eloisa e abelardo
VERSUS
(quo/Quo?)
Scarica Versus (quo/Quo?) parte 1a (Brasilia, Poetext, Trobar plus) in pdf
Scarica Versus (quo/Quo?) parte 2a (Petrarchismi, (a-)kronos) in pdf
________________________________
________________________________
Brasilia
leggi 
Brasilia
Deserte strade:
stanchi fari,
di recenti vestigia
ultime rovine
(eppur ancor vive la sua prima gente):
Luce stracciata
Non vedi?
la polvere è muta,
il cielo inchiodato.
Blocchi squadrati: cemento,
vitree pareti inferriate;
freddo luccicare;
non ciarla nessuno ai balconi;
d’affari silenti i caffé;
Turpe chi guarda
Il sole, chi ama.
Città
Non è che sola noia,
solitudine, e pur ci vivi:
è tua:
città.
Ricordi di un viso stracciato,
paesaggi di stupida bellezza.
Logorata è la vita;
ma il luccicar del sole
che altrove non è tale –
scintillante sul fronte vetrato
d’un palazzo, e sugli acciai
è tuo.
Ed è la musica al cuore
e a te più cara.
che ti fa perdonare
il tuo viver malato
fra quatto mura aperte.
***
Amo queste
innumerevoli case
che dite
prigioni,
il vento che soffia fra
canali di miasmi,
e gabbie di cristallo
e luci
e occhi umani
sconosciuti.
Perceval 1
Se ne andò per seguir la sua illusione;
non provocò che danni intorno a sé,
morì la madre per il gran dolore
di vederlo partire alla ventura;
e mentre egli lasciava la foresta,
desolata,
indietro non si volse per verla
morire.
Ma senza sogni di brama d’illusioni
avrebbe mai potuto rischiarare
la sua mente, la colpa sua comprendere
e, dopo l’impotente sicumera
delle sue gesta invano prodigiose,
quasi uno scherno inconsueto ormai,
apprendere l’amore universale?
Perceval 2
Assiso sopra l’ultima illusione
ch’era incrollabile come una fortezza
giocò l’ultima carta e fu perdente:
fu Dio che lo tentò.
Però salvezza ancora gli pervenne,
nella sua mente ormai dischiusa al vero,
da un’illusione sicura ed esaustiva:
la certezza nell’ultima certezza.
***
Nella foresta bretone alla luce
del chiaro plenilunio metafisico
stanno pensosi e fissi i cavalieri
erranti sulle pene della vita.
Sono coi fili stenti i lor pensieri
di certezza intessuti su un magnifico
incanto dove il dilemma si produce.
Loro ricorre di visione altera
l’ombra che audace supera la sfera
degli intrusi argomenti ed abusati.
***
Stare vorremmo assorti nel cercare,
in un’attesa che lieta si prolunga,
l’attimo vero che il tramonto estivo
con la tremula brezza forse reca.
All’ora del crepuscolo
ancora reiterato
muore ogni volta la speranza
della ragione illusa
superfluamente invitta.
A noi giungono voci deliranti:
scandiscono ch tempo non è questo
per le stupide ciance che dal cuore
insorgono;
essere avvinti noi vogliamo solo
dalla panchina dell’antica piazza
dove giunge e stupisce con mistero,
nuovo sempre ed usato,
l’alito dolce della sciocca vita
bastante a chi ha vinto una scommessa
con il proprio suadente disinganno.
***
OGGETTO POETICO
(incipit) a brandelli/per un (fra)intendimento organizzato
Esperito straniamento di un idiodialetto
Certo io dico per abbandonarsi
poco ci vuole e l’occasione si presta
(hallo, chi parla?)
Non manca l’ora propizia
Della spiaggia dorata al tramonto
(sì, quest’ “ultimo” verso ci piace l’abbiamo
già visto al neon l’altra sera)
e invero c’è pure un motivo
non privo
di ragione per preferire di scantonare
al meccanico raziocinare:
ma tuttavia
(ci aveva già divertito col parlare
Paradossale, ed anche commosso e fatto
pensare)
/ma dunque per giove dicevo
che/ non può essere la soluzione
condursi come se questa sia data
per sempre/ ma cribbio, se una
metafora in rima imp-o/a-stassi a costoro,
sicuro: starebbero buoni
per un po’ (enjambement)
ad ascoltare l’intendimento/
e infatti fu un attimo che
didtratti si volserto ad un
«accorriamo tutti quanti,
tutti in fila, tutti lesti…»
dove e quando non lo so
(sss….! Pregasi far tacere l’intruso,
lo stamapatello: il dialogo è a due)
e quindi non i paesaggi, le vele, le lune
però tuttavia …. allora che cosa?
Ma certo comunque potrebbe colpire
nel segno anche arrivare con efficacia
ad un grigio di città che amiamo
sotto i portici brillanti specialmente
dove la vita si produce
e dove possiamo più essere noi,
poiché questo, chiunque sta fuori la sera
conosce e – credo – non ne sia indifferente
se poi, qui giunto, gli dico che
(cioè dice … ma perché?
lo intravediamo, sì, nelle piazze,
avantieri lui stava sulla spiaggia
di un mare tremolante,
ma il ricevitore staccammo, era tardi
per sintonizzarci per recuperare un trasmettere
disturbato ormai da(l) tempo)
ci si potrebbe ancora salvare nel
riconsiderare
questi assurdi – che essi dicono –
palazzi ma pur casa loro, città, in ogni caso
riconsiderare
(sì il riconsiderare è sottolineabile
Visto che
glossa ma di chi? –
fin qui c’era sfuggita
una certa virgola di vita,
ma non troppo sottili dobbiamo starcene 
infatti non tutto sta qui)
riappare notando sul foglio trasmittente
è questa un’alterità – glossa bis –
che s’impone
(e imporsi potrebbe se … insomma nel caso
in cui, … cioè in certi casi)
s’imporr – potr – ebbe/dal come dipende
e da chi
(sì insomma, ne siamo convinti,
sì, in certro modo: nel grigio s’impone
riconsiderare un’alterità)
era quasi afasia ma restavano
briciole d’onde magnetiche
che s’intessevano pur sempre in permanenza
fra corpuscoli di per sé indifferenti
ma ricercabili e di nuovo fruibili.
Commedia da recitarsi
In quanti atti si voglia
è ben chiaro –
nelle piazzeditalia
sui sunset boulevard,
negli snack, nei bar
affinché ci si rammenti
così ci hanno detto –
di tutti gli eventi
(di cui sopra).
POETEXT
Leggi: 
cruciverba d’amore
Stinta vorrei vedere
l’immagine discorde, lì in trappola
impigliata sulla soglia che divide
mentre vi si raffredda l’intenzione
defalco liminare di un per dirsi
– assenza –
muto che se ne sta inchiodato alla definizione:
ma, di’, (mio tu)!, perché non m’ami?
perché tu altro non sai essere che l’ombra
del mio troppo (non?) vederti?
trasposta allora altro sarebbe
l’essenza convenuta del difetto,
d’una casella dubbia da riempire
di lettera (s)fuggita,
e colmerebbe ancora un’altra volta,
magari in controluce damascena, anche per me,
questa figura, anomalo interstizio da incrociare,
azzeccando l’inganno abbacinante
per eluder la griglia che imprigiona.
Ma ciò che insiste pure è – caso atroce -
giusto l’enigma, una parola in croce.
inoltre
sul bordo spartito delle cose
rimane solo di tentare
ciascuno ai suoi fatti
indivisi
Sfrangiarsi l’ordito in frammenti
di velleità inidentica (;)
sul bordo spartito della cosa
che solo di tentare rimane
ai fatti ciascuno
al di sotto
*
in mezzo da entrambi i lati
si gioca
di esserci se ci provi, rammenta.
ricoperta di dire
la rabbia
si stempera
nell’agguato di un ombra meridiana:
mancanza,
viene meno
al suo limite
improprio
in media re (Perceval numero tre)
E allora non dire
la cosa
che è logica:
precede che non vuoi,
- come se nascosto il viso tra le mani -
l’onda del discorso superfluo
effimera;
tacere,
ridursi irreperibile di dirsi
che rimanere al gusto d’un’immagine:
ed ivi m’acquatto: per l’anima insidia:
esserci, nell’errore:
ultimo atto
irriverente
(fictio)
E la deriva allora
svisato il riguardo l’assorbe
insolito sbieco
che sguscia da glabro ricordo
dell’anca, se vuoi, sollevata
velata di struscio di seta
la pelle che rapida 
affioro allo sguardo;
la mano la striscia, vacilla,
al secco rumore del nulla;
che logora adusta frullando
s’annienta e a sé ne ritiene
che fare non può se non altro
il viscido alone s’ammalia
nell’occhio ipostatico arcano
felice in ciò che l’ipotesi
gli resta d’andare lontano
enigma d’abbaglio per gli occhi
che lì scudi lascio di stigma
in glossa alla carne che n’arde.
Che implora e svanisce.
ant-i-Pod(e): ore d’eros
Sarebbe che dire da qui
che ora non torna
se dire vorrei che da me
ed io che non mi ricordo
……cioè…….
ma come che se lo rivedo
sfigura al momento, il migliore:
figura di dire: ma qui dove sono (?).
Ossia – mer’antipode – scaricar all’iPod,
ante rem memoriale, ore d’eros scontate
compresse nella storia virtuale
che districarle a un indizio tangibile aleatorio
frappostosi interstizio nel monotono
dover gradar per essere:
cui detratto l’identico rovescio,
imperniarlo ante litteram estrema
sul cardine immanente al variar d’ogni trapasso
che ribaltato in tal sequenza inversa
quo ante riordinato indovinarsi
opus sui specultionis.
Che mi scrollo, sereno onere, di dosso
il tacere che m’evita. E lo dico.
cum ventitabas quo puella ducebat
(revelatio)
Scoprirsi intravista,
che adesso, ecco, si scioglie: para dossi,
che segue ed accompagna, poi li doppia
con man sapiente che l’intoppo sfiora
ed asseconda, e impiccio di caviglie
liberato, infine:
dinamica proposta che il miraggio
nel balenar dell’attimo cattura.
Poi volta in prospettiva
nascondersi, rincorrersi rincaro che dilegua,
mimandosi cercarsi
chieder la propria grazia,
riverberata allure:
e si ritira giocando che d’un piglio
fila la propria tela;
si ha:
l’abito di già docile s’indossa ancora:
ed altro non ne traggo che l’assenza
dove s’annuncia con sommesso abbaglio.
amata nobis quantum amabitur nulla
(veritatis adspectus)
Mutanze impercettibili. Discioglie infatti lì
domande in gioie, che le declina e lieve
digradandosi ai suoi fianchi segreto si palesa
il suo sorriso che l’effonde nell’aura intrisa
dei ricami in cui s’assesta
verticale letizia sull’inerzia.
E or esimendo la fragile soglia,
muta randa che già vaga cingeva
dal costume secreto di misura,
che a eludere, profferta, si compiace,
celata essenza ch’emana d’altri spazi
e d’altre non tangibili frequenze,
pur tuttavia s’attesta. S’assicura:
che inerme ancor vi intesse la scrittura,
ogni momento, ancor, della sua storia immota
tramandola all’assenza d’un evento atteso
che la registra intanto, e l’isola. Perché.
Mysterium mortis : In articulo
(scilicet ars narrandi)
narrare sul filo un confine
che ultimo non è, ma trapassa
nell’ora abolita.
s’incarna lo spirito in verbis
sfigura l’azione:
nel conto
la pone ordinata,
l’ascrive oramai, ma scontata:
le reni gli sonda ed il cuore.
congiungersi, nel tempo scemato
consunto, slabbrato potere
con ciò che voluto l’avrei
- dissidium animae
in littera nova /……/ desidia -
desidera ciò ch’è raggiunto
congiunto che gli ha la parola
col filo che fragile è pure
all’equilibrista che l’osa.
ed ivi nel gioco compone la voce rinata al silenzio
che l’ora riposa, che l’ora gli porge in parola.
Semantica dell’infinitesimo:
ventriloquo in cerca d’istanza
glossando l’intonso volume:
…forse di già nella fatal quiete………
Il vecchio Ataulfo
(po una dì chi ci seus in custa vida)
a. D. MCMLXXIII
Il vecchio Ataulfo, assiso
al sole dell’androne
che, rifratto in frammenti
di sfuggenti ricordi, gli cuce
all’abito, ormai cieco, dignità,
sorbe un gelato vile: non il suo;
si beve l’aria che a terra lo sostiene
al viso di sue donne, di sua sposa;
sua, la mia: dice: memento:
in polvere, fra Civita e Granserra,
mi coglie il gorgo d’un coatto principio
declinando la propria desinenza.
Trobar plus
(lascito d’anima)
Leggi: 
Vai s’en lo tems, e perdem lo melhor !
Parlar degram ab cubertz entresens,
E, pus no·ns val arditz, valgues nos gens !
(Bernart de Ventadorn, Can l’erba fresh v. 46)
Fratello triste, cui mentì l’Amore
che non ti menta l’altra cosa bella
(Guido Gozzano, Convito, vv. 37-38)
Vida, no me seas molesta,
Mira que sólo te resta,
Para ganarte, perderte
…………………
Mira que muero por verte
Y vivir sin ti no puedo,
Que muero porque no muero
(Da Teresa de Ahumada, Poesias)
L’ombra d’Isotta
Soror dulcissima, mente te diligo,
ablato corpore. Ignosce, deprecor,
mihi insaniam, pupilla oculi
qua ego video, venusta formula.
Secretum animae solvere cupio
tuae, pulcherrima: quod solvat somnia
cogitationibus iam vero sordidis,
fictionis nebulis dum mecum maneo.
Commotus corporis tui cupidine,
nudum cospiciens mirum mirabile
fictum quod teneo intus intrinsecus,
nudam te amavero, corde purissimo:
cum esses veritas nudata ad animum,
nolo te tangere, ne tuum mysterium
totum se dissipet in nihili vacuo,
nisi ab oculis tactum me sentiam
tuis, si subrideas, qui sunt caerulei:
tanta tua gratia.
Tua tanta gratia laudetur Dominus qui tecum maneat, in veri lumune:
Eius es speculum.
Differire
Declinando in visione mie parole
spirito chiedo all’ombra, se mai parla,
e traspongo il disegno dissoluto
che fingevo, così che qui mi resto
misurando, sul margine più esposto,
l’assillo scritto già impudentemente,
trascritto adesso in nuova ultima grazia
aspra, che mi costringe e pur mi sazia.
Vita del mio pensiero or si sospende
incautamente ai bordi della crepa,
ove l’anima incrini a me proibita,
da tua carne dischiusa: e vi dipani
l’allusione ove m’iteri l’epilogo
protratto.
——————————————————————————————–
Dives Animae filia, in corde meo te duco.
(de nuptiis Amoris et Philologiae)
Soglia dell’anima che faticosa schiude,
l’esercizio più assiduo reclamando,
trapasso della mente a carne avvinta,
dovizia di figura porge, donde
incauto sollevare a te mi fingo
la veste dietro cui traspari in grazia,
insidiata però ch’è dall’eccesso
che abolisce intervallo, il più sottile.
Forma dunque derivo dal celare
impalpabile istanza ricavando:
zitto parole ruminando azzardo,
zero rendendo ciò che il dire angusto
altro non dà che stolido dettato.
Diffrazione esperita alla lacuna
evinco dall’errore, fortunato:
soluzione che logica sul filo
sussume desiderio ipotecato.
Aspra resta così la presunzione
negante scivolosa sconvenienza:
in simbolo contendo col fantasma 
misurabile icona sul proposito;
adduco nel marasma convinzione
in ostico deposito plasmata;
nego l’escamotage d’adiaforia:
serrata summa in argomentazione
unica a me: nel corpus che, al saggiar,
cerulea mente revocato orpello
obliterato rende: inutile apparato.
Ravviso l’implicata filigrana
or che di là dal velo ti disegni 
tersa nella diafana figura
ignuda nel candor del vero iscritta,
inattingibile se non per congettura
ultima: e se la mente pur si placa,
certo per allentar d’arco non sana
ombra di spirito che in carne pur apprendo
archetipo miglior che originale:
inganno dell’error che non emendo.
Lezione d’accettare difficillima!
Meredecrois
Madre del ciel, signora dei miei giorni,
e delle notti in evocarvi spese
che d’innocenza il mio assillo s’accese
la carne e lo stupor rendendo adorni,
oggi, io prego, ricchezza mi torni,
madonna il vano errar delle mie imprese:
che senza mutar senno siano tese
a che dotta follia non se ne scorni
Or volge, donna mia, l’ennesimo anno
che al mio voler non so ridurre il giogo
cui mi piega di voi voglia feroce
soverchiandomi dolce del suo affanno:
nel pensiero in cui amarvi ottenga luogo
rammentatevi madre della croce!
Mama ’e su celu, sennora de is dis mias,
de dogna notti spéndia a s’appillai,
chi su scinitzu ’e nocéntzia fut crai
fendu is disìggius bonas intzimias,
oi, seu preghendi, mi torrint ricchesa
madonna, is fattas mias a s’affainu:
chi punnai potzant, chene ’e mudai tinu,
a no si ’ndi scorrai macca sabiesa.
Un’annu ancora, donna, bortend’esti
chi no fatzu capia de su giuali 
aba m’incrubat gana ’e bosu aresti,
drucci chi timu no mi sobri’ e bruxit:
in su pensu ’e s’amai deu, cun cabbali,
ammenteisì che mama de sa cruxi!
Anima, l’anima ti darò se tu mi guardi,
perché riposi in seno al tuo sorriso
il mio girovagare che s’avvolge
costretto come trottola impazzita
Anima, s’anima mia t’intregu si mi castias,
ca in codhu de s’arrisu chi scaringias
si ’nci potzat arrimmai s’andongiu miu
trottoxendusi tottu arrolia arrollia,
apprettau chi barduffula ammacchiada.
Come una cerva verrai alla fontana
a cercar l’acqua che ti doni amore
quando cessato ne sarà il furore
di vedermi in quell’acqua,
perché per te sia vita ed a me gioia
che mi riscatti salvo dalla noia
di sapermi medesima eco strana:
sol bensì amante amato.
*
***
Petrarchismi 
La vita fugge…..
Si fuit sa vida e no si frimmat ora,
e sa morti est in fattu a apprettu mannu
e ïs cosas passadas e ïs de occannu
mi fainti gherra commenti is benidoras,
e s’arregodu e iss’abettu m’accora’,
’moi innoi ’moi innìa, chi abberu, ita dannu,
si de mei no tenessi dolu mannu,
de custus pentzus mius gi’ia-d essi in fora
Mi torra’ innanti si gosu drucci mai
primau su coru at tentu, e pusti ingunis
biu naïghendi is bentus scimbullaus;
biu temporada in portu, cansada ormai
sa ghia ’e sa nai, truncà’ s’antenna e is funis
e is ogus bellus, chi mirau, studaus.
RVF 62
Babbu ’e su celu, appusti de is dis pérdias,
appusti ’e is nottis spéndias isvaliendi
cun su disìggiu alluttu intru arestendi,
mudau bièndimi in fattas po mei spérdias,
Tui cun su tinu tuu, si ’olis, m’appérdias
frimma sa vida abbia ’e mellus intendi,
goi chi ’e badas sa retza a isterri andendi
scorradu siat s’aremigu: e dhu imperdas.
Dexi annus sun colaus, sennori, arreu
incrubau sutta a unu giuali ’e fogu
chi a is prus detentus est beru chi prus bruxi’:
perdona s’arrebbatu indinnu meu;
torra is pentzus fadhendi a mellus logu:
ammentasidhi cumenti oi fiast in cruxi
RVF 234
O apposentedhu chi giai fiasta portu
a is mengianus de malas temporadas mitza immoi ses de is prantus ‘e is nottadas
ch’ addedì bregungiosu cuadus portu.
O lettixedhu ’e paxi già e coffortu
in s’assuppu, d’itta urnas addoliadas
ti iffundi’ amori cu is manus marfiladas
chen’ ’e dolu a mei scétti fendi tortu!
Ne su secretu o su pasiu miu fuu,
ma mei etottu e issu pentzamentu
chi sighendidhu, abborta artziau m’a’ in bolu;
e sa genti, chi m’est nemigu cruu,
– a dhu pensai! – commenti e amparu appentu:
gai seu timendi ’e m’agattai de assolu.
Su Stremenu
(L’infinito)
Stimau sempr’appu cust’èrema sedha
e sa crisuri, chi una parti meda
de s’úrtimu fundali esclui’ a s’oghiada.
Ma sétziu innoi castiendi, istremenadus
logus in palas d’issa, e mudïori
adhia ’e s’umanu, e asséliu isfundoriau
mi figur’ eu in su pensu; abi aggiumai
su coru si ’nci ispanta’. E in ca su bentu
frusendi ascurtu in custas mattas, deu cudhu
mudïori fungudu a custa boxi
seu cumparendi: e’nci appillat s’eternu
e sa simana morta, e sa de oi
e biva e is sonus d’issa. Aicci in tottu
custu immensu su pensu miu s’imbergit:
e a m’acciuvai m’est drucci in custu mari
Tanto gentile e tanto onesta pare
Tantu genili e onesta e’ a s’avverai
sa donna mia cand’átteru saluda’
ch’ogni lingua tremendi torrat muda
e s’ogu no s’attrivi’ a dha castiai.
Issa si ’nci anda’ a s’intendi alabai
beninna ’estida d’umilesa in muda
e cosa bénnia parit, chene duda,
de celu innoi miraculu a ammostai. 
Chini dha mira’ aicci si ’ndi prexa’
chi ’e is ogus recci’ in coru unu durciori
chi scî no podit chini no dhu proat,
e de is laus suus parit chi ’ndi moat
un’ispíritu léviu prenu ’e amori
chi andat narendi a s’ánima ‘susprexa!’.
Ammeriai
Ammeriai in meledu isciortu
próbiu unu muru scallentau d’ortu
ascurtai mein s’orrù e me’ is scrarías
tzoccu ’e meurras, frúsiu ’e tzrepías.
Me’ is crebadas ’e sa terra e in sa faiccedha
sminciai arrúbias is rias de frommigas
ch’immoi si segant e immoi si trobedhant
me’ is cuccuredhus pitticcus de is bigas.
E pramizai diattesu intra de is mattas
su mari assuppendi in iscattas
mentris si pesant tzirrícchius tremuaus
de cixa ’e is cuccurus scuccaus.
E in s’alluinu ’e su soli chi scalla’
attuai cun trista meravilla
comment’esti sa vida su traballu
de andai arreu ororu ’e una muralla
spraxa in pitzu de bícculus d’ampulla.
_______________________________________________________________________________________________________________

Traduzioni da Patrizia Valduga
Chene cruxi a essi posta in cruxi asua
è’ a mi sapiri ’e mei adasïada,
m’ispadriai a boxi sua.
Mi bolit scartarada,
issu, e in poderíu,
ma impari in cruxi a su praxeri miu.
(traduzione da P. Valduga Lezione d’Amore – Einaudi)

Pietta ’e su tempus, deu, chemu callau
de tempus mai esistíu,
po tui unu pagu stuu cantu carriau
portu ’e doveri e déppidu infiníu,
annúggius, arregodus, melopeas,
tottu is tzérrius de pudhu de is bideas…
Portaminci cun tui, stringimi forti,
portam’attesu ’e tottu custa morti.
(traduzione da P. Valduga Lezione d’Amore – Einaudi)
E sempri cussa manu in fronti a contus…
e s’attra, aicci, innía, dus didixedhus …
e candu cunnu e conca funti prontus
prenadhus tui de minca e de fuedhus.
(P. Valduga, Manfred, Milano, Mondadori, 2003)
********
Non vivo più morentemente, amore:
No bivu prus morindiminci, amori:
vivo tutta viva: vivo di te!
bivu deu seu bivendi: bivu ’e tui!
Amore, amore mio senza parola,
Amori, amori miu chen’ ’e fuedhu,
tutto è desolazione senza te!
Totu s’est eremadu chen’ ’e tui!
Amore immoto, amore senza fiato,
Amori tétiu, amori chen’alenu,
oh non lasciarmi orfana di te!
ohi no mi lessis òrfanu de tui!
Amore padre, amore oltre ogni amore,
Amori mama, adhia de dogn’amori,
io sono senza senso senza te!
chen’ ’e sentidu abarru chene ’e tui!
Unica verità della mia vita,
Unica beridadi ’e custa vida,
parola per parola fammi te!
pèraula po pèraula faimì a tui!
(Patrizia Valduga, dal Libro delle laudi, luglio 2004)






































0 risposte finora ↓
Non ci sono ancora commenti... Inizia tu riempiendo il modulo sottostante.