili a fitonimi, o ad antroponimi (remoti o recenti); oppure, inversamente, partendo da dati geografici o geomorfologici consimili, quanto determinati luoghi analoghi abbiano una denominazione diversa: p. es., per i rilievi di non grande altezza possono essere chiamati coddu, giba, cuccuru, cuccureddu, monti o montixeddu, bruncu, murru, mogoro; o similmente ena, mitza o funtana possono essere denominazioni per le fonti; se tutti i guadi siano denominati con bau de oppure no, e se no quali altre denominazioni abbiano; se tutti i corsi d’acqua sono denominati con frumini (de) o riu (de) oppure no, e se no, si dovrà vedere se esiste una tipologia relativa ai radicali e/o ai suffissi e prefissi; o ancora quali denominazioni susseguano a bau de, o a riu/frumini (de),  a monti (de), a bia (de), o a mitza o funtana (de), ecc. ecc.: conformazioni territoriali o geomorfiche, attributi che abbiano come referente caratteristiche proprie del referente della parola testa del sintagma toponimico; antroponimi, riferimenti a fatti o a eventi storici e soprattutto microstorici, e così via.

A livello sociolinguistico sarà pure necessario e interessante accertare la conoscenza, e il tipo di conoscenza della toponomastica e soprattutto della microtoponomastica fra i diversi gruppi di una comunità linguistica. Già prima accennavo che determinati (micro)toponimi possono essere conosciuti soltanto da una determinata e limitata parte della comunità di paese, o anche da gruppi specifici (p.es. gruppi più o meno integrati nella cultura tradizionale della comunità; oppure gruppi  di mestiere o di attività: i pastori, gli agricoltori, i cacciatori, i pescatori, ecc, ecc.; oppure gruppi differenziati per fasce generazionali). Ma soprattutto si potrà/dovrà accertare se vi siano varianti innanzitutto di tipo lessicale per indicare un medesimo luogo, e, ove possibile, stabilire una cronologia delle diverse varianti, oltre che gli ambiti diastratici o diafasici di esse. E anche qui potremmo trovarci di fronte al sottile diaframma che separa toponomastica e indicazione/denominazione di luogo.

Andranno poi individuati i toponimi che trovano origine nei diversi superstrati della lingua sarda. A parte i toponimi di origine greco-bizantina di cui già ho detto, andranno individuati i toponimi di origine catalana spagnola ed italiana, e riguardo a questi andrà verificato se accanto al toponimo d’origine esogena coesista il toponimo autoctono: p. es. Monserrato accanto a Pauli; Elmas (che andrà magari riportato alla giusta accentazione Elmàs) accanto a Su Masu, o se tali toponimi siano stati sardizzzati, come p. es. Vallermosa che convive accanto a Biddaremosa; o il cagliaritano Poetto assai probabilmente proveniente dal catalano Pouet; oppure Alghero, che coesiste con S’Alighera e l’Alguer, o ancora troviamo forme ispanizzate o italianizzate di precedenti toponimi sardi che continuano ad esistere, p. es. Selargius accanto a Ceraxus o Sassari accanto a Tattari da un precedente Thathari; fino alle deformazioni moderne turistico-italiane del tipo Torre delle Stelle o Cala Luna, che tuttavia, ci piaccia o no, fanno parte ormai del patrimonio toponomastico sardo.

Insomma credo che un’indagine toponomastica debba tener conto di molti dati e di molti fattori. Dovrà certamente tener conto di tutto il patrimonio toponomastico in vario modo e da varie iniziative o necessità già conosciuto e raccolto, per controllarne poi l’esattezza dal punto di vista fonetico e registrarne le eventuali varianti. Ma dovrà poi soprattutto operare e indagare nelle diverse comunità urbane e di villaggio, magari cercando più di un informatore (o meglio più d’una tipologia di informatori) per ciascuna comunità, e sapendo scegliere i più adatti. Per ciascun toponimo rilevato -sarebbe poi opportuno registrare una o più notazioni relative al toponimo e al luogo che esso designa: che luogo è, quali caratteristiche fisiche ha, a quali eventuali fatti del passato o a quali persone esso è legato, quali eventuali leggende o credenze esso richiama o si sono formate intorno ad esso, in quale contesto storico e/o archeologico esso si trova, se vi si trova, a quali attività o contesti antropologici esso sia legato.

Un lavoro di raccolta e classificazione che richiede, per la sua elaborazione e sviluppo, l’apporto in sinergia di conoscenze, oltre che ovviamente linguistiche, anche geografiche, demoantropologiche, storiche e archeologiche.

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L’ombra della scrittura, il pozzo della verità. Riflessioni sul Lai de l’ombre di Jean Renart

eliducerosmaurizio virdis  

Il Lai de l’Ombre, questa breve e raffinata scrittura di Jean Renart, questo tenue racconto si porge a chi legge come sottesa esibizione, attraverso il non detto, del puro meccanismo, sensato e costruito, dell’atto medesimo della lettura. Esibizione sottaciuta per la quale il lettore è posto alla ricerca di un senso, che l’Autore, attraverso il fine e sapiente impiego della voce narrante, si diverte a nascondere giocandovi a rimpiattino. Come ogni testo letterario, si dirà. Ma qui tutto ciò appare appunto ostentato: è come se tale medesimo atto di lettura fosse posto a tema della narrazione. «Toute l’aventure est conçue pour faire échec au langage de la maîtrise: aux divertissements passagers du chevalier, succède la passion de l’unique […] Plus que d’autres récits, le Lai de l’Ombre se donne d’emblée comme une fiction, dont le statut purement littéraire apparaît à l’évidence. Disons que les conventions rhétoriques, qui ont servi à fixer le personnage du chevalier, l’assimilent au plus près à une des masques anonymes du discours lui-même».[1] Piccolo e breve componimento, questo, che si è voluto lieve, ma che è ben complesso, invece: «Yet although this charm is universally acclaimed, the ‘slightness’ of its content, if such it is, has been surprisingly productive of divergent opinion».[2] Secondo la stigma,  fatta d’ambiguità e di ironia, così propria di Jean Renart, e che è in funzione tanto di una descrizione critica del mondo, della morale e della ‘pratica’ cortese, quanto lo è di una ricerca linguistico-stilistica che possa esprimere tutto ciò, partendo proprio dall’insufficienza del linguaggio e più in generale dei codici costituiti.

Si tratta della schermaglia fra due amanti; meglio, fra un cavaliere corteggiatore e una dama corteggiata: un confronto che procede fra commedia e verità. Una sorta di gioco a nascondino fra, da un lato, le reali intenzioni delle due parti e, dall’altro, la sovrabbondanza, cogente, del codice (dei codici): il linguaggio come azione che si offre come rappresentazione di se stesso e nella sua dialettica tanto con l’azione vera e propria quanto con l’intenzione di ciascuno dei locutori attori. Del linguaggio, esso stesso produttore, che rilancia sia l’azione che l’interpretazione.

Ma il nostro Lai mette pure in scena il rapporto fra l’immaginazione o la credenza presupposta da una parte, e, dall’altra, la realtà e la (giusta) ‘parola’ che la (deve) media(re). L’idealismo cortese è portato al parametro della realtà, di una realtà che la stessa letteratura ha in parte contribuito a creare, ma che, ovviamente, segue percorsi non letterari, ma suoi propri. Né solo questo: il Lai de l’Ombre infatti assume, quasi paradossalmente, toni di esemplare realismo dato che i due personaggi restano innominati e senza un sia pur fittizio referente, sono dei tipi più che dei personaggi: fatto inusitato nel medioevo letterario che invece sul nome (il nome dei personaggi) faceva molto affidamento e molto gioco e per il quale il nome era quasi sempre un simbolo, un omen di chi e per chi lo portava. Dunque, per ciò che concerne i due innominati protagonisti del Lai, l’uno ha la tipicità di un playboy viveur, frequentatore attivo di tornei, volubile fin qui, e frivolo. Un ‘tipo’ che pare assomigliare assai a Guillaume de Dole, protagonista del Roman de la Rose del medesimo Jean Renart:

 

mes nus n’oï onques son non,

ne je ne sai se point en ot.

Proece et cortoisie l’ot

eslit a estre sien demaine.

De la despensse qu’il demaine

s’esmerveillent tuit si acointe.

Ne trop emparlé ne trop cointe

nel trovissiez ne de ruistece.

Il n’ert mie de grant richece,

mes il se sot mout bien avoir ;

bien sot prendre en un lieu l’avoir

et metre la ou point n’en ot.

Pucele ne dame n’en ot

parler qui mout ne l’aint et prist,

n’onques a nule ne s’en prist

bien a certes qu’il n’en fust bien,

quar il estoit sor toute rien

et frans et dous et debonere   (vv. 64-79)[3]

 

Il nostro sembra proprio essere uno di quei cavalieri, della piccola, forse infima nobiltà, che vivono di tornei, intesi questi ultimi soprattutto come occasione di intrapresa economica, più che come pratica e opportunità per dimostrare il proprio valore e le proprie virtù militari e cavalleresche; una pratica su cui costruire la fortuna economica. Il nostro ‘tipo’ sarebbe insomma una sorta di maginal man, come appunto il Guillaume della Rose renartiana. Questo ‘tipo sociale’ è descritto con la solita sorniona e malcelata ironia dell’Autore: i suoi sodali si meravigliano del tenore di vita che egli mena, egli infatti non è granché ricco (non ricco di suo, sembrerebbe evincersi), ma sapeva tuttavia giostrare bene col denaro, o comunque con ciò che ha valore economico (l’avoir), prendendolo da un luogo per metterlo là dove non ce n’era (nella sua borsa!), così che egli se sot mout bien avoir: e la rima equivoca (vv. 71-72) rimarca e rafforza l’ironia rispetto a un tipo siffatto, che sa trafficare con l’avoir così da sapersi molto bien avoir, da sapersi cioè molto ben condurre nella vita. Inoltre egli è ne trop emparlé ne trop cointe, il che sembrerebbe significare che il nostro cavaliere possiede una delle doti proprie dell’uomo cortesemente ‘misurato’: ma che potrebbe pure adombrare ad una dote assai più pragmatica, quella di un uomo accorto e non troppo abituato al dialogo in società, fra uomini nobili e cortesi: ragion per la quale costui parla solo il tanto che è necessario, non di più, non di meno, anche per non scoprirsi o compromettersi: per questo in lui non si può trovare alcunché di ruistece: parola quest’ultima che certo può significare ‘impeto, violenza, rudezza’, ma può pure adombrare a ‘grossièreté’, a ‘modi da villano’ insomma; la parsimonia nel parlare gli evita insomma di denunciare la sua vera estrazione sociale.

È bene tener presente questo quadro descrittivo della dimensione sociale, e comportamentale, dell’innominato cavaliere protagonista del Lai, se vogliamo comprendere più di un aspetto della storia qui narrata, del suo sviluppo e del suo esito imprevisto. Soprattutto allorché teniamo conto che molto è destinato a sfuggirci in quanto affidato alla performance mimico-drammatica ormai irrecuperabile. Possiamo però forse comprendere che almeno una delle ragioni per cui la dama rifiuta le profferte amorose del nostro cavaliere potrebbe anche essere dovuta al fatto che egli tradisce i suoi modi non del tutto cortesi di parlare, tradisce insomma che il codice erotico-cortese che egli impiega è qualcosa che gli è, in fondo, estraneo, non a pieno confacente all’essenza di sé: esso è qualche cosa di sovraimposto e di ‘imparato’, di posticcio, di non naturale in lui e per lui. E il giullare che metteva in atto la performance sapeva certo rimarcare tutto ciò con la mimica vocale e gestuale.

 


[1] Cfr. r. dragonetti, Le mirage des sources. L’art du faux dans le roman médiéval, Paris, Seuil, 1987, p. 131

[2] s. kay, Two readings of the ‘Lai de l’Ombre’, in «The Modern Language Review», LXXV (1980), pp. 515-527, qui si cita a p. 515

[3] Citiamo sempre dall’edizione Bédier del 1913 (Société des Anciens Textes Français), basata sul manoscritto. A; edizione riprodotta in jean renart L’immagine riflessa, Introduzione, traduzione e note di Alberto Limentani, Torino, Einaudi, 1970.

 

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A questo punto, prende tutto il suo significato il Prologo del Lai de l’Ombre, la sua doppiezza, la sua sottigliezza, la sua raffinatezza: il suo invito infine – magari a posteriori, dopo che si è conclusa la lettura/ascolto, come per ogni prologo d’altronde – a una rilettura in profondo sbieco del dettato poetico. Un prologo dal «carattere preziosamente sottile, a volte concettistico, […] più articolato di quanto la tenue mole del testo sembrerebbe poter comportare […]: secondo una strutturazione fortemente retorica, che, come si rileverà, è propria di tutta l’opera, e che, mentre mira a conseguire la rarefazione del narrativo, costituisce il supporto di quell’approfondimento psicologico che è una delle maggiori conquiste del poeta» È stato detto da R. Dragonetti che l’Eslit del v. 41 è da intendere non tanto come lungamente, a partire da Rita Lejeune, è stato inteso dalla tradizione e cioè indicante Milon de Nanteuil, vescovo ‘eletto’ di Beauvais, cui il Lai de l’Ombre sarebbe dedicato, quanto andrebbe invece inteso – magari anfibologicamente, aggiungeremmo noi – come riferito alla fortuna, alla chance, che pare al Dragonetti essere un po’ il deus ex machina di tutta la nostra breve e densa storia. «Le mot eslit, loin d’avoir un sens historique, signifie, selon nous, “la chose élue”, à savoir cette instance suprême de la chance qui fait le bonheur et la réussite du “bien dire”». Sono d’altronde del parere, come sopra s’è visto, che il nostro cavaliere, nel suo astuto e brillante gesto finale affidi molto del suo successo al rischio, all’alea di una comunicazione che si spera venga recepita dal suo destinatario (destinataria, in effetti): strategia calcolata, sia pur nel breve spazio dell’intuizione, ma non sicura. Il Prologo sembra essere, tra l’altro, un manifesto di sostegno a tale ipotesi: segnalava infatti Dragonetti i vv. 20-21: et miex vient de bone eure nestre/qu’estre de bons, c’est dit pieça: è meglio, cioè, esser nati sotto una buona stella piuttosto che di nobile stirpe; perché i beni materiali possono giungere a nulla se non li si sa ben amministrare; mentre la persona accorta o consapevole, se anche si è comportata in maniera follemente prodiga, se perviene a misura e si discosta dalla stoltezza, allora la fortuna, l’eür, lo rimette en pris (cfr. vv. 26-37). Sembra, ciò, un riflesso anticipato della ventura che si sta per narrare: infatti il nostro cavaliere – che non è de bons, non è insomma d’alto lignaggio, come abbiamo visto, anzi mostra pratiche e modi borghesi – ha dissipato scioccamente inutili parole senza pervenire al proprio bene d’amore, sarà invece una resipiscenza che induce a misura, insieme con l’azzardo dell’intelligenza, sarà insomma l’eür a farlo giungere al successo. Si enuncia insomma una morale e un punto di vista sulla vita che rasenta una ‘filosofia’ borghese, più che cortese, così come è pure nel Guillaume de Dole. Ma una pur breve consultazione al dizionario (del Tobler Lomatzsch, Altfranzösisches Wörterbuch, s.v. eslire) ci insegna dell’altro, e amplia la polisemia dell’eslit: eslire significa infatti pure ‘erkennen, ausfindig machen’ = ‘riconoscere, scovare un nascondiglio’, o anche ‘unterscheiden’ = ‘discernere’, e pure ‘verlangen, wünschen’ = ‘richiedere, desiderare’. Pertanto souploier il proprio sens a l’hautece de l’Eslit può pure significare che il senno, l’intelligenza, la pratica retorica e poetica va piegata a un’altra capacità, quella del saper discernere ciò che sta celato e pertanto desiderato e squisito, sapendogli dare la giusta e richiesta, necessaria parola: insomma la capacità di saper ben rimer (‘remare/rimare’) per poter ben nager (‘navigare), cfr. v. 45: quel che poi, specularmente, dovrà saper fare il fruitore/lettore; così come deve pure imparare a farlo il cavaliere protagonista per portare al successo la propria impresa. Tutto ciò poi – in un abyme speculare e speculativo, insistito e profondo come il pozzo in cui il nostro getta l’anello – sembra poi essere a sua volta il riflesso di una enunciazione di poetica. Certo Jean Renart ricalca il topos del voler ‘ben dire’ (Ne me vueil pas desaüser de bien dire: è questo l’incipit del Lai) per mettere a frutto le sue capacità retoriche, infischiandosi di chi pur avendone le doti, lait bien a dire, tralascia l’arte del dire, così come del maldicente, stolido e villano, che sa langue en sache par derrier, che si fa beffe alle spalle: ben vero ciò. Ma tale arte del dire, questo sens che Jean Renart vuole emploier a bien dire, e che egli è ben conscio di possedere, egli lo vuole souploier a l’hautece de l’Eslit (o eslit, direi forse), egli vuole rendere, insomma, la sua parola duttile riguardo al livello di ciò che la sorte, l’occasione, la ‘chance’, l’argomento offre; questi villani sono coloro «who does not allow fictional poetry to be its own internal reference system of substantiation, failing to recognize that it does contain the higher truth of its own deep psychic meaning. For that kind of truth, direct reference to the real, external world is fruitless, as it destroy that verisimilitude which appeals to, and thus holds redemptive value for, the unconscious». Un arte retorica conscia non solo delle proprie capacità, ma pure della propria intrinseca potenza, dunque. Una retorica ben duttilmente impiegata, e non sperperata pare, insomma, essere il quid della poetica renartiana; un dire che non sia come quello del cavaliere protagonista che ha sperperato da sciocco la propria parola, finché, lui pure, non ha imparato a souploier a l’hautece de l’eslit il proprio dire: a trovare, a inventare, a trobar un senso e un senno per la propria parola. MAURIZIO VIRDIS

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“La Parola del Testo”