Messaggio per la ffo – Fonfazione Faustino Onnis – 30 maggio 2008

Fondazione Faustino Onnis      Desidero, nell’impossibilità di poterlo fare di persona, portare il mio saluto a questa assemblea qui riunita nel nome e nella memoria di Faustino Onnis. Trovo meritoria e importante l’istituzione di una Fondazione culturale che abbia come scopo precipuo, oltre che la conservazione della memoria della persona e del poeta cui essa è intitolata, la promozione e la diffusione della cultura poetica sarda e in lingua sarda. E trovo inoltre particolarmente importante che a costituire la Fondazione sia, insieme alla famiglia Onnis, una istituzione comunale quale è il Comune di Selargius che dimostra sensibilità culturale e riconoscenza verso un illustre concittadino. Ringrazio dunque la famiglia Onnis e il Comune di Selargius che hanno voluto farmi l’onore di essere tra i componenti del comitato scientifico.

        Leggo nello Statuto che è finalità primaria della Fondazione Fustino Onnis studiare e coltivare l’espressione artistica e poetica sarda, nonché diffondere, ampiamente, la poesia, la letteratura e in generale la lingua sarda al di fuori dei confini isolani. Bene: credo che di cose come questa abbia precipuo bisogno la Sardegna e la sua cultura, perché è su un insieme di immagini, sapute evocare e creare dai poeti e dagli artisti in genere, che si può dar vita a un immaginario collettivo: il quale sta poi alla base di quella cosa di cui tanto si parla, ma che è – e non può che essere – controversa: quella cosa, quella questione che si chiama “identità”, che ormai dobbiamo intendere sempre meno come una essenza data a priori di per se stessa, ma piuttosto come un qualcosa da costruire collettivamente con l’impegno, la volontà, la ragione e la passione comuni.. La lingua è importante? Fa identità? È essa uno degli elementi su cui l’identità si appiglia o si costituisce? Sì, ma non certamente per sua essenza intrinseca, o per un dettato che stia al di sopra dei parlanti. La lingua fa identità nella misura in cui parla ad una comunità (piccola o grande che sia) di quella comunità medesima, ed esprime di essa ciò che in altra lingua non dico non potrebbe essere detto, ma che non potrebbe essere espresso allo stesso modo, che dice e parla entro, voglio dire, quel peculiare ritaglio dell’universo del significabile che ciascuna lingua di per sé è. Lavoro dei poeti dunque, e in genere degli artisti della parola. Merito loro anche nei confronti di chi poeta non è, o magari non vuole neppure di poesia sentir parlare.     

             Ma certo la poesia e i poeti da se stessi non bastano. La questione della lingua è una questione anche di politica culturale e linguistica. È per questo che trovo importante che a questa Fondazione partecipi, con tutta la sua rilevanza, una istituzione rappresentativa e di rappresentanza politica quale è un Comune, uno dei Comuni della Sardegna e d’Italia, che potrà mettere a disposizione non soltanto il suo peso, ma anche e soprattutto una esperienza politica e di politica. Questo è almeno l’auspicio. Una istituzione può farsi infatti interlocutrice di e con altre istituzioni: con quella regionale in primo luogo. Per non soltanto promuovere la produzione poetica, letteraria ed artistica, ma anche e soprattutto per diffonderla, per trovare i modi più opportuni e diversificati per farla giungere a diversificati settori di ricezione e di ascolto. E certo neppure questo basta, ma toccherà ad altri ambiti – della politica, della cultura e della politica culturale – pensare a tanti altri settori e campi di intervento in favore della lingua.

f-onnis Selargius uid_1217e798c5f_580_0    Qui stiamo a ciò che attiene più specificamente alla creazione alla formulazione della scrittura creativa, poetica, letteraria, efficace, eloquente. Come per esempio quella giornalistica, di cui la lingua sarda ha dato prove di qualità e di valore. E così pure va trovata, e direi pure, pur fra virgolette, “inventata” una prosa giuridica che è elemento fondamentale per avanzare verso la completezza di una lingua in pieno possesso di sé.

                 Negli ultimi decenni la scrittura creativa sarda poetica e più in genere letteraria ha svolto un compito e un esercizio di primissimo piano, che è ed è stato quello di riandare a fondo nella grande riserva del lessico sardo, riportando a galla parole, termini ed espressioni che parevano perdute ed erano comunque dimenticate, oppure che – anche per il peso di una tradizione letteraria aulicizzante – erano sentite improprie, rustiche, inadeguate: donde il ricorrere continuo e insistito a termini italiani o ispanici. Gravava, e in buona misura grava ancora sul Sardo, il peso di una diglossia prolungata e plurisecolare che ha relegato il Sardo al ruolo di lingua familiare, intracomunitaria, popolare e rustica. Pertanto il suo vocabolario, che è ricco e variato, i suoi termini più propri e prodotti nell’ambito della sua cultura più specifica e profonda, venivano evitati e disprezzati. Orbene, dicevo, la produzione letteraria più recente ha fatto giustizia di tutto ciò, ed ha segnato una strada su cui si deve continuare.

    Il problema sarà semmai come restituire ai parlanti questo tesoro ritrovato, come ri-portarlo a utilizzo e nuova fruizione, emancipandolo dal recinto letterario che al parlante comune e/o che comunemente parli, può sembrare desueto, artificiale, arcaizzante. È questa una sfida che tanto gli studiosi, quanto gli appassionati, come pure questa Fondazione dovranno porsi, e soprattutto farsi mediatori fra letteratura e lingua d’uso. E ciò, per esempio e fra le altre cose, trasferendo il patrimonio lessicale recuperato da poeti e narratori, sul piano dell’espressione pragmatica. Oppure nella Scuola, che dovrà, questa, liberarsi dall’idolo del Sardo e della cultura sarda come arcaicità e come rusticità, come mera tradizione perenta; e dovrà invece porsi il problema dell’adeguatezza del Sardo ai bisogni espressivi e comunicativi della vita moderna e contemporanea allo stesso livello delle altre lingue più dotate e più emancipate.

     Non sarebbe male a questo punto, anzi sarebbe opportuno davanti a questi problemi procedere sulla via dell’esercizio traduttorio. Un’attività e un esercizio che non deve essere pensato, per il Sardo, come fatto pratico o di servizio, il che sarebbe inutile, perché più o meno tutti conosciamo l’Italiano, ma deve essere intesa come banco di prova linguistica e come confronto con le altre lingue. Fino a dove può il Sardo?, quali sono i suoi limiti? che cosa bisogna fare per intervenire su di essi e dilatarli? Come acquisire nuove parole e nuove espressioni, e da dove acquisirle?

      Ecco, ritengo che questi siano elementi e problemi di cui la lingua sarda e i Sardi avveduti debbano occuparsi, e a cui la Fondazione che oggi si costituisce e si riunisce ufficialmente può dare un contributo di valore. Maurizio Virdis

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