Quando l’immondo Narciso poi chiede
il tributo della sua cecità,
– che del nulla presume farsi specchio
un asciutto degüello vi rammarica
il senno che non sa che infin si vuole
nient’altro che volere.
(m!Vis* Cagliari, 29 ottobre 2011)
–
Quando l’immondo Narciso poi chiede
il tributo della sua cecità,
– che del nulla presume farsi specchio
un asciutto degüello vi rammarica
il senno che non sa che infin si vuole
nient’altro che volere.
(m!Vis* Cagliari, 29 ottobre 2011)
–
Inserito in Poesia
Fortzi una dì si no app’essi fuendi
sémpiri arreu, m’as a biri in corruttu
pròbiu sa losa tua, fradi, tzunchiendi
su mellus frori ’e is annus tuus arruttu.
*
Mamma de assola is dis suus allonghiendu
fuedha ’e mei cun tui mortu in murmuttu,
ma deu scréttidu a bosu is manus tendu
e scetti ’e attesu a domu mia deu muttu.
*
S’ustinu contra intendu e iss’axìu
chi pelea a sa vida tua t’est stéttiu
e pregu eu pàsiu cun tui mi siat spratziu.
*
Custu m’abarra’ ’e su chi mi fia créttiu.
Gentis stràngias, nessi is ossus torrai
tandu a su pettus tristu de mammai.
*
(furriada in Castedhu, su tres de mese ‘e idas 2011)
Inserito in Letteratura, Poesia
Anima, l’anima ti darò se tu mi guardi
perché riposi in seno al tuo sorriso
il mio girovagare che s’avvolge
costretto come trottola impazzita
***
Anima, s’anima mia t’intregu si mi castias,
po ca in codhu ’e s’arrisu chi scaringias
si ’nci potzat arrimmai s’andongiu miu
trottoxendusi tottu arrolia arrollia,
apprettau chi barduffula ammacchiada.



Certo va pure trovato quel fine,
lo dicono, e magari ci s’illude
che ce lo porti in mano la corrente
della vita, ed in vero la natura
dovrebbe riportarci al suo richiamo:
ma il fatto è pure che la vita sogna.
Va fatto tutto quello che bisogna,
è questo certo il punto alla fin fine.
Sì, ma è questione d’ordine, e il richiamo
è più d’uno, l’amore che m’illude
per esempio, ed il tempo a sua natura
si stinge via con furia trascorrente.
Ora mi trovo qui con l’occorrente,
e pare che mi mettano alla gogna.
Com’è che penso – quasi si snatura –
ch’io tutto resti fermo, e tutto fine
fine si muova intorno a me, e m’illude
abbagliato alla luce d’un richiamo?
Come vedessi di sbieco nel richiamo
d’uno specchio il mio viso concorrente
che con faccia di suola disillude
a poco a poco pure la vergogna.
Ma è pure è giusto che vi metta fine.
Che vengo a dire? E dunque a mia natura
mi metto a raccontare la natura
di quello che è successo, e richiamo
una parola che mi paia fine
e sia bastante a imbrigliar la corrente
di tutto quanto questa storia agogna,
sospeso su di un filo in cui s’illude
tale peripezia: perché, chi illude
il bandolo, funzione, la natura:
che non si dica che solo una carogna
io sia? Ventriloquo frugo il richiamo
e l’istanza che dentro, ricorrente,
mi parla dalla soglia, sul confine
in cui è imminente il quid dell’amor fine,
aliena grazia che ordina e che illude,
come una scossa viva di corrente
elettrica, e riscuote la natura
d’un desiderio che mi fa richiamo
e dice «io (…?.)» nell’ultima menzogna.
Scoprirsi intravista,
che adesso, ecco, si scioglie: para dossi,
che segue ed accompagna, poi li doppia
con man sapiente che l’intoppo sfiora
ed asseconda, e impiccio di caviglie
liberato, infine:
dinamica proposta che il miraggio
nel balenar dell’attimo cattura.
Poi volta in prospettiva
nascondersi, rincorrersi rincaro che dilegua,
mimandosi cercarsi
chieder la propria grazia,
riverberata allure:
e si ritira giocando che d’un piglio
fila la propria tela;
si ha:
l’abito di già docile s’indossa ancora:
ed altro non ne traggo che l'assenza
dove s’annuncia con sommesso abbaglio.
Mutanze impercettibili. Discioglie infatti lì
domande in gioie, che le declina e lieve
digradandosi ai suoi fianchi segreto si palesa
il suo sorriso che l'effonde nell'aura intrisa
dei ricami in cui s’assesta
verticale letizia sull’inerzia.
E or esimendo la fragile soglia,
muta randa che già vaga cingeva,
dal costume secreto di misura,
che a eludere, profferta, si compiace,
celata essenza ch'emana d'altri spazi
e d’altre non tangibili frequenze,
pur tuttavia s’attesta. S’assicura:
che inerme ancor vi intesse la scrittura,
ogni momento, ancor, della sua storia immota
tramandola all'assenza d’un evento atteso
che la registra intanto, e l'isola. Perché.
narrare sul filo un confine
che ultimo non è, ma trapassa
nell'ora abolita.
s'incarna lo spirito in verbis
sfigura l'azione:
nel conto
la pone ordinata,
l'ascrive oramai, ma scontata:
le reni gli sonda ed il cuore.
congiungersi, nel tempo scemato
consunto, slabbrato potere
con ciò che voluto l'avrei
- dissidium animae
in littera nova /....../ desidia -
desidera ciò ch'è raggiunto
congiunto che gli ha la parola
col filo che fragile è pure
all'equilibrista che l'osa.
ed ivi nel gioco compone la voce rinata al silenzio
che l'ora riposa, che l'ora gli porge in parola.
Semantica dell'infinitesimo:
ventriloquo in cerca d'istanza
glossando l’intonso volume:
…forse di già nella fatal quiete………
Qua nun ze n’esce: o semo giacubbini,
o credemo a la lègge der Signore.
Si ce credemo, o minenti o paini,
la morte è un passo che ve gela er core.
Se curre a le commedie, a li festini,
se va pe l’ostarie, se fa l’amore,
se trafica, s’impozzeno quadrino,
se fa d’ogn’erba un fascio… eppoi se more!
E doppo? doppo viengheno li guai.
Doppo c’è l’antra vita, un antro monno,
che dura sempre e nun finisce mai!
È un penziere que mai, che te squinterna!
Eppuro, o bene o male, o a galla o a fonno,
sta cana eternità dev’èsse eterna!
Giuseppe Gioacchino Belli





