(transfiguration de midons)
Anima, da diafano stupore
percossa, nuda ti mostri e gelosa,
tramite l’ombra che solo ti vela
ribadendo in rimbalzo il tuo respiro.
Segreta sospensione in differire –
rimanendo zavorra il sovrappiù –
implichi al seno: dono della grazia,
angelo, che al tuo cenno cresce e sazia.
Dolcezza dell’assenza, tra la carne
onusta di pensiero, cerco intessuta:
leggera filigrana, che smagliarne
cedevole l’ordito non sia dato:
evanescenza che incorporea volga
zita la mente tua, germe di vita;
zitto neppur risuona, nel sommesso
apparir del crepuscolo che all’alba
duttile forma tace che figuro,
evinta in sinuoso intendimento,
lieve, celata in vago chiaroscuro:
l’alma sottesa a inessenziale soma.
Adunati i tuoi gesti in chiaro corpus,
sensualità traduci in puro idioma,
spirito che disserra senso, e vela
eburnea superficie ove si scorpora
nuda l’idea carnale d’un assioma.
Zefiro t’accarezza e chiedo ai sensi
anima incorporata che condensi.
m!Vis Ca, 9marzo2003
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l’anima ti darò
Anima, l’anima ti darò se tu mi guardi
perché riposi in seno al tuo sorriso
il mio girovagare che s’avvolge
costretto come trottola impazzita
***
Anima, s’anima mia t’intregu si mi castias,
po ca in codhu ’e s’arrisu chi scaringias
si ’nci potzat arrimmai s’andongiu miu
trottoxendusi tottu arrolia arrollia,
apprettau chi barduffula ammacchiada.Twitter Presnaghe
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Finestre natali di casa natale
Porta cavalleggeri in dipinto di Ettore Rösler Franz del 1895

Roma – Porta Cavalleggeri (porterula ad turrem langobardorum), oggi

hic (n)omen habui
karalis
animae dimidium meae
universitas karalitana – humanitates
CA -25.VIII.2010 (AIPI)

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L’ultima menzogna. Everyman.
Certo va pure trovato quel fine,
lo dicono, e magari ci s’illude
che ce lo porti in mano la corrente
della vita, ed in vero la natura
dovrebbe riportarci al suo richiamo:
ma il fatto è pure che la vita sogna.Va fatto tutto quello che bisogna,
è questo certo il punto alla fin fine.
Sì, ma è questione d’ordine, e il richiamo
è più d’uno, l’amore che m’illude
per esempio, ed il tempo a sua natura
si stinge via con furia trascorrente.Ora mi trovo qui con l’occorrente,
e pare che mi mettano alla gogna.
Com’è che penso – quasi si snatura –
ch’io tutto resti fermo, e tutto fine
fine si muova intorno a me, e m’illude
abbagliato alla luce d’un richiamo?Come vedessi di sbieco nel richiamo
d’uno specchio il mio viso concorrente
che con faccia di suola disillude
a poco a poco pure la vergogna.
Ma è pure è giusto che vi metta fine.
Che vengo a dire? E dunque a mia naturami metto a raccontare la natura
di quello che è successo, e richiamo
una parola che mi paia fine
e sia bastante a imbrigliar la corrente
di tutto quanto questa storia agogna,
sospeso su di un filo in cui s’illudetale peripezia: perché, chi illude
il bandolo, funzione, la natura:
che non si dica che solo una carogna
io sia? Ventriloquo frugo il richiamo
e l’istanza che dentro, ricorrente,
mi parla dalla soglia, sul confinein cui è imminente il quid dell’amor fine,
aliena grazia che ordina e che illude,
come una scossa viva di corrente
elettrica, e riscuote la natura
d’un desiderio che mi fa richiamo
e dice «io (…?.)» nell’ultima menzogna.Legs
nudo
Teresa
Teresa
Teresa
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Differire
Declinando in visione mie parole spirito chiedo all’ombra, se mai parla, e traspongo il disegno dissoluto che fingevo, così che qui mi resto misurando, sul margine più esposto, l’assillo scritto già impudentemente, trascritto adesso in nuova ultima grazia aspra, che mi costringe e pur mi sazia. Vita del mio pensiero or si sospende incautamente ai bordi della crepa, ove l’anima incrini a me proibita, da tua carne dischiusa: e vi dipani l’allusione ove m’iteri l’epilogo protratto.Roma:Porta Cavalleggeri.
CUM VENTITABAS QUO PUELLA DUCEBAT (revelatio)
Scoprirsi intravista,
che adesso, ecco, si scioglie: para dossi,
che segue ed accompagna, poi li doppia
con man sapiente che l’intoppo sfiora
ed asseconda, e impiccio di caviglie
liberato, infine:
dinamica proposta che il miraggio
nel balenar dell’attimo cattura.
Poi volta in prospettiva
nascondersi, rincorrersi rincaro che dilegua,
mimandosi cercarsi
chieder la propria grazia,
riverberata allure:
e si ritira giocando che d’un piglio
fila la propria tela;
si ha:
l’abito di già docile s’indossa ancora:
ed altro non ne traggo che l'assenza
dove s’annuncia con sommesso abbaglio.ROMA: Porta Cavaleggeri
AMATA NOBIS QUANTUM AMABITUR NULLA (veritatis adspectus)
Mutanze impercettibili. Discioglie infatti lì
domande in gioie, che le declina e lieve
digradandosi ai suoi fianchi segreto si palesa
il suo sorriso che l'effonde nell'aura intrisa
dei ricami in cui s’assesta
verticale letizia sull’inerzia.
E or esimendo la fragile soglia,
muta randa che già vaga cingeva,
dal costume secreto di misura,
che a eludere, profferta, si compiace,
celata essenza ch'emana d'altri spazi
e d’altre non tangibili frequenze,
pur tuttavia s’attesta. S’assicura:
che inerme ancor vi intesse la scrittura,
ogni momento, ancor, della sua storia immota
tramandola all'assenza d’un evento atteso
che la registra intanto, e l'isola. Perché.venus
in articulo
narrare sul filo un confine
che ultimo non è, ma trapassa
nell'ora abolita.
s'incarna lo spirito in verbis
sfigura l'azione:
nel conto
la pone ordinata,
l'ascrive oramai, ma scontata:
le reni gli sonda ed il cuore.
congiungersi, nel tempo scemato
consunto, slabbrato potere
con ciò che voluto l'avrei
- dissidium animae
in littera nova /....../ desidia -
desidera ciò ch'è raggiunto
congiunto che gli ha la parola
col filo che fragile è pure
all'equilibrista che l'osa.
ed ivi nel gioco compone la voce rinata al silenzio
che l'ora riposa, che l'ora gli porge in parola.
Semantica dell'infinitesimo:
ventriloquo in cerca d'istanza
glossando l’intonso volume:
…forse di già nella fatal quiete………Teresa
Ketty the great (DUCCIO)
vale
la morte co la coda
Qua nun ze n’esce: o semo giacubbini,
o credemo a la lègge der Signore.
Si ce credemo, o minenti o paini,
la morte è un passo che ve gela er core.Se curre a le commedie, a li festini,
se va pe l’ostarie, se fa l’amore,
se trafica, s’impozzeno quadrino,
se fa d’ogn’erba un fascio… eppoi se more!E doppo? doppo viengheno li guai.
Doppo c’è l’antra vita, un antro monno,
che dura sempre e nun finisce mai!È un penziere que mai, che te squinterna!
Eppuro, o bene o male, o a galla o a fonno,
sta cana eternità dev’èsse eterna!Giuseppe Gioacchino Belli
oblungo
oblargo
Guccione: riflessi sulla spiaggia
Piero Guccione: L’ombra dell’estate

perlungo bb
BB
Piero Guccione: AMORE
P.Guccione:Nel porto di Messina (1993-1996)
edward hopper: summer interior
E. Hopper: rooms by the sea
Edward Hopper: people in the sun
E. Hopper: entrando in una città
M. Agnoletto: Figura femminile (XX secolo)

so near so far

CA – 25.VIII.2010 (AIPI)
Sarditas

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Presto forse saprò se ancora al tempo
potrà tenere testa un tal narciso
vago, nelle ragioni in cui m’intempo,
che convoco nell’ora in cui mi sviso,
presumendo ottenerle ad un contempo.
E tu mi segui e mi precede il viso
tuo: e tutto pare accada a un sol frattempo;
mentre incerto convoglia senza avviso
in un imbuto l’esser mio, disposto
pur ai più fini e più diffratti toni
dentro al saper difficile che porgi.
Che la tua grazia è tale che non scorgi
quanto di tutto ciò prezioso è il costo:
che il tempo mi divori e atteso doni
morVis 25.02.2012

Come al contrario splendi, fior mio inverso.
O Afrodite immortali in tronu bàrgiu,
trassera fill’ ‘e Zeus, ti seu preghendi,
no mi lessis, Sennora, stasia s’ànima
‘e axìu mannu,
ma beni ainnoi, si attras bortas sa boxi
mia, intendendidha ’e attesu, ascurtada
dh’ ìasta, e fintza ’e sa domu ’e babbu tuu
a mei ses lòmpia,
pusti de ai giuntu su carru: chi allestru
is cruculeus ti portànt in sa terra
niedha, bolendi in pressi, de su celu
atressu s’àiri,
e allestru tui ses bènnia : e tui, biada,
scaringendi in sa cara tua immortali,
de mei bolias isciri itta suffria,
a tui scramiendi.
E ita bolia a accontessi in coru miu
ammachiau: «A chini potzu conchinai
and’ ’e s’amori tuu? Chin’ esti, o Saffo,
na’, chi t’innòriat?
Si si ’ndi fuit, in fattu tuu luegu
at essi; e si no bolit a tui in donu,
peus predha! e si no t’amat, t’at amai
mancai ammarolla»
Beni and’e mei ancora e sa congòscia
sòrvimi, e su disìgiu de su coru
tui cumprimidhu tottu: chi sias tui!
mi sias de giudu!
furriada de mVis, su 5 de friaxu de s’annu 2012
***
Issu mi parit assimbllai a is diosus
e prus de custus puru, si si podit,
issu chi, sètziu in fàccia a tui, arreu
t’ascurta’ e mirat
e ti scarìngiat drucci, e mi ’ndi bogat,
a mei mischinu, ogna sentidu: impessi
chi t’appu biu, nudha, Lèsbia, mi sobrat.
Ποικιλόθρον᾽ ἀθανάτ᾽ Ἀφρόδιτα,
παῖ Δίος δολόπλοκε, λίσσομαί σε,
μή μ᾽ ἄσαισι μηδ᾽ ὀνίαισι δάμνα,
πότνια θῦμον·
*
ἀλλὰ τύιδ᾽ ἔλθ᾽, αἴ ποτα κἀτέρωτα
τὰς ἔμας αὔδας ἀίοισα πήλοι
ἔκλυες, πάτρος δὲ δόμον λίποισα
χρύσιον ἦλθες
*
ἄρμ᾽ ὐπασδεύξαισα· κάλοιδέ σ᾽ ἆγον
ὤκεες στροῦθοι περὶ γᾶς μελαίνας
πύκνα δίννεντες πτέρ᾽ ἀπ᾽ ὠράνω αἴθε-
ρος διὰ μέσσω.
*
αἶψα δ᾽ ἐξίκοντο, σύ δ᾽, ὦ μάκαιρα,
μειδιαίσαισ᾽ ἀθανάτωι προσώπωι
ἤρε᾽, ὄττι δηὖτε πέπονθα κὤττι
δηὖτε κάλημμι
*
κὤττι μοι μάλιστα θέλω γένεσθαι
μαινόλαι θύμωι. τίνα δηὖτε Πείθω
μαῖσ᾽ ἄγην ἐς σὰν φιλότατα, τίς σ᾽,
ὦ Ψάπφ᾽, ἀδίκησι;
*
καὶ γὰρ αἰ φεύγει, ταχέως διώξει,
αἰ δὲ δῶρα μὴ δέκετ᾽, ἀλλὰ δώσει,
αἰ δὲ μὴ φίλει, ταχέως φιλήσε
ι κωὐκ ἐθέλοισα.
*
ἔλθε μοι καὶ νῦν, χαλέπαν δὲ λῦσον
ἐκ μερίμναν, ὄσσα δέ μοι τέλεσσαι
θῦμος ἰμέρρει, τέλεσον, σὺ δ᾽ αὔτα
σύμμαχος ἔσσο.
(SAFFO)
*
Ille mi par esse deo videtur,
ille, si fas est, superare divos,
qui sedens adversus identidem te
spectat et audit
dulce ridentem, misero quod omnis
eripit sensus mihi: nam simul te,
Lesbia, aspexi, nihil est super mi
*
lingua sed torpet, tenuis sub artus
flamma demanat, sonitu suopte
tintinant aures, gemina et teguntur
lumina nocte.
Otium, Catulle, tibi molestum est:
otio exsultas nimiumque gestis:
otium et reges prius et beatas
perdidit urbes.
(CATULLO)
*
La mia infanzia è un ricordo della piazza San Pietro
d’ un balcone sui tetti dove i gatti vi giocavano;
la gioventù nell’isola che ancor mi segna il metro;
la mia storia: dei fatti che interesse non cavano.
Mai Don Giovanni io fui e neppur Casanova
– ben lo vedete tutti che son goffo maldestro –
ma Cupido pur seppe ben mettermi alla prova
e del disio d’amore nell’anima ebbi l’estro.
Nel mio sangue vi filtra un che di ribellione
ma il mio verso ricerca la pace che io spero;
e, più che un uom compreso della sua condizione,
sono, nel vero senso della parola, vero.
Adoro la bellezza e la moderna estetica,
colsi le antiche rose nel veriger di Rudel;
banalità non amo truccate da cosmetica
né penso che artifici mi sollevino al ciel.
Detesto le romanze che amore tengon sbieco,
romanza amo davvero sol la filologia
cerco tener distinta la voce e la sua eco
e fra le voci ascolto quella che faccio mia.
Son per la tradizione o la modernità?
Non so, ma sono certo che v’è la poesia
se si ritrova il senso nel suono ch’esso dà,
non negli schemi astratti, privi di maestria.
Converso volentieri con chi mi vuol parlare
– pensa parlar con Dio chi parla solo a sé? –
parlo con me se agli altri la parola so dare,
se all’amico so chiedere la ragione e il perché.
Infin nulla vi devo; quanto ho scritto rendete,
lavoro e vivo il giusto, pago col mio denaro
la veste che mi copre, la casa che vedete,
il pane che mi nutre, e il letto: paro paro.
E quando giunga il giorno dell’ultimo mio viaggio
e partirà la nave che non sa ritornare
a bordo sul bagaglio certo non farò aggio:
quasi nudo sarò come i figli del mare.
mVis (attraverso Antonio Machado). Cagliari 18 gennaio 2012.
____________________________________________
LA MATRICE. Antonio Machado, Retrato
*
Mi infancia son recuerdos de un patio de Sevilla,






